giuliano

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IL TOMO

domenica 27 gennaio 2019

ALLA NATURA GIUSTA RIMA (57bis)




















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Il trionfo della morte (......)
















Jack non più imperatore per altrui difettevole intelletto accompagnato da ugual piacevole antico diletto; così Jack di nuovo ho incontrato alla cima ove ogni antico Sentiero da pellegrino-trovator-ricercato-braccato… incamminato… Ed ogni Albero preservarne e raccontarne l’antica memoria persa linfa vilipesa offesa squartata dal degrado cui il vil Progresso incamminato - o peggio - degradato al vapore sulfureo di nobile merda in mostra di se stessa.

Odo le voci o meglio neppur quelle rumori ed amplessi di ferraglie antiche accompagnare ciò che fu’ e mai più sarà scalciare alle porte d’un Sentiero perduto nel traguardo ove l’idiota lucidato elmo e casco ciarla con il cavallo fedele compagno in due ruote alla zoccola assiso guardare e desiderarne il meccanico amplesso taciuto… Mentre la Natura nomina la Rima compone Poesia opera siffatta Pazzia nel perseguitato (ri)Quadro ove si compone la meccanica mosca d’una Parabola taciuta. Avversare tutto ciò che non sia nobile mer… Ed a Lei rinnovo antico amore (ri)trovato ed anche celebrato. Meglio la pazzia che cotal scempio avvistato. Meglio la radice saziare e sfamare la fame giacché lo sterco promette pugna e vendetta in nome della falsa ricchezza…

A loro dedico urli non meno di nobile Rime così rinvigorite antiche di chi ha profanato cotal castello come un Tempo smembrato al pari di Jack e il comandato oltraggio affinché il Pensiero possa liberamente circolare dal corpo precluso offuscato intelletto squartato e di rimando al cuore pulsare amore non ancor divorato da Jack così annunciato nell’indomato materiale appetito cui affidare Parabole non meno di numerate Gesta antiche dell’eterna conquista….





LA DAMA RECLAMA AMORE. La donna così difesa rafforza l’ardore… La Natura recita la Rima quando Jack imperator sorge dalla melma della propria eterna Pugna…

I. Nel mio fino cuore regna un sì fino amore, ch’io canterò, sebbene si diffonda il gelo invernale, poiché fiori, canto d’uccelli o foglia o verdura non mi debbono piacere, salvo soltanto le gioie d’amore. M’inspirerò dunque ad amore, che mi tien gaio, per i miei canti ed ho buoni motivi d’inspirarmi a lui. E chi si voglia faccia canzone o danza sopra i canti degli uccelli, che io non ho volontà di far versi se non del piacere d’amore, che senza amore non vi fu mai felicità.

II. E se la gioia è bandita dai maggiori e dai ricchi e se non esistono né lealtà né dirittura, e invece regnano avarizia e falsità per opera di orgoglio insieme con  ‘dismisura’, non pertanto mi lascerò dal cantare, poiché non bisogna accrescere il danno, che è grande. Se essi fanno male, ne sopportino le conseguenze sgradevoli, che io non sono colpevole e non voglio avervi parte; per contro voglio cantare d’amore e procurarmi gioia, del che mi lodo e ho, per di più, ancora fiducia.

III. Mi meraviglio di tutti i reclamatori che vanno protestando contro amore e se ne lamentano. Fra tutti i sinceri amanti mai non vi fu alcuno che meglio amasse senza falsità di quanto io stesso ho amato e amo e amerò. Orbene: se amore fosse tormento all’amante, io avrei dovuto aver sentore poco o molto di codesto tormento, tanto lungamente amore mi ha tenuto in suo potere; ma egli non mi ha dato mai dolore e, per contro, mi ha sempre fatto vivere in allegrezza.





OGNI SELVA RINNOVA AMOR TACIUTO E PERSEGUITATO DALL'ALTRUI VIL PASSO. Selva rinnova amor taciuto dalla Terra alla Radice e questa di rimando alla Foglia del Ramo proteso nella sintesi d’un più nobile Pensiero perseguitato, non dite a Jack di qual Amore si narra in codesta Rima. Jack l’Imperatore del Progresso un antica Pugna rinnovata e avvistarne le membra fra merli impauriti e mute rocce a difesa nella tutela di più nobile Poesia assisa nel proprio antico Regno… è un dovere antico. Ed ispirare volgare accenno da quanto da sempre annunziato nella lotta fra il bene ed il male così rimato che avanza…: nel ricorrente rinato andirivieni ugual cantato: salir e calar e di nuovo con tal agitato fiato calar e salir coprirsi l’elmo ed ancor d’un fiato dall’alto al basso e di rimando… L’inutile indistinguibile Pugna mima dilettevole arte antica in difetto del sano puro intelletto proteso in platonico gesto… a difesa dell’amata Natura così offesa…  

I. Non so se debbo cantare, tuttavia ne ho voglia, sebbene a voler essere giusti, non dovrei averne desiderio, perché conviene, per cantare, aver gioia, mentr’io non l’ho. Nondimeno non voglio tenermi dal cantare, che ben facilmente potrei guarire dal male d’amore (che temo molto che mi faccia soffrire) pel fatto che il canto adduce spesso un gran bene. Io non oso sperarlo, questo bene, tanto ne sono desideroso, ma tuttavia voglio cantare, perché ne ho comunque questo conforto: che se il cantare mi piace, esso non mi fa del male, quand’anche non riesce a farmi del bene.

II. Io mi pensava avere sufficiente saggezza e forza d’animo per poter guarire dagli assalti d’amore, ma in verità mi sono trovato ingannato, perché amore mi ha vinto e mi tiene in suo dominio. Ma io affermo che la colpa non è mia, anzi è tutta quanta dei miei falsi compagni, perché ho avversari [mentre dovrebbero essermi appunto compagni] gli occhi e il cuore. E chi, stando di fuori, si trova ad avere un avversario entro la propria casa, non può avere una lite più straordinaria.

III. Io era come una spessa selva, prima che i miei occhi mi avessero falsamente tradito per lei, che mi conquistò ridendo. Mi pareva di non dover paventare l’assalto d’amore, che la selva non avrebbe da temere l’ascia, qualora questa non fosse aiutata (nella sua opera di demolizione] dal maniaco di legno Jack. Ed io, o Amore, non vi avrei temuto, se i miei occhi non mi fossero stati avversi; ma essi, gli sleali, mi hanno tradito, come il legno dell’ascia tradisce la selva.

IV. Che voi entraste Amore, per i miei occhi, entro il mio cuore, e il cuore ebbe torto di albergarvi senza mio consenso. Ma dal momento che gli occhi, quieti, vi hanno compiaciuto, rallegrateli, per vostra cortesia, come si conviene a buona signoria. Non vi prego per me, so! che rendiate gioiosi questi traditori che mi hanno messo il desiderio in corpo. E, in verità, merito una ricompensa da Dio, per la ragione che intercedo per coloro che mi fanno un male da morirne.

V. Sebbene, o Amore, io sia tra i vostri sudditi un poco per forza, tuttavia oso chiedervi la mercé di non essere verso di me privo di pietà, che così come voi siete forte nel conquistare, io sarò forte, sia saggezza o follia, nel servirvi, e non darò ascolto al mio senno, che mi rimprovera; e non credo che nessuno sia mai stato più timoroso al vostro riguardo; ma ben sapete che siccome il servirvi procura agli uni dolore, così anche gli altri temono di averne a soffrire.

VI. Però, o Amore, dal momento che mi avete fatto innamorare della pili bella di tutto il mondo, di ciò sono soddisfatto, e la maggior gioia l’attendo da voi, o donna, perché non volete ancora rendermi con tento... — O falso, io ti rendo contento, perché non ti vedo mai senza sorriderti. — È vero, ma io temo che ci sia sotto un inganno. — Non temere, che questo dev’esserti di grande conforto... — Questo? che cosa? — Che il riso prende origine da cuore innamorato. — Certo, se viene però da donna leale, — O folle, tale sono io e non faccio sembiante menzognero.

VII. Buona donna, la vostra gentile risposta mi fa tanto piacere e mi ha reso tanto contento, che ho dimenticato il mio tormento e il mio male; ma non fatemi troppo aspettare la ricompensa, se Dio vi salvi.





IL DISPREZZARE IL LAVORO D’ALTRI: rami intelletti sparsi e coperti di nobile neve solo per rimembrare l’antico ardore di aver ispirato l’amore a cui ogni cantore alla propria diletta rimembra la Natura persa da tanta troppa villania… Non un urlo né la vista solo il disprezzo di chi profana tal Bellezza…. E anche avessi offeso o vilipeso codardi apostrofati e nominati per nome o cani sparsi mi duole giacché offendete il mio amore… Giacché profanate lo Spirito per sempre ammirato difettevoli di vista e Anima che meglio aggrada e nobilita degna Parola. Ad ogni vostra ed altrui merdata preferisco la radice di cotal Dottrina perseguitata…    

I. Saprei fare anch’io, se volessi, versi oscuri abili e ingegnosi; ma non conviene affilare il proprio canto con tanta fina maestria che non appaia chiaro come la luce del giorno; che il poetare ha poco valore se la chiarezza non gli dà splendore, poiché il poetare oscuro è tuttavolta considerato come morto, mentre rivive grazie alla chiarezza. Ond’io canto sempre chiaramente.

II. Altrettanto bene canto d’inverno quanto d’aprile, sol che ve ne sia il motivo, e apprezzo di più, chiunque sia che si attenga ad altra opinione, chiari detti ben lavorati che parole oscure strettamente legate; e non mi pare che abbia tanto onore, sebbene creda averlo maggiore, colui che lega e serra fra loro le parole del suo canto, quanto ne ha colui che lo rende gradevole con la chiarezza. Onde, quando canto, procuro di cantare in modo chiaro.

III. E chi per questo mi disprezzasse o me ne rimproverasse, so bene che su ciò non si troverebbe d’accordo con quattro uomini sopra mille; e dato che un sì gran numero d’uomini fosse del mio parere, se egli ne ricavasse disonore, dovrebbe incolpare la propria leggerezza; e questa è una ben grande follia: che alcuno, che non sa trarre acqua da un chiaro ruscello (che, cioè, non sa far nulla di bene), fa motti oscuri, come se avesse un intelletto superiore.

IV. Un’altra stoltezza, degna d’una femmina, e che nasce da invidia insieme con fellonia, fanno coloro che si danno villanamente a biasimare 1’opera altrui. Ma perché mai appunto colui, che non saprebbe farlo, disprezza il lavoro d'altri? Questa reputo una grave colpa e tale da non essere certo di mio gradimento, perché inspirata soltanto da animo malvagio; ond’io consiglio ciascuno di guardarsene.

V. Ma io amo una donna signorile, gaia e di bella affabilità, i cui atti sono chiari e gentili e nutriti di un fino pregio, che li inspira. Essa è tanto cortese che sempre quando mi vede mi soccorre, per amore, con un suo piacente sorriso. E il bacio, che essa mi accordò, mercé sua, mi ha già messo sulla via per conquistare la grande onorata gioia (di essere da lei amato).

VI. Di mia libera volontà e con umile cuore sono tutto sotto il suo dominio e non ho intenzione di distogliermene, campassi mill’anni ; che tanto verso lei m’inchino con umile dolcezza che mi terrei ricompensato del mio dolore, se anche non ottenessi nulla di meglio; ma la mia dama, che è saggia, con le sue belle virtù, mi esalti, dal momento che io tanto mi umilio.

VII. Donna Natura, canto di voi e d’amore, per la qual cosa i più mi considerano folle; ma non mi considererebbe tale chi sapesse donde viene la ispirazione al mio cantare, lo però desidero di più che mi si consideri folle (e non si conosca l’oggetto del mio canto).

VIII. Piacente donna, io evito ogni altra gioia e da voi mi vengono le gioie, delle quali vivo.











venerdì 25 gennaio 2019

L' ALTRO WARREN (55)



















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L'altro Oswald (53/4)

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L'altro Warren (56)













.... Meglio non ricordare a tutti che i prestigiosi poliziotti di
Scotland Yard non erano mai riusciti a catturare il colpevole,
inutile soffermarsi su un brutto periodo della storia inglese,
allorché la polizia metropolitana era afflitta da uno dei suoi
peggiori commissari capo.




Sua maestà la regina non doveva essere del tutto in sé quan-
do aveva deciso di richiamare dall'Africa un generale troppo
tirannico e di assegnargli il comando delle forze di polizia di
una città che già odiava gli sbirri e i 'mosconi', come allora
venivano chiamati con disprezzo i poliziotti.




Cherles Warren era un uomo aspro e arrogante che amava
indossare uniformi rutilanti.
Quando iniziarono i delitti dello Squartatore nel 1888, War-
ren era a capo della polizia da due anni e la sua risposta a
ogni evenienza erano il sotterfugio politico e la forza, come
aveva mostrato l'anno prima, nella 'domenica di sangue' del
13 novembre, quando aveva proibito una pacifica manifesta-
zione socialista a Trafalgar Square.




L'ordine di Warren era illegittimo e perciò fu ignorato da ri-
formatori socialisti come Annie Besant e il deputato Charles
Bradlaugh, e la dimostrazione pacifica procedette come an-
nunciato.
Per ordine di Warren, la polizia assalì il corteo, che era di-
sarmato e non si aspettava l'attacco. La polizia a cavallo ca-
ricò, 'facendo rotolare sulla strada uomini e donne come bi-
rilli' scrisse Annie Besant.




Poi giunsero i soldati - che erano pronti a fare fuoco e che
brandivano gli sfollagente - e donne e uomini, lavoratori pa-
cifici e rispettosi della legge, rimasero sulla strada con le os-
sa rotte.
Due morirono, molti erano feriti, moltissimi vennero impri-
gionati senza processo. Fu allora che venne fondata la Lega
per la legge e la libertà, che aveva lo scopo di difendere le
vittime della brutalità poliziesca.




Né gli abusi di potere di Warren erano finiti, perché quando
venne annunciato il funerale di uno dei manifestanti, egli pro-
ibì al carro funebre di passare lungo le vie principali a ovest
del ponte di Waterloo...

(Prosegue...)

















giovedì 24 gennaio 2019

L' ALTRO OSWALD (53)



















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Viaggio nella mente di Jack (il matematico) (51/2)

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L'altro Oswald (54)













Walter rappresentava la terza generazione di artisti.
Il nonno Johann Jurgen Sickert era un pittore così dotato da
guadagnarsi la protezione del re Cristiano VIII di Danimarca.
Il padre di Walter, Oswald, era un ottimo pittore e disegnato-
re che però non riuscì mai a farsi un nome né a guadagnarsi
da vivere.




Una vecchia fotografia lo ritrae con una barba lunga e disordi-
nata e gli occhi gelidi che brillano di collera.
Come per gran parte della famiglia Sickert, i particolari che lo
riguardano sono svaniti col tempo, come le immagini di un da-
gherrotipo sviluppato male.
Da una ricerca di documenti è emersa una piccola raccolta di
scritti e disegni che fa parte delle carte del figlio conservate
presso la biblioteca di Islington.




E' stato necessario tradurre l'alto tedesco di Oswald, scritto
a mano, prima in basso tedesco e poi in inglese, procedimen-
to che ha richiesto sei mesi e che ha fruttato solo una sessan-
tina di brani, perché gran parte dei suoi scritti erano assulata-
mente indecifrabili.
Per quel che si sa, Oswald era sempre in procinto di partire,
al punto che ci si domanda quando trovasse il tempo per lavo-
rare.




Le sue escursioni occupavano talvolta la maggior parte della
giornata, e a volte viaggiava in treno fino a tarda notte.
Un esame delle sue attività nel corso di una settimana scelta
a caso ci mostra un uomo che non riusciva a stare fermo e
che faceva sempre quello che voleva; le pagine del diario so-
no incomplete e non hanno data, ma dalle sue parole emerge
il ritratto di un uomo tutto preso in se stesso, capriccioso ed
irrequieto.




Il Giovedì di una data settimana, Oswald Sickert viaggiò in
treno da Echkenforde a Schleswig e poi a Echen e Flenburg
nel Nord della Germania.
L'indomani andò a 'dare un'occhiata' alla nuova strada 'lungo
la ferrovia' e camminò 'lungo il porto fino alla Nordertor' e
attraverso un campo fino 'alla gora e di lì a casa'.
Consumò la colazione e trascorse il pomeriggio alla 'birreria
all'aperto di Notke'.




Di lì andò a vedere una fattoria e poi tornò a casa.
Venerdì: 'Andato da solo' a visitare Allenslob, Nobbe, Jantz,
Stropatil e Moller.
Incontrò un gruppo di persone e cenò con quelle e alle 22...
tornò a casa.
Sabato: 'Andato a passeggio da solo, in città'.




Quella domenica era stato fuori casa per tutto il giorno, poi
aveva cenato e in seguito avevano suonato e cantato in casa
fino alle 22.
Il Lunedì era andato a piedi fino a Gottorf, poi era 'tornato at-
traverso i campi/le fattorie e la torbiera...'.
Il Martedì si recò a cavallo da Mugner, pescò fino alle 15 e.....
prese 'trenta carpe'. Incontrò alcuni amici presso una mescita
di liquori.
'Mangiato e bevuto' con loro, 'tornato alle 23'.




Dagli scritti di Oswald risulta chiaro quanto odiasse le autori-
tà, in particolare i poliziotti, e le sue parole irridenti e rabbiose
fanno stranamente pensare a quelle con cui Jack lo Sqartatore
sfidava la polizia:
- Prendetemi se potete...
scrisse varie volte lo Squartatore.




- Urrah! La guardia è addormentata!
scrisse il padre di Walter Sickert.
'Quando lo vedete così stentereste a credere che è una guardia.
Devo dargli una scrollatina per amore dell'umanità e avvertirlo
che la campana è suonata.... oh, no, lasciamoli dormire un così
bel sonno.
Può darsi che sogni di arrestarmi, non togliamogli questa illusio-
ne'......

(Prosegue.....)















lunedì 21 gennaio 2019

VIAGGIO NELLA MENTE DI JACK (il matematico) (51)




















Precedenti capitoli:

Viaggio verso Giove  &  verso la Luna  (49/50)

Prosegue in:

Jack un mio amico... (52)















Non so quanti ne ho squartati - mi dice Jack il mio amico -, l’altro Pittore, Rembrandt lo abbiamo lasciato al patibolo con la serva ‘giustiziata’ anche lei per ‘degna’ mano… forse meno esperta nello scempio ritratto… forse solo un colloquio mai nato nel Dialogo rappresentato…

…Diviso e conteso fra Istinto Ragione e Diritto e la legge compiere medesimo misfatto…

Jack, come dicevo, mi confessa per altrui dire che tanti ne ha ‘letti’ e ‘sezionati’ nei tratti importanti nelle belle pose nei ‘profili’ scomposti e ricomposti in cavernose e nodose camere nutrire e saziare appetiti antichi, un qualcosa affine all’Arte come al sesso a pagamento… ‘Cultura’ nella forma del corpo smembrato in cui reciso un arto squartato un tronco sezionato le viscere per leggere, come un Tempo, gli umori degli Dèi, avvenire e remoto amplesso dai bordelli della Memoria tratti… ma quantunque sottratti alla logica del Tempo all’altare di un Dio così pregato…

…Ed anche squartato…  





 …In cui la prostituta in posa ed in attesa dell’atto da consumarsi in fretta… provando piacere e diletto nel segreto orgasmo nel tocco invisibile del cliente non sapendolo superiore artista dell’arte stessa… ammirata letta interpretata desiderata… ed infine sezionata per dovere e diritto di cronaca così rappresentata e mai nominando con il suo vero nome la ‘povera disgraziata’ in quanto non regna Anima nel corpo così denudato nella posa in attesa dell’amplesso compiere l’atto della Storia di una mente malata da squartare di fretta con il piacere ingordo e segreto di rappresentare il sangue male della Terra…

Jack il miglior ‘curatore’ della Storia così rappresentata ed anche squartata!  

Come la ‘Grande Notizia’ letta sempre uguale a se stessa con medesima tariffa oraria 20 volte al dì e sperare che la malattia quella veneria del cinismo non colga la vista di Jack in trepida fredda… eccitata attesa…





…Come la cultura quella esposta e dipinta con secolar medesimo igienico profilo socio sanitario permesso e concesso sempre uguali: mostri in mostra di se stessi 20 secoli al dì e che il sadismo di Jack non li colga e squarti in Frammentate Rime… di membra sparse… Per poi ucciderli di nuovo nei volti composti d’un Teatro affollato nello scuro adagiato bordello ove l’istinto affiora - e non quello di Jack - il silente pittore della Vita segreta… Adagiata nel letto nell’atto del coito sottratto al dovuto orgasmo dell’economica globale memoria…

…Per questo Jack ama solo le eleganti e ricche prostitute societarie giacché divise ed unite nel duplice motivo e Jack assolve il compito desiderato nell’orgia del Potere manifesto sul corpo desideroso di cotal represso peccato…

Di essere alla fine squartato!   





Solo nell’identico piacere del dipinto così come dello scritto: ritrarre e scrivere con medesimo superiore Genio di chi seziona codesto strano vivere pur all’ombra dello sguardo consumato del Teatro in cui ogni posa celebrata e ripagata con il dovuto ‘sterco’ moneta antica del Diavolo ritratta in posa di sé medesima al supermercato non più fiera…

…Sterco e concime di questa ed altrui Terra…

Jack non è il Diavolo!

Solo un Artista devoto quasi un ortodosso il suo non uno scempio solo sezionare e ricongiungere membra sparse d’un corpo malato in cui la cura un inutile Tempo sottratto ad un Dio nel dovuto compimento della Genesi della materia.

Jack artefice ed atto se pur Eretico del proprio misfatto!





…Ed appeso in alto arpionato ad un uncino come si suole esporre la testa del porco o il piede in cui inciampati Ragione Credo ed Intelletto… ed il morto Spirito alla macelleria esposto di cui Jack maestro più che degno, boia più che esperto…     
   
Sono rimasto in silenzio ascoltando il suo lamento divenuto peccato, sezionare squartare e farsi beffa dei preposti dell’ultimo allevamento  ed il boia vicino alla forca in inutile paradossale attesa.

Diviso e conteso in cotal Quadro dipinto per poi incontrare il boscaiolo dal fusto alla corteccia assiso lungo la via del ritorno… Jack tuona il rumore sordo dell’accetta lo squartatore all’ombra della selva confermare la grande offesa arrecata quale ultima frontiera superata tagliando fin dalla radice non solo la testa mozzata di questa mostruosa Società così putrefatta e mutilata fin dalla prima pagina tratta  stiva d’una prostituta ingrata nel potere della corteccia non più stampata… e neppure comprata!

Forse solo l’ultima Eresia commessa in bella posa mutilata e beffata.





Jack non ama il Dialogo siede quieto alla sua stanza come un solitario attento matematico, per ogni corpo squartato suggerisce una posa nuova scritta sulla corteccia… Ama beffarsi della Legge lui che di Arte s’intende, quando poi finisce l’Opera con i ritocchi dell’accetta, il fuoco o Diavolo gli è amico o forse ha domato anche quello nell’ultimo primo folle gesto…

…Chi sia il Diavolo o Dio per Jack conta poco siede più in alto di loro, si scalda al fuoco della selva: quando la ammira in bella posa la desidera con il respiro freddo del gelo, ritratta nell’animo più segreto la seziona e divora come fosse preda, dopo il rito antico appagato nel gesto calmo e nello sguardo sicuro accompagnato dell’antico avo  rimuove ogni peccato meditando la Vita da un fuoco così saziato…    





Jack ha squartato scritto e dipinto ed anche calcolato, tante, troppe pagine, come fossero le pieghe o piaghe inutili di uno strano incompreso vivere… Su fogli sgualciti su tele evaporate al vento in contorte squartate Rime… Abdicate ad uno strano moderno alveare di cortocircuiti in difetto del costruttore: Jack nell’ultima follia ha sezionato e macellato anche quello come fosse un agnello forse proprio questo il merito segreto del taciuto maestro…  

Ed ogni Lettera postata suona come un’offesa, con la povera prostituta sgozzata e mutilata in attesa della parcella confermare il ruolo cui ogni Società misura il grado della propria incompetente competente repressa Natura…





L’animo ingordo e freddo d’una prostituta!

Così ora sono in Dialogo con Jack (anche lui squartato) un poeta stanco in contrasto con un attento matematico; un pittore assorto nell’Opera contestata in prima pagina: “Jack ha colpito di nuovo fino alle viscere sparse d’una prostituta mentre recitava la scommessa persa o forse mai pagata”… Un mostro cui la Società così squartata e descritta si ammira nella puttana la vittima prediletta e bracca l’artista e la sua arte da bassa macelleria.

Jack mi parla da lontano un uomo di poche parole anche perché accusato ingiustamente lui che ama ed amava dipingere sino al ventre molle e flaccido della gente e squartarli fino nelle viscere qual boscaiolo senza poesia alcuna accompagnare il lugubre lavoro d’un inverno duro da sezionare al fuoco amico mentre fuori s’ode solo il grugnito d’un porco e Jack in attesa… vicino al tronco…





Ora idioti leggete…    


Lo Squartatore fu il più grande giocatore di tutti.

I suoi omicidi, gli indizi da lui forniti, le sfide alla polizia e alla stampa, i suoi capricci: tutto fu per lui un grande divertimento.

La più grande delusione deve essergli giunta dalla constatazione, fin dai primi omicidi, che i suoi avversari erano persone ottuse e prive di grandi capacità nel campo investigativo. Per la maggior parte del tempo, lo Squartatore condusse da solo i suoi giochi. Non aveva avversari di intelligenza pari alla sua e si faceva avanti per pavoneggiarsi fin quasi al punto di rivelarsi.

Lo Squartatore scrisse centinaia di Lettere alla polizia e alla stampa. Una delle sue parole preferite era ‘sciocchi’, parola che era anche una delle preferite di Oswald Sickert. Le lettere dello Squartatore contengono decine di ‘ha ha’, la fastidiosa risata americana di James McNeill Whistler, che Sickert doveva avere udito ora dopo ora quando lavorava per il suo maestro. Dal 1888 a oggi, tutti coloro che si sono interessati al mistero di Jack lo Squartatore e dei suoi delitti non hanno mai capito che quell'infame assassino era, più di ogni altra cosa, un uomo beffardo, arrogante, sprezzante e sarcastico, il quale giudicava tutte le altre persone come ‘idioti’ o ‘sciocchi’.














venerdì 18 gennaio 2019

BIG JOHN 33-33 (47)



















Precedenti capitoli:

Dialoghi di altri Tempi (46)

Prosegue in:

L'importante seguire le regole (48)













L’altro giorno, avendo bisogno di qualcuno più giovane di me che mi facesse sentire ignorante, ho telefonato al numero dell’assistenza informatica. Mi ha risposto un tizio con la voce da ragazzino che, per prendere in carico il mio caso, voleva il numero di serie del mio computer.

‘Dove lo trovo?’,

ho chiesto sulla difensiva.

‘È sul fondo dell’unità di squilibrio funzionale della CPU’,

è stata la risposta, o qualcosa di simile e altrettanto destabilizzante.




…È proprio per questo che non chiamo molto spesso il numero dell’assistenza: nemmeno quattro secondi di conversazione e già avverto una risacca di ignoranza e vergogna che mi trascina nei gelidi abissi della Baia dell’Umiliazione.

So che adesso, da un momento all’altro – come una condanna – mi chiederà quanta RAM ho.

‘È da qualche parte vicino all’aggeggio che sembra un televisore?’,

mi informo impotente.




‘Dipende’. Il suo modello è lo Z-40LX Multimedia Hpii o lo ZX46/2Y Chromium B-BOP?’…

…E via di questo passo.

Alla fine, ho scoperto che il numero di serie del mio computer è inciso su una piastrina di metallo applicata sul fondo dell’unità di sistema, quella scatola con il cassettino per il cd che è uno spasso da aprire e chiudere.

Adesso dite pure che sono uno scemo idealista, ma se dovessi mettere un numero identificativo su ogni computer che vendo, e se poi pretendessi che la gente me lo rigurgitasse ogni volta che deve comunicare con me, non credo che lo piazzerei in un posto che obbliga il cliente, quando ha bisogno di leggerlo, a spostare i mobili e chiedere l’aiuto di un vicino.




Comunque, non è questo il punto.

Il numero del mio modello era qualcosa come CQ1247659-00-03312- DiP/22/4.

Il punto è questo.

Perché?

Perché il mio computer deve avere un numero di una complessità così scioccante?

Con un sistema del genere, se ogni neutrino dell’universo, ogni particella di materia da qui fino alla più remota traccia di gas in allontanamento dal centro del Big Bang, acquistasse in un modo o nell’altro un computer da questa azienda, ci sarebbe ancora una gran quantità di numeri disponibili. Incuriosito, cominciai a esaminare tutti i numeri della mia vita, e quasi senza eccezioni risultarono così esagerati da rasentare l’assurdo.




Il numero della mia Barclaycard, per esempio, ha tredici cifre: sufficienti per quasi due trilioni di potenziali clienti.

Ma chi vogliono prendere in giro?

La mia carta Budget-Rent-a-Car ha ben diciassette cifre. Perfino il videonoleggio sotto casa sembra poter contare su 1,999 miliardi di clienti (il che spiegherebbe come mai L.A. Confidential è sempre fuori in prestito). Di gran lunga la più impressionante è la tessera sanitaria della Blue Cross/Blue Shield – quella che ogni americano deve portarsi dietro se non vuole essere lasciato a terra sul sito di un incidente – la quale non solo mi identifica come il Nr. YGH475907018 00, ma anche come membro del Gruppo 02368.

È dunque lecito supporre che ogni gruppo abbia, al proprio interno, una persona con il mio stesso numero.

Viene quasi la tentazione di organizzare una rimpatriata.




Tutto questo lungo giro per arrivare all’argomento centrale della discussione, e cioè che uno dei miglioramenti fondamentali in America negli ultimi vent’anni è stato l’avvento di numeri telefonici che qualunque idiota può ricordare. Molto tempo fa la gente si accorse che era più facile ricordare i numeri telefonici se – invece che ai numeri sui pulsanti delle tastiere – ci si affidava alle lettere.

Nella mia città, Des Moines, per esempio, se uno voleva l’ora esatta – ‘l’orologio parlante’ secondo l’affascinante espressione usata in Gran Bretagna – il numero ufficiale era 244-5646, che ovviamente nessuno riusciva a ricordare. Ma se si componeva BIG JOHN, si otteneva lo stesso numero, e tutti riuscivano a ricordarselo (tranne, e questo è curioso, mia madre, la quale faceva sempre un po’ di confusione con i nomi, e così in genere finiva per chiedere l’ora agli estranei che aveva appena buttato giù dal letto – ma questa è un’altra storia).




Poi, a un certo punto negli ultimi vent’anni, le grandi aziende scoprirono che potevano semplificare la vita di tutti, e al tempo stesso allargare il proprio giro d’affari, basando i propri numeri su combinazioni di lettere facili da ricordare. E così adesso ogni volta che uno chiama un’impresa commerciale compone stringhe come 1-800-FLY TWA oppure 244-GET PIZZA, o cose simili.

Non sono molti i cambiamenti che negli ultimi vent’anni hanno reso la vita incommensurabilmente migliore per i tipi semplici come me, ma questo è senza dubbio uno.

E adesso ecco la mia grande idea.

Credo che dovremmo tutti avere un unico numero per tutto. Il mio, ovviamente, sarebbe 1-800-BILL. Questo numero servirebbe proprio per tutto – farebbe suonare il mio telefono, comparirebbe sui miei assegni, farebbe bella mostra di sé sul mio passaporto, e potrei usarlo per noleggiare un video. Naturalmente, ci sarebbe da riscrivere un sacco di software, ma sono certo che si possa fare. Ho intenzione di discuterne con il produttore del mio computer, non appena mi riesce di leggere quel numero di serie là sotto.

(B. Bryson, Notizie da un grande paese)