giuliano

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IL TOMO

giovedì 28 febbraio 2019

SOFFRIRE A TEMPO



































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Prosegue nel retro del disco [33 di medesimo ugual secolo]...

Soffrire a Tempo (Seconda Parte)













Mi sento straordinariamente intimidito. Non che abbia molta speranza. Ma sono come uno completamente gelato dopo un viaggio nella neve…

Attendo una diversa Nausea, arriverà verso Aprile, la neve per allora sarà sciolta ed io salirò solo umiliato e stanco verso il Golgota, sì certo accompagnato da un rabbino stanco sudato fors’anche una negra addolcire il martirio a suon di flauto con un prete ubriaco inneggiare al suo Dio tradito o forse solo crocefisso…





Maddalena, che vuol farmi piacere, mi grida da lontano mostrandomi un disco:

‘Il suo disco, signor Giuliano, quello che le piace, lo vuol sentire per l’ultima volta?’.

‘Se vuoi’.

L’ho detto per cortesia, ma non mi sento troppo ben disposto per sentire una musica di jazz. Tuttavia lo ascolterò con attenzione, perché, come dice Maddalena, ascolto questo disco per l’ultima volta: è vecchissimo, troppo vecchio perfino per la provincia, lo cercherei invano, a Parigi. Maddalena va a posarlo sul piatto del fonografo; sta per girare; la puntina d’acciaio sta per mettersi a saltare e a stridere entro le scanalature, poi, quando esse l’avranno guidata a spirale fino a centro del disco, sarà finito, e la rauca voce che canta Some of these days tacerà per sempre.




Comincia.

E dire che vi sono imbecilli che attingono consolazioni nelle arti! Come mia zia Bigeois: ‘I Preludi di Chopin mi son stati di tale conforto alla morte del tuo povero zio!’.

E le sale da concerto rigurgitano d’umiliati e d’offesi, che, con gli occhi chiusi, cercano di trasformare i loro pallidi volti in antenne riceventi. Si figurano che i suoni captati scorrano in loro, dolci e nutrienti e che le loro sofferenze divengano musica, come quelle del giovane Werther, credono che la bellezza sia loro pietosa.

Coglioni!




Vorrei che mi dicessero se la trovano pietosa, questa musica, Un momento fa ero ben lontano di sicuro dal nuotare nella beatitudine. Alla superficie facevo i miei conti, meccanicamente. Sotto sotto stagnavano tutti quei pensieri spiacevoli che hanno preso forma d’interrogativi non formulati, di muti sbalordimenti e che non mi lasciano più né giorno né notte. Pensieri su Anny, sulla mia vita sprecata. E poi, più sotto ancora, la Nausea, timida come un’aurora. Ma allora non c’era musica, ero mesto e tranquillo. Tutti gli oggetti che mi circondavano erano fatti della mia stessa materia, d’una specie di laida sofferenza. II mondo era così brutto, fuori di me, così brutti questi bicchieri sporchi sui tavoli, e le macchie scure sullo specchio e sul grembiale di Maddalena e l’aria amabile del grosso amoroso della padrona, così brutta l’esistenza stessa del mondo, che mi sentivo a mio agio, in famiglia.

Adesso c’è questo canto di sassofono.

Ed ho vergogna.




È appena nata una gloriosa, piccola sofferenza, una sofferenza-modello. Quattro note di sassofono. Vanno e vengono e sembra che dicano:

‘Bisogna fare come noi, soffrire a tempo’.

Ebbene, sì! Naturalmente, vorrei ben soffrire a questo modo, a tempo, senza indulgenza, senza pietà per me stesso, con un’arida purezza. Ma è forse colpa mia se in fondo al mio bicchiere la birra è tiepida, se ci sono macchie scure sullo specchio, se io sono di troppo, se la mia sofferenza più sincera, la più secca, si trascina e s’appesantisce con troppa carne entro la pelle tuttavia troppo larga, come l’elefante marino, con grossi occhi umidi e commoventi, ma così brutti?




No, non si può certo dire che sia pietoso questo piccolo dolore di diamante, che gira in tondo sopra il disco e che mi abbacina. E nemmeno ironico: gira allegramente, tutto occupato di se stesso, ha trinciato come una falce la falsa intimità del mondo ed ora gira, e tutti noi, Maddalena, il pezzo d’uomo, la padrona, io stesso, e i tavoli, i sedili, lo specchio macchiato, i bicchieri, tutti noi che ci abbandonavamo all’esistenza, poiché eravamo tra dì noi, solo tra di noi, siamo stati sorpresi da esso nella nostra trasandatezza, nel nostro lasciar andare quotidiano: ho vergogna per me stesso e per tutto ciò che esiste dinanzi ad esso.

Esso non esiste.

È perfino urtante; se mi alzassi e strappassi questo disco dal piatto che lo regge e lo spezzassi in due, non lo raggiungerei nemmeno. Esso è al di là sempre al di là di qualche cosa, d’una voce, d’una nota di violino. Attraverso spessori e spessori d’esistenza, si svela, sottile e fermo, e quando Lo si vuole afferrare non s’incontra che degli esistenti, si cozza contro esistenti privi di senso. È dietro di essi: non lo odo nemmeno, odo dei suoni, delle vibrazioni che lo rivelano. Ma esso non esiste, poiché non ha niente di troppo: è tutto il resto che è di troppo in rapporto ad esso.

Esso è.




E anch’io ho voluto essere. Anzi non ho voluto che questo; questo è il vero significato della storia. Vedo chiaro nell’apparente disordine della mia vita: nel fondo di tutti questi tentativi che sembravano slegati, ritrovo lo stesso desiderio: cacciare l’esistenza fuori di me, vuotare gli istanti del loro grasso, torcerli, disseccarli, purificarmi, indurirmi per rendere infine il suono netto e preciso d’una nota di sassofono. Potrebbe perfino essere un apologo: c’era un povero diavolo che s’era sbagliato di mondo. Esisteva, come gli altri, nel mondo dei giardini pubblici, delle bettole, delle città commerciali e voleva persuadersi che viveva altrove, dietro la tela dei quadri, con i dogi del Tintoretto, con i gravi fiorentini di Gozzoli, dietro le pagine dei libri, con Fabrizio del Dongo e Julien Sorel, dietro i dischi fonografici, con i lunghi lamenti secchi del jazz.

E poi, dopo aver fatto ben bene l’imbecille, ha capito, ha aperto gli occhi, e ha visto che c’era stato uno sbaglio: era in una bettola, per l’appunto, davanti ad un bicchiere di birra tiepida. È rimasto accasciato sul sedile, ed ha pensato: sono un imbecille. Ed in quel momento preciso dall’altra parte dell’esistenza, in quell’altro mondo che si può veder da lontano, ma senza mai avvicinarvisi, una piccola melodia s’è messa a danzare, a cantare: ‘Bisogna essere come me; bisogna soffrire a tempo di musica’.

La voce canta:

Some of these days


You’ll miss me honey.













martedì 26 febbraio 2019

MARTEDI'






















































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(ancora) Martedì...













Sarebbe questa, la libertà?

Sotto dì me i giardini scendono mollemente verso la città, e, in ogni giardino, s’eleva una casa. Vedo il mare, greve, immobile, vedo la città. È bel tempo.

Sono libero: non mi resta più alcuna ragione di vivere, tutte quelle che ho tentato hanno ceduto e non posso più immaginarne altre. Sono ancora abbastanza giovane, ho ancora abbastanza forza per ricominciare. Ma che cosa bisogna ricominciare? Soltanto ora comprendo quanto contassi su Anny per salvarmi, in mezzo ai miei più forti terrori, alle mie nausee. Il mio passato è morto. Il signor di Rollebon è morto. Anny è tornata soltanto per togliermi ogni speranza. Sono solo in questa strada bianca fiancheggiata da giardini.

Solo e libero.




Ma questa libertà assomiglia un poco alla morte.

Oggi la mia vita finisce. Domani avrò lasciato questa città che si stende ai miei piedi, e dove son vissuto per tanto tempo. Non sarà più che un nome, tozzo, borghese, molto francese, un nome nella mia memoria, meno ricco di quello di Firenze o di Bagdad. Verrà un’epoca in cui mi domanderò: ‘Ma infine, quando ero in quella città, che cosa facevo tutto il giorno?’. E di questo sole, di questo pomeriggio, non resterà niente, nemmeno un ricordo.

Tutta la mia vita è dietro di me.

La vedo tutt’intera, vedo la sua forma e i suoi lenti movimenti che m’hanno condotto fin qui. C’è poco da dirne: è una partita perduta, ecco tutto. Son tre anni che ho fatto il mio ingresso in città, solennemente. Avevo perduto la prima mano. Ho voluto giocare la seconda ed ho perduto anche questa: ho perduto la partita. E nel tempo stesso ho appreso che si perde sempre.

Ci son solo i maiali che credono di vincere.




Adesso farò come Anny, mi sopravviverò. Mangiare, dormire. Dormire, mangiare. Esistere, lentamente, dolcemente, come questi alberi, come una pozza d’acqua, come il sedile rosso del tram.

La Nausea mi lascia un breve respiro.

Ma so che ritornerà: è il mio stato normale. Soltanto, oggi il mio corpo è troppo esausto per sopportarla. Anche i malati hanno delle felici debolezze che gli tolgono per qualche ora la coscienza del loro male. Mi annoio, ecco tutto. Ogni tanto sbadiglio così forte che le lacrime mi scendono giù per le guance. È una noia profonda, profonda, il profondo cuore dell’esistenza, la materia stessa di cui son fatto. Non mi trascuro, tutt’altro: stamane ho fatto il bagno, mi son fatto la barba. Soltanto, quando ripenso a tutti questi piccoli atti solleciti non capisco come abbia potuto farli: son così vani. Sono le abitudini, senza dubbio, che li hanno compiuti per me. Non sono morte, loro, continuano a darsi da fare, a tessere pian piano, insidiosamente, le loro trame, mi lavano, mi asciugano, mi vestono, come balie.




Che siano state pure esse a condurmi su questa collina?

Non ricordo più come ci son venuto.

Per la scalinata Dautry, senza dubbio: che davvero abbia salito uno ad uno quei centodieci gradini? Quello che forse è ancora più difficile immaginare è che tra poco li ridiscenderò. Tuttavia lo so: tra un momento mi ritroverò al piede del Poggio Verde, tra un momento, alzando la testa, potrò vedere accendersi in lontananza le finestre di queste case che ora sono così vicine. In lontananza. Sopra la mia testa; e quest’istante, dal quale non posso uscire, che mi rinchiude e mi limita da tutti i lati, quest’istante di cui son fatto, non sarà più che un sogno confuso.

Guardo ai miei piedi i grigi scintillii della città. Sembra vi siano al sole mucchi di conchiglie, di scaglie, di schegge d’ossa, di ghiaia. Perdute tra questi resti, minuscole schegge di vetro o di mica gettano di quando in quando leggeri bagliori. I canaletti, le trincee, i sottili solchi che corrono tra le conchiglie, tra un’ora saranno strade, ed io camminerò in quelle strade, tra i muri. Quei minuscoli ometti neri che distinguo in via Boulibet, tra un’ora sarò uno di loro.




Come mi sento distante da loro, dall’alto di questa collina. Mi sembra d’appartenere ad un’altra specie.

Escono dagli uffici, dopo la loro giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con un’aria soddisfatta, pensano che è la loro città, una «bella città borghese». Non hanno paura, si sentono a casa loro. Non hanno mai visto altro che l’acqua addomesticata che esce dai rubinetti, che la luce che sprizza dalle lampade quando si preme l’interruttore, che gli alberi meticci, bastardi, che vengono sorretti con i pali. Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che il mondo obbedisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto cadono tutti con la stessa velocità, il giardino pubblico viene chiuso tutti i giorni alle sedici d’inverno, e alle diciotto d’estate, il piombo fonde a 335° gradi, l’ultimo tram parte dal Municipio alle ventitré e cinque.













sabato 23 febbraio 2019

LA NAUSEA



















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...Nausea (Seconda parte)














Non ricordo il giorno anno o secolo, solo il luogo,  stesso medesimo fuori dalle mura e come sempre è stato - e sarà ancora - proprio fuor cotal ‘cinta’ per ‘dure’ ragioni interne all’esterno si pugna - oppure nascosti e ben celati - si cerca di conquistarne la gloria compromessa…

…Oggi, al contrario, si vuol confiscare dignità dell’altrui decoro barattato per politica e Stato degno d’esser rimato non men che apostrofato nella ‘nausea’ che suscita e dispensa… cotal pugna fuori dalla cinta e cementata fortezza… 




Proprio cotal ‘pugna’ - come dicevo - vien ancor adesso apostrofata qual nuova Terra Promessa e/o conquistata così come un Tempo con sermoni da chi preferisce ben diverse prediche o rime circa lo strano amplesso coniugato con la Natura del Creato, la Parabola insegna anche questo ai giovani paladini d’ugual medesimo o diverso sesso circa il ruolo dovuto d’un casino confuso per ordine in-crociato…

Pugnare o marinare la scuola del retto apprendimento e darsi alla pugna d’un diverso intendimento affinché la Dottrina così ben distribuita e mai sia detta ‘materia’ in deficienza o carenza d’Intelletto possa affrescare la bottega d’un nuovo ‘maestro’ così ben vestito oppur recitato qual nobile politico in libera ‘pugna’ accompagnato truffare ciò che Stato divenuto privato…




…E tutti nessun escluso con l’olfatto ben sviluppato - medica ragion contro la depressa annunziata depressione - sentirne il profumo ammirarne lo stile, al contrario del povero ‘pazzo’ che così come un Tempo annunzia medesimo ugual letterato sermone censurato dalla libera pugna in piacevole diletto nauseando anche il  misero Boccaccio…

Un Tempo come narrato nel misfatto non ancor aggredito li guardo e la Storia ancor non appresa conferma la ‘Nausea’: solitaria ‘colonna’ su cui dispensata parola taciuta o abdicata a diversa digitalizzata pugna, la ‘colonna’ su cui posta una più elevata predica fuor dall’Impero distribuita in solitaria eremitica scelta contestare corrotta filosofia divenuta nuova dottrina…

…Poi inetta nauseante sociale politica…




…Alto nella ‘colonna’ il sermone intona oracolare eretica predica: "il Barabba di turno dopo la condanna ottiene il completo consenso non meno del pubblico Tacito assenso d’ogni console e senatore eletto fuor dalla cinta ben difesa e pugnata per altrui digitalizzata ‘volontaria o involontaria’ appartenenza al potere pre-costituito così servito per propria mano non meno della rosea orale diletta vorace lingua in difetto o assenza di Parabola per la dovuta manodopera detta"…

…Io proseguo con Saramonda mia fedele amica in libera Prosa abdicata o defecata visto cotal ‘nausea’ divenuta orrenda ansiosa paura…




…L’incaricato di turno nobile innominato paladino mi invita ad annunziare codesta nauseante novella seminata o se preferite concimata in altro luogo giacché all’interno non men che l’esterno d’ogni onesta bottega della mura d’ogni feudale comunale intento regna professione ragione onestà e decoro in libera pugna accompagnata ma anco affogata per propria mano per ciò che non più guerra ma santa benedetta crociata…

Talché diletti nobili e paladini riuniti a piedi o a cavallo transitati, oppur, a passo di somaro, o ancor meglio, da un giullare accompagnati e deliziati non men che dilettati, la Nausea ci coglie non più rimata solo rimandata ad un futuro esiliato, o, se preferite meglio, apostrofata per ciò che suscita non più comprensione e cristiano intendimento nel perdonare colui che non comprende neppur ciò che dice giacché in libera pugna connesso, e contraccambiata per ciò che comporrà la Nausea così ben distribuita Ragione d’un più elevato Intelletto sconnesso…  




La parola Assurdità nasce ora sotto la mia penna; poco fa, al giardino, non l’avevo trovata, ma nemmeno la cercavo, non ne avevo bisogno: pensavo senza parole, sulle cose, con le cose. L’assurdità non era un’idea nella mia testa, né un soffio di voce, ma quel lungo serpente morto che avevo al piedi, quel serpente di legno. Serpente o radice o artiglio d’avvoltoio, poco importa. E senza nulla formulare nettamente capivo che avevo trovato la chiave dell’Esistenza, la chiave delle mie Nausee, della mia vita stessa.

Difatti, tutto ciò che ho potuto afferrare in seguito si riporta a questa assurdità fondamentale. Assurdità: ancora una parola; mi dibatto contro le parole; laggiù nel giardino, la vedevo, la cosa. Ma qui vorrei fissare il carattere assoluto di quest’assurdità. Un gesto, un avvenimento nel piccolo mondo colorito degli uomini non è mai assurdo che relativamente: in rapporto alle circostanze che l’accompagnano.




I discorsi d’un pazzo, per esempio, sono assurdi in rapporto alla situazione in cui si trova, ma non in rapporto al suo delirio. Ma io, poco fa, ho fatto l’esperienza dell’assoluto: l’assoluto o l’assurdo. Quella radice: non v’era nulla in rapporto a cui essa non fosse assurda. Oh! Come potrò spiegare questo con parole? Assurda: in rapporto ai sassi, ai cespugli d’erba gialla, al fango secco, all’albero, al cielo, alle panche verdi. Assurda, irriducibile; niente - nemmeno un delirio profondo e segreto della natura poteva spiegarla.

Naturalmente, io non sapevo tutto, non avevo visto il germe svilupparsi e l’albero crescere. Ma davanti a quella grossa zampa rugosa, né l’ignoranza né il sapere avevano importanza: il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione d’un segmento attorno ad una delle sue estremità.

Ma pure il cerchio non esiste.




Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascinava, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza. Avevo un bel ripetermi: ‘È una radice’ - non attaccava più.

Capivo bene che non si poteva passare dalla sua funzione di radice, di pompa aspirante, a questo, a questa pelle dura e compatta di foca, a quell’aspetto oleoso, calloso, caparbio. La funzione non spiegava niente: permetteva di comprendere all’ingrosso che cosa era una radice, ma per nulla affatto la radice stessa. Questa radice qui, col suo colore, la sua forma, il suo movimento congelato, era. al di sotto di qualsiasi spiegazione. Ciascuna delle sue qualità le sfuggiva un poco, traboccava fuori di essa, si solidificava a metà, diventava quasi una cosa; ciascuna di esse era dì troppo nella radice, e il ceppo tutt’intero mi dava ora l’impressione di rotolare un po’ fuori di se stesso, di negarsi, di perdersi in uno strano eccesso.

Ho raschiato il mio tallone contro quell’artiglio nero: avrei voluto scorticarlo un po’. Per niente, per sfida, per far apparire su quel cuoio conciato il rosa assurdo d’un’abrasione: per giuocare con l’assurdità del mondo. Ma quando ho ritirato il piede ho visto che la corteccia era rimasta nera.

…Nera?

Ho sentito la parola sgonfiarsi, svuotarsi del suo senso con una rapidità straordinaria.

Nera?

















giovedì 21 febbraio 2019

POESIE SCIOLTE (bocconi brevi)



































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E a voi chevvefrega!

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Bocconi Brevi...













Esser sepolto
Con chi nacqui
Ed al freddo giacqui

Al riparo d’una Grotta
Neppur dimora concessa
D’un Antro antico

In mezzo al ghiaccio
In mezzo alla neve
In mezzo alla bufera

Esser sepolto
Dalla foglia così come la neve
E non certo da una valanga

D’azzurra zozzura vestita

D’azzurro regna solo il cielo
Accompagnato ad un vasto firmamento
D’un esercito di stelle è pur rimasto

Neppure quello giacché troppo affollato
Da strani oggetti
Cavalcare draghi e da serpenti accompagnato

In disaccordo con i veri Elementi!

Esser sepolti all’uscio d’un mistero
Antico ed Eretico
Per esser detto

O solo rivelato
E sepolto
Con chi dalla Natura votato
(Saramonda d’Orange, da ‘Poesie sciolte bocconi brevi’)








…Un pazzo, sì certo quello che accompagnava Saramonda, un pazzo che aveva scelto di conferire alla sua pazzia una forma molto vicina a quella, rigorosamente formalizzata del lazzi giullareschi.

La parola ‘araldo’, a questo proposito, non lascia dubbi: l’araldo (in latino praeco) è appunto il più autorevole tra i giullari presenti durante un torneo, colui che è in grado di riconoscere le armi dipinte dei cavalieri partecipanti e ne descrive a gran voce i pregi e gli atti di valore.

Si può pensare che, in quel periodo, egli fosse ancora incerto fra la vita dell’eremita e quella del pellegrino: due esperienze del resto simili, al punto che il pellegrinaggio ha potuto esser definito un ‘eremitismo ambulante’.

L’eremita bassomedievale viveva di solito non in solitudini inaccessibili come i suoi modelli egizi o siriaci del primo cristianesimo, bensì in romitori prossimi ai centri urbani e alla vie di comunicazione; il pellegrino si spostava di ospizio in ospizio, e i luoghi nei quali trovava riparo giornaliero erano sempre più frequentemente siti in aree urbane o immediatamente suburbane.

Certo è che – questo era necessario per la sua ‘riconoscibilità’ (sottolineiamo che tal condizione riproposta non men che tradotta negli odierni quotidiani accadimenti vien solitamente interpretata da medesimi ugual ‘fedeli’ come condizione della ‘pazzia’ già nominata e da tutti nessun escluso indicata… Dacché conveniamo in cotal difetto d’una o più mirabili Nobili Terre transitate e navigate donde superiore favella regna et impera ma non necessariamente cogitata solo suggerita da indegna misera parabola distribuita e connessa anche per chi ‘custode’ come il Tempo enunciato della vera dottrina divenuta farsa sia essa filosofica o teologica tratta per la sostanza data qual superiore Intelletto e Credo da ognun predicato coltivato et anco da ogni fedele pregato non men che disquisito… Dimorare medesima intolleranza per simmetrica Storia transitata…), per la sua identità socio-giuridica – Francesco veniva considerato un Eremita (oggi se solo bivaccasse fori ugual mura additato e apostrofato come un povero inetto pazzo!).



                                      I   TEMPI  NARRATI


Prossimi al 24 Febbraio ne ravviviamo la Memoria sottratta alle Ragioni della Storia rimembrata ceduta - o se preferite - abdicata alla normalità e non certo alla Pazzia pregata e come il Tempo odierno perseguitata… E rivelata non men che rilevata chi della stessa (pazzia) non certo si maschera o ciarla ma si ispira come acqua da medesima fonte attinta per condividere ugual sete non certo di dotto sapere o falsa preghiera dispensata ma di più elevato Principio Dottrina e con essi Statura e Dio…

Tommaso da Celano narra nella ‘Vita prima’ che un giorno Francesco ascoltando la messa nella sua diletta Porziuncola verso la fine del 1208 rimase colpito della lettura del Vangelo relativa alla ‘missione apostolica’:

‘Andate e predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino; curate i malati, suscitate i morti, mondate i lebbrosi, cacciate e dèmoni, i malvagi, i nani…’…

In questa versione della biografia sanfrancescana, Tommaso è evidentemente preoccupato di salvare le ragioni ortodosse d’una scelta radicale di povertà che in quel momento erano ‘Perfette’ per esser confuse, ragioni che rivendicavano proprie e che non somigliavano in nulla al modo di vivere dei preti e neppure dei ricchi monaci: questi ultimi difatti rispettavano sì il voto di povertà personale, ma appartenevano ad Ordini ricchissimi e si vedevano per giunta ordinariamente obbligati a risiedere tutta la vita in quel monastero nel quale avevano pronunziato la loro solenne promessa. Perciò Tommaso aggiunge che Francesco, colpito da questo passo evangelico che egli stimava letto appositamente per lui, corse dal sacerdote che aveva detto messa e se lo fece spiegare punto per punto.

Informazione in apparenza incongrua, dal momento che le pagine successive dimostrarono come fosse proprio la nuda e pura lettera del passo che lo aveva affascinato e convinto; e che a quella egli voleva attenersi, senza alcun commento che ne attutisse la semplice durezza. In realtà, il biografo sottolinea l’immediato ricorso da parte di Francesco al sacerdote e la richiesta di un’interpretazione sicura e fedelmente ortodossa della pagina evangelica in quanto desiderava evidenziare la propria preoccupazione di mantenersi e di mostrarsi sempre ortodosso e il suo desiderio di attenersi alla mediazione della Chiesa, cosa che sempre lo avrebbe distinto…

Forse perché nella manifesta ortodossia si celava e dispiegava ben diversa Natura…

















domenica 17 febbraio 2019

...ED UN DIALOGO... RITROVATO















































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Un amor strano...  e coniugato...

Prosegue in un...

Dialogo ritrovato... (Seconda Parte)

e Sogni e Memorie d'un abate (medievale)















Sembrano passati Secoli e non certo anni, qui all’Eremo donde scrivo questi brevi indecifrabili appunti per chi non avvezzo a Dio e neppure all’immenso imperscrutabile suo intento.

Anni come rammento in questo diario forse una volta papiro - ed ancor prima – corteccia d’albero, ancor prima, pelle di vacca su cui rammentare promemoria ed altri lodi al medesimo ugual Dio. Anni in cui dopo l’aspro processo nel quale ebbi la pretesa e l’ardire di discutere similar Eretica visione - non con chi l’Eresia come il povero umile laico l’havea ben compresa ed indossata come un saio - ma dotti ignoranti che pretendevano avversarmi sia il Tempio che Olimpo avverso.

Ed ebbi - per dovere di cronaca testimoniata e scritta - non un monarca protettore neppure un avvocato difensore né il diritto al Libero perseguitato Arbitrio vilipeso…, bensì la comprensione d’un  Pargolo alla culla ove assiso il quale con una lacrima in viso - e non ne conosco il motivo - cerca la mia mano come quella d’un Cristo dall’abito dismesso da monarca abdicato ad un superiore Credo e non certo compromesso.

Infatti per Sua grandiosa rinnovata preghiera un nuovo presepe vivente domanda e pretende ove ogni personaggio povero e ricco fanno la loro comparsa. L’Idea fu certo sublime inaspettata per questi tempi duri e difficili sia per vivere come al contrario morire, così mi fu concesso perdono raccomandato dallo stesso il quale havea inscenato e sceneggiato l’intero spettacolo o presepe in quel luogo benedetto ove la Valle si perde come fosse un Sogno Infinito medesimo ed uguale a quello di Dio…

E dove grazie a Lui si può volare non solo con l’Intelletto ed il Pensiero ma con ogni Spirito non più animale nelle ali d’ogni divina creatura rinata oppur rincorsa qual selvaggina braccata - o al contrario - mirata qual simmetrica invisibile Parola ad una più elevata Anima Mundi e Divino Sentimento approdata comporre la Terra la quale ci accompagna e non certo qual appetitoso banchetto per ogni osteria reclamato e ben cotto.

Creatura discesa da ogni ramo e foglia anco quando l’inverno non ancor Primavera ed il riparo al calore di medesimo Spirituale Pensiero divengono per entrambi preghiera conforto ed Intelletto. Non so’ se questo e quanto detto o dirò sarà o fu’ parola di Poeta, ma posso giurare di fronte a Dio che ciò è pur Sua e non mia Verità e non certo commedia rimata… oppur recitata… misurata al metro della nobile scrittura e reclamata come epica nobile dilemma o avventura.

La nostra Poesia si coniuga con la Natura e con un Dio Straniero e condita con l’Eresia d’un incompresa Genesi albergare nel segreto d’un Credo eretico quanto ortodosso al di fuori d’ogni metrica divenuto giudizio e dovuta dottrina…

Per quelli che a nulla credono neppure al nulla disquisito è solo inutile pazzia!

Devo dire o solo rammentare a me stesso come agli altri del convento - i quali leggeranno cotal frammentato diario - che in quel giorno di Dicembre - freddo ed inospitale - in quella Santa Valle molti ne accorsero e non solo pecore e pastori ma anche nobili accompagnati ed acclamati in porpora anche da me rimati, giacché non mi sono risparmiato l’antica abitudine all’Eresia disquisita con Eraclio, l’inquisitore di Stato. Comunque l’umiliato per eccellenza povero e scalzo magro da far paura, lieto come e più d’un giullare comandato da Dio circondato da una Natura benedetta, festante cinguettante al suo diretto comando sorprese tutti, per ciò che non fu solo somiglianza e commozione intera, ma per la ferma volontà di calarsi in quella povertà così umilmente celebrata e non certo recitata… tantomeno apostrofata dalle ricche note d’una Poesia e cantata da un nobile protetto trovatore divenuto poeta…

I volti i profili gli sguardi non meno delle smorfie da grugni accompagnati quali espressioni contraffatte annunziare un futuro Golgota di ieri quanto del prossimo domani a cui noi Umiliati destinati. Così i partecipanti mi rimasero impressi nella mente non meno di medesimo Spirito di chi riconosce antico martirio e cerca Superiore Parola d’una Natura diletta, e quando anch’io ebbi un ruolo nella celebrazione inusuale per propria inedita rappresentazione, mi accorsi che l’artista che volea discutere e rappresentare la vera e superiore Arte non avendo intendimento con la pittura e nemmeno con la bottega ove tanti si formano alla disciplina rappresentata, intendea in qualche modo - o a suo modo - esser più Eretico e far sì che la mia comparsa suscitasse non sdegno ma provenienza cronologica donde scaturita l’interiore sua ed fors’anche altrui conversione. Come per dire: eccomi lì anche io di fronte al Bambino appena nato e intuire la Natura del Bene di fronte al male a cui per anni perso e votato.

Voleva e vuol ricordarmi e ricordare - e in ciò ci siamo capiti senza difficili parole accompagnate da compromessi - che pur esiste una Natura del Bene ed una votata al male. Mi accennò a grandi linee e inferiori gradi - direi umili gradi di comprensione - circa un antico monaco il quale havea abdicato i fondamenti di tal Dottrina fondata sulle ragioni proprie del Bene contrapposto in maniera radicale al male per aspirare ad una più elevata dottrina.

Ricordo distintamente il volto magro pallido gli occhi illuminati da una luce similare allo splendore del Sole ove come un pagano ne cantava le lodi, indubbiamente era un Eretico anco lui fuor d’ogni dubbio. Ricordo come mi rincuorasse dialogare con lui giacché i suoi occhi sarebbero stati confusi per specchi di pazzia, soprattutto quando mi accorsi che solea trascorrere le ore della notte e ancor quelle prima del tramonto come l’alba d’ogni giorno vicino ai suoi adorati faggi dei quali conosce la segreta  Natura. È difficile vederlo vicino ad un fuoco o mangiare carne come caciotta accompagnata da buon vino, l’ascetica astinenza è il suo motto ed io mi accorsi che pur se accettato in seno alla chiesa ed ufficiato dal papa in lui regna e regnava qualcosa d’Eretico una Eresia più elevata della mia.

Riuscimmo nelle poche messe assieme celebrate ad assaporare non certo il sangue del Dio reclamato qual agnello ma ad ispirarci ad un più elevato profetico enunciato o fors’anche oracolo da cui forse entrambi proveniamo.