giuliano

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IL TOMO

mercoledì 19 febbraio 2020

ZI ZI ZI!



















Ma è così difficile definire una fatica che ci appartiene. È poi si tratta di un libro così complesso, di un libro pieno di libri. Guarda, potrei dirti che è un romanzo Ideologico: molti fra coloro che l'hanno letto sostengono che È anzitutto un romanzo ideologico. Ed È vero, senza dubbio

È un romanzo Ideologico.

Potrei dirti che è un romanzo Verità: quasi tutti fra coloro che l'hanno letto lo definiscono un romanzo Verità. Ed È vero, senza dubbio

È anche un romanzo Verità.




Potrei dirti che è un romanzo sul Potere e l'anti Potere: alcuni  lo vedono come un romanzo sul Potere e l'anti Potere.

Ed è vero, è anche un romanzo sul Potere e l'anti Potere.

Altri lo vedono come un romanzo classico costruito come il romanzo inglese dell'Ottocento; altri come un romanzo moderno costruito con gli elementi della tragedia greca... Il fatto è che come ogni altra fatica, ogni altro lavoro, quando un libro è concluso vive di vita propria. E diventa ci che vi vedono gli altri. Non È più ci che l'autore voleva che fosse.




Domanda: E tu, cosa volevi che fosse?

Un libro sulla solitudine dell'individuo che rifiuta d'essere catalogato, schematizzato incasellato dalle mode dalle ideologie, dalle società, dal Potere.

Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è uomo massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano; siano essi a destra o a sinistra o al centro o all'estrema destra o all'estrema sinistra o all'estremo centro.

Un libro sull'eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità, senza arrendersi mai, e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti….*1




[*1 Consiglio vivamente la lettura di questo attualissimo capolavoro alieno ai tarli del Tempo anche e soprattutto fra la miriade di Tomi e Libri ed immancabili Giornali che affollano ed ornano nonché allietano le vetrine di Dotti Illustri Saccenti informatizzati dagli scaffali  alle Parabole evoluti e/o delegati, i quali riflettono disquisiscono deliberano e legiferano muti a qualsivoglia elevato pensiero allietando ed intrattenendo l’odierna platea quanto la presunta cultura pur dimenticando l’Uomo ed il suo Diritto quanto Principio difeso ma quantunque costantemente vilipeso.

La Vetrina orna l’apparenza officiando il mercato del Tempio.

Consiglio vivamente in codesta Stagione afflitta e non solo dal morbo o dalla Peste (tele)comandata contratta e contesa nel numero aggiornato dimenticando ed abdicando all’odierno Veleno  distillato e rivenduto nonché spacciato per antidoto.

Consiglio vivamente la lettura della Vita in questo Sentiero deriso e calunniato giacché in ogni Uomo perseguitato si nasconde ogni Stagione negata ed alla croce del Teschio destinata!

Consiglio vivamente la lettura del Tomo giacché l’inganno si paventa maschera ed evolve come ed al pari del virus di cui si nutre qual benefico ornamento dell’orrore.

Lo puoi incontrare con l’eterno sorriso d’offesa subita ma quantunque arrecata divenuta smorfia di disprezzo qual motto del futuro progresso!

Lo puoi incontrare ovunque vi sia un Uomo destinato alla Verità avversato dall’immancabile citofono-telecomandato al bivio di ritorno o all’inizio d’un Viaggio.

Lo puoi incontrare ovunque con la casacca e la penna del Regime solo per poterti confessare, o peggio, sussurrare alla conchiglia atrofizzata di questa Deriva, di questo strato di Vita, di questa Stratigrafia rinata e risorta: “son io Giuda tu un povero inutile Uomo senza patria e Diritto abbiamo confuso anche quello per ogni cosa che conta ed evolve in nome e per conto del Potere ingannare la Legge!”.

Lo puoi vedere con una nuova maschera sul volto e la camicia d’un diverso ugual medesimo monocromatico monotono colore ciarlare stesse identiche dottrine confuse e condite d’inutili parole confondere la Vita confondere l’Amore.

Lo puoi vedere barattare ogni Stagione che muore con la l’insolita sua Poesia d’Amore abbracciare la Morte che risorge promettere la Vita in nome e per conto del nuovo Regime.

Lo puoi vedere inginocchiarsi all’Altare degli Uomini caduti cantarne o deriderne le gesta rivendute come le ossa afflitte del troppo martirio fondare futura Chiesa con la falsa ed eterna promessa… in nome e per conto della Vita…

Zi zi zi… lo puoi vedere ed anche sentire se solo questa Stagione riesce a distinguerne le inutili parole avvelenare ogni Uomo e l’Infinita Stagione che muore…    


           

Zi, zi, zi! Vive, vive, vive!

Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna.

Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l'implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi.

Sottrarsene era illusione.




Alcuni tentavano, e si chiudevano nelle case, nei negozi, negli uffici, ovunque sembrasse di trovare un riparo, non udire almeno il ruggito, ma filtrando attraverso le porte, le finestre, i muri, esso gli giungeva ugualmente agli orecchi sicché dopo un poco finivano con l'arrendersi al suo sortilegio.

Col pretesto di guardare uscivano, andavano incontro a un tentacolo e ci cadevano dentro, diventavano anche loro un pugno chiuso, un volto distorto, una bocca contratta.

Zi, zi, zi!




E la piovra cresceva, si spandeva in sussulti, a ciascun sussulto altri mille, altri diecimila, altri centomila. Alle due del pomeriggio erano cinquecentomila, alle tre un milione, alle quattro un milione e mezzo, alle cinque non si contavano più. Non venivano soltanto dalla città, da Atene. Venivano anche da lontano, dalle campagne dell'Attica e dell'Epiro, dalle isole dell'Egeo dai villaggi del Peloponneso, della Macedonia, della Tessaglia: coi treni, coi battelli, con gli autobus, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio prima che la piovra li inghiottisse, contadini e pescatori con l'abito della domenica, operai con la tuta, donne coi bambini, studenti.

Il popolo insomma.




Quel popolo che fino a ieri t'aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge per Dio, non riparatevi sotto l'ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.

Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.




Dirigendosi verso la piovra portavano il tuo ritratto, cartelli di minacce e di sfida, bandiere, ghirlande di alloro, corone a forma di A, di P, di Z, A per Alekos, P per Panagulis, Z per zi, zi, zi. Quintali di gardenie, garofani, rose. E faceva un caldo atroce quel mercoledì 5 maggio 1976, il puzzo dei petali cotti appestava, mi toglieva il respiro quanto la certezza che tutto ciò non sarebbe durato che un giorno, poi il ruggito si sarebbe spento, il dolore si sarebbe dissolto nell'indifferenza, la rabbia nell'ubbidienza, e le acque si sarebbero placate morbide molli obliose sul gorgo della tua nave affondata: il Potere avrebbe vinto ancora una volta.

L'eterno Potere che non muore mai, cade sempre per risorgere dalle sue ceneri, magari credi di averlo abbattuto con una rivoluzione o un macello che chiamano rivoluzione e invece rieccolo, intatto, diverso nel diverso nel colore e basta, qua nero, là rosso, o giallo o verde o viola, mentre il popolo accetta o subisce o si adegua.

Per questo sorridevi quel sorriso impercettibile, amaro e beffardo?




Impietrita dinanzi alla bara col coperchio di cristallo che esibiva la statua di marmo, il tuo corpo, gli occhi fissi al sorriso amaro e beffardo che ti increspava le labbra, aspettavo il momento in cui la piovra sarebbe irrotta nella cattedrale per rovesciarti addosso il suo amore tardivo, e un terrore mi svuotava insieme allo strazio.

I portali erano stati sprangati, puntellati con sbarre di ferro, ma colpi irosi li scuotevano selvaggiamente e da invisibili brecce i tentacoli si stavano già insinuando. Si avvinghiavano alle colonne delle arcate, gocciolavano dalle balaustre del gineceo, si aggrappavano alle grate dell'iconostasi;  intorno al catafalco s'era formato un cratere che di minuto in minuto diventava più angusto: per arginare la spinta che mi premeva ai fianchi, alla schiena, dovevo appoggiarmi al coperchio di cristallo. Questo era molto angoscioso perché temevo di romperlo, caderti sopra e sentire di nuovo il freddo che mi aveva morso le mani quando all'obitorio ci eravamo scambiati gli anelli, al tuo dito quello che avevi messo al mio dito e al mio dito quello che avevo messo al tuo dito, senza leggi ne contratti, un giorno di gioia, ormai tre anni fa, ma non esisteva altro appiglio lì dentro: anche il cordone che all'inizio separava dal catafalco era stato succhiato via dalle ondate dei mitomani, dei curiosi, degli avvoltoi smaniosi di sistemarsi in prima fila per mettersi in mostra, recitare un ruolo nella commedia.




I servi del Potere, anzitutto, i rappresentanti del perbenismo culturale e parlamentare, giunti facilmente al cratere perché la piovra si scosta sempre quando essi scendono dalle limousine, prego eccellenza s'accomodi. E guardali mentre se ne stanno compunti coi loro doppio petti grigi, le loro camicie immacolate, le loro unghie curate, la loro vomitevole rispettabilità.

Poi i bugiardi che raccontano di opporsi al Potere, i demagoghi, i mestieranti della politica lercia cioè i leader dei partiti con la poltroncina, giunti a gomitate non perché la piovra si rifiutasse di lasciarli passare ma perchè li voleva abbracciare.




…E guardali mentre esibiscono la loro aria afflitta, si accertano di sotto le ciglia che i fotografi siano pronti a scattare, si chinano a deporre sulla bara le loro leccate di Giuda, appannare il cristallo con sbavature di lumaca.

Poi coloro che chiamavi rivoluzionari del cazzo, futuri seguaci dei fanatici, degli assassini che sparano revolverate in nome del proletariato e della classe operaia aggiungendo abusi agli abusi, infamie alle infamie, potere essi stessi.

…E guardali mentre alzano il pugno, gli ipocriti, con le loro barbette di falsi sovversivi, la loro grinta borghese di burocrati a venire, padroni a venire.




Infine i preti, sintesi d'ogni potere presente e passato e futuro, di ogni prepotenza, di ogni dittatura. E guardali mentre si pavoneggiano nelle loro tonache oscure, coi loro simboli insensati, i loro turiboli d'incenso che annebbia gli occhi e la mente. In mezzo ad essi il Gran Sacerdote, il patriarca della chiesa ortodossa che ammantato di seta viola, grondante di ori e di collane, di croci preziose, zaffiri rubini smeraldi, salmodiava Peonia imì tu esù.

D'un tratto esplose un tonfo spaventoso, il portale di centro cedette e la piovra traboccò all'interno schiumando, rotolando i suoi getti di lava. Si levarono urla di paura, invocazioni di aiuto, e il cratere si strinse in un  gorgo che mi scaraventò sulla bara per seppellirmi con un peso assurdo, perdermi in un buio nel quale si distingueva appena la sagoma del tuo visino pallido, delle tue braccia incrociate sul petto, e il luccichio dell'anello. Sotto di me il catafalco oscillava, il coperchio di cristallo scricchiolava: ancora un po'e si sarebbe frantumato come temevo.

Indietro, animali, volete mangiarlo?

(Fallaci, un Uomo)











sabato 15 febbraio 2020

UN UOMO (al di là del vetro: differenze fra nostre e loro opere) (sosta a Roma) (Racconti d'Archivio) [15]



















Un articolo:

Le loro 'opere'

Prosegue in:

un uomo (sosta a Roma) (2)

un uomo (sosta al Consolato) (3)

un uomo (sosta al Consolato) (4)














La tragedia di un uomo condannato ad essere solo perché è scomodo a tutti e
non serve a nessuno si misura infine col deserto che egli deve affrontare quan-
do esce dal suo ambiente naturale, la politica vista come sogno, ed entra in
quello per lui innaturale della politica estesa come mestiere o setta religiosa o
peggio della casta feudale....
Questo lo avresti capito fino in fondo undici mesi dopo, rientrando in patria, pe-
rò l'apprendistato lo facesti al tuo arrivo in Italia....
Vanesi guidati soltanto dalla ricerca del loro personale trionfo, carrieristi interes-
sati soltanto ai vantaggi privati d'un seggio in Parlamento, bottegai preoccupati
soltanto di riempirsi le tasche con le mance, giornalisti progressisti al soldo della
C.I.A., decrepiti avanzi sigillati nel sarcofago delle loro istinte virtù, nel caso mi-
gliore santoni scontrosi e arroccati sulla cupa torre del Dogma.
E, dall'altra parte, gli avventurieri della disubbidienza facile, i cultori del fanatismo
sanguinoso, i cialtroni per cui la parola rivoluzione è un chewingum da tenere in
bocca, e poi i ciarlatani pacifisti a braccetto con gli ecologisti sponsorizzati dall'-
industria del Regime......
Ecco il panorama politico che si presentò ai tuoi occhi quando, superato lo choc
di sentirti ammanettato da me ed equivocato dagli altri, andasti in cerca di aiuti per
continuare la resistenza contro la Giunta, contro tutte le Giunte....
Lo stesso che voler discutere l'immortalità dell'anima con un branco di sordomuti
che giocano a fare i progressisti, o peggio i pacifisti o peggio ancora gli intellettuali.
Eppure ci provasti.
Ti mettesti al telefono, sì proprio al telefono in barba ai ciarlatani orecchiuti della
solita ambasciata, e cominciasti a chiamare i capi dei partiti cui nutrivi qualche
speranza...

- Pronto, sono Panagulis.
- Chi?
- Panagulis, Alessandro Panagulis. Vorrei parlare col compagno Tal dei Tali.
- A che proposito?
- Be'.... io.... vorrei.... salutarlo
- Non c'è, è in riunione.... Provi domani. No, domani no, è festa, c'è il ponte. Fra
qualche giorno.
- Pronto, sono Panagulis.
- Taraguli?
- No, Panagulis. Panagulis Alessandro. Alekos. Vorrei parlare con l'onorevole...
- Intende dire il signor ministro, sa' non è più onorevole... ora.
- Ah! Non lo sapevo. Sì, il signor ministro...
- Il signor ministro non si può disturbare...
- Allora gli lascio un messaggio, così mi chiama appena può.
- Guardi che il signor ministro ha cose importanti da fare, problemi gravissimi. Lei
capisce se dovesse richiamare tutti quelli che lo cercano!
- Pronto, sono Panagulis.
- Parla più forte, non si capisce nulla. Chi sei?
- Panagulis, Alessandro Panagulis...
- Ché, sei un compagno?
- Sì....
- Sei russo? Sento un accento.
- No sono greco
- Embe' da noi che voi?
- Vorrei parlare col segretario generale.
- Ah, ma se tu sei greco bisogna che ti passi l'ufficio esteri....

O non si facevano trovare, o ti informavano d'essere molto occupati a risolvere i
problemi del genere umano (almeno così ci fanno credere...), o ti rinviavano a luo-
gotenenti dei loro tirapiedi o scagnozzi di partito.....
Caro Alekos, caro Alessandro, che gioia rivederti, che onore incontrarti.
Ma in fondo alle loro pupille tremava una specie di interrogativo: che ne faccio di
questo qui?
Come lo adopro?
Ad ascoltarti, in quei giorni, non furono che tre vecchi.....

(O. Fallaci, Un uomo)

(Prosegue....)















 

giovedì 13 febbraio 2020

I CIARLATANI (43) (Racconti d'Archivio) [13]
















Precedente capitolo:

Satana (42) &

Zozza miseria anima mia..., c'è scagnozza lungo la via...













Martin Lutero affermava che 'grande è la cecità e la superstizione degl'Italiani,
perché per i colpi hanno più paura di sant'Antonio e di San Sebastiano che di
Cristo.
Perciò se uno vuole conservare pulito un posto, affinché non ci si pisci, come
fanno i cani, ci dipinga su un'immagine di sant'Antonio e questa immagine
scaccia quelli che stanno per pisciare sul cortile sacro.
L'Italia è tutta una superstizione, e gl'Italiani vivono soltanto nell'affanno e
nell'ansia delle superstizioni senza la parola di Dio e senza la predicazione, e
così non credono né alla resurrezione della carne né alla vita eterna; hanno
solo una gran paura delle pisciate dei cani sui cortili sacri. Di conseguenza,
come il sottoscritto, hanno più paura di sant'Antonio e di san Sebastiano,
così ben dipinti vicino alli luoghi sacri dove è proibito far pisciare li cani'.




I lettori dello 'Speculum cerratanorum' si accorgeranno che Lutero diceva
cose aspre ma sostanzialmente esatte sulla particolare religiosità dell'Italia
medievale, egli che, conoscitore attento della mistificazione religiosa ope-
rante in Germania, aveva arricchito con una sua prefazione l'edizione del
'Liber vagatorum' stampata a Wittemberg nel 1528, probabilmente per
colpire, oltre i vagabondi e i falsi mendicanti, anche i questanti.
E' quasi incredibile, oggi come ieri, rendersi conto della facilità con cui gli
impostori di ogni setta e specializzazione riuscivano ad estorcere danaro
sorprendendo la semplicità o la bontà, o la semplice cortesia ed ingegno,
di spirito delle genti, quanto dei singoli malcapitati: certamente la carità e
la pietà erano intensamente vive negli strati profondi della religiosità popo-
lare, ma altrettanto erano radicati il culto della superstizione dei santi, il fe-
ticismo stregonesco delle reliquie, l'ingenua fede nella forza soprannaturale
e magica di cantilene, talismani, il maestoso e terrorizzante silenzio degli e-
remiti e le voci stridule e concitate, ed a volte urlanti, dei falsi profeti; l'am-
mirazione e il rispetto per gli abiti sacerdotali ricoprenti personaggi in stret-
to rapporto col sacro e il mistero, le liturgie, i cerimoniali, le formule, gli e-
sorcismi, le ossessioni demoniache, calati in un universo limitato e limitan-
te per il libero pensiero.




I 'Furbi' perciò facevano affari d'oro: falsi questanti, falsi ospedalieri, falsi
eremiti, falsi uomini di giustizia, falsi podestà, falsi confessori, falsari di
bolle et fatture, di lettere patenti, falsari di reliquie, falsi paralitici, falsi
invalidi, falsi pellegrini, falsi scopritori di tesori, falsi trovatori, falsi scri-
bi, falsi maestri d'arte, falsi indovini: arcatori, giuntatori, paltonieri, bian-
ti, protobianti, calcanti, trucconi, guidoni, gaglioffi, bari, baroni, birboni,
bricconi, compagnoni: tutto l'infinito 'dizionario della birba' che si dilate-
rebbe fino a scoppiare se vi venissero aggiunte tutte le altre qualificazioni
nominali (che pur ci asteniamo per l'onore di codesta ciurma vagabonda..),
nonché tutte le altre categorie della truffa così come vengono analizzate e
catalogate da Teseo Pini...
Un incredibile e ancora attuale universo d'impostura, una ragnatela ster-
minata di inganni, una cancrena vecchia di secoli e secoli germinante sul-
la pelle dei creduli (armati di buona fede) e dei semplici: la sottile e univer-
sale 'industria' dell'inganno che portava a mormorare cinicamente che 'tut-
to il mondo è ciurmeria'.
(Prosegue....)














martedì 11 febbraio 2020

LA PESTE (39) (Racconti d'Archivio) [11]















Precedente capitolo:

Lo sterco del Diavolo & i segreti del mestiere (38)

Prosegue in:

La peste (40)










Questo inizio, pieno di orrori, sarà per voi, come per chi sta camminando,
una montagna aspra e ripida, dopo la quale si trova un bellissimo pianoro,
tanto piacevole quanto più sono state faticose la salita e la discesa.
E come il dolore sopraggiunge nell'eccesso dell'allegria, così le miserie si
concludono con il sopraggiungere della gioia. A questa breve sensazione
dolorosa (dico breve perché si limita a poche parole), seguiranno subito
la dolcezza e il piacere che prima vi ho promesso e che, forse, dopo un si-
mile inizio, non vi aspettereste.
A dire il vero, se avessi potuto condurvi a quel che desidero attraverso una
strada meno aspra di questa, l'avrei fatto volentieri; ma mi sento quasi co-




stretto a cominciare con una rievocazione dal momento che, senza di essa,
non è possibile spiegare la causa per cui avvenne quel che si leggerà in se-
guito.
Dico, quindi, che erano già passati 1348 anni dall'Incarnazione del Figliolo
di Dio, quando a Firenze, la più straordinaria e nobile delle città italiane,
arrivò la mortale pestilenza (ma non solo lì...).
A inviarla fu forse l'influenza dei corpi celesti, o forse la giusta collera del
Signore per le nostre azioni malvagie. Essa era incominciata molti anni pri-
ma in Oriente, da dove, dopo avere sterminato innumerevoli esseri viventi,
senza sosta si propagò di luogo in luogo, fino a diffondere in Occidente le
sue terribili conseguenze.




In questa situazione, non servirono a nulla né accortezza né provvedimenti
presi dagli uomini e neppure le umili suppliche dei devoti a Dio.
Speciali incaricati ripulirono la città di tutte le immondizie.
Fu impedito l'ingresso in città a qualsiasi malato.
Furono dati pubblici consigli per la tutela della salute. Non una volta soltan-
to, ma molto spesso folle di fedeli, in processione, pregarono. Fu tutto inu-
tile: quasi all'inizio della primavera di quell'anno, la peste cominciò a far sen-
tire in modo orribile i suoi dolorosi effetti.
Non avvenne come in Oriente, dove le emorragie del naso erano state chiaro
 segno di morte inevitabile. Da noi, all'inizio della malattia, tanto gli uomini




quanto alle donne si manifestavano certi gonfiori all'inguine o sotto le ascelle,
gonfiori che crescevano di più o di meno e che potevano avere arrivare alle
dimensioni di una mela o di un uovo.
La gente li chiamava 'gavaccioli'.
In breve tempo, da inguine e ascelle il mortale gonfiore si diffondeva in ogni
altra parte del corpo. Poi, la malattia si manifestava con macchie nere o blua-
stre che comparivano dovunque, in particolare su bracce e cosce, in alcuni
poche e grandi, in altri piccole numerose.
E come il 'gavicciolo' prima era stato ed era ancora segno sicuro di morte,
così lo erano queste macchie.




Nessun consulto medico, nessun medicinale sembrava essere in grado di ap-
portare anche soltanto un piccolo miglioramento. Pochissimi guarivano, la
maggior parte moriva entro il terzo giorno dalla comparsa dei sintomi, chi
più rapidamente, chi meno, quasi tutti senza febbre o altro.
Ciò era causato o dalla natura stessa della malattia, davvero incurabile, o dal-
l'ignoranza dei curatori. Il loro numero era diventato grandissimo e compren-
deva, oltre ai medici veri e propri, uomini e donne, senza alcuna nozione di
medicina.
Nessuno, comunque, riusciva a individuare le cause del male e, quindi, non
era in grado di prendere i provvedimenti necessari. Questa pestilenza fu par-




ticolarmente virulenta per il fatto che essa, tramite contatto, dai malati si av-
ventava sui sani, come il fuoco fa sulle cose secche o unte che gli siano molto
vicine.
Più si andava avanti e peggio era.
Non solo il parlare con i malati e lo stare a contatto con loro contagiava i sa-
ni e li conduceva alla morte, ma anche il semplice sfiorare i vestiti e qualun-
que altro oggetto che fosse toccato o usato dai contagiati, sembrava trasferire
il morbo agli altri.
Quel che sto per aggiungere, ha davvero dell'incredibile.
Io stesso, se non l'avessi visto con i miei occhi, non oserei crederlo, figuriamo-




ci riferirlo, anche se a raccontarmelo fossero state persone degne di fede.
Dico dunque che la pestilenza fu talmente contagiosa che non soltanto si tra-
smise da uomo a uomo, ma spesso ebbe effetti ancor più sorprendenti: gli og-
geti appartenuti ai malati o ai morti, se toccati da un animale, non solo lo con-
taminavano, ma lo uccidevano in brevissimo tempo.
Di questo i miei occhi ebbero, come ho già detto prima, numerose prove e, fra
 le altre, questa: i vestiti di un poveraccio, morto di peste, erano stati gettati
in strada e due maiali, avvicinatasi ad essi, li afferrarono, come sempre fanno
questi animali con tutto quel che trovano, e li scossero, prima con il muso, poi
con i denti; nello spazio di nemmeno un'ora, le due bestie cominciarono a con-




torcersi, come se fossero state avvelenate, e stramazzarono morte al suolo, so-
pra quei panni incautamente buttati via.
Questi fatti e molti altri, simili o persino peggiori, fecero nascere diverse paure
e strane scelte nei sopravvissuti. Tutti questi, in modo disumano badavano sol-
tanto a evitare i malati e a fuggire lontano da essi e dalle loro case.
Così facendo, pensavano di conservare la salute.
Vi erano alcuni che ritenevano che il vivere con misura, rinunciando a tutto il
superfluo, fosse l'unico modo per scampare a quella calamità. Costruito una spe-
cie di gruppo, vivevano separati da ogni altro.
(Prosegue...)
(L. Corona, Decameron di Boccaccio)
















domenica 9 febbraio 2020

IL NUOVO FEUDALESIMO (Racconti d'Archivio) [9]














 

Prosegue in:

Il nuovo Feudalesimo (2)












Una rapida ricerca attraverso Internet rivela la molteplicità di significati che i linguaggi
di alcune pratiche scientifiche, dei mezzi di comunicazione e il senso comune corrente
attribuiscono ai temini feudalesimo e neofeudalesimo.
Così in ordine sparso, neofeudalesimo può essere inteso come; estrema 'deregulation
istituzionale', per esempio nel caso dei Balcani dopo la caduta dei regimi dell'Europa
orientale; come 'manovra di corporazioni e lobbies'; come 'ricerca di protezione'.
Il termine è poi spesso associato ad altri come 'neoliberismo' e agli attributi più diver-
si come 'legislativo, universitario, industriale, mediatico, globale, postmoderno ecc.




Ma addentriamoci un poco di più nel Web.
Alla fine del 2002 un importante protagonista dell'informatica paragona l'attuale indu-
stria del software 'al feudalesimo, quando vigeva ancora la legge del taglione'. L'analo-
gia, soprattutto l'associazione feudalesimo-legge del taglione, alquanto impropria e az-
zardata, è utilizzata in riferimento al gioco di azione e reazione, per il quale la Micro-
soft di Bill Gates (e i diretti e indiretti suoi derivati..) investe e investirà ancora sui ser-
vizi Internet e sull'hardware, può beneficiare della migliore organizzazione di marketing
esistente, mentre gli avversari devono rispondere puntando soprattutto sulla qualità del
software.




Nello stesso periodo Bruce Sterling, autore di importanti best-seller, sostiene che è
imperativo categorico contrastare le forze del 'feudalesimo-Microsoft' (ed i suoi deri-
vati) e sostenere quelle del 'rinascimento' ('open-source'..):

"I consumatori devono avere la possibilità di scegliere - egli dice - nessuno deve essere
obbligato a comprare i prodotti di Bill Gates, che oggi con Window detiene il 95% del
 mercato (analogo discorso per i motori di ricerca, vedi Google..) dei sistemi operati-
vi. Un monopolio che è l'esatto contrario della libertà.
Una compagnia privata che detenga una risorsa così importante e strategica per la so-
cietà non si era mai vista nella storia: non si tratta neppure più di un capitalismo sfre-
nato, ma di un 'feudalesimo', in cui tutto appartiene all'unico grande feudatario, davan-
ti al quale gli sforzi di altri sembrano quelli di piccole e magnifiche città rinascimentali".




E' appena il caso di notare, in questa battuta di Sterling, la contrapposizione negativo/
positivo, Golia/Davide, fuori da qualsiasi contestualizzazione storica (l'attuale esempio
dell'analista della C.I.A. appare la conferma di questa profetica analisi..): così il bene
delle 'piccole e magnifiche città rinascimentali' combatte contro il male del grande mo-
stro feudale'.
Non è l'unico caso di incomprensione americana della storia europea, oltreoceano,
l'Europa è vista come la responsabile di molte colpe, 'dal feudalesimo al nazismo'.....




Ma passiamo ad altro linguaggio: quello malsano e deleterio della politica.
Nella seduta della Camera dei Deputati del 10 gennaio 1996, l'on Bossi si scaglia con-
tro i boiradi, ossia tutti i nemici del federalismo: essi sanno - afferma il leader della
Lega - 'che un'assemblea costituente federale distruggerebbe ogni forma di 'feudale-
simo politico', e soprattutto bloccherebbe le operazioni restauratrici in atto per ri-
aprire la vecchia strada di compromesso che passa attraverso la politica, tra gli in-
teressi del grande capitale del nord e della mafia del sud'.




Un capitolo a sé meriterebbe il ricorso al feudalesimo per spiegare la fenomenologia
di Silvio Berlusconi in Italia, ma anche il suo declino.
Limitiamoci a due esempi.
Il primo è un editoriale dal titolo 'Il feudo mediatico'.
Il passo più significativo è il seguente:

"La sostanza della vittoria del cavaliere alle elezioni del 2001 non è solo nel suo impe-
ro economico e, probabilmente, neppure in quello mediatico-commerciale, essa risiede
nella capacità di questa figura di incarnare, rappresententandole, esplicandole e renden-
dole modernamente fruibili, tutte le eredità e i retaggi della concezione del potere auto-
ritario europeo, dal feudalesimo ai fascismi-romani, passando per lo statalismo di ispira-
zione stalinista.
Le carestie non hanno mai affamato i feudatari e mai hanno sconfitto la loro cultura pa-
drona, arrogante e oscurantista. Per questo non serve seccare il granaio pubblicitario,
dovremmo sconfiggere, con alternative credibili e con un pensiero complesso, il potere
e la fascinazione che gli unti, i destinati, i risolutori, i casti della casta, e i 'conductor'
di ogni tempo hanno esercitato, sempre, con le loro facili soluzioni offerte in cambio
della libertà".




Un Berlusconi, dunque, personificazione fuori del tempo e della storia (al quale i suoi
peggiori nemici di un tempo, si affannano a mantenere in vita al capezzale della vec-
chia Repubblica... all'ombra di una nuova P3...) di qualsiasi potere autoritario: solo
così la procedura analogica può mettere insieme feudalesimo, fascismo, populismo,
caudillismo latino-americano, e chi più ne ha più ne metta....
Altrove non si esita ad associare con disinvoltura Impero, Monarchia assoluta, feuda-
lesimo. Le elezioni regionali del 16 maggio 2005 hanno visto in Sicilia la nascita del
fenomeno Lombardo: nato dalle costole del partito di Forza Italia, Lombardo si è poi
 alleato con la Lega di Bossi e, con quattro liste inventate in pochi mesi, ha ottenuto
alle elezioni del 2006 il 20% dei voti.
Questo il commento del giornalista:




"La monarchia assoluta di re Silvio è finita. Morta a Catania il 16 maggio 2005. Quel
giorno è nato il 'neofeudalesimo postberlusconiano': i signorotti locali, i leghisti del
nord e del sud, portano a casa i voti e poi li mettono a disposizione dell'Imperatore,
che in cambio deve dare riconoscimenti e potere ai signorotti, i quali vogliono coman-
dare a casa loro. Rafé Lombardo è il primo di questi valvassori. E' diventato un grande
feudatario della politica italiana: all'insegna dei proclami autonomistici e della sua nuo-
va politica.
Ma della vecchia, vecchissima politica ha mantenuto il meccanismo della ricerca capilla-
re del consenso. Con sano pragmatismo e senza andare troppo per il sottile. Creando
liste differenziate, per target differenti, e ammassando una folla di candidati di tutte le
categorie professionali, dai professionisti al posteggiatore. E ora? Ora Berlusconi dovrà
accontentare le richieste del suo feudatario catanese".
(Prosegue....)













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venerdì 7 febbraio 2020

STORIE D'OLTRE CONFINE (Racconti d'Archivio) [7]



















Precedenti capitoli:

Storia Universale

dell'infamia

Prosegue in:

Storie d'oltre confine (seconda parte)










Il sei febbraio del 1829, gli armati che, inseguiti da Lavalle, marciavano
provenienti da sud, per unirsi alle divisioni di Lòpez, si fermarono in una
fattoria il cui nome ignoravano, a tre o quattro leghe dal Pergamino; ver-
so l'alba, uno degli uomini ebbe un incubo tenace: nella penombra della
capanna, il confuso grido destò la donna che dormiva con lui.
Nessuno sa quel che sognò, poiché il giorno dopo, alle cinque i guerriglie-
 ri furono sbaragliati dalla cavalleria di Suàrez e inseguiti per nove leghe,
fino ai campi di stoppie, già squallidi, e l'uomo morì in un fosso, il cranio
 rotto da una sciabola delle guerre di Perù e Brasile.
La donna si chiamava Isidora Cruz; il figlio ch'ebbe, ricevette il nome di
 Tadeo Isidoro.
La mia intenzione non è quella di ripetere la sua storia. Dei giorni e del-
le notti che la compongono, m'interessa solo una notte; del resto, non
riferirò che l'indispensabile perché quella notte sia compresa.
L'avventura si trova in un libro insigne; cioè in un libro la cui materia
può essere tutto per tutti, poiché è capace di quasi inesauribili ripeti-
zioni, versioni, perversioni.
Coloro che hanno commentato, e son molti, la storia di Tadeo Isido-
ro, sottolineano l'influsso della pianura sulla sua formazione, ma 'gau-
chos' identici a lui nacquero e morirono sulle selvagge rive del Paranà
e sulle colline dell'Uruguay.
Visse è vero, in un mondo di barbarie monotona.
Quando nel 1874, morì di vaiolo nero, non aveva mai visto una monta-
gna né un becco a gas né un mulino. E neppure una città.
Nel 1849, era andato a Buenos Aires con gli uomini della tenuta di Fran-
cisco Xavier Acevedo; andarono tutti in città a scialacquare il denaro;
Cruz, diffidente, non mise piede fuori di una locanda vicina ai recinti
del bestiame.
Passò lì più giorni, taciturno, dormendo in terra, sorbendo mate, alzan-
dosi all'alba e andando a dormire all'avemaria. Capì che la città non ave-
va niente a che fare con lui.
Uno degli uomini, ubriaco, si burlò di lui. Cruz non gli rispose, ma nel ri-
torno, di sera, accanto al fuoco, l'altro ripeteva le beffe, e allora Cruz lo
atterrò con una pugnalata.
Fuggiasco, dovette riparare in un canneto; qualche notte più tardi, il gri-
do d'un trampoliere l'avvertì che l'aveva circondato la polizia. Provò il
coltello in un cespuglio; perché non lo molestassero nella lotta, si tolse
gli speroni.
Preferì battersi ad arrendersi.
Fu ferito all'avambraccio, alla spalla, alla mano sinistra; ferì i più auda-
ci del gruppo; quando il sangue gli corse tra le dita, lottò con più rab-
bia che mai; all'alba, stordito dalla perdita di sangue, lo disarmarono.
Il servizio nell'esercito, allora, fungeva da punizione; Cruz fu destinato
a un fortino della frontiera nord. Come soldato semplice, partecipò alle
guerre civili; a volte combatté per la sua provincia natale, a volte con-
tro.
Il 23 gennaio del 1856, alle Lagune di Cardoso, fu uno dei trenta bian-
chi che, al comando del sergente maggiore Eusebio Laprida, combatte-
rono contro duecento indi.
In quell'occasione ricevette una ferita di lancia.
(Prosegue.....)













mercoledì 5 febbraio 2020

ANTENATI (3) (Racconti d'Archivio) [5]














Precedente capitolo:

antenati (2)

Prosegue in:

antenati (4)












Ed Cawood: '(il mio antenato) Berry Cawood aveva combattuto
nella rivoluzione.
Aveva fatto parte della spedizione di George Rogers Clark per
un anno o due, si era guadagnato la pensione e tornò e si siste-
mò a Harlan County.
Coltivava la terra, andava a caccia, faceva legname; allora non
si estraeva il carbone, eccetto per l'uso domestico. Avevano
paura degli indiani, ma gli indiani in questi posti ci passano e
basta, non ci venivano ad abitare.
Un mio antenato, dicono si comprò per moglie una ragazza in-
diana pagandola cinque bushel di granturco. Ma è solo per sen-
tito dire.
Comunque, c'è sangue indiano nei Cawood, credo'.




'Mia bisnonna era una Cherokee purosangue'(Chester Clem).
Uno dei pochi tratti positivi che gli scrittori di colore locale, i
missionari, gli educatori di fine Ottocento e primo Novecen-
to erano disposti a riconoscere ai montanari degli Appalachi
era il loro 'puro sangue anglosassone'.
Harlan, tuttavia, aggiunge un ironico paradosso - se di qualco-
sa si vantano, i suoi abitanti, è invece di avere 'sangue misto'
e antenati 'purosangue' indiani:
'Ho un po' di sangue indiano nelle vene - vedi mia bisnonna e-
ra indiana. Indiana americana, cioè' (Chester Napier).




Martha Napier: 'Mia nonna materna era un'indiana Cherokee
purosangue. Non l'ho mai vista, ma era un'indiana Cherokee.
Mia madre ci raccontava di come lavorava e tirava su la fa-
miglia, otto o nove figli. Mio nonno non lo conosco.
Dev'essere stato Cherokee, perché mia madre era indiana
Cherokee. La madre di lei, purosangue. Mia madre non era
purosangue'.
'Il Kentucky, tradizionalmente era un terreno di caccia degli
indiani; avevano deciso di non abitare qui, di farne solo un
territorio di caccia comune' (Arthur Johnson).




Nel Settecento, la nazione Cherokee controllava la maggior
parte della regione appalachiana. Gli insediamenti principali
erano in Georgia e Carolina; il Kentucky faceva parte delle
loro terre; anche se era usato soprattutto come territorio di
caccia.
Quando i Cherokee cominciarono a commerciare in pelli e
altre merci con i coloni e i pionieri bianchi, entrarono a far
parte, sia pure marginalmente, di un mercato globale che li
rese dipendenti dalle esportazioni e non più autosufficienti.
A mano a mano cominciarono così a cedere parti delle loro
terre (o a vedersele usurpate).




'Dopo la cessione delle terre dell'attuale Kentucky - (nel
1775)  - scrive W. A. Dunaway - su cui non tutte le nazio-
ni Cherokee erano d'accordo, il dissidente Dragging Ca-
noe ammonì i bianchi: 'Avete comprato una bella terra,
ma c'è una nuvola che la sovrasta. Scoprirete che colo-
nizzarla sarà una cosa cupa e sanguinosa'.
In gran parte della sua storia, il Kentucky è stato davve-
ro una 'dark and bloody ground', tato che molti credono
che Kentucky significhi appunto 'terra cupa e sanguinosa'
in Cherokee.




Debbie Spicer: 'Allora, ho sentito dire che il mio bisnon-
no era venuto dalle Smoky Mountains quando aveva di-
ciassette anni.
Mio nonno. Cherokee. Era il mio trisnonno, il bisnonno
di mia madre. Dicono che quando gli indiani sono stati
cacciati via, forse i miei antenati sono andati via con
loro e in modo o nell'altro sono arrivati qui.
Gli indiani sono trattati male; gli indiani sono stati trat-
tati davvero peggio della gente di colore.
I bianchi li hanno cacciati dai loro territori e gli hanno
preso la terra e tutto quello che avevano, capisci'.
(Prosegue....)












  

lunedì 3 febbraio 2020

ANTENATI (Racconti d'Archivio) [3]








































Prosegue in:

antenati (2)










Nel settembre del 1892, il reverendo L.E. Tipper passò
Pennington Gap ed entrò in Harlan County diretto a Yo-
cum Creek.
Il suo percorso era segnato dalla memoria recente delle
faide e dei conflitti:
un accampamento di boscaioli a Martin's Fork, gestito
dai fratelli di un uomo che era stato ucciso dagli Howard;
il punto in cui George Turner fu ucciso da Wills Howard
a Catron's Creek; il torrente lungo il quale James T. Mid-
dleton fu ucciso in un agguato; 'la casa del padre dei gio-
vani Turner che avevano preso parte alla faida'.




'A Yocum Creek, scrisse, molti degli uomini che abbiamo
conosciuto sono omicidi'.
Lo scopo del suo viaggio era di fondare una scuola e una
chiesa sotto gli auspici della American Missionary Asso-
ciation.
Incassò promesse di denaro dalle famiglie locali, scelse il
posto, ottenne opzioni sui terreni, e tornò via:
'Diciamo addio e ci mettiamo sulla via del ritorno, coscien-
ti che un grande lavoro è iniziato e che sono stati mossi i
primi passi verso la redenzione di Harlan County dall'igno-
ranza e dal peccato....'.




Mildred Shackleford:
'Quando ero piccola c'erano i missionari.
Lo sapevi che Harlan County un tempo era una de-
stinazione missionaria importante?
Venivano i missionari dei battisti.
Venivano i missionari dei metodisti.
Venivano i missionari delle Chiese del Connecticut, di
New York, di Chicago.




Mandavano i missionari nel profondo più nero dell'A-
frica per salvare i selvaggi. E li mandavano anche in
Appalachia per salvare i piccoli 'hillbillies'.
Lo sapevi?
Ti accarezzavano la testa a suon di botte e poi ti dice-
vano:
'Anche se sei povero e anche se sei ignorante, noi
siamo qui a fare il lavoro di Dio, non ti preoccupare
figliolo'.
Veniamo a salvare l'anima dei selvaggi.
I selvaggi eravamo noi e loro ci venivano a salvare...
Perché, capisci, in ogni luogo che la luce del Signore
non aveva illuminato, loro c'erano sempre.
E, naturalmente, la luce del Signore.... non aveva il-
luminato l'Appalachia.....'.




'Io andai a scuola alla Black Mountains Academy a
Evart',
racconta Burnam Ledford:
'Avevamo gli insegnanti migliori del mondo - erano
congregazionisti del New England'.
L'Academy di Evarts fu fondata nel 1892; nel 1888
la United Presbyterian Church aveva aperto una ac-
cademy a Harlan County. Un visitatore riferì che 'i
cittadini di Harlan, in Harlan County, contribuiscono
alle missioni domestiche di ogni altra chiesa nel pre-
sbiterio'.
(Prosegue......)