giuliano

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IL TOMO

giovedì 31 maggio 2018

CHI IL VERO ERETICO QUI TACCIO E NON DICO! (il ragione del 'libero' mercato) (41)








































Precedenti capitoli:

L' 'Enigma' della traduzione (40)

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Preghiera nel Bosco (42)









                                    Con licenza e dedica al Maestro

                                     e compianto generale in campo

                                           Giulio Cesare Croce

  







…Di fare un sirventese su questo suono che mi piace non voglio più tardare né fare lungo indugio e so senza dubbio ne avrò malevolenza, perché compongo un sirventese sui falsi ignoranti di Roma, che è a capo della decadenza per cui ogni bene decade.







Ed io a lui….


Per ugual Passo esiliato…

Giacché il Tempo contato mai mutato, e così convenire assieme alla vera essenza e Spirito della sana Eresia è forse l’unica strada maestra segreta Preghiera circa un Dio discusso e mal interpretato: Anima-Mundi che accompagna il malfermo cammino  di questo invisibile e ciclico Creato rinato.

E se qualcosa ci divide, sappi mio Trovatore trovato, che a prescindere - e per coloro che componi e scrivi nel soave piacere e diletto del tuo famoso Verso - rimembrare sempre la ‘materia’ qual principe principiare nel soave diletto e talento (raccomandato) il piacere condiviso nella corte con cui allieti favori ricambiati e ben nutriti. Ogni corte di questa Terra negli interessi che governano pecunia e materia soprattutto se questa indistintamente corrotta. L’Anima non meno dello Spirito si cela in colui invisibile ed esiliato nell’Opera - la vera Opera - pregata e composto specchio del Primo Dio.




Ed allora a te voglio dedicare questa breve strofa, giacché il tuo Spirito accompagnato dal Verso non meno del mio ti ha nominato e non in vano ispirare medesimo risentimento per ciò che tutt’attorno ci governa e regna in questa Terra!

Condivido il tuo Frammento strato in cui dalla Terra ogni frutto deriva, comporre la geologia – materiale crosta - da cui visibile venuta, ma essendo Spiriti Eterni (ma forse non eletti e neppure se per questo ben graditi) possiamo convenire a miglior Olimpo e dedicare codesto Dialogo a coloro a cui non certo conviene Superiore Ingegno (per ogni Dio taciuto nel favore di altro) fors’anche Invisibile Intelletto!




Non risparmio, mio amico, offesa qual Fiore e Frutto di questa ed altrui visibile Regno che ora andremo a cantare non meno nell’apostrofare nella loro materiale inconsistenza.

Pur qualcosa ci unisce e divide.

Come ogni Elemento convenire al vero Tempo da cui l’Universo.

Nostro vero Regno…




Ti domando, se pur uditi connessi ed anche un poco avviliti: Qual è il vero Eretico Ragione ragionando orfano del ricco reclamato Tempo braccare Rima e Verso?

Qual è la vera Eresia mentre ognun indistintamente gli occhi ove un Tempo sperare miglior cielo là ove ora regna il profilo d’un grafico incompreso figlio del comune cammino signora Mammona, dettare sorte per ogni Elemento così malnutrito!

Qual è? Domando a voi Nobili Signori, in codesta valle ove riparato le condizioni dell’Homo Creato e da cui ogni materiale intento… nato?




Qualcosa pur mutato se il ‘grafico’ sovrapposto ai bei lineamenti di queste montagne incidere il Passo e l’umore per ogni cosa che dovrebbe prosperare e crescere così com’era il vecchio Sentiero con il mulo transitato per questa e altre vette della Terra (non ancora Teschio) nella dura fatica nominata vita.

Però in cuor mio sapevo - se pur dalla fatica umiliato con stabile pulsare - vero Tempo del tutto affaticato e creato, che ogni cosa cresceva nei tempi delle dovute stagioni così come Suo Elemento qual seme e frutto che ora implora più saggia ed eretica preghiera.




Frate Foco scaldava e profumava il Sentiero, duro d’Inverno lieto a Primavera, e se pur muto nel recitare la dovuta preghiera sapevo il Dio Pagano e poi Umiliato ascoltarmi in quel saldo battito: udivo ugual Geni di resina tutta accompagnare ogni mia strofa dedicata da chi il ‘vero amico’ d’ogni Dio, accompagnare il senso segreto della Vita… e poi ascoltarla suonare nell’invisibile concerto d’un Teatro ove più nessuno si inchina e prega!

Ora, al contrario, di quella musica tutti tacciono ammutoliti dal ‘Pil’ del libero mercato riunito nutriti (non ancora del tutto - in verità e per il vero… - digeriti) – ove anch’io come il Tempo andato mi dirigo – non potendo più codesta preghiera e Parola che ne deriva; giacché altra ‘materia’ alberga alta imprecare ed urlare in loro vece, ed io con il mio povero mulo respiravo un diverso profumo.




Ora scorgo Anime impietrite correre e precipitare verso l’abisso d’un potere oscuro, mentre Sora Aqua come sempre accompagna il mio come l’altrui affogato cammino: che sia Lupo o Fiume antico, qui taccio e più non dico, giacché ugual feudatario assiso al trono reclamare vasto Regno e Paradiso per ogni Terra ammirata di cui più alto dio e sovrano.

Sora Aqua vien giù a bombarda che tutti li Frati da Grumero a Bergamo allaga e annega, sarà per via di quell’Anima inquieta di Frate Cecco che maledisse lo padre suo? Non so! Però convengo che anche se iti al sole d’un diverso universo e impero qualcuno affoga e malmena in questa sua preghiera!

Taccio e lo ascolto giacché ancor non in fragranza di reato nella ‘confessione’ di quanto transitato…


         

Proseguo, se pur cogito et penso che dipende anche dal pié veloce in cui ognun indistintamente comandato, mentre al di là del Confine – visibile cortina d’un tempo passato – tutto rallentato come se poco avessero compreso di questa ed ogni preghiera, circa noi esuli e Stranieri d’ogni ricca corte di questa oscura Terra…

Corrono la ‘maratona’ alla ricerca di Frate Sole, Lui che una sera fu ito con Sora Luna per il miele che strani pargoli mette al monno: lo videro desinare e giammai disdegnare strane ballate con la dama del Franco regno. Certo è che ora tutti in quest’ultima cena (giù al villaggio) reclamare e scorgere uno strano Sole nato splendere per l’intero Impero non del tutto ancor coniato, giacché la Lira lamenta diverso componimento…!




Tutti indistintamente esiliati alla ricerca del Foco antico alto risplendere e rischiarare uno strano sorriso, senza per il vero aver ancor capito che le Stagioni son per sempre mutate, correre al recinto della vera e sola ‘pecunia’ in ogni Tempo dimorare e fondar l’alma non meno dell’abito con cui vestito lo  Spirito!

Ora appesi ad ugual profilo con la paura della bisaccia divorare quanto gelosamente e per sempre custodito qual vero Tesoro e ricchezza fondamento d’ogni principio, ben stretta, cogitare in questa la vera certezza, e quella se la ride e divora in ugual certezza di bramosia che in ognun alberga (& prega)…




Piano con quella e questa sola ricchezza che il Tempo conteneva il poco del mio ed altrui giorno per ogni Elemento pregato, mi avvio - oggi come ieri - all’umile lavoro, che fosse miniera o pascolo dell’Anima taciuta, silenzioso d’alto profilo osservavo al crocevia d’un crocefisso meditar di loro, mentre tutto sopra e sotto questo strano cielo al roverso del fermo battito corre e gira formare la giostra nominata vita.

Provo solo una grande nostalgia per quel battuto (dicon ferro) zoccolo e scarpa del mi povero somaro (non ancor cavallo se pur parenti – giacché io parlo del mio mulo - non certo d’inferior ingegno spacciato per altro avvistato e alla stampa coniato per ogni messaggero correre allo scambio del cavalier sudato), con il quale converso accompagnato da un lupo…




Un Lupo e due Signori - ricchi e ben vestiti (in quest’Eretico Viaggio) - domandar Taverna per la notte, rimembrare le bellezze d’un antico Regno perso, ed io, che Nessuno sono ed ero, indicai il Sentiero smarrito di questo difficile Passo che vuol dire Speranza ed un poco di coraggio per tornare quel che eravamo anche se una Fiera protesta giù non lontano dal villaggio impreca e reclama giusto motto giusto commercio per ogni futuro castello in nome di ugual Fede nello Spirito perso, giacché chi Infinto a somiglianza dell’Eterno ogni mercato fugge dal proprio Sentiero…

E sperare in questo Verso e Frammento perso che il l’andato Tempo muti e torni a risplendere il saggio cammino componimento d’una comune e rimpianta Stagione della Vita che dicono persa e smarrita, e certo non più bufera d’antica ed inferior discordia nominata da ognun Guerra!




Quella, da Nessuno che sono, proviene dal cielo come dall’Universo intero per aver profanato ogni Elemento e non certo l’antico patto con cui si soleva scrivere ed incidere il vero motto dello Spirito da più alto ingegno dettato, ed anche se loro protestano, mi suggerisce chi ora taciuto da diverso cielo, la Verità tutta racchiusa in questo breve Segreto o fors’anche Frammento… 

(Nessuno accompagnato dalle belle Foto di Florent Courty)



















sabato 26 maggio 2018

DUE SELVE (38)



















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I Geni della Foresta (37)

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Il 'Mandato Celeste' contro l'operazione Barbarossa (39) &

L' 'Enigma' della traduzione (40)



La grande Notizia.... (da cui il Pensiero che ne deriva...)













Uscito dalla quiete del Bosco dopo l’Olimpo dalla cima nel Sentiero della Vita, qualcosa attende lungo la Via, qualcosa compone retta e saggia Parola divenuta Filosofia lungo medesima Storia.

Qualcosa non del tutto capita, sarà forse perché i termini della Natura ora descritta (per chi in nessun Dio crede e prega) dovrebbero essere uguali per tutti coloro che popolano la vita nei molteplici suoi Versi non ancor medesima Parola.

Ed anche se qualcuno esplicita una dura selezione per ciò che concerne la sopravvivenza, nel Bosco narrata e rilevata, dicono che l’uomo si differenzia anche per questa sua caratteristica evoluta, sicché ciò che ne deriva in tal legge scritta non sembra più valere, e chiunque può anche, se pur debole ed indifeso o proteso in altro difettoso accento, aspirare allo stesso ramo e verdeggiare nell’Albero della Vita in difetto ed assenza dell’antico ‘Forestaro’ che  ogni tronco e ramo al rogo del proprio castello regno della sua potenza non meno, se ben ricordo, araldo di una presunta e discussa discendenza, abbatte e sacrifica dimenticando il Principio su cui si fonde il diritto a medesima discendenza così nobilmente ispirata e dicono anche respirata.




In questa grande Serra ove il Gas tormenta ogni Anima nobilmente transitata…  

Fu il terrore dell’intera Selva!

Così l’uomo narrato e detto evoluto si distingue dal gorilla alla grotta assiso.

Così l’uomo ora narrato ad ugual bosco assiso si distingue nel tutto Creato e dicono evoluto.

Allora leggendo e replicando a quanto letto ed affisso ad una ruota impiccato alto qual tronco appassito e rinsecchito penzolare qual Ramo marcito come una foglia secca pendere da una forca, medito la Vita essendo anch’io non meno di quella in ugual Bosco della medesima Selva nato che patria era ed ugualmente esiliato:

qual Bosco in verità e per il vero narriamo?




Qual Bosco qual grotta qual vita meditiamo uniti nel ‘villaggio globale’ ove l’uomo si differenzia dalla bestia da cui nato conquistare la fiera Natura da cui evoluto?

Qual Bosco e Selva ci differenzia nel dono della Parola e con questa dell’Intelletto facoltà del superiore ingegno quando l’istinto rimane medesimo dell’uomo assiso al proprio focolare coniare arma per cacciare e sopravvivere.

Eppure signor miei voi che giudicate nelle dovute differenze coniare e tener conto della vostra quanto unica moneta litica unita, dovete pur valutare che l’evoluzione mai transitata per il Bosco narrato in medesima Via.

E per quanto esistano tribù impietrite e quelle all’età del ferro narrate, ed ancor meglio, quelle dall’altra parte dell’Oceano dicono all’antica età dell’Oro rinate, ci sembra che l’antico villaggio con cui l’uomo partì a conquistare la Terra con le dovute distinzioni che fanno del Verso glutterato e il Verso apostrofato, possano riconoscere e fors’anche decifrare fiera risposta rimata all’uomo assiso al proprio focolare coniare arma antica d’offesa oppure di difesa.




Rispondo a questo ‘homo’ saputo che la vita e con essa la Storia si riconosce dalla Natura e se pur scritta nella Storia, nulla evoluto da quando il lupo o l’orso arrecavano paura all’homo riparato meditare difesa contro ogni Elemento della Natura, giacché proprio il Lupo mio amico mi svela il mistero dell’offesa, io che pur ho avuto l’ingegno e la pazienza di allevarlo, quando scendeva dall’alta montagna conquistare ogni mia fatica divenuta pecunia difesa entro le mura; eppure anch’io esule dalla mia patria, forse il Lupo lo aveva intuito e così si mise al mio servizio non certo qual mercenario, solo pastore da medesimo coraggio nutrito e conquistato riconquistare ciò che pensavo perso.

Allora la Natura si racconta e la Storia tiene di conto quanto vasto fu il mio Regno scritto nello Spirito che da lui avevo ed ho imparato, insieme conquistammo ogni terra che pensavamo perduta, ed imparammo ad amare la libertà che nel villaggio ci fu negata per quel ferro coniato chi da quell’età ancor non del tutto scampato.




Così rispondere con poche parole e Rime o forse Versi per chi il dono della Parola, quando uscito dal Bosco qualcuno del villaggio rimprovera la mia Preghiera, ed il Verso si fece Rima per rispondere che nulla è pur mutato dall’antico riparo ove un diverso Bosco svela la propria ed altrui Natura: siamo uomini accompagnati da Lupi addomesticati, e questi che azzannano e difendono la propria caverna ai margini d’un antico Bosco che Selva era, cosa per il vero reclamano nella differenza posta?!

Qual differenza mi suggerisce il mio amico in questo Bosco narrato.

Credo di aver risposto all’occhio non meno dell’orecchio cui il Senso dell’intero diverbio narrato formano il suo ed il mio Bosco da una medesima Selva rilevata, buon custode dell’eterno fuoco ove regna più splendida saggezza scritta nei Geni di medesima Foresta…

E credo anche che vi sia uno Spirito regnare e governare il mondo di questa Terra ove ognun pose nel fuoco coniato l’araldo del proprio potere, così da porre giusta differenza e  distinguo fra il Bosco che era e quantunque tornato o fors’anche mai mutato dall’antico homo conquistato chino alla sua pietra incidere simbolo e medesima… arma d’offesa per il dono della caccia che pone la vera distanza dalla Selva da cui più elevata saggezza… 

















martedì 15 maggio 2018

ANIME INCOMPIUTE (35)




















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Il custode delle Anime (33/34)

Prosegue in:

Fors'anche (solo) taciute (36)














…Gli alberi sono santuari…
Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, percepisce la verità.
Essi non predicano dottrine e ricette ma predicano, noncuranti del particolare, la legge primordiale della vita...
Un albero parla: in me si cela un granello, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna. Unico è il tentativo e il parto che l’eterna madre ha osato con me, unica la mia figura e la nervatura della mia pelle, unico il gioco di foglie della mia vetta e la più minuscola ferita della mia corteccia. Il mio compito è rappresentare e significare l’eterno nell’intarsio dell’unicità.
Un albero parla: la mia forza è la fede...
Io non so niente dei miei padri, non so niente dei mille figli che ogni anno da me si generano. Io vivo sino in fondo il mistero del mio seme, di nient’altro mi preoccupo.
Ho fede che Dio è in me.
Ho fede che il mio compito è sacro.
Di questa fede io vivo.
Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci:
Fa silenzio! Guarda me! Vivere non è facile, vivere non è difficile…
(H. Hesse, Alberi, Storie di vagabondaggio)

Così nell’interrogativo dall’uomo a dio posto - dio o uomo che sia -, chiedo al principio che in ognuno dimora, chi sono questi Spiriti che vagano come onde narrare le ère trascorse. Chi questi esseri vivi e invisibili al Sentiero dell’opera magnifica comporre siffatta splendida Rima, non certo la mia. Sua, l’infinita Poesia, mi suggerisce foglia e Parola, eterna Anima  risorta alla luce di quanto Creato… 
Nel verbo ove contemplo e prego Dio, la verità per sempre taciuta narrare il Sentiero della Vita: avversa alla materia (ora) compongo e dipingo il quadro, vista del tuo occhio compiuto… Ciò che vedi e non intendi compone solo l’intento incompiuto controllato dal piatto schermo evoluto, la ‘parabola’ cui affidi il sogno sognato alla materia della vita incapace di vedere l’opera prima.
Nel Sentiero di questo esilio, la domanda si fa più compiuta di prima, e là dove poggio l’occhio dell’Eterna Memoria scopro il segreto della vita muto alla parola. Là dove prego e dipingo Dio nell’opera della Natura risorta, il quadro si forma alla segreta mia vista, per ricomporsi più bello di prima.
Così parla il ‘Dio prima di Dio’, indica la via in apparenza smarrita, dona coraggio e preghiera, ad annunciare nel quadro dipinto all’alba di una eterna mattina la sua risposta: prosegui il cammino perché il sentiero non hai smarrito, è nato l’uomo non certo lo Spirito avverso al sogno compiuto. Anch’io fui inchiodato una mattina, trascinato al rogo della vita da chi nella materia cerca il calore della vita. Da chi bracca ogni Anima perseguitare la vita. Da chi caccia ogni parola per il trofeo che sfama ed orna la sua dimora. Ugual gente mi insultava e calunniava nella stessa via.
Poi come un raggio di verità nella legge nel tempio evoluta, la legge di un dio non conforme alla vita pensata e cresciuta, terminai la parabola dell’eterna Parola al Teschio della tortura. Ciò che per il vero appare quale pazzia, è via e vita, scoperta e indagata una mattina per l’intero sentiero dell’infinita venuta.
Chi pone questa regola, vedrà comporsi e dispiegarsi la domanda ossessione di una e più vite. I sentieri percorsi furono tanti, narrarli o descriverli non basta un Universo, come non sufficiente una sola dalla  Dimensione vissuta… svelare la vita.
Da quello… neppure Dio… se è per questo.
Così quando preghi la vita, senza nome o dio. Quando preghi la Natura taciuta, io osservo l’opera compiuta, e seguo la tua via. Ciò che tutto intorno appare, è quanto dall’uomo nato studiato sfruttato e dominato, in verità, a te dico, vi è un altro Universo invisibile al loro secondo Dio. Un altro Universo ove ciascuna vita vissuta compiere il ciclo dell’eterna venuta…
Lo Spirito cui composta la Luce Divina parte dell’opera compiuta, disceso entro la materia, eterno questo sentiero, fors’anche prigione, perché se pur bella la foglia che preghi comporre l’albero della vita, prigioniera del Tempo ciclo della Natura. Prigioniera anche lei di un destino compiuto, se dona elemento, se orna la vita, sempre nel corpo della materia evoluta…, ed in lei compone l’opera di cui linfa taciuta… 

...Quel ponte sospeso nell’attimo di raccoglimento quale visione dell’opera e nella parola non scritta, ne supera in verità la sostanza. Perché non si attiene ad essa, ma da essa ne prende linfa per uno slancio nuovo che produce energia essenziale per assaporare la vita nell’incessante suo procedere posta nel ciclo costante fra la nascita e la morte.
Così mi accingo alla costruzione di questa scala che pongo nell’insieme, al di sopra di esso mi elevo per superare la stretta via del programmato, organizzato, strutturato. La costruisco con sapiente maestria, e non cerco quell’ispirazione verso l’alto inteso come superiore, ma elevazione morale e non erudizione bensì intuizione. Che no, non è linguaggio misurato, scrutato, controllato, elaborato, per divenire geroglifico d’incomprensione, ma istinto  mutato in esperienza già vissuta. Lingua già parlata, sé pensante e quantificabile nella sua evoluzione. Sé assumere coscienza di ciò che era e non ricorda. Questo ricordo indago, un sogno perso in una visione mistica verso il nostro passato troppo spesso confuso barattato venduto per altro, cerco correggo ed interpreto.
Una semplice opera di ‘metafisica’, in quanto essa supera per sua volontà le leggi della fisica e della natura così come ci appare. Cerco in questo sforzo di sollevarmi da ciò che per nostra natura ‘pensiamo’ conoscere o scrutare. Pongo delle ragioni di dubbio che risiedono nel fondamento dell’ispirazione. Quando pongo nel buio dei vostri perché questa scala, la mia ispirazione non è sollevarmi al di sopra degli uomini per raggiungere simmetrica sostanza dell’infinito, bensì, sollevarmi dall’immensità del conosciuto o del mistero, verso ciò che prescinde dall’essenza del materiale con cui per millenni è stata costruita, con ugual volontà con cui mi accingo per la stessa opera (e se nel paradosso di cotal volontà manifesta approdo, in assenza di tempo, alla prima negazione detta, allora ho pur perseguito Infinito intento e creato Spazio e Tempo nella mistica contemplativa d’una negazione la quale negando se stessa divenire affermazione prescindendo così dalla volontà con cui per secoli cotal ‘scala’ pensata e costruita, liberato cioè da qual si voglia manifesta ortodossa pretesa di cui Eckhart eretico maestro…).
Quando ci rivolgiamo alle ragioni della fisica con tutte le sue teorie, occorre questo sforzo intellettivo per elevarsi alla concezione reale di una probabile creazione e al suo motivo. Quando mi accingo allo sforzo culturale di immaginare  l’Universo secondo le ultime teorie della fisica, attenendomi alla teoria delle stringhe fino alle più recenti definizioni circa la materia scura, deve compiere questo sforzo intellettivo: assimilazione e astrazione.
Innalzo questa scala composta con tutti gli scalini del nostro sapere, ma prescindendo innanzitutto da essi, per sollevarmi a nuove e più probabili affermazioni di verità. Attraverso lo spazio tridimensionale, apro più certe dimensioni sulla consistenza dell’inizio e successiva fine, come il presente scritto attraverso più dimensioni di altri scritti, cercherà di fare.
Fra l’inizio e la fine ci sono dei perché, come punteggiature e virgole  all’interno di un disquisire. Più di certi punti esclamativi, riduttivi e ripetitivi nella loro bellica chiassosità. Mentre coloro che si soffermano su degli stili di vita e modellano grazie ad essi tutta la loro materiale esistenza, non convergono a degli interrogativi, bensì a delle pause più o meno lunghe negli intermezzi della frase, del discorso, nell’opera che si accingono compiere ogni giorno fra l’inizio e la certa fine nella grammatica della vita. Si soffermano, illusi di procedere, senza proseguire nel cammino, non compiono sforzi intellettivi e interpretativi per andare alla fonte della retta la quale da  - A -  tenta e striscia verso  - B - e successivamente camminare e volare da - B - e poi ancora procedere all’uso costante di una e più possibili grammatiche dal pensiero evolute sino alla parola e questa ad una probabile scrittura consequenziale e connessa nell’intero suo svolgere non esulando da nessuna condizione posta… Così come la foglia ed il suo ramo e questo all’albero dalla radice cui nasce e l’uomo raccoglierne il frutto ben maturo che non sia una mela nell’errata grammatica nella genesi della vita bensì pensiero evoluto all’ombra di uno o più universi nati nella corretta comprensione e successivo stupore   nella parola… celebrato…
Si sottomettono poi, senza mettersi in discussione in improbabili voli di costruzioni infinite, al pari, pensano, del nuovo mondo virtuale, da questo traggono giovamento per la propria esistenza e quella degli altri. Così l’economia del mondo. La nuova lingua: uguaglianza, emancipazione, moda, e dicono anche progresso e libertà. Non si accorgono invece di essere fermi in interminabili pause storiche che con il loro operato tendono a ricomporre con uguale precisione sottoposte all’intervento grottesco di più punti interrogativi ed esclamativi. Quante volte sottoponendoci alla umiliante visione (per l’essere umano evoluto) delle notizie che ogni giorno ci arrivano a conferma di questa teoria, ci accorgiamo che le pause di punteggiature e virgole scandirne il tempo, tendono ad essere costanti insormontabili per il giusto progredire dell’essere umano. E tutti coloro che si dilettano in questo modo a concepire la grammatica della nostra esistenza, ne rallentano in verità la vera ascesa. 



















sabato 12 maggio 2018

IL CUSTODE DELLE ANIME (33)



















Precedenti capitoli:

Sul commercio dell'Anima e del corpo (32)

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Il custode delle Anime (34)













Elijah Browning
 


Ero tra una folla di bimbi
danzanti ai piedi d'una montagna.
Una brezza si levò da oriente e li spazzò via come foglie,
spingendone alcuni sui pendii... Tutto era cambiato.
C'erano fuggevoli luci, e lune mistiche, e musica di sogno.
Una nube calò su di noi. Quando si levò, tutto era cambiato.
Ora ero in mezzo a una folla rissosa.
Poi una figura d'oro scintillante, e una con la tromba,
e una con lo scettro mi vennero incontro.
Mi schernirono e danzarono un rigolone e svanirono...
Tutto cambiò di nuovo. Da una pergola di papaveri
una donna si denudava il seno e levava la bocca aperta verso la mia.
La baciai. Le sue labbra sapevano di sale.
Mi rimase del sangue sulle labbra. Caddi esausto.
Mi rialzai e salii più in alto, ma una foschia come da un iceberg
offuscava i miei passi. Avevo freddo e soffrivo.
Poi il sole m'inondò ancora,
e vidi le nebbie sotto di me nascondere tutto.
Allora, curvo sul bastone, riconobbi
il profilo della mia ombra sulla neve. E sopra di me
era l'aria muta, trafitta da un cono di ghiaccio,
sopra cui pendeva una stella solitaria!
Un brivido d'estasi, un brivido di terrore
mi percorse. Ma non potevo tornare ai pendii -
anzi, non desideravo tornare.
Perché le onde spente della sinfonia di libertà
lambivano le rocce eteree intorno a me.
Quindi scalai la vetta.
Gettai il bastone.
Toccai quella stella
con la mano protesa.
Svanii del tutto.
Perché la montagna affida alla verità infinita
chiunque tocchi la stella! 

(E.L. Masters; Antologia di Spoon River)















martedì 8 maggio 2018

SUL COMMERCIO DELL'ANIMA E DEL CORPO (30)









































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Anime Universali (29/28)

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Sul commercio dell'Anima e del corpo (31) &

Sul commercio dell'Anima e del corpo (32)














Il villaggio gli parve piuttosto grande; due boschi, uno di betulle e uno di pini, come due ali, una più scura e l'altra più chiara, stavano alla sua destra e alla sua sinistra; nel mezzo si vedeva una casa di legno con un mezzanino, il tetto rosso e i muri grigio-scuri, o meglio grezzi - una casa sul genere di quelle che da noi costruiscono per gli insediamenti militari e per i coloni tedeschi. Si notava che nel costruirla l'architetto aveva lottato continuamente col gusto del proprietario. L'architetto era un pedante e voleva la simmetria, il proprietario la comodità, e, come  si vedeva, in conseguenza di ciò aveva sprangato tutte le finestre che davano su un lato e al posto loro ne aveva aperta un'unica piccolina, resasi probabilmente necessaria per un ripostiglio buio. Anche il frontone non era riuscito affatto in mezzo alla casa, per quanto si fosse battuto l'architetto, perché il proprietario aveva fatto eliminare una colonna da un lato e perciò non erano risultate quattro colonne, com'era previsto, ma solo tre. Il cortile era circondato da una recinzione di legno robusta e grossa oltre misura. Il possidente sembrava essersi preoccupato molto della solidità. Per le scuderie, i granai e le cucine erano state utilizzate travi pesanti e grosse, destinate a durare per secoli. Anche le izbe dei contadini del villaggio erano costruite a meraviglia: non c'erano pareti di legno piallato, intagli decorativi e altri vezzi, ma tutto era incastrato insieme saldamente e come si deve. Perfino il pozzo era rivestito di legno di quercia così robusto, come se ne usa solo per i mulini e per le navi. In una parola, qualsiasi cosa guardasse era ben appoggiata, senza tentennamenti, disposta in un suo ordine saldo e goffo. 





Avvicinandosi all'ingresso, egli notò due volti che si erano affacciati alla finestra quasi contemporaneamente: uno femminile, con la cuffietta, stretto e lungo come un cetriolo, e uno maschile, rotondo, largo come quelle zucche moldave, chiamate gorljanki, con cui in Rus' si fanno le balalajke, dele balalajke leggere a due corde, ornamento e svago dell'intraprendente giovanotto ventenne, ammiccante ed elegante, che strizza l'occhio e fischia alle ragazze dal bianco seno e dal bianco collo, radunatesi per ascoltare il suo sommesso strimpellare. Dopo essersi affacciati, entrambi i volti si nascosero nello stesso istante. Sul terrazzino uscì un lacchè in giacca grigia con il colletto rigido azzurro e condusse Èièikov nel vestibolo, dove il padrone in persona lo aspettava già. Nel vedere l'ospite, disse bruscamente: ‘Prego!’ e lo condusse nelle stanze interne. Quando Èièikov guardò di sbieco Sobakeviè, costui stavolta gli parve assai simile a un orso di media grandezza. Per completare la somiglianza, portava un frac di un perfetto color orso, maniche lunghe, pantaloni lunghi, e camminava con i piedi di traverso, calpestando continuamente i piedi altrui. La sua faccia era del colore arroventato, acceso, che hanno le monetine di rame da cinque copeche. Si sa che al mondo esistono molte facce per rifinire le quali la natura non è andata troppo per il sottile, non ha usato alcuno strumento fine, come lime, succhielli e simili, ma ha semplicemente tagliato giù di grosso: un colpo d'accetta - ed è uscito il naso, un altro - sono uscite le labbra, con un grosso trapano ha fatto gli occhi, e, senza neanche piallare l'opera, l'ha mandata nel mondo, dicendo: ‘Vive!’. 




La stessa faccia robusta e squadrata a meraviglia aveva Sobakeviè: la teneva più verso il basso che verso l'alto, il collo non lo muoveva affatto e a causa di tale fissità guardava raramente il suo interlocutore, ma sempre o l'angolo della stufa, o la porta. Èièikov gli diede un'altra occhiata di sbieco mentre attraversavano la sala da pranzo: un orso! un autentico orso! Non ci mancava che questa strana coincidenza: si chiamava perfino Michail Semënoviè. Conoscendo la sua abitudine di pestare i piedi, Èièikov muoveva i propri con grande cautela e lo lasciava passare per primo. Il padrone di casa sembrava consapevole di questa sua pecca, e gli domandò subito: ‘Non l'ho per caso infastidita?’. Ma Èièikov ringraziò, dicendo che, finora, non c'era stato alcun fastidio. Entrato in salotto, Sobakeviè indicò una poltrona, dicendo di nuovo: ‘Prego!’ Sedendosi, Èièikov lanciò un'occhiata alle pareti e ai quadri che vi erano appesi. Raffiguravano tutti giovanotti in gamba, condottieri greci in incisioni a tutta figura: Maurocordato in pantaloni rossi e uniforme, con gli occhiali sul naso, Miaulis, Canaris. Tutti questi eroi avevano cosce così grasse e baffi così madornali, che un brivido ti passava per il corpo. Fra i robusti greci, non si sa in che modo e perché, era finito anche Bagration, sparuto, magrolino, con sotto bandierine e cannoni e una cornice stretta stretta tutt'intorno. Poi di nuovo seguiva l'eroina greca Bobelina, una sola gamba della quale pareva più grande di tutto il tronco di quei damerini che affollano i salotti di oggidì. A quanto pare il padrone di casa, essendo egli stesso un uomo sano e robusto, aveva voluto che anche la sua stanza fosse ornata da persone robuste e sane. 





Accanto a Bobelina, proprio davanti alla finestra, era appesa una gabbia dalla quale guardava un tordo scuro a puntini bianchi, che assomigliava molto anche lui a Sobakeviè. Ospite e padrone di casa non avevano avuto il tempo di tacere due minuti, che la porta del salotto si aprì ed entrò la padrona di casa, una signora molto alta, in cuffietta con nastri tinti con colori fatti in casa. Entrò solennemente, tenendo la testa eretta come una palma. ‘Questa è la mia Feodulija Ivanovna!’ disse Sobakeviè. Èièikov si accostò alla manina che Feodulija Ivanovna quasi gli ficcò in bocca, e in quell'occasione ebbe modo di notare che le mani erano state lavate in salamoia di cetrioli. ‘Tesoro, ti presento Pavel Ivanovic Cièikov!’ proseguì Sobakeviè. ‘Ho avuto l'onore di conoscerlo dal governatore e dal direttore delle poste’. Feodulija Ivanovna lo pregò di accomodarsi, dicendo anche lei: ‘Prego!’ e facendo un cenno col capo come quello delle attrici che interpretano le regine. Poi si sedette sul divano, si coprì col suo scialle di lana merinos e non mosse più né occhio, né ciglio. Èièikov di nuovo alzò gli occhi e di nuovo vide Canaris con le grasse cosce e i baffi interminabili, Bobelina e il tordo nella gabbia. Quasi per cinque minuti interi tutti rimasero in silenzio; si udiva solo il picchiettio del becco del tordo contro il legno della gabbia, sul fondo della quale pescava dei chicchi di grano. Èièikov abbracciò ancora la stanza con lo sguardo, e ogni cosa in essa era solida, goffa al massimo grado e aveva una certa strana somiglianza con il padrone di casa; in un angolo del salotto c'era un panciuto scrittoio di noce su quattro sgraziatissime gambe, un autentico orso. Il tavolo, le poltrone, le sedie, tutto era del tipo più pesante e scomodo - insomma, ogni oggetto, ogni sedia pareva dire: ‘E anch'io sono Sobakeviè!’ oppure: ‘E anch'io assomiglio tutto a Sobakeviè!’. 




‘Abbiamo parlato di lei a casa del presidente del tribunale, da Ivan Grigor'eviè’ disse alla fine Èièikov, vedendo che nessuno si disponeva ad attaccare discorso, ‘giovedì scorso. Vi abbiamo passato il tempo molto piacevolmente’. ‘Sì, quella volta non c'ero dal presidente’ rispose Sobakeviè. ‘Che ottima persona!’. ‘Chi?’ chiese Sobakeviè, guardando l'angolo della stufa. ‘Il presidente’. ‘Be', forse le sarà sembrato: ma non è altro che un massone, e il peggior imbecille che il mondo abbia mai prodotto’. Èièikov restò un po' interdetto da quella definizione piuttosto brutale, ma poi, ripresosi, continuò: ‘Naturalmente, ognuno ha le sue debolezze, ma in compenso il governatore è una persona così meravigliosa!’. ‘Il governatore una persona meravigliosa?’. ‘Sì, non è vero?’. ‘Il più gran bandito del mondo!’. ‘Come, il governatore un bandito?’ disse Èièikov e assolutamente non riusciva a capire come il governatore potesse essere annoverato fra i banditi. ‘Confesso che non l'avrei mai pensato’ riprese. ‘Ma mi permetta, però, di osservare che le sue azioni non sono assolutamente tali, anzi direi piuttosto che in lui c'è molta dolcezza’. E come prova citò persino i borsellini ricamati con le sue stesse mani, ed elogiò l'espressione affettuosa del suo viso. ‘Anche il viso è da bandito!’ disse Sobakeviè. ‘Dategli solo un coltello e mettetelo sulla strada maestra: sgozzerà, per una copeca sgozzerà! Lui e anche il vice-governatore: Gog e Magog!’. ‘No, con loro non è in buoni rapporti’ pensò fra sé Èièikov. ‘Adesso allora gli parlo del capo della polizia: mi sembra che sia suo amico’. ‘Del resto, per quel che mi riguarda’ disse, ‘confesso che più di tutti mi piace il capo della polizia. Un carattere così diretto, aperto; una franchezza che gli si legge in faccia’. ‘Un imbroglione!’ disse Sobakeviè molto freddamente. ‘Vi tradirà, vi ingannerà, e poi pranzerà insieme a voi! Io li conosco tutti: sono una massa d'imbroglioni, tutta quanta la città è così: un imbroglione ne cavalca un altro e ne usa un terzo come frusta. Tutti falsi come Giuda. Là c'è un'unica persona perbene: il procuratore: e anche quello, se vogliamo dire la verità, è un porco’. 





Dopo così laudative, ancorché un po' succinte biografie, Èièikov vide che non era il caso di nominare gli altri funzionari, e si ricordò che Sobakeviè non amava parlar bene di nessuno. ‘Allora, tesoro, andiamo a pranzo’ disse a Sobakeviè la consorte. ‘Prego!’ disse Sobakeviè. 

Quindi, avvicinatisi al tavolo degli antipasti, l'ospite e il padrone di casa bevvero come si conviene un bicchierino di vodka, accompagnandolo con gli antipasti con cui l'accompagna tutta la vasta Russia per città e villaggi, cioè con ogni genere di conserve salate e altre stuzzicanti leccornie, poi tutti rifluirono in sala da pranzo: davanti a loro, come un'oca ondeggiante, fluttuò la padrona di casa. La piccola tavola era apparecchiata per quattro. Al quarto posto si presentò ben presto... difficile dire con sicurezza chi fosse: se dama o fanciulla, parente, governante o semplicemente un'ospite della casa: qualcosa senza cuffietta, sui trent'anni, con uno scialle variopinto. Ci sono personaggi che esistono al mondo non come oggetti, ma come puntini o macchioline estranee su un oggetto. Siedono sempre allo stesso posto, tengono la testa allo stesso modo, verrebbe quasi da prenderli per un mobile, e si pensa che da quando son nati dalle loro labbra non sia mai uscita una parola; senonché da qualche parte nella stanza della servitù o in dispensa si rivelano per quello che sono e: apriti cielo! 





‘La minestra di cavoli, anima mia, oggi è molto buona!’ disse Sobakeviè, quando ebbe sorbito un cucchiaio di minestra e si fu scaraventato nel piatto un enorme pezzo di njanja, ben noto piatto che si serve con la minestra di cavoli e consiste in stomaco di agnello ripieno di polenta di grano saraceno, cervello e piedini. ‘Una njanja così’ riprese rivolgendosi a Èièikov, ‘non la mangia in città, là chissà che diavolo le serviranno!’. ‘Dal governatore, però, non si mangia male’ disse Èièikov. ‘Ma lo sa con che cosa fanno tutta quella roba? Non mangerà più, quando lo saprà’. ‘Non so come si cucina, di questo non posso giudicare, ma le braciole di maiale e il pesce lesso erano eccellenti’. ‘Le sarà sembrato. Ma io lo so che cosa comprano al mercato. Quella canaglia là del cuoco, che ha imparato da un francese, ti compra un gatto, lo scuoia, e te lo serve in tavola al posto della lepre’. ‘Puah! Che cose sgradevoli dici’ disse la consorte di Sobakeviè. ‘Perché, tesoro? È così che si fa da loro, non è colpa mia se fanno tutti così, quelli là. Tutti gli scarti possibili e immaginabili, che la nostra Akul'ja butta via, con licenza parlando, nel bidone delle immondizie, loro li mettono nella minestra! Giù nella minestra! là dentro!’. ‘A tavola racconti sempre queste cose!’ ribatté di nuovo la consorte di Sobakeviè. ‘Perché, anima mia’ disse Sobakeviè, ‘un conto se lo facessi io, ma te lo dico anche in faccia che io le porcherie non le mangio. Anche se me la ricopri di zucchero, una rana io non l'assaggio, e neanche le ostriche: lo so io a che cosa assomiglia un'ostrica. Prenda il montone’ continuò rivolgendosi a Èièikov, ‘questo è un quarto di montone con la kaša! Non una di quelle fricassee che si preparano nelle cucine dei signori con la carne di montone che è rimasta al mercato per quattro giorni! Hanno inventato tutto i dottori tedeschi e francesi, io per questo li impiccherei dal primo all'ultimo! Hanno inventato la dieta, la cura con il digiuno! Perché hanno quel loro fiacco fisicuzzo tedesco, s'immaginano di mettere a posto così anche lo stomaco russo! No, è tutto sbagliato, sono tutte invenzioni, sono tutte...’. 



(Prosegue...)