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IL TOMO

sabato 13 dicembre 2014

IL TEMPO & LA MEMORIA (11)




















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Il Tempo & la Memoria (10)

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Il Tempo e la Memoria (12)














…. O direte voi che c’è sotto la magia o qualche altro inganno?
Ma, via, che cosa si può obiettare contro ciò che è dimostrato fino all’evidenza? Se costoro sono veramente iddii, perché mentono, dicendo che sono Dèmoni?
Per far piacere a noi?
Ma, dicendo questo, voi confessate che ciò che tra voi si chiama ‘dio’ è soggetto ai cristiani, e voi ben capite allora che ciò che soggiace agli uomini, cessa, per questo solo fatto, di esser divino… Non è, dunque, un’assenza divina quella a cui state attaccati, perocché se fosse tale non potrebbe essere simulata dai Dèmoni, allorché ci tengono fronte, né rinnegata da iddii… Riconoscete, dunque, che si ha da fare con una sola ed unica razza, cioè, dei Dèmoni; i vostri dèi non hanno nulla che li distingua da questi Spiriti perversi. Orsù, cercatevi altri dèi! Coloro che credevate tali, li avete riconosciuti per Dèmoni!”.

Tertulliano dice in seguito che i Dèmoni, interrogati dai Cristiani, non solo danno a conoscere sé stessi come Dèmoni, ma confessano anche il Dio dei Cristiani come vero Dio.

“Essi temono Cristo in Dio, e Dio nel Cristo, e, per questo si assoggettano ai servi di Dio e del Cristo. Il nostro contatto, il nostro soffio, suscitando in essi l’immagine e il presentimento del fuoco (che li attende), li riempe di confusione, e, ad un nostro comando, abbandonano i corpi (dei malati) con dispetto e dolore, e – se voi siete presenti – pieni di vergogna. Credete a loro quando dicono di sé stessi la verità, voi che loro credete quando mentiscono. Nessuno mentisce per sua propria confusione, ma soltanto per sua glorificazione… Siffatte testimonianze dei vostri ‘dèi’ hanno per ordinaria conseguenza delle conversioni al Cristianesimo”.

(A. V. Harnack, Missione e propagazione del Cristianesimo)




… A proposito degli Eretici che quest’uomo nefando amava, dirò di un contadino, un certo Clemente che insieme al fratello Everardo abitava in una fattoria presso Bucy-le-Long, vicino a Soissons. Costui, si diceva, era uno dei capi dell’Eresia e quello svergognato conte pretendeva che nessuno fosse più sapiente di lui.
… Quella Eresia non è di quelle che apertamente difendono i propri dogmi, ma serpeggia clandestinamente con conversazioni mormorate a mezza bocca. Si dice che le sue dottrine in sintesi siano queste:
Sostengono che è pura favola l’incarnazione di Cristo (il Cristo in Dio e Dio nel Cristo…).
Ritengono nulli i battesimi dei bambini ancora incapaci di capire, presentati da padrini qualsiasi.
Chiamano il Verbo di Dio quel che risulta da non so quale lungo giro di discorsi.
Hanno un tale orrore del mistero del nostro altare che le bocche di tutti i sacerdoti le chiamano bocche dell’inferno; se talvolta, per nascondere la loro Eresia, ricevono insieme ad altri i nostri sacramenti, ritengono l’ostia come qualcosa che lo obbliga alla dieta e per quel giorno non mangiano più.
Non considerano i cimiteri come luoghi sacri ma alla pari di tutti gli altri luoghi.
Condannano il matrimonio e le unioni in vista di fare figli.
Essi sono sparsi qua e là per tutto il mondo latino e così capita spesso di vedere uomini e donne abitare insieme senza essere mariti e mogli, e spesso cambiare uomo; ma amano anche il dormire con uomini e donne  ciò perché presso di loro è empio che gli uomini si uniscano alle donne.
Tutti i figli nati li fanno morire di fame; tengono le loro conventicole, uomini e donne insieme, negl’ipogei o in luoghi nascosti. Qui, accese le candele, le offrono ad una donna, di cui si racconta che, alla vista di tutti, stia completamente nuda e stesa a terra. Poi le spengono tutte, dichiarando a gran voce il caos generale e ognuno si unisce alla donna che viene per prima alla mano. Se essa rimane incinta, a parto avvenuto, ritornano nello stesso luogo, accendono allora un gran fuoco e il bambino viene lanciato di mano in mano attraverso le fiamme da coloro che siedono intorno, finché non muore. Dopo che è bruciato raccolgono le ceneri con le quali fanno una specie di pane: la persona a cui ne viene offerta una particella come eucaristia, quando l’avrà presa non potrà mai allontanarsi da quell’Eresia.
Se rileggiamo le Eresie registrate da Agostino, troviamo che questa non assomiglia a ness’altra se non a quella Manichea. Essa, un tempo assunta dai più dotti, da ultimo finì in mezzo ai contadini, i quali, vantandosi di seguire una vita apostolica, accettano di leggere soltanto gli ‘Atti degli Apostoli’. Due di questi Eretici furono sottoposti a interrogatorio da Lisiardo, vescovo di Soissons, uomo di grande fama; il quale li rimproverò di riunirsi in luoghi diversi dalla chiesa e di essere chiamati Eretici da chi li conosceva da vicino.
Clemente rispose: ‘Signore, hai letto nel Vangelo il passo che dice: Beati eretis?’ Essendo incolto credeva che ‘eretis’ significasse eretici; era anche convinto che Eretici volesse dire eredi di Dio. Quando poi il discorso venne sui principi della fede, dettero risposte perfettamente cristiane, però non negarono le loro riunioni. Ma poiché sogliono sempre negare e poi, di nascosto, sedurre i cuori dei più sprovveduti, furono sottoposti al giudizio dell’acqua esorcizzata. Mentre si stavano facendo i preparativi, il vescovo mi pregò di sapere da loro, con discrezione, quale fosse il loro vero pensiero ed io gli proposi l’argomento del battesimo dei bambini. Essi risposero: ‘Chi crederà e riceverà il battesimo sarà salvo’. Avvertii che dietro le parole giuste si nascondeva in loro una grande malizia e allora chiesi cosa pensassero di loro che ricevono il battesimo sotto la garanzia di un’altra persona, e quelli risposero: ‘In nome di Dio, non vorrete sondare in profondità il nostro pensiero. Ma qualunque argomento esporrete noi crediamo a tutto quello che dite’. Mi venne allora in mente il verso riferito da S. Agostino, preso come la massima dai priscilliani: ‘Giura, spergiura, ma mantieni il segreto’. Perciò dissi al vescovo: ‘Poiché sono assenti i testimoni che udirono esprimere i loro principi di fede, sottoponeteli al giudizio per cui sono già stati iniziati i preparatevi’. Si trattava di una signora che Clemente aveva, per un anno, fatto diventare quasi folle, e di un diacono che aveva udito dalla bocca di costui delle affermazioni maligne.
Il vescovo celebrò la messa e somministrò con le sue mani la comunione ai due fratelli pronunciando le parole: ‘Il corpo e il sangue del Signore venga a voi oggi per la prova’. Quindi il devotissimo vescovo, e l’arcidiacono Pietro, uomo di fede adamantina, il quale aveva respinto tutte le promesse fatte dagli accusati per non essere sottoposti al giudizio, si recarono sul luogo. Il vescovo con molte lacrime cantò litanie, infine fece l’… esorcismo
Dopo che questi ebbero giurato di non aver mai creduto o insegnato niente di contrario alla nostra religione, Clemente, appena messo nel bacino, galleggiò come un ramoscello. A tale vista tutti furono presi da un grandissimo giubilo: infatti l’aspettativa aveva infiammato una così enorme folla di uomini e di donne quanto nessuno dei presenti ridava di avere mai visto. L’altro confessò il suo errore ma poiché rifiutò di fare penitenza, fu cacciato in prigione insieme al fratello. Altri due, chiaramente Eretici, e che erano venuti allo spettacolo dalla località di Dormans, furono anch’essi imprigionati. Intanto noi ci dirigemmo al concilio di Beauvais (anno 1114) per chiedere ai vescovi che cosa dovevano fare, ma nel medesimo tempo il popolo dei fedeli, temendo l’indulgenza del clero, assalì la prigione, prese i prigionieri e, preparato per loro un rogo fuori città, li bruciò. Affinché non si diffondesse oltre il cancro, fu il popolo di Dio a esercitare un giusto zelo contro costoro…..

(Guiberto di Nogent, De vita sua, XI secolo… circa..)




Come Tertulliano così anche Minucio Felice ha trattato questo tema nel suo ‘Ottavio’, in parte con le stesse parole di Tertulliano. L’apologista Teofilo scive: “I poeti greci parlavano ispirati non da spiriti schietti e veraci, ma al contrario da falsi e bugiardi. Ed infatti, allorché gli indemoniati vengono esorcizzati – ciò che accade talvolta anche ai nostri giorni – in nome del vero Dio, gli Spiriti da essi cacciati confessano di esser Dèmoni, e precisamente quelli stessi Dèmoni, che ispirarono anticamente i suddetti poeti’…. I Cristiani quindi hanno l’autorità su questi Spiriti immondi, che vagano in mezzo agli uomini per prenderne possesso. Con rampogne e minacce, i Cristiani possono costringerli a manifestarsi, e cacciarli via a forza, per mezzo di due parole e possono vincere la loro resistenza mettendoli alla tortura, sino a farli gemere e strillare per il crescente dolore, non risparmiando ad essi né flagelli né fuoco. Così accade veramente, sebbene non si veda; sono invisibili i colpi, ma è manifesto il supplizio. Così ciò che siamo cominciati ad essere, cioè lo Spirito che abbiamo ricevuto, afferma ed estende il proprio dominio… Il Cristiano già regna con diritto di sovrano sopra l’intero esercito dell’infuriato nemico”.

(A. V. Harnack, Missione e propagazione del Cristianesimo)








Povero Eretico,
son io che ti osservo
nell’angolo nascosto
accanto alla brocca,
dove non sapendo,
stai bevendo l’antico tormento
confuso con lieto piacere.
Dona segreta parola
nell’infinita ora:
stai creando nuove stelle
in questo Universo
dove ti sei appena perso.
Fiumi di parole e tanti pianeti,
eterni prigionieri di una strana materia,
perché sempre avanza per questa cella
specchio di una diversa creanza…  

(Giuliano Lazzari, Frammenti in Rima)    





















domenica 7 dicembre 2014

IL TEMPO & LA MEMORIA (9)












































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Il Tempo & la Memoria (8)

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Il Tempo & la Memoria (10)














.... Rivolge il pensiero alla divinità, egli ha il cielo come punto di riferimento.
Ed è logico.
Tutti vedono infatti che tutto ciò che è nel cielo non diminuisce né cresce, non si trasforma né è soggetto a disordine, ma si muove di moto armonico in un ordine ben proporzionato, che le fasi della luna sono regolari e che il sorgere e il tramontare del sole si verificano sempre in tempi determinati, e di conseguenza hanno considerato il cielo dio o trono di dio. Un essere siffatto, non soggetto a crescita o diminuzione, estraneo a qualsiasi modifica dovuta a trasformazione o mutamento, è al di fuori del ciclo di nascita e morte; immortale e indistruttibile per natura, è assolutamente privo di macchia.
Eterno, in continuo movimento ai nostri occhi, o gira intorno al grande demiurgo per impulso di un’anima nobile e divina che abita in lui, ovvero, ricevendo il movimento dal dio stesso, così come, credo, i nostri corpi dall’anima che è in noi, compie la sua orbita infinita con moto incessante ed eterno.

(Giuliano imperatore, Contra Galilaeos)

Viviamo di riflessi, Aristeo. Le statue degli Dei: che quei simulacri rientrassero nei templi riaperti al culto, che si riempissero di nuovo le narici del fumo dei sacrifici. Irrompeva il divino fra noi, la sua pace.
Il fiato di Helios, Egli è il Grande che rende visibile il suo potere attraverso la molteplicità degli intermediari.
Dovevo rinnovare il culto antico, eliminando le incrostazioni. Una rinascita, figlia della necessità, in un’epoca che minaccia d’essere l’ultima. Che grande compito, che immensa missione. La mia mente avanzava in una landa, l’immoto paesaggio delle pianure galliche. Mi sentivo spinto da un’energia, l’accontentamento di un sogno avverato. Le messi crescevano, i boschi spuntavano, le acque dei fiumi correvano verso la foce, ogni cosa obbediva al suo demone, secondo ordine e misura, l’Impero, la sua consunzione s’era fermata ora gli Dei tornavano. In mezzo alla folla umana vi sono alcuni dallo sguardo acuto che s’innalzano al di sopra, sanno vedere.
E il segreto carpito diventa messaggio.
Sono io, non sono più  io, ma sono ancora io!

(L. Desiato, Giuliano l’Apostata) 

Mi sembra opportuno esporre a tutti le ragioni che mi hanno convinto che la macchinazione dei Galilei è un’umana menzogna messa su con capziosità. Essa non ha niente di divino, ma agendo sulla parte irrazionale dell’anima che, come i fanciulli ama le favole, ha reso credibili le loro mostruose invenzioni. E’ mio proposito discutere di tutte le loro dottrine, ma preliminare è questo avvertimento: se i miei lettori hanno intenzione di muovere obiezioni, è opportuno come si fa in tribunale, che non devino dal tema e, come si dice, non rispondano con accuse finché non si siano difesi dalle prime imputazioni.
Opportunità e chiarezza esigono che essi espongono il loro pensiero quando vogliono confutare qualche nostra idea, quando invece si tratta di difendersi dalle nostre imputazioni, che non rispondano con altre accuse.

(Giuliano Imperatore, Contra Galilaeos 1-2)

Ma Giamblico, era assorto e non udiva le parole del discepolo, come parlando a se stesso, gli occhi verdi fissi nelle nuvole che il sole rivestiva di trasparenze dorate, cominciò: ‘Sì, sì, noi tutti abbiamo dimenticato il verbo del Padre, bambini nella culla, noi sentiamo la voce del Padre, ma non la riconosciamo. Occorre che nella nostra anima tutto taccia, la voce celeste e la voce terrestre.
Allora noi lo conosceremo….
Finché la ragione ci illumina il pensiero come il sole meridiano, non potremmo veder Dio… Ma quando la ragione declina, l’estasi, come rugiada notturna, discende nel nostro spirito. Gli spiriti inferiori non possono provare l’èstasi, essa è privilegio soltanto dei saggi, che vibrano e fremono come la sonante lira sotto la carezza divina.
Donde viene questa luce che rischiara la nostra anima?
Non so: essa giunge improvvisamente, quando uno meno se l’aspetta.
Io dico: silenzio!
Ascoltatelo in silenzio!
Eccolo!
Che tutto taccia!
Il mare, la terra, il cielo.
Ascoltatelo!
Egli riempie di se tutto l’universo, penetra gli atomi, col suo respiro, illumina la materia – il caos, orrore degli dei – come il sole, al tramonto indora le nuvole scure…
Sì, sì, guarda: ella vorrebbe dire il motivo della sua tristezza, ma non può.
E’ muta.
Ella dorme e tenta d’invocare Dio nel sonno, ma la pesante materia glielo vieta, e a stento riesce a contemplarlo in una confusa sonnolenza. Tutto, le stelle, il mare, la terra, gli animali, le piante, gli uomini, non sono altro che sogni della natura, che pensa a Dio.
Ciò che essa contempla, nasce e muore.
Ella crea per semplice contemplazione, come in sogno.
E tutto, così, le è facile; per essa non vi sono difficoltà né ostacoli, ecco perché le sue creature sono tanto belle, tanto libere, tanto inutili e divine.
Il corso dei sogni della natura è simile a quello delle nuvole.
Non ha né principio né fine.
Al di fuori della contemplazione non esiste nulla.
Più è profonda, e maggiormente silenziosa.
La libertà, la lotta, l’azione non sono che contemplazioni divine, indebolite, incomplete o non ancora perfette.
Nella sua grande stasi, la natura crea forme; e le lascia sfuggire dal suo seno materno, una dopo l’altra, come il geometra che non ha altra fede se non nelle sue figure.

(D. Merezkovskij, Giuliano l’Apostata)

Una cena frugale, l’ho consumata seduto a terra su una stuoia.
Un piatto di polenta, una manciata di lenticchie, acqua cruda di pozzo. Una stanchezza mi ha colto, un sonno affannoso, mentre cominciavo a scrivere. E nel sonno, piuttosto, in quel dormiveglia, semisdraiato, la mano che teneva il foglio una mano me l’ha afferrata.
L’ho riconosciuto subito, il mio Demone. 
Aveva una faccia emaciata, gli occhi spaventati delle sibille.
Che fai?
Che vuoi?
Ha lasciato la presa ed è uscito dalla tenda.
Mi sono alzato, l’ho seguito.
Nella notte: supernum, sempiternum, divinum… l’ho chiamato coi nomi più  potenti.
Ma quello era sparito.
E’ stato allora che ho veduto in cielo una fiaccola ardentissima simile a una stella cadente, che ha solcato da un angolo all’altro la volta. La stella di Ares, minacciosa che non tocca mai terra. Accanto alla tenda lo stendardo con la scritta ‘Soli Invicto’  pendeva sfilacciato inerte, arso dal calore delle sabbie.

(L. Desiato, Giuliano l’Apostata) 




… Tale era la situazione morale e religiosa allorché l’Evangelo fece il suo ingresso nel mondo. Si è detto, con intenzione ironica, che esso abbia cominciato col creare i mali di cui annunziava la guarigione. Ma l’ironia, giustificata in alcuni casi isolati, ricade, nella sostanza, sopra il motteggiatore. E’ vero, l’Evangelo ha condotto a maturità le malattie che esso poi ha ‘guarite’ (su tal punto certo c’è molto da dire…). Si noti bene: le ‘malattie’ c’erano già e la missione cristiana le ha intensificate soltanto per guarirle più presto….
… Era opinione popolare tra i più antichi Cristiani, come pure tra gli Ebrei degli ultimi tempi, senza contare la immensa moltitudine di Dèmoni che conducevano nella natura e nella storia il loro gioco audace, ogni individuo umano avesse al fianco un buon angelo che vegliava su di esso, e uno Spirito cattivo che gli tendeva continui agguati. L’uomo che si lascia guidare da quest’ultimo, è, in realtà, già un ‘indemoniato’, ossia, il peccato stesso è una specie di ‘ossessione’. C’è qui sotto, non si può negare, una giusta osservazione della schiavitù morale in cui cade l’uomo che si abbandona ai propri istinti: ma la spiegazione è, senza dubbio, ingenua e primitiva.
In tutte queste idee sui Dèmoni, che dominarono il mondo cristiano del II e nel III secolo, è facile ravvisare dei caratteri che imprimono in esse il marchio di una manifestazione reazionaria, una vera e propria minaccia per la cultura. Non si dimentichi però che sotto la scorza di quelle credenze si nascondeva un progresso morale e quindi anche spirituale: questo progresso consisteva nell’attenzione al problema del male, nel riconoscimento della potenza del peccato e del suo dominio nel mondo. Ciò spiega come uno spirito così altamente colto quale era Tertulliano, potesse accettare senza riserve la credenza nel Dèmoni. 
E’ interessante di vedere come nella esauriente esposizione che egli ce ne ha data (nell’Apologetico) si siano fusi gli elementi greco-romani e i giudei-cristiani. Io la riporto per intero. Essa entra nell’ordine del discorso inteso a dimostrare che dietro gl’idoli inerti di legno e di pietra si nascondono i Dèmoni (‘la difesa di Porfirio s’inserisce nella interpretazione - fisica -, naturalistica del culto. Le immagini e gli altri simboli venerati nei templi sono scritture figurate: il cristallo, il marmo di Paro, l’avorio, guidano il pensiero del credente alla luminosità del divino, l’oro lo conduce a considerare la purezza del fuoco, perché il metallo non soggetto a contaminazione, la pietra nera significa l’invisibilità della natura divina, la raffigurazione umana degli Dei, nella loro bellezza e negli aspetti più differenti, è simbologia della razionalità del divino, della inviolabilità delle sue belle forme, della sua diversità… E non c’è niente da meravigliarsi se i più ignoranti considerano le statue soltanto pezzi di - legno e pietre -: allo stesso modo, coloro i quali non sanno leggere, vedono nelle stele solo pietre, nelle tavolozze pezzi di legno, nei libri un papiro intrecciato…’ Porfirio, Vangelo di un pagano), i quali non potendo  resistere ai Cristiani, sono costretti a svelarsi, dando a conoscere ciò che essi sono (non dimentichiamo che ugual idoli presenteranno il conto, o meglio, il torna-conto della ricchezza della futura Chiesa, la quale trarrà ugual spunto ‘devozionale’ nei confronti dei sui fedeli, protratto fino ai nostri giorni, e di cui il Medioevo è la massima punta esponenziale di detto fenomeno, che, come dicevamo all’inizio, aveva contribuito a combattere per poi istillare medesima piaga o ‘favola’ nella coscienza ‘evoluta’ ed ‘involuta’ dei suoi...... 

(Prosegue....)


















domenica 19 ottobre 2014

GENTE DI PASSAGGIO (mentre 'rimavo la vita' con il mio amico Lugo da...) (104)












































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Gente di passaggio (103)











  
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Gente di passaggio (mentre 'rimavo la vita' con il mio amico...) (105) &












Il Caos Primordiale: ovvero Triperuno (76)
















L’ex prete romano Lorenzo Davidico, che nella sua carriera di scrittore di cose devote, predicatore, e soprattutto di intrigante frequentatore di ambienti cardinalizi, si trovò a svolgere molte parti in commedia: prima di tutto, quella di confessore abilitato a raccogliere e riconciliare eretici pentiti; e, in conseguenza di ciò, quella di padrone di una rete di informazioni segrete, disposto a metterle in mano all’Inquisizione; infine, quella di inquisito egli stesso, costretto a ‘giostrare con la inquisizione’ per difendere la propria vita e con essa la sua (dubbia) reputazione accumulato a forza di denuncie e ricatti. Inquisito e spia dell’Inquisizione, confessore di eretici ed eretico, maestro di devozione implicato in strategie poliziesche dei poteri romani: la condizione di Lorenzo Davidico, seppur singolarissima, è indicativa degli aspetti (per altro immutati..) torbidi e intricati che la realtà di quei tempi di lotta senza quartiere poteva assumere.
Ma il suo caso non dovette essere isolato. 




Il rapido corso delle cose, nel giro di un decennio, poteva trasformare i simpatizzanti delle nuove idee in testimoni d’accusa e perfino in delatori: moralità, solidarietà ma anche sacramenti e istituzioni non venivano risparmiati. La confessione sacramentale veniva vista come uno strumento fra gli altri per mettere alle strette eretici. Il clima che emerge dai documenti inquisitoriali di quegli anni è di incertezza, paura. La stagione liturgica del ‘perdono’ si rovescia nel suo contrario, con uno scatenamento di denunzie e di processi. Un popolo cristiano che discute e si interroga sul significato e sul valore della confessione è costretto a piegarsi a pratiche complesse e preoccupanti, da cui dipende non più solo la liberazione della propria coscienza ma la sicurezza della vita e della libertà personale.
Un esempio storico dei fatti sopra detti.
I teatini furono l’orecchio prediletto dell’inquisizione romana anche a Venezia, dove però la loro funzione di spie,  prediletti nonché ‘giovani aguzzini’ in mano all’inquisizione, fu regolarizzata da una specifica investitura da parte dell’inquisitore fra Felice Peretti (il quale tra l’altro prometteva loro ‘beni confiscati’ da parte dell’inquisizione ai poveri eretici…).  




Un esempio storico: il 25 settembre del 1558, il ‘muschiario’ Giovan Giacomo Millani oppose la sua firma a una lunga abiura (tra l’altro firma retrodatata…) rilasciata nelle mani del suo confessore, il teatino don Giovan Davide Paolo, in quanto ‘sodelegato dal reverendo monsignor inquisitore di Venetia… a potere ricevere l’abiuratione in scritto di quelli che vengono a penitenza havendo hauto opinione heretici per il passato’. Qualcuno doveva avergli spiegato che quella era la via per mettersi al sicuro da ogni persecuzione futura. I suoi errori ereticali erano lontani nel tempo: risalivano a circa quattordici anni prima, e poi si ripeterono alcuni anni dopo, e consistevano nella lettura, oltre che di ‘libri lutherani’, anche di rime di taluni trovatori provenzali, che nel Tempo in cui scriviamo, sono ed erano vietate dalla inquisizione. Vi erano presenti anche le prediche di Bernardino Ochino, il ‘Pasquino in estasi’, il ‘Beneficio di Cristo’, ed alcune opere di Pietro Autier, ‘Frammenti in Rima, e ‘Lo Straniero’; insomma la biblioteca della riforma italiana accompagnata dall’eresia, braccata nel regno italico dalla censura dell’indice. 




Il Giovan Giacomo si era molto ‘dilettato’ di quelle letture e ricordava in particolare di aver accolto con piena convinzione l’idea che la confessione fosse un’invenzione dei preti e dei frati e di averne ragionato ‘con molti gioveni’. Storie lontane e cancellate: anzi, più volte cancellate. Giovan Giacomo era già stato assolto in via ordinaria confessandosi (e pagando tributi…) e comunicando ogni anno a Pasqua: per soprammercato era stato ‘asolto dalla heresia al tempo de’ perdoni et brusato i libri’. Ma nel clima di ‘caccia all’eretico’ di que(sti)gli anni l’inquietudine si era ridestata e ora Giovan Giacomo desiderava cancellare definitivamente (anche per assicurare la sua anima ‘terrena’ al Paradiso celeste delle eterne indulgenze) ‘per più sicureza della conscientia et salute mia’.
Le coscienze erano inquiete e insicure anche perché non era chiaro quale fosse il tribunale abilitato a cancellare la colpa dell’eresia. L’insicurezza era stata governata dalle autorità ecclesiastiche in direzione di un confessore speciale e che aveva il compito di scrivere per esteso il contenuto della confessione (a mo’ di testamento…) in materia di colpe d’eresia. 




Un altro caso storico… 

A Siena l’orefice Angelo di Lorenzo, detto ‘il Riccio’, denunziò nel 1569 un lavorante della sua bottega, un certo Vivaldo, fiammingo di origine: non lo fece in confessione ma prima di confessarsi. La denunzia fu presentata il 10 febbraio: tempo di quaresima e di confessioni. La sottoscrissero insieme il Riccio e un suo lavorante, Michele Greco. All’inquisitore raccontarono che erano andati a confessarsi e avevano detto al confessore di conoscere ‘uno che poco teme Idio et mancho osserva le cose della Chiesa’; il confessore non li aveva voluti assolvere ‘se non vengano a rivelarlo al Santissimo Officio’. Una storia lineare, a stare a questo racconto: una perfetta messa in esecuzione del disegno concepito da quel ‘santissimo Officio’. Ma le cose erano andate diversamente, come poi il Riccio raccontò al tribunale quando fu chiamato a confermare la Denunzia.