giuliano

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IL TOMO

venerdì 28 dicembre 2018

GLI ANELLI DELL'ALBERO (35)





















































Precedenti capitoli:

Esorcizzare il male  &  il male esorcizzato (33/4)

Prosegue in:













Ad un fanciullo della vaga Terra recentemente perita (36) &















Il Potere delle Parole (37)













Per un po’ giocai da solo nel cortile….

Parlavo coi paletti della staccionata, facevo cantare le erbacce, e in mezzo ci trovai tutti i barattoli vuoti di tabacco da fiuto che la famiglia London aveva buttato via nel corso degli ultimi dieci o quindici anni. Trovai anche un’asse piatta, ci caricai sopra tutti i barattoli e mi misi a camminare a quattro zampe; facendo finta che fosse un carro la spingevo in mezzo all’erba, dove tracciava un sentiero al suo passaggio. Arrivai a un punto dove il mio carro si insabbiava e i cavalli dovevano tirare più forte. Allora mi misi a sacramentare:

‘Iahhhhoooo, Judie! Forza Rhodie! Accidenti agli animali testardi! Piano adesso, piano! Così! E adesso tirate insieme! Issa! Judie! Rhodie!’.

Mi sentivo il migliore carrettiere del mondo, con la coppia di cavalli migliore del mondo, e il carro migliore del mondo. Poi feci finta di consegnare il carico, riscuotere i soldi, portare i cavalli e i muli al pascolo, e andare a trovare la mia gente. Mi lasciai scivolare sui massi pericolanti che stavano dietro casa mia, calpestai il mucchio della cenere sollevando un polverone bianco, e quando arrivai in cima alla collina vidi il bambino della porta accanto che se ne stava appollaiato sul suo mucchio di letame a osservare le mosche che ingrassavano su uno spicchio di pesca. Quando mi vide si lanciò in una corsa folle giù per il montarozzo, saltò su un cavalletto per segare la legna e disse:

‘Questo è il mio cavallo di battaglia!’.

Io mi arrampicai su una carriola rotta e gli urlai di rimando:

‘Questo è il mio carro armato da guerra!’.

Allora lui si fiondò giù dal cavalletto e corse di nuovo in cima al montarozzo di letame dicendo:

‘E questa è la mia nave da guerra!’.

‘I carri armati possono falciare intere navi da guerra’,

gli feci io.

‘I carri armati hanno mitragliatrici ultraveloci. Le navi da guerra invece funzionano solo nell’acqua. Io posso dare la caccia ai tedeschi anche sulla terraferma!’.

‘Ma al massimo ne potrai colpire un centinaio, di tedeschi. Il tuo carro armato da quattro soldi non ha tante pallottole come la mia nave da guerra’.

‘Facciamo che io mi nascondevo nel mio carro armato dietro una roccia, e quando uscivi dalla tua nave io ti uccidevo e tu eri morto!’.

Il bambino scese dal precipizio dal montarozzo, sgattaiolò dietro il fienile e dopo un po’ vidi la sua testa che sbucava dal piano di sopra, dove si caricava il fieno:

‘Questo è il mio forte militare’,

strillava.

‘E qui sotto c’è la nave con tutti i cannoni! Il tuo vecchio carro armato mi fa un baffo, adesso! Ah! Ah!’.

‘Ah! Ah! A te! Il tuo forte schifoso non vale una cicca’,

emersi da dentro la carriola arrampicandomi sul primo ramo d’un grosso albero di noce.

‘Adesso ho un aeroplano, e non immagini neppure che cosa ti posso fare!’.

‘Non puoi farmi un bel niente! Il tuo aeroplano non è neanche alto come il mio forte!’.

‘Posso andare più in alto!’.

‘Sono sempre più in alto io nel mio forte che tu sul tuo aeroplano! Le bombe non riesci a buttarmele!’.

Guardai in su e vidi che ero arrivato in cima all’albero. I rami ondeggiavano intorno a me, e la terra sotto mi sembrava un oceano in burrasca. Ma dovevo andare più in alto.

‘Io salgo quanto mi pare! E poi sgancio una bomba grossissima sopra il tuo stupido forte che ti farà tutto a pezzi, e ti staccherà la testa, le gambe, e sarai morto!’.

I pochi rami in cima all’albero erano grossi quanto un manico di scopa, e il vento lassù mi sbatacchiava come se fossi stato l’ultima noce della stagione.

La mamma uscì sbattendo la porta di servizio, e io stetti buono buono in modo che non vedesse che ero sull’albero. Anche la mamma dell’altro bambino uscì, con in mano un bidone di lattine e cartacce, e mamma le chiese:

‘Senta, sa mica che fine hanno fatto i nostri piccoli vagabondi?’.

Cosa hanno fatto i nostri piccoli vagabondi?






Cosa ne è di loro?

Cosa dei Profeti di questo ed ogni trascorso Secolo?

Cosa dei pazzi rimasti a guardia del proprio ed altrui Albero!?

Del proprio ed altrui Ramo!

Ove alta si scorge una foglia secca in Primavera e fiorita in Autunno quando ogni porta del cielo si dischiude al grigio umano appassire alla stagione visibile del Tempo rinascere e poi morire per ogni porta ove un Dio dimora!

Cosa è rimasto dei nostri cantori senza Memoria di cui la Storia preferisce una diversa Strofa!?

Cosa si scorge lassù da quell’Albero ove ci riconosciamo distinti Elementi accresciuti nello Spirito rimembrato e negato?

Ci scorgono da lontano viral Spirale d’un odio alla parabola rivenduto diluito distillato e spacciato per sana materia senza parola senza verbo cui confiscare e conficcare la nuova prodigiosa ‘vista’ di una dottrina sconosciuta ed aliena ove ognun connesso ed isolato in medesimo Albero non più congiunto alle radici della Terra quale più vasta ed invisibile antica condizione di sana appartenenza, ma al contrario, una parabola promettere futuro senza visione alcuna, promettere predominio sulla Terra, scordando che questa è pur Superiore per ogni sua venuta scalciare la furia.

Cosa ne è stato di cantori profeti e poeti?

Cosa dei loro miracoli!

Cosa dei loro Spiriti!

Rinati se pur sconfitti agli infiniti Elementi da cui il loro ma non certo nostro breve infinito Tempo scalciare motto e paura inutile materia limitata parola senza strofa alcuna!

Distillare monito e coraggio!

Ricordare ogni uomo inferiore al Dio che pur lo ha pensato dalla crosta sino alla cima dell’Universo ad una foglia pregato e rimembrato ad un Ramo proteso recitare il Verso per sempre braccato e transitato nel peccato di questo immondo imperfetto Creato…

Il Verso Suo taciuto se pur nell’orrendo di cui la Natura duplice Visione apostrofata: un Onda un Pensiero un volo una corsa risalire la cima dal fondo d’un mare risalire la crosta al gelo d’un antico peccato dall’uomo solo dall’uomo imperfetto consumato nominato e indicato…

Profeta ed apostolo d’un immondo peccato!

…Una Simmetria taciuta invisibile all’occhio ma non certo all’Anima quanto allo Spirito scomporre frammentare i colori da cui la vista scorgere prima ancor di vedere, intuire prima ancora della Ragione e del Pensiero cogliendo l’amaro frutto del Creato così come nato senza apparente pensiero e peccato…

…Sapere ancor prima di pensare, ammirare e pregare ancor prima dell’Oceano da una crosta di fuoco nato ancor prima della piaga d’un purulento batterio… ancor prima che ugual Frammenta immagine comporre ode e musica d’un diverso se più Perfetto Imperfetto Universo… divenuto…

Da una Poesia nato… e non ancora pregato…

…Solo per ricordare quanto piccolo quanto disgiunto quanto incapace quanto misero meschino volgare e precario…

…Solo un accenno solo un barlume della luce frammentata scomposta circoscritta e poi uccisa offesa umiliata e costretta qual ipotesi mai compresa dell’intero oscuro componimento senza occhio né vista alcuna sovrintendere la retina cui il verme comporre viscere e Terra e qualcuno cercarlo fin dentro la zolla…

…Ed ogni cosa naufragata proprio quando il verme non più branchia ma alito d’un polmone divenuto vento annusare ciò da cui pensa o peggio immagina la vita e qualcuno ricordare quanto la fatica dalla crosta sino all’inutile salita ove pensa o peggio si pensa superiore verme della venuta…

E un Dio taciuto ricordare la Rima comporre il Verso nel dolore della Vita certamente mai compresa solo recitata senza strofa e Poesia… alcuna…

(ringrazio Woody Guthrie per l’introduzione)













venerdì 21 dicembre 2018

I NEMICI (31)




















Precedenti capitoli:

L'impronta del deserto (30/1)

Prosegue in:

Un uomo nasce nella direzione del principio (32) &

Esorcizzare il male... (33)














Mentre camminavo nel deserto di questo mondo, mentre camminavo nel deserto, mentre camminavo nella città con le urlanti facce elettriche e le dense benzine del vento che m’abbacinavano e mi soffocavano quella sera d’inverno prima che l’Ovest morisse, io ricordavo i venti di quell’alto, bianco mondo che mi aveva generato (e l’idiota con il suo albero… forse solo una Favola di Natale…) e le facce di un milione di vermi silenziosi nell’andirivieni del cielo che stavano a guardare la placenta. Coloro che si urtavano nella luce letterata della città, che mi davano spallate e gomitate, che urtavano il mio cappello con le stecche degli ombrelli, che mi offrivano musica e fiammiferi, mi vedevano con i loro occhi di uomini  come una forma d’uomo che camminava. Ma toglietemi, dicevo loro silenziosamente, la lana e il cotone, il feltro e il cuoio. Io sono il più nudo e il più calvo tra la cima e la base, un aldermanno di spettri appeso alla catena dell’orologio e al portafoglio sul pavimento bagnato, il narratore di echi che si muove al tempo dell’uomo. Io tengo Belzebù per la barba, e le notizie del mondo sono nulla, i pettegolezzi e le dicerie del cielo bastano e son troppo per un’ombra che non getta ombra, dicevo ai mendicanti ciechi e agli strilloni che gridavano nella pioggia…




Una sottile connessione di due mondi ed epoche distanti fra loro c’è ed evidente. Una congiunzione fra una Scolastica ed una Surreale condizione di vita c’è ed evidente: il sottile anello della Poesia. Così fra eremiti profeti e visionari proseguiamo codesto Viaggio nel deserto il quale ci accomuna per chi crede in un diverso dispiegamento dell’intera materia. Per chi crede nella Verità della Vita. Per chi guarda il mondo con occhi da Folle ugual pazzo in cerca di Dio. A tutti gli altri porgo i più distinti saluti con annessi e connessi auguri giacché il loro Destino migliore, non tanto del mio, ma del ‘nostro simmetrico dire pensare e scrivere’ in questo Evo poco gradito non solo a Dio ma anche a tutti coloro che al meglio lo hanno restituito come un dilettevole pregiudizio in eccesso dell’inutile dovuto giudizio senza alcun Credo e Dio…




E a tutti coloro che affollano medesimi Sentieri e Vie braccate e perseguitate dalla Dotta Antica ignoranza di chi preferisce l’immagine qual abito alla dovuta moda rappresentato nascondere e celare più nobili ossa ali ed antico istinto assiderato - appassito - come un secco ramo ove appendere l’altrui sudario, rimembro la vista sollecito il frutto proibito nel duraturo dilettevole secolar pregiudizio in cui ognun nato, eccetto chi crede in un deserto di sabbia o di neve la differenza muta poco il Destino di chi nato parla dal Golgota del vostro Paradiso…





Era mattino sui verdi campi della valle di Jarvis, e Mr Owen strappava le erbacce dal sentiero del suo giardino. Un grande vento gli tirava la barba, il mondo vegetale ruggiva sotto i suoi piedi. Un falco si era perso nel cielo e gridava un richiamo alla compagna; ma la compagna non venne, e il falco volò verso Ovest con un dolore nel becco. Mr Owen, che si era rialzato per riposarsi la schiena e guardare il cielo, osservò com’erano nere le ali contro il sole rosso. Nella sua cucina piena di correnti d’aria Mrs Owen si affliggeva sulla minestra. Una volta la vallata ospitava solo gli armenti; i ragazzi delle fattorie scendevano dalle colline per sorvegliare le mucche; ma nessun straniero metteva mai piede nella vallata. Mr Owen, attraversando da solo la campagna, si era imbattuto in quella valle una sera di fine estate quando le bestie giacevano immobili sull’erba e il ruscello che la divideva stava mormorando sui ciottoli. Qui, pensò Mr Owen, costruirò una casetta ad un piano, nel mezzo della valle, circondata da un giardino. E, ricordandosi chiaramente la strada che aveva fatto lungo le tortuose colline, tornò al suo villaggio e alle domande di Mrs Owen. Accadde così che una casa a un piano costruita nei verdi campi e un giardino zappato, seminato e cintato con una bassa staccionata per tenere lontane le mucche dagli ortaggi.

Questo fu il principio dell’anno.





Ora l’estate e l’autunno erano passati, il giardino era fiorito ed era morto, e c’era la brina sulle erbacce. Mr Owen si chinò a pulire il sentiero, mentre il vento tirava indietro la testa delle erbe e faceva un oracolo di ogni bocca verde. Pazientemente, egli continuava a strangolare le erbe; le radici venivano su, sconvolgendo la terra che avevano intorno; gli insetti si affaccendavano nei buchi del terreno e, morendo sotto le sue dita, non lasciavano nemmeno una macchia. Egli divenne stanco delle loro morti, e ancor di più della caduta delle erbe.




Mrs Owen aveva lasciato la minestra incustodita sul fuoco per scrutare nelle profondità del suo cristallo. La palla divenne buia, poi si illuminò e fu riempita da un arcobaleno. Diventando calda come un sole, e raffreddandosi come una stella artica, brillava nelle pieghe del suo grembo dove lei amorosamente la teneva. Le foglie di tè rimaste nella sua tazza a colazione le avevano annunciato uno straniero vestito di nero. Che cosa le avrebbe detto il cristallo? Mrs Owen attendeva.




Su venivano le radici, e un verme attorcigliato, disturbato dal sondaggio delle dita, si contorse, cieco nel sole. A un tratta la valle riempì tutte le sue cavità con il vento, con la voce delle radici, con il respiro del cielo più basso. Non solo la mandragola grida; le radici divelte hanno i loro gridi; ogni erbaccia che Mr Owen tirava fuori dal terreno strillava come un bambino appena nato. Adesso nel villaggio dietro la collina il vento infuriava; i panni appesi nei giardini dovevano darsi a strane danze. E le donne con una forma nel ventre dovevano sentire un nuovo movimento chinandosi sulle tinozze fumanti. La vita continuava a fluire nelle vene e nelle ossa e nelle fasciante carne che aveva la sua stagione e il suo tempo come la valle che fasciava la casa con la sua carne d’erba verde.




La palla come una tomba aperta, rivelò i suoi morti a Mrs Owen. Ella fissò le labbra delle donne e i capelli degli uomini che si intrecciavano in un disegno geometrico sulla superficie del mondo di cristallo. Ma improvvisamente il disegno scomparve, ed ella non vide altro che le forme delle colline di Jervis. Un uomo con il cappello nero stava camminando per i sentieri delle colline e scendendo nell’invisibile valle. Se si fosse avvicinato ancora di più le sarebbe caduto in grembo. C’è un uomo con un cappello nero che cammina sulle colline, gridò al marito dalla finestra. Mr Owen sorrise senza interrompere il suo lavoro.




Fu a questo punto che il reverendo Davies smarrì la strada; era la prima volta in quella mattina, ma adesso l’aveva persa davvero e, turbato, si fermò sotto un albero. Un grande vento soffiava attraverso i rami, e una vasta terra verde-grigia si muoveva sotto di lui. Ovunque guardasse, le colline assalivano il cielo, e ovunque cercasse riparo dal vento, l’oscurità lo spaventava. Se proseguiva, il paesaggio diventava sempre più strano; si levava ad altezze mai sognate e poi ricadeva in una valle non più grande del palmo della sua mano. E gli alberi camminavano come uomini. Per una divina coincidenza egli raggiunse l’orlo del colle proprio mentre il sole raggiungeva il centro del cielo. Con il vasto mondo che  si cullava da orizzonte a orizzonte, egli si fermò, sotto un albero e guardò la vallata. Tra i campi c’era una casetta con un giardino. La valle ruggiva intorno alla casa e il vento si lanciava su di essa come un lottatore, ma la casa rimaneva immobile. A Mr Davies sembrò che la casa fosse stata presa in un villaggio da un grande uccello e posata proprio nel centro del tumultuoso universo.




Ma mentre scendeva faticosamente attraverso rocciosi sentieri, perse il suo posto nel cristallo di Mrs Owen. Una nuvola gli portò via il cappello nero, e sotto la nuvola camminava un fantasma vecchissimo, una forma fatta di aria con stelle congelate nella barba, e una mezzaluna per sorriso. Mr Davies non sapeva nulla di questo mentre le rocce gli graffiavano le mani. Era vecchio, era ubriaco del vino del mattino, ma il liquido che usciva dalle piccole ferite era sangue umano.




Neanche Mr Owen, con la faccia china a terra e le mani sul collo delle urlanti erbacce, seppe della trasformazione del cristallo. Aveva udito Mrs Owen profetizzare la venuta del cappello nero, e aveva sorriso come sempre sorrideva della sua fede nelle forze oscure. Aveva appena alzato gli occhi quando lei lo aveva chiamato e, sorridendo, era tornato al più chiaro e limpido richiamo della Terra. Moltiplicatevi, moltiplicatevi, aveva detto ai vermi disturbati nel loro scanalare, e aveva tagliato i vermi bruni in due perché le due metà potessero generare e spargere la loro vita sul giardino e uscire a contaminare i campi e i ventri delle mucche.




Mr Davies non lo sapeva. Vide un giovane uomo barbuto lavorare curvo nel giardino. La casa gli sembrò un grazioso quadretto, con la faccia pallida di una giovane donna alla finestra. E, togliendosi il cappello, si presentò come il rettore di un villaggio a dieci miglia di distanza.

State sanguinando, disse Mr Owen.

Le mani di Mr Davies, infatti, erano coperte di sangue. Quando Mrs Owen si fu occupata delle ferite, lo fece sedere nella poltrona vicino alla finestra e gli preparò una tazza di tè molto forte.




Vi ho visto sulla collina, disse, ed egli le domandò come avesse fatto, perché le colline erano alte e molto lontane. Ho buoni occhi, rispose la donna. Egli non ne dubitò. Erano gli occhi più strani che avesse mai visto. È tranquillo, qui, disse Mr Davies. Non abbiamo orologi, lei disse, e preparò la tavola per tre. Siete molto gentile, rispose lui. Noi siamo gentili con coloro che vengono da noi.

Egli si domandò quanta gente venisse in quella casa solitaria in mezzo alla valle, ma non espresse la domanda a voce alta per paura della risposta. Pensò che era una donna misteriosa che amava il buio perché era buio. Era troppo vecchio per interrogare i segreti dell’oscurità, e ora, con il vestito nero strappato e bagnato, e le mani sottili fasciate si sentiva più vecchio che mai. I venti del mattino avrebbero potuto abbatterlo, e l’improvviso cadere dell’oscurità renderlo cieco. La pioggia poteva passare attraverso il suo corpo come passa attraverso un fantasma. Sedeva accanto alla finestra, cauto e stanco, quasi invisibile contro i vetri e la stoffa della poltrona.





Presto il cibo fu pronto, e Mr Owen rientrò in casa senza lavarsi.

Devo dire la preghiera di ringraziamento?

Domandò Mr Davies quando furono tutti e tre seduti a tavola.

Mrs Owen annuì.

Iniziò un Pater, ma pur facendo finta di nulla, osservò udì e constatò che Mr e Mrs Owen avevano chiuso gli occhi. E noto che le labbra di Mr e di Mrs Owen si muovevano adagio, e il loro Pater rispondere ad una diversa inusuale metrica.  

Alla fine, Amen dissero tutti e tre insieme.

Mr Owen avido di cibo, si chinò sul piatto come si era chinato sulle piangenti erbe. Fuori dalla finestra c’era il corpo bruno della terra, la pelle verde dell’erba, e i seni delle colline di Jervis; c’era un vento che gelava la terra animale, e un sole che aveva bevuto tutte le rugiade dei campi; c’era la creazione che sudava dai pori degli alberi un apparente Nulla che faceva gelare il sangue al rettore Davies; ed i granelli di sabbia sulle lontane spiagge che si moltiplicavano sotto il rotolio del mare. Sentì sulla lingua il sapore amaro e agro-dolce d’un granello di senape; c’era un significato nella durezza della carne che mangiava e uno scopo nell’alzare il cibo alla bocca, pur Mr e Mrs Owen non avendo toccato neppure un atomo uno della carne appassita del piatto.




Mrs Owen non mangiava perché era stata riafferrata dalle antiche potenze e non osava alzare la testa per non mostrare il verde dei suoi occhi. Dal suono sapeva da quale parte il vento soffiava sulla valle; sapeva a che punto era il sole dalle ombre sulla tovaglia. Oh se avesse potuto guardare dentro il suo cristallo l’avanzare dell’oscurità su quella luce invernale! Ma un’oscurità invadeva il suo Spirito ingoiando la luce intorno a lei. Tutta la luce intorno a lei. C’era un fantasma alla sua sinistra: con tutta la sua forza ella tirò a sé l’intangibile luce che si muoveva intorno a lui e la mescolò al suo oscuro destino…




Mr Davies, come un uomo succhiato da un uccello, sentì la desolazione nelle proprie vene, e, in un dolce delirio, si mise a raccontare le proprie avventure sulle colline; parlò del freddo e del vento e delle colline che salivano e scendevano come antichi fantasmi armati che avevano un lontano tempo rinchiuso il suo Sogno. Si era perduto anche lui, disse, e aveva trovato un buio rifugio per ripararsi dalla tirannia del vento quanto da medesimi fantasmi vestiti di nero. L’oscurità, però, lo aveva spaventato, ed egli si era messo di nuovo in cammino, scosso come una barca in mare in tempesta. Ovunque andasse egli era sbattuto dal vento o spaventato dalle strette ombre che lo braccavano. Non c’era un posto ove un vecchio potesse andare, si lamentò. Amando la propria Università come la parrocchia aveva amato anche le terre che la circondavano, ma le colline gli erano mancate sotto i piedi e lo avevano scaraventato in aria. E, amando il suo Dio Unico, egli aveva amato l’oscurità come nell’antichità gli uomini avevano adorato l’invisibile buio da dove sapevano provenire. Ma ora le caverne erano piene di forme e di voci che lo deridevano per la sua vecchiaia.

Ha paura del buio, pensò Mrs Owen, del bellissimo buio, lo esorcizzi allora, rifletta il suo e nostro Principio.

Sorridendo, Mr Owen pensò, ha paura del verme della terra, della cupola nell’albero, del sudiciume vivente dell’intera materia!

Guardarono il vecchio Maestro che era più spettrale che mai. La finestra dietro di lui gli gettava una frastagliato cerchio di luce intorno alla testa.





Improvvisamente Mr Davies s’inginocchiò e si mise a pregare. Non riusciva a comprendere il freddo che aveva nel cuore né la paura che lo confondeva ma, pregando per esserne liberato, fissava gli occhi pieni d’ombra di Mrs Owen e quelli sorridenti di suo marito. Inginocchiato sul tappeto vicino alla tavola, fissava pieno di confusione la mente oscura e l’oscuro, rozzo corpo. Li fissava e pregava, come un vecchio dio assalito dal’ispirazione di antichi innominati dèi apparentemente nemici; e fu allora che osservando il corpo della donna scorse un qualcosa celato dall’abito come un oscuro sudario, come un tomo nascosto, come un abisso…


(Dyalan Thomas)


















martedì 18 dicembre 2018

UN GRANELLO DI SENAPE (... e uno di polvere...) (29)





















Precedenti capitoli:

Preposizioni ermetiche (28)

Prosegue in:

L'impronta del deserto (30)













All'inizio in
alto sopra la comprensione
è la parola, eternamente.
O ricco tesoro,
dove l'inizio ha eternamente annoiato l'inizio!
O seno paterno,
dal quale, in beatitudine,
la parola fluiva eternamente.
Eppure il grembo materno continuava a
mantenere la parola, davvero.






Dei due, uno che scorre avanti, un
abbraccio d'amore, che
lega entrambi,
noto a entrambi,
così scorre lo spirito più dolce
in completa simmetria,
inseparabile.
I tre sono uno:
sai, cosa? No,
solo conosce se stesso completamente.






L'intrusione dei tre
porti terrorizza profondamente.
Nessuna ragione ha mai
compreso questo cerchio:
qui c'è una profondità senza fondo.
Controlla e accoppia
al tempo, alle forme, allo spazio!
La cerchia dei misteri
è una fonte di tutto;
il suo punto di origine si appoggia, completamente.
 immutabile, in sé.




Lascia le tue azioni
e sali, intuizione,
la montagna di questo punto!
La strada ti porta
in un deserto meraviglioso
che si estende ampio
e incommensurabilmente lontano.
Il deserto
non conosce né il tempo né lo spazio.
La sua natura è unica.







Mai un piede ha
attraversato il dominio del deserto, la
ragione creata non l'
ha mai raggiunta.
Lo è, eppure nessuno sa cosa.
È qui, là,
lontano, vicino,
profondo, alto,
così che
non è né l'uno né l'altro.







Leggero, chiaro,
completamente oscuro,
senza nome,
sconosciuto,
senza inizio e anche senza fine,
riposa in se stesso,
svelato, senza travestimento.
Chi sa quale sia la sua dimora?
Lascialo venire
e dirci di che forma è.







Diventa bambino,
diventa sordo, diventa cieco!
La tua stessa sostanza
deve diventare nulla;
guida tutta la sostanza, tutto il nulla lontano da te!
Lascia spazio, lascia il tempo,
evita anche ogni rappresentazione fisica.
Vai senza un sentiero a
piedi stretto,
poi riuscirai a trovare il deserto.







O anima mia,
esci, fa entrare Dio!
Affondare, tutto il mio essere,
nel nulla di Dio,
sprofondare nell'inondazione senza fondo!
Se fuggo da te,
vieni da me,
se mi perdo,
ti trovo:
o bontà che si estende su tutto l'essere.













sabato 15 dicembre 2018

RACCONTO D'INVERNO (25)










































Precedenti capitoli:

La natura della menzogna (24)

Prosegue in:

L'Uomo venuto dal freddo (26)  &

Il Primo Dio (27) &

Preposizioni Ermetiche (28)













E’ un racconto d’inverno
                       
Che il crepuscolo cieco di neve traghetta sui laghi/E i campi galleggianti, dal podere nella conca delle valli,/E scivola via senza vento tra i fiocchi avvolti da mani,/Col pallido fiato del bestiame nella vela furtiva…




E la fredda caduta di stelle,/E il sentore di fieno nella neve, e il lontano ammonimento/Del gufo dagli ovili, e il gelido chiuso affollato/Dal bianco gregge che fuma dal camino della casa fra i campi/Nelle valli viaggiate dal fiume dove il racconto fu narrato…




Un giorno che il mondo invecchiava/Su una stella di fede pura come il pane ammucchiato dal vento,/Come le fiamme e il nutrimento della neve, un uomo svolse/Il rotolo di fuoco che bruciava nella sua testa e nel suo cuore,/Solo e tormentato in una casa di campagna in un ovile…




Di campi. E allora ardendo/Nella sua isola dai bagliori di fuoco, circondata da ali di neve,/Fra i mucchi di letame candidi come lana e le galline appollaiate/Che dormono, tutte gelate, finché la fiamma del canto del gallo/Non rastrelli le aie ammantate, e gli uomini del mattino…




Escano con la vanga, inciampicando,/E il bestiame si muova, il gatto cerchi i topi con passo felpato,/Gli uccelli in caccia saltellino arruffati, le ragazze del latte/Gìrino in zoccoli leggère sopra il cielo caduto, e tutta quanta/La fattoria si svegli alle sue bianche faccende…




Egli s'inginocchiò, e pianse, e pregò,/Presso lo spiedo e il nero paiolo al chiarore del ceppo,/Presso la ciotola e il pane tagliato fra le ombre danzanti,/Nella casa imbacuccata, nel vivo della notte,/In punto d'amore, sgomento e abbandonato… 




S'inginocchiò sulle gelide pietre,/Pianse dalla vetta del dolore, pregò il cielo velato/Che la sua fame se ne andasse urlando su bianche ossa spogliate,/Oltre le statue delle scuderie e i porcili dal tetto di cielo/E lo stagno vitreo delle anatre e le accecanti stalle delle mucche…




Solitaria alla casa delle preghiere/E dei fuochi, dov'egli andrebbe in cerca di preda nella nuvola/Del suo amore cieco di neve e balzerebbe nelle candide tane./Il suo bisogno nudo lo sferzava urlante e prostemato,/Benché non s'udisse alcun suono per l'aria avvolta da mani…




Ma solo il vento che accordava/La fame degli uccelli nei campi del pane fatto d'acqua, agitati/Nel grano alto, il raccolto disciolto sulle lingue./E il suo bisogno innominato lo incatenò smarrito e bruciante,/Mentre freddo come neve avrebbe voluto viaggiare le valli…




Tra i fiumi sboccanti nel buio,/E affogare nei flutti del suo desiderio, e rannicchiarsi/Nel centro sempre bramoso della candida culla/Inumana e nel letto nuziale in eterno anelato/Dal credente perduto e dal reietto escluso dalla luce…




Sàlvalo, gridò allora,/Perdèndolo tutto nell'amore, e scaglia il suo desiderio/Nudo e solo nell'abisso della sposa,/Perché mai cresca nei campi del candido seme o germogli/Sotto la carne morente del tempo a cavalcioni…




Ascolta./I menestrelli cantano/Nei villaggi defunti./ L'usignuolo,/Polvere nel bosco sepolto, vola con ali sfarinate/Sillabando ai venti dei morti il suo racconto d'inverno./La voce della polvere dell'acqua narra dalla sorgente…




Disseccata. Il torrente aggrinzito/Balza con acque latranti e campane./La rugiada tintinna/Sopra le foglie triturate e sul dissolto scintillio della provincia/Della neve./Le bocche scolpite nella roccia sono corde sfiorate!/Dal vento. Il tempo canta dal morto intrico del bucaneve./Ascolta…




Una mano, o un suono,/Nel paese di tanto tempo fa, aprì la nera porta,/E là fuori, sul pane della terra, s'alzò un uccello-donna/E sfolgorò come una sposa in fiamme./Come un'alba spuntò/E il suo petto aveva piume di porpora e di neve…




Guarda./E sul morto prato/Cespuglioso di neve danzano i ballerini, lascivi al chiaro di luna/Come polvere di colombi./Esultanti, i solenni cavalli, morti/Centauri, girano scalpitando nei bianchi recinti inzuppati/Delle fattorie degli uccelli./ La quercia morta va in cerca d'amore…




Le membra scolpite nella roccia/Sussultano, come a trombe./Danza la calligrafia d'antichissime foglie./I segni dell'età sopra le pietre s'intessono in un bioccolo./La voce d'arpa della polvere dell'acqua pizzica le sue corde in un ovile/Di campi./Per amore, risorge l'uccello-donna d'un tempo./Guarda…




E le ali selvagge si levarono/Sopra il suo capo avvolto, e la voce di soffice piuma/Volò attraverso la casa come un inno di lode,/E tutti gli elementi della lenta caduta gioirono che un uomo/S'inginocchiasse solitario nella conca delle valli…




Nel manto e nella calma,/Presso lo spiedo e il nero paiolo, al chiarore del ceppo./E il cielo degli uccelli nella voce piumata lo sedusse ad alzarsi,/Ed egli corse come vento dietro il volo di fiamma, oltre i ciechi granai,/Oltre le stalle delle mucche della fattoria senza vento…





Nei poli dell'anno, mentre i merli/Simili a preti morivano sulle siepi ammantate, e sulla tunica/Delle contee cavalcando i colli lontani s'appressavano,/Sotto alberi dall'unica foglia uno spauracchio di neve/Corse attraverso le macchie con corna di cervo, mucchio di stracci…





E di preghiere, giù per le collinette/Alte fino al ginocchio, e a voce alta sui laghi intirizziti,/Tutta la notte sperduto e a lungo seguendo le tracce della femmina-Uccello, attraverso i tempi e le terre e le tribù dei lenti fiocchi./Ascolta e guarda dove ella veleggia sul mare d'oche spiumate:





Il cielo, l'uccello, la sposa,/La nube, il desiderio, le stelle seminate, la gioia/Oltre i campi del seme e della carne morente del tempo a cavalcioni,/Il paradiso, il cielo, la tomba, l'acquasantiera ardente./Nel paese d'allora, si spalancò la porta della sua morte…




E l'uccello discese./Su un colle bianco come pane sulla fattoria nella conca/Sui laghi e i campi galleggianti e le valli viaggiate dal fiume/Dov'egli implorava di giungere al male estremo e alla casa/Delle preghiere e dei fuochi, il racconto ebbe fine... 




La danza smuore sul bianco!/Che più non rinverdisce e, morto menestrello,/Il canto s'interrompe nei villaggi dei sogni calzati di neve/Che un tempo scolpivano forme d'uccelli nel pane alto/E sui laghi invetriati pattinavano profili di pesci…





Volanti. Il rito è amputato/Dell'usignolo e del cavallo, centauro morto./Le sorgenti disseccano./I segni dell'età sulle pietre dormono nell'attesa delle trombe/Dell'alba./L'esultanza è abbattuta. il tempo seppellisce la stagione/Primaverile che scampanò e balzò con il fossile e la rugiada rinata…





Poiché ella giacque/In un coro di ali, come dormisse o fosse morta,/E le ali s'aprirono e l'uomo con inni fu congiunto,/E tra le cosce della sposa risucchiante,/Uccello dai seni di donna e dalla testa di cielo…





Fu condotto/A bruciare nel letto nuziale dell'amore,/Nel gorgo del centro voglioso, negli ovili/Del paradiso, nel bocciuolo rotante del mondo./Ed ella sorse con lui, fiorita in neve disciolta…

(T. Dylan; Fotografie di G. Lazzari)