giuliano

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IL TOMO

martedì 28 agosto 2018

LA GOVERNANTE DI... HITLER (32)






































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Siamo tutti dei 'poveri' cretini (30/1)

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La 'Governante' rossa (33)






La grande Notizia...







Non mi dilungo sul sottile sarcasmo antico da quando Barbone odiato dall’intero Impero, ma il Costanzo il nuovo Costanzo di cotal Regime va apostrofato ed additato per ciò che si compone la Storia e con essa la Memoria. Andando al solitario mio cammino ho incontrato in questa alta Terra del Nord non ancora Caucaso la Governante di Hitler, la vera patria donde Ragione e Pensiero raggiungono l’indomita malata vetta giacché si accompagna sempre allo sterco nominato cemento del fido compare Silvio e con lui il Buffone di corte. Così apostrofare questa brigata dalla fiera penna accompagnata appartiene al dovere di ogni Retto e Giusto Filosofo, non mi dilungo su penosi commenti circa i padani ad alta quota adunati e convenuti li abdico alla satira d’un sarcasmo antico giacché la cultura giammai si accompagna a codeste camicie… scusate che dico… governanti del nuovo Regime rimembrate…  Un ultima cosa! A proposito dell’apparato iconografico a colori che accompagna cotal post, ebbene pur vero l’Anima reincarnata - se li osservate attentamente - infatti… direste e giurereste di averli visti uno ad uno su per i loro Sentieri e Rifugi accompagnati dall’odio antico… 



            
Chi ha ucciso Adolf Hitler?

La risposta la troverete in queste pagine…

Le circostanze della sua morte sono state oggetto di accese controversie fin dal 1945, ma io conosco la verità.

Perché io c’ero.

Oggi sono una vecchia vedova senza figli che vive da sola in una casa colma di ricordi amari come la cenere. I tigli in primavera e i laghi azzurri d’estate non mi danno più alcuna gioia. Io, Magda Ritter, ero una delle quindici donne che assaggiavano il cibo di Hitler, ossessionato dal timore di essere avvelenato dagli Alleati o da qualche traditore. Dopo la guerra soltanto mio marito sapeva quello che avevo fatto. Non lo dissi a nessuno, non potevo farlo. Ma i segreti che avevo serbato così a lungo dovevano essere liberati dalla loro prigione interiore. Non mi resta ancora molto da vivere.

Conoscevo Hitler. (1*)




Lo guardavo camminare nelle sale del suo ritiro in montagna, il Berghof, e lo seguivo nel labirinto della Tana del Lupo, il suo quartier generale nella Prussia orientale. E gli ero accanto l’ultimo giorno, nelle profondità tombali del suo bunker a Berlino. Spesso, quando era circondato da una corte di ammiratori, la sua testa oscillava come una boa sul mare.

Perché nessuno aveva ucciso Hitler prima che morisse in quel bunker?

Uno scherzo del destino?

La sua sorprendente capacità di schivare la morte?

Molti complotti per ucciderlo erano falliti. Uno soltanto era riuscito a ferire il Führer. Ma quell’attentato non fece altro che rafforzare la sua fiducia nella provvidenza e nel suo diritto divino a governare.

Il mio primo ricordo di lui fu a un raduno del partito nel 1932, a Berlino. All’epoca avevo quindici anni. Lui era su un palco di legno e parlava a una piccola folla che si ingrossò di minuto in minuto appena si sparse la voce della sua presenza a Potsdamer Platz. Le sue parole esplodevano nell’aria sotto la pioggia che si riversava dal grigio cielo novembrino, infiammando gli animi contro i nemici del popolo tedesco. Ogni volta che si batteva il pugno sul petto, un brivido percorreva la folla. Indossava un’uniforme marrone con una cintura di cuoio nero che gli attraversava il petto. Al braccio sinistro, una fascia rossa con la svastica nera su sfondo bianco. Una pistola gli pendeva dal fianco. Non era particolarmente bello, ma nel suo sguardo c’era qualcosa di magnetico. Correva voce che ambisse a divenire un architetto o un artista, ma io pensavo che avrebbe avuto più successo come narratore, se soltanto avesse lasciato che la sua immaginazione si esprimesse con le parole anziché con l’odio.




Ipnotizzò una nazione, scatenando euforiche rivolte tra coloro che credevano nel radioso nuovo ordine del nazionalsocialismo. Ma non tutti noi lo veneravamo come il salvatore della Germania. Di certo non tutti i ‘bravi tedeschi’.

La mia nazione si è macchiata della colpa di avere avuto il più celebre dittatore che il mondo abbia mai conosciuto. Da morto Hitler ha trovato altrettanti seguaci che da vivo. Il suoi cultori sono affascinati dall’orrore e dalla distruzione che ha seminato nel mondo come un demone. Che si tratti di fanatici adoratori del Führer o di studenti di psicologia che si chiedono come un uomo possa essere così malvagio, il risultato è lo stesso: hanno aiutato Hitler a raggiungere quell’immortalità cui tanto ambiva. Mi sono battuta contro le orribili azioni perpetrate dal Terzo Reich e il singolare ruolo affidatomi dalla Storia.

La mia vicenda deve essere raccontata.

A volte la verità mi opprime e mi spaventa, come cadere in un pozzo senza fondo. Ma nel corso degli anni ho appreso molte cose su me stessa e sull’umanità. E sulla crudeltà degli uomini che creano delle leggi per raggiungere i loro obiettivi. La vita mi ha punita e il mio sonno è popolato da incubi. Non c’è via di scampo dagli orrori del passato. Forse chi leggerà la mia storia non mi giudicherà così severamente come mi sono giudicata io.




(1*) La sala riunioni si trovava in un edificio vicino al bunker di Hitler, un settore dove non ero mai andata. Erano già le dieci passate. Superai i nostri alloggiamenti e mi diressi a nord. Dopo qualche minuto mi apparve davanti una guardia. Era più anziana delle altre e mi guardò come un insegnante che accoglie un nuovo studente anziché come una potenziale minaccia. Ai suoi piedi era accucciato un pastore tedesco nero. Gli occhi scuri del cane seguivano ogni mio movimento. La guardia mi chiese i documenti e mi domandò cosa stessi facendo in quel settore. Mentii dicendogli che dovevo consegnare un messaggio della cuoca al capitano Weber, una storia plausibile visti i rapporti di Karl con il personale della cucina.

La SS non obiettò nulla e mi lasciò passare.

La vegetazione lì era più fitta e ai lati del sentiero non si vedeva niente. Dopo una curva scorsi un enorme bunker di cemento che doveva essere quello di Hitler. Sopra una piccola porta era appesa una lanterna. Mentre avanzavo, dalla foresta emersero altri edifici, come una nave che spunta dalla nebbia. Mi fermai, incerta su quale direzione prendere. Dovetti dare l’impressione di essermi persa perché una voce stentorea mi chiamò e disse:

‘Hai smarrito la strada, figliola?’.




Il cuore mi balzò in gola e trattenni il respiro mentre il Führer emergeva dal bosco come un’apparizione. Indossava pantaloni neri e una giacca doppiopetto marrone con una medaglia appuntata sul bavero sinistro e un berretto militare con una fascia rossa. Blondi, il suo pastore tedesco, gli zampettava accanto con la lingua penzoloni. La mia espressione dovette tradire la sorpresa. I suoi occhi catturarono i miei. Il suo sguardo aveva qualcosa di ipnotico. Mi studiò, come se stesse valutando se valesse la pena rivolgermi la parola. Alla fine mi chiese come mi chiamavo e io gli risposi.

‘E cosa fai qui?’,

…mi domandò avvicinandosi.

Indietreggiai e feci il saluto nazista.

‘Sono un’assaggiatrice e contabile nella sua cucina’.

Lui ignorò la risposta e ordinò a Blondi di accucciarsi.

‘Mi proteggi da chi vuole avvelenarmi. Al Berghof c’è stato un increscioso incidente. C’eri anche tu?’

‘Sì’.




Il Führer mi si avvicinò zoppicando leggermente e mi porse la mano. Blondi si sedette ubbidiente ai suoi piedi e cercò di annusarmi le gambe. Un lampo attraversò gli occhi di Hitler.

‘Sei l’assaggiatrice che è stata avvelenata da Otto?’

‘Sì’,

..risposi irrigidendomi.

‘Il suo piccolo test mi ha costretta a letto per parecchi giorni. La cuoca era molto irritata da tutta questa storia e dal tempo che mi ha fatto perdere al lavoro’.

‘Gli ordinerò di non farlo più’.

Un alito di brezza agitò i rami e la lanterna illuminò per qualche istante il suo viso.

‘Da dove vieni?’,

…mi chiese ritraendosi nell’ombra.

‘Da Berlino, mio Führer’.

La sua domanda e la mia risposta segnarono l’avvio di una conversazione sulla città. Hitler mi parlò dei suoi progetti per la capitale, che avrebbe affidato a Martin Speer, e mi confessò che preferiva Monaco e l’Obersalzberg a Berlino. Lanciai un’occhiata all’orologio. Erano quasi le dieci e mezza. Hitler si accorse della mia preoccupazione e disse:

‘Blondi sta morendo dalla voglia di finire la sua passeggiata. Perché sei venuta qui?’.

Ripetei la storia che avevo raccontato alla guardia.

‘Ho un messaggio della cuoca per il capitano Weber’.

‘Oh, Weber. Dovrebbe essere nella sala riunioni insieme agli altri ufficiali. Lo troverai là’,

…rispose indicando un edificio basso con le finestre.

‘Grazie, mio Führer’,

…dissi salutandolo di nuovo.




‘Ti aspetto per un tè con Weber uno di questi giorni’,

…disse tirando il guinzaglio di Blondi e incamminandosi verso quello che immaginavo fosse il suo bunker.

Con il cuore che mi martellava nel petto, mi diressi verso la sala riunioni. Mentre mi avvicinavo a un gruppo di ufficiali che sostavano davanti alla porta mi sentii invadere da una strana sensazione. Hitler mi era sembrato così normale, come un nonno benevolo. Com’era possibile che quell’uomo avesse ordinato lo sterminio di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti di cui mi aveva parlato Karl?

Non aveva per nulla l’aria di un demone.

Scacciai dalla mente quei pensieri.

Karl doveva avere ragione. Gli avevo dato la mia fiducia e il mio cuore. Mentre mi avvicinavo al gruppo degli ufficiali un’altra SS con un cane mi fermò. Mostrai di nuovo i documenti e gli spiegai perché ero lì. Invece di lasciarmi proseguire, la guardia si rivolse agli ufficiali e chiese del capitano Weber. Uno di loro entrò nell’edificio e qualche minuto più tardi riapparve insieme a Karl, che lo ringraziò e avanzò verso di me senza tradire alcuna emozione.




‘Che cosa ci fai qui?’,

…mi sussurrò stizzito.

‘Ti ha forse dato di volta il cervello? Perché hai corso un simile rischio?’.

Guardai gli ufficiali alle sue spalle. Nessuno sembrava interessato alla nostra conversazione.

‘Minna, una delle assaggiatrici con cui lavoro, ieri notte ci ha sentiti e ha minacciato di dirlo a Dora Schiffer. Se lo farà, saremo finiti’.

Karl sbiancò in volto e si torse nervosamente le mani.

‘Che cosa ha sentito?’,

…chiese.



‘Troppo. Le ho detto che stavamo parlando degli Alleati, ma non penso mi abbia creduto’.

Karl corrugò la fronte e si mise a camminare in cerchio.

‘Maledizione, e adesso cosa faremo?’,

…si domandò.

‘Non preoccuparti, so esattamente cosa fare’.

Lui si fermò e mi fissò con uno sguardo assente.

‘Dammi tempo fino all’una di questo pomeriggio e il problema sarà risolto’.

Karl scosse la testa.

‘Non devi fare nulla di affrettato. Promettimelo’.

‘Ho appena incontrato il Führer’.

Lui strabuzzò gli occhi.

‘È proprio il tipo di complicazione che voglio evitare. E cosa ti ha detto?’.

 ‘Ha voluto sapere chi sono e cosa facevo qui. È stata una conversazione piacevole. Lui sa di noi… Qualcuno deve averglielo detto, forse Eva o la cuoca’.

‘Promettimi che non… Abbiamo parlato troppo. Non correre rischi inutili’, disse voltandosi verso gli ufficiali. Ma mentre si allontanava, capii che nulla avrebbe potuto distogliermi dal mio piano.




Dopo un altro posto di controllo delle SS raggiunsi finalmente la mensa e la cucina. Else, china su un tavolo, aveva già assaggiato le portate della colazione. Le altre assaggiatrici erano impegnate con il pranzo, che sarebbe stato servito al Führer e ai suoi invitati a metà pomeriggio. Da quando ero stata temporaneamente dispensata dal mio compito di assaggiatrice, io ed Else non avevamo parlato molto, ma immaginavo odiasse ancora il suo lavoro e si sentisse soffocare sotto l’ala protettrice di Minna. La salutai e lei mi rispose con un sorriso.

‘Vorrei parlarti’,

mi disse.

‘Davvero? E perché?’.

‘Non ne posso più di questo lavoro’,

fece lei, stringendosi la gola.

‘Non sopporto più la tensione di non sapere se quello che sto mangiando…’.

‘È avvelenato?’,

…conclusi al posto suo.

(V.S. Alexander)

(Prosegue...)


























domenica 26 agosto 2018

SIAMO TUTTI DEI 'POVERI' CRETINI (30)









































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Il cretino (29)

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Siamo tutti dei 'poveri' cretini (31)














...Ero rimasto - se ben ricordo - sospeso al Ponte del Diavolo offerto, e certo che codesto modo di scrivere (e non solo grammaticalmente - perché mi si contesta anche la nobile arte dell’incidere sulla pietra come il nobile papiro in digitale tradotto nell’epoca in cui i gradi rilevati e rivelati sono al 451 di un lungo inverno così come il libero mercato impone… e come presto avremo modo d’intendere e volere e con questo leggere….), mi si rimprovera cioè, nei secoli dei lumi precipitati, Ragione e Parola, e con essa, ‘libero intelletto’ al ‘libero mercato’ offerto e mi si apostrofa, di conseguenza non più dal vescovo Nazianzeno a mo’ di mitraglia dettata sempre dal libero ed onesto mercato asservito dalle facoltose api - di cui il Mandiville - di non essere ospite gradito così come il negro anche lui Straniero…

…Le facoltose ‘api’ intendono reciproco assenso e tacito sottinteso velato accordo confinandomi all’esilio quando uccidono il libero arbitrio precipitando in ciò di cui si compone la Memoria (alcolica) offuscata e calunniata in onor di miglior miele o concime… dall’alveare o formicaio prodotto… ed al Bar servito…, giacché proprio lì come all’osteria sembra il formarsi il miglior partito asservito… e con lui il nebbioso offuscato Tempo derivato… quanto unanimemente senza ‘licenza’ di ragione votato…




L’uomo medio è mentalmente pigro e tende ad obbedire alla legge del minimo sforzo. Il mondo mentale dell’uomo comune consiste in credenze (di gruppo) accettate senza interrogarle e alle quali è fermamente legato, egli è istintivamente ostile a qualunque cosa sconvolgerebbe l’ordine stabilito (dalla corsa alla partita dal nuovo globale Colosseo offerta – e - a comode rate mensile proposta) di questo mondo a lui familiare. Una nuova Idea non conforme con alcune sue credenze comporta la necessita di riordinare la sua mente, e questo procedimento gli risulta faticoso [si provvede così - aggiunge il curatore - rimuovere le nuove Idee con inutili dannose ulcerose ‘calunnie’ o disgiunti accenni a motivi di ‘disturbi’ donde i ‘disturbati’ del telecomando liquidano il nobile intento ed ingegno… Così i migliori in altro loco come sempre debbono cercare asilo e riparo….], perché richiede un notevole dispendio di energia intellettuale. Per lui e per quelli che la pensano come lui, idee nuove e opinioni che mettono in dubbio credenze e intuizioni stabilite sono male accettate, risultando sgradevoli. La ripugnanza per queste idee, a causa di pigrizia mentale, è aumentata da un vero sentimento di terrore [da qui la leggenda del pazzo come l’Eretico] con tutte le calunnie che ne derivano… Giacché molto spesso udire il ‘comune unanime pensiero’ è cosa da far inorridire ogni più elevato Cielo e con questo la Cima per la vera vetta aspirata di cui e donde la vera Vita negata… il perché lo analizzeremo dappresso… 




Siamo tutti stranieri in questo mare navigato ed alla riva come all’inizio dei tempi approdato nella difficile salita verso la luce della vera Vita, giacché come la Storia di cui il cretino liberamente favella nella propria lussuosa stamberga, pur non conoscendone i meccanismi che governano il miele del proprio sragionamento, intende il tacito controllo della libertà d’ogni dilettevole a lor unanime giudizio –  retto pensiero – da qui cosa inteso per retto pensiero e giudizio?

Cosa - in verità e per il vero - regola e marca la differenza nella retta parola e libero Eretico Pensiero? –

Mi debbo scusare quindi con questi nobili Signori se ogni tanto scrivo in Rima e la ricerca della Verità più evoluta comporta una difficile scelta inquisita ed isolata; ringrazio loro di poter entrare a pieno titolo nell’alveare della Storia, ricordando che forse non troppe ‘perle’ bisogna offrire all’allevamento così come all’alveare eternamente sospeso nei propri illuminati giudizi divenuti grugniti soprattutto quando ogni ‘libero’ bandito [ed il ‘bandito’ godere l’onore di miglior mensa offerta] da chi governa e cura cotal nuova istruzione giacché le statistiche in merito per il fiero apicoltore indicano una massiccia partecipazione al totale insindacabile principio da cui ogni forma di cultura accresciuta e derivata elevando l’estetica della dovuta e pilotata ‘visione’ alla parabola di diversa dottrina, e perseguendo, così come e sempre la Storia, ogni ragionevole Profeta e la strana Visione circa codesta Vita da tutti indistintamente reclamizzata anche con la fiera e durevole calunnia, giacché le api emettono sempre il loro indistinguibile sibilo di cui ogni copioso allevatore va pur fiero… nel nuovo mito così innestato… et anco digitalizzato….

(il curatore non ancor curato risponde a tutti i fedeli)


L’istinto di conservazione si fossilizza in una dottrina conservatrice per la quale le fondamenta della società sono minacciate da qualsiasi alterazione nella sua struttura…  



L’eredità illuminista non è fatta soltanto di idee, ma anche di compromessi impuri, perché la filosofia, come tutte le manifestazioni culturali della nostra civiltà, risente di certi interessi, interessi che all’epoca tendevano a fare il gioco della classe media e del suo potere in via di consolidamento, contribuendo a fondare e proteggere le sue aspirazioni e il suo benessere economico.

L’esempio di Voltaire (come quello di Reclus) mostra come sia facile far convivere queste opposte esigenze.

…La paradossale doppia eredità del XVII secolo ovvero la contraddizione tra l’agire interessato della classe media e la sua immagine di sé, da sempre fonte di un certo grado di ipocrisia è giunta fino a noi in una successione ininterrotta. Anche noi parliamo volentieri di diritti umani universali, ma la crescita economica dei nostri paesi dipende in misura ancora maggiore che un tempo dallo sfruttamento di persone e risorse naturali.




Se la contraddizione è rimasta invariata, però, il contesto è oggi completamente diverso. Nel XVII secolo il cambiamento climatico non era ancora percepito come un evento globale, e anche in caso contrario le società europee non avrebbero saputo rispondere in modo più efficace, perché il metodo scientifico non era ancora riconosciuto in tutta Europa, i rapporti di potere erano troppo radicati nella dimensione locale e le influenze politiche tradizionali troppo rigide per lasciare un margine di manovra. Oggi sappiamo che il cambiamento climatico che ci attende è una conseguenza dello sviluppo industriale della nostra specie. Siamo ancora incapaci di prevedere tutte le sue ricadute, ma sappiamo che decisioni rapide e determinate ci consentiranno di renderle meno catastrofiche.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri. Certo, gli scenari futuribili messi a punto dagli scienziati sono soltanto dei modelli fondati su semplificazioni e approssimazioni matematiche, ma se non altro, a differenza degli uomini del XVII secolo, oggi siamo consapevoli del modo in cui il nostro comportamento influisce su certi importanti meccanismi. Un vertice sul clima come quello che si è chiuso a Parigi nel 2016, con le sue tiepide risoluzioni destinate a entrare in vigore solo a distanza di cinque anni, e quasi certamente per venire violate, manipolate e crivellate da eccezioni di ogni sorta, non è una risposta convincente alla crisi che stiamo attraversando, ma piuttosto un segno della scarsa forza di volontà con la quale ci apprestiamo ad affrontare trasformazioni radicali, e questo nonostante il margine di gioco per cercare quantomeno di governarle si stia progressivamente riducendo.




Le nostre risposte, di fatto, non sono molto più efficienti di quelle dei nostri antenati, che pure non capivano la situazione: sono caotiche, improvvisate, imbastite di malavoglia a ridosso di catastrofi sempre più frequenti, immancabilmente viziate dall’obiettivo a breve termine della crescita economica e della conservazione dell’attuale grado di benessere. Perdiamo di vista la necessità di adattarci al nostro ambiente naturale, come tutti gli organismi viventi, specialmente quando alcune tipologie di risorse alimentari iniziano a scarseggiare, e il fatto che il processo di adattamento porta necessariamente con sé trasformazioni supplementari destinate a influire su tutti gli aspetti della nostra esistenza e del nostro pensiero.

Ci attendono rivolgimenti importanti, per cui faremmo meglio a sfruttare fin da ora il privilegio evolutivo che ci è stato concesso, cioè la capacità di progettare. Oggi come allora la crisi colpisce innanzitutto i presupposti economici della nostra esistenza materiale. In epoca tardofeudale si trattava della produttività della cerealicoltura, oggi dello sfruttamento delle risorse naturali, condotto al limite estremo, e forse già molto oltre. I costi ecologici e i rischi connaturati alla produzione e alla promozione delle fonti di energia fossili e delle relative materie prime aumentano vertiginosamente, mentre le prime vittime del riscaldamento globale della crosta terrestre sono già costrette ad abbandonare le loro terre d’origine.




Il rischio di depauperare il pianeta al punto da non poter più sopravvivere (e da trascinare con noi nell’estinzione anche le altre specie viventi) si è fatto oggi concreto. La soluzione che in età moderna ci ha permesso di sopravvivere alla precedente crisi climatica, la crescita economica fondata sullo sfruttamento, si è trasformata in una minaccia per la nostra esistenza. Non è questa la sede per esaminare le alternative all’economia della crescita, cosa che peraltro è già stata fatta da autori ben più competenti, come Amartya Sen o Robert Reich. È tuttavia evidente che un modello economico orientato in modo esclusivo alla crescita, e come tale ancora legato a un’idea del commercio inteso come dispiegamento di una forma di potere, cioè una guerra proseguita con altri mezzi, risulta sempre più improbabile, e per ragioni puramente pragmatiche, non per considerazioni morali, oltre a rischiare di provocare danni sempre più gravemente irreversibili.

Sul piano delle relazioni internazionali l’imperativo della crescita porterà a conflitti per il controllo dei mercati (come già accaduto nel XVII secolo e a ridosso della Grande guerra). Una volta soddisfatti i bisogni di base e saziati i bisogni artificiali all’interno di un dato spazio vitale, i mercati ricercano per necessità nuovi territori da sfruttare per poter crescere ancora, scontrandosi in modo inevitabile con altri mercati mossi dalla stessa ambizione. La crisi si allargherà e aggraverà fino a che il prezzo da pagare in termini di esperienza collettiva non risulterà troppo oneroso, costringendoci a rivedere le nostre tattiche. È probabile che molti esseri umani soffriranno nel corso di questi sviluppi, ma anche noi, come i nostri antenati all’epoca della piccola era glaciale, finiremo per dover reinventare le nostre pratiche e le nostre metafore economiche, politiche e culturali.




I primi testimoni del cambiamento climatico ragionavano quasi senza eccezione da un punto di vista religioso. Quel maltempo catastrofico era un castigo divino, la natura era percepita come un universo morale incentrato sui principi cristiani. Rispondere alle grandinate primaverili o alle fasi di siccità con digiuni, preghiere, processioni o roghi di streghe sembrava all’epoca la strategia giusta.
                      
Si potrebbe affermare che la dottrina del libero mercato sia una riproposizione degli ideali illuministi in chiave alleggerita. La sua differenza rispetto ad altre tradizioni liberali, quella che fonda la sua specificità, è legata a un problema annoso: il modo in cui una società è tenuta a concepire e proteggere la libertà.

Le opportunità di far valere e vivere la propria libertà sono equamente distribuite?

Il mercato è un level playing field, un campo da gioco perfettamente piano nel quale chiunque può avere successo grazie all’intelligenza e al duro lavoro?
















domenica 19 agosto 2018

IL FIGLIO DEI LUPI (con il permesso della 'lupara') (26)











































Precedenti capitoli:

Relatività Spirituale (1/25)

Prosegue in:

L'inferno dei monaci (27) &

Il tempestoso ponte del XXI secolo (28)














Una giornata ventilata e un paesaggio assolato.
Aperta campagna a destra, a sinistra e davanti; una foresta, dietro. Ai margini di questa foresta, di fronte all’aperta campagna, ma senza avventurarsi in essa, lunghe schiere di truppe, ferme….

Accorrete gente!

Accorrete!

S’ode non troppo distante dallo stesso… Tomo…




Così ‘recita’ lungo l’affollata via giacché il Sentiero abdicato per altra ‘dottrina’, solo una strana mulattiera e una Natura profanata dall’astuto cacciatore, non certo trovatore dell’onesta Parola, solo un idiota e la strana sua mania di perseguitare la Vita….

…Allora come vi dicevo, non lontano dalla ‘cabina’ del vecchio Jack, in compagnia della sua Lupa, rimembravamo tempi andati passati quando lungo il torrente meditavano il senso di questa Vita e con essa il giusto Sentiero non certo per profanarne cima e bellezza solo  decantarne la segreta ‘potenza’ e prima statura…

…E Bellezza braccare ciò di cui sprovvista la misera  bassa sua natura…

…Bellezza si arma in cammino (eterno cammino) nella perenne propria ed altrui guerra…. incisa sulla pietra non ancora scrittura…




…Così se pensate i tempi passati da quella lunga corsa da quella caccia, cari miei lettori ed uditori (uniti associati e/o a delinquere bivaccati) vi state sbagliando di grosso…

Vi state sbagliando di certo…!

Taluni personaggi e non certo Elementi non sono frutto della fantasia esistono in ogni via (una volta al tempo antico di questo o altro èvo Sentiero di Vita) e ricordarne la bassa e vile natura così come le indelebili gesta non è diletto o opera di Trovatori (antichi segreti rimatori) ma un dovere che supera l’impropria falsa (farsa) cronaca… Un dovere per ogni Elemento quanto da loro ammirato ma non certo mai posseduto….

…E divenire Epica Strofa….

Voi ciechi cantori…

Considerate la fiera corsa di un lupo…

Ammirate il volo solitario di un gheppio o da un aquila accompagnato…

Ammirate l’eleganza di un cervo…

Scrutate la compostezza di una gazzella…

O solo l’agilità di uno scoiattolo….

L’amicizia di un cane immerso nella propria Natura…

Il volo d’una farfalla accompagnata al suo fiore…

La fatica d’un Salmone e le difficili gesta… (giacché anche lui medita chi il vero pesce in questo torrente in questo fluire da cui la vita….)…




Poi di contro osservate la semplice andatura - dicono camminata retta e sicura - di quella scimmia evoluta: grossa malferma zoppicante sulle proprie gambe pelose giacché uomo e donna…

…Non imprechereste in nome di Troia le antiche mura e Odisseo - il povero Odisseo - sfrattato dalla propria alcova rinnovare il lamento per ogni nuovo nido o riparo profanato…

…E numerate - non dico disquisite (giacché in ogni retta e sana democrazia apostrofare l’insana corrotta natura dicono consumarsi reato e offesa non gradita) - circa sostanza differenza e vera bellezza…  Poi immaginate il tutto accompagnato dal dono della 'glutterata' parola non ancora intelligenza non ancora strofa giacché appena uscita dalla propria caverna con in mano il nuovo strumento litico e poi… misurate la vera invisibile differenza e di certo non andrete mai più in una Chiesa giacché lì dimora una’antica discendenza di cui la strana Genesi ci tramanda una ancor più triste Storia…

…Qual favola nuova…!!

Ma questa è già un’altra Storia (per l’appunto) e noi in onor della Natura resuscitiamo da questo strano loro Crocevia al Teschio ove ogni Dio inchiodato dalla bassa e vil natura…




E ad ogni Stagione pur la grande puzza pur il grande loro fumo, pur il grande fuoco dell’innominata civiltà, pur questa strana nebbia alcolica sollevarsi e divenire sterco risorgiamo alla Vita Infinita…

Giacché codesto ‘concime’ ci nobilita…

Di loro come dicevo e rimavo tanto fumo puzzo e zolfo dal buon diavolo benedetto…..

…Certo questo vuol essere un racconto Eretico braccato dall’‘uomo eletto’ (o donna…? il dubbio rimane amletico…) dicono padrone del Creato e poi da un viadotto precipitato in osservanza del proprio Dio che la Natura divora… Giacché così si compone l’Eretica preghiera per ogni Verità e con essa la vera bellezza la quale nell’Abisso così come nell’Anima e nello Spirito dimora all’Infinito  ricomporsi alla vista nel diletto (e non solo da quando frate Francesco…) e in lode in nome e per conto di quanto Creato… e successivamente edificato… Giacché i Secondi dell’inutile tempo rincorrere Minuti Ore Giorni e Secoli (compiuti) prevedono comporre materia al meccanismo del Tempo conquistato ed ogni tanto qualche ‘rotella’ qualche ‘molla’ qualche ‘corda’ taglia il nastro del traguardo e l’orologio così ben assemblato con tutti i distinti Signori goderne promesse e benefici del dovuto ‘secondo’ osservato precipitare o vomitare condannato o fors’anche raccomandato all’Inferno di uno strano incompreso Peccato….

Da qui la storia della Cascata ammirata….

E di cui lo strano inizio…

In medesimo Tempo dal principio derivato…

In effetti se prestate la dovuta attenzione vi accorgete di medesimo fragore di ugual bellezza semplicemente che - differenza tempo statura - variare in modo incomprensibile – incomprensibile per chi presiede codesto malfermo (cor)rotto Tempo - camminare correre e poi di nuovo zoppicare e alla grotta precipitare come se neppure un Secondo un nano-secondo fosse mai passato e lui (o lei) camminare curvi offuscati nella propria delirante nebbia…





Ciao Bellezza…

Un segreto antico non del tutto rilevato neppure se per questo ben compreso giacché l’uomo peloso e con lui il suo orango non certo hanno mai ‘afferrato’ la Rima muta di un Dio silente nella superiore statura…   

Queste tutte le doti di cui abbiamo perso principio e genetica odiate solo perché di Superiore Perfetto Ingegno…

Nella perfetta simmetria scorta di cui questa Natura ammirata muta, osservate nel contesto del quadro contemplato come i Principi si equivalgono e il progressivo della bellezza ammirata e braccata cantare le segrete note d’una cascata una ‘seria cascata’ che il tutto eleva ad una superiore discreta solitaria prima altezza precipitata…

Ma Bellezza la loro strana incompresa bellezza ovvero la peggiore stonatura e dissonanza presiedere il giudizio e con questo la pretesa di governare ciò che superiore alla piccola statura rilevata.




…Allora come vi dicevo… il cartello e la voce dell’umano insediato reclamare la grande cascata rivenduta e abdicata ad un fiasco ed il salto di questa ad un ‘grado’ più elevato: uno spettacolo da tutti gradito soprattutto se annebbiato e accompagnato da un buon fiasco di tavernello ma che dico dello spirito alcolico del diavolo il miglior whiskey reclamato per i 40° gradi rilevati nello spirito incamminato e anco un poco affaticato…

Questo il vero misurato ‘cambiamento climatico’ rivelato il resto tutta una diceria e una caccia braccata una Verità non detta e taciuta…

La vecchia e giovane Lupa ululare allo strano destino alla non gradita 'Compagnia' giacché proprio questa principiare la festa da quando Kurtz confessò la propria ed altrui statura divenire segreta colpa; ululare non solo alla Natura ma anche quanto da loro braccato giacché lei che nel torrente si disseta(va) ora deve godere la 'Compagnia' malferma di una limitata alcolica Brezza…




…Lei che nel torrente precipitata da un Inverno fragoroso scrisse le più belle preghiere… le più belle Poesie… nel ‘doppio’ Elemento misurato ghiacciaio divorato…

Ghiaccio al fuoco dell’aperitivo accompagnato o forse solo ingurgitato… atroce destino!

Lei che dissetata dal nettare di Dio precipitarsi a similar Natura giù per la valle per narrare la propria e Sua statura, il suo Elemento, che dal ghiaccio di un duro Inverno ove Bellezza la bracca e perseguita divenire neve poi acqua  principio dell’Universo (Gaia Natura) per ogni roccia e calco di una conchiglia mai udita in questo Sentiero  divenire spirale di morte in nome e per conto della Vita perseguitata…

Jack e non certo il whiskey da loro ingurgitato come il vero petrolio della vita, mi raccomanda prudenza giacché qui è in gioco tutta la Foresta…

Caro Jack bisogna svelare la forza arcana d’ogni Elemento poi in ultimo nel segreto Paradiso godremo i favori del suo Spirito…   




Dunque rimembro la bellezza di questa Natura ma per doverla meglio svelare dirò che questa pari ad ogni Elemento braccato cacciato e divorato, non che il Lupo sia da meno in questa Arte, anzi proprio lui il vero maestro da quando l’uomo assiso presso la propria o altrui caverna, ma il Lupo come sempre braccato rimane il più grande cacciatore del creato lui che in primo divora la ‘pecunia’ del vostro vile recinto così mal custodita, così mal allevata… così mal edificata fino all’altezza di un diverso Olimpo profanato….

Tutto il villaggio (nessuno escluso) annebbiato e offeso pur ammirando la grande Cascata del Creato braccare l’acqua che da questa deriva… loro che dal falso doppio principio odiano proprio quella nella limitata preghiera divenuta falsa Eresia…

Tutti braccare l’ululato la voce della Natura precipitata dalla propria altezza…


Nei successivi secoli raccoglierne i resti lungo il torrente di una strana fossa nominata...















lezza… 

mercoledì 15 agosto 2018

IL FIGLIO DEGLI DEI (22)

















































Precedenti capitoli:

Il problema della menzogna (21)

Prosegue in:

Tra gli Alberi... cosa c'è? (23) &

Un cimitero Funerario (24) &

Relatività Spirituale (25)














Follia (s.f.) - Quel dono e facoltà divina la cui creativa e sovrana energia ispira la mente umana, guida le azioni dell’uomo e impreziosisce la sua vita.  

Idiota (s.m.) - Membro di una grande e potente tribù che nel corso dei tempi ha sempre esercitato un assoluto dominio sulle cose umane.





Una giornata ventilata e un paesaggio assolato.
Aperta campagna a destra, a sinistra e davanti; una foresta, dietro. Ai margini di questa foresta, di fronte all’aperta campagna, ma senza avventurarsi in essa, lunghe schiere di truppe, ferme.

La foresta brulica di soldati, e risuona di rumori confusi: lo sporadico crepitio di ruote, ogni volta che una batteria di artiglieri si mette in posizione per coprire l’avanzata; i borbottii e i sussurri dei soldati intenti a conversare; il suono di innumerevoli passi sulle foglie secche che ricoprono gli spazi vuoti tra gli alberi; gli ordini bruschi pronunciati dagli ufficiali. Gruppi isolati di soldati di cavalleria sono in prima linea, non completamente allo scoperto; molti di loro osservano con attenzione la cima di una collina a un chilometro e mezzo di distanza, nella direzione in cui si è interrotta la loro avanzata.

Il fatto è che questo esercito potente, attraversando la foresta nello schieramento di battaglia, si è imbattuto in un ostacolo insormontabile: l’aperta campagna.

La cima di quel lieve pendio, a un chilometro e mezzo di distanza, ha un aspetto sinistro; sembra dire: attenti!




È percorsa da una parete di pietra che si estende per un lungo tratto verso sinistra e verso destra. Dietro c’è una siepe; dietro la siepe si vedono le cime degli alberi in ordine sparso.

Tra gli alberi… cosa c’è?

Bisogna saperlo.

Ieri, e per molti giorni e per molte notti addietro, abbiamo combattuto qua e là; ci sono stati bombardamenti continui, intervallati da sporadici colpi secchi di moschetto, che si confondevano con le grida di gioia, ora nostre, ora dei nemici – raramente riuscivamo a distinguerle – che testimoniavano un vantaggio momentaneo. Stamattina all’alba, i nemici erano scomparsi. Siamo avanzati attraverso i loro terrapieni, che così spesso in passato avevamo cercato invano di superare invano, attraverso i resti del loro accampamento abbandonato, tra le tombe dei loro caduti, e nella foresta al di là. Con quanta curiosità abbiamo osservato ogni cosa! Come tutto ci è parso strano! Non abbiamo visto nulla di familiare; gli oggetti più comuni – una vecchia sella, una ruota in frantumi, una borraccia abbandonata – ci raccontavano qualcosa della misteriosa personalità di quegli uomini sconosciuti che avevano mietuto vittime nelle nostre file.




I soldati non si abituano mai davvero all’idea che i nemici siano uomini come loro; non riescono a sbarazzarsi della sensazione che appartengano a un’altra specie, che vivano in condizioni diverse, in un ambiente non proprio terrestre. Le più piccole tracce dei nemici tengono inchiodata la loro attenzione e suscitano il loro interesse. Li considerano inavvicinabili; e quando inaspettatamente riescono a scorgerli, sembrano lontani, e di conseguenza più grandi di quanto siano in realtà, simili a oggetti nella nebbia.

Provano una sorta di terrore reverenziale nei loro confronti.

Dal limitare della foresta che conduce sul pendio ci sono orme di cavalli e segni di ruote… le ruote dei cannoni. L’erba secca è stata calpestata dai piedi dei soldati di fanteria. Evidentemente sono passati di qui a migliaia; non si sono ritirati attraverso le strade di campagna. Questo è significativo: segna la differenza tra la ritirata e il ripiegamento. Quel gruppo di soldati di cavalleria è composto dal nostro comandante, dal suo stato maggiore e dalla sua scorta.
Il comandante è di fronte alla cima lontana, regge il binocolo davanti agli occhi con entrambe le mani, ha i gomiti inutilmente sollevati. È una posa: sembra conferire dignità a quell’azione; tutti noi siamo soliti farlo. A un tratto l’ufficiale abbassa il binocolo e dice qualcosa alle persone che gli stanno intorno. Due o tre aiutanti di campo si allontanano dal gruppo e se ne vanno al galoppo nella foresta, rasentando le linee in entrambe le direzioni. Non abbiamo udito le sue parole, ma le conosciamo:

‘Dite al generale x di far avanzare le prime file’.




Quelli di noi che non erano al loro posto tornano in posizione; gli uomini a riposo si rialzano e, senza aver bisogno di un ordine, si riformano i ranghi. Alcuni di noi ufficiali di stato maggiore smontano da cavallo e controllano il sottopancia della sella; quelli che si trovano già a terra montano di nuovo a cavallo.
Un giovane ufficiale arriva galoppando in tutta fretta lungo il margine dell’aperta campagna in groppa a un cavallo bianco come la neve.
Ha la gualdrappa scarlatta.
Che pazzo!
Chiunque sia stato in guerra sa che tutti i fucili puntano istintivamente sugli uomini in groppa a un cavallo bianco; chiunque ha avuto modo di notare che il rosso fa andare su tutte le furie il toro della battaglia. Il fatto che colori del genere siano in voga nell’ambiente militare deve essere considerato la manifestazione più sorprendente della vanità umana. Sembra che siano stati inventati per aumentare l’indice di mortalità.




Questo giovane ufficiale è in alta uniforme, come se si fosse preparato per una parata. È tutto un luccichio di metalli preziosi, un’edizione rilegata in blu e in oro delle Poesie di Guerra. Uno scroscio di risate di scherno percorre tutto il fronte al suo passaggio.
Ma com’è bello!
Con che grazia istintiva monta il suo cavallo!
Si arresta a una distanza riguardosa dal comandante del corpo e fa il saluto militare.
Il vecchio soldato risponde con un cenno familiare; evidentemente lo conosce.
Tra i due è in corso un breve colloquio; il giovane sembra avanzare delle richieste che il più anziano non è disposto a soddisfare.

Avviciniamoci un po’.

Ah! Troppo tardi… la conversazione è finita.

Il giovane ufficiale saluta di nuovo, fa voltare il cavallo e si precipita verso la cima della collina! Ora una sottile linea di soldati dell’avanguardia, composta da uomini schierati a circa sei passi di distanza uno dall’altro, si spinge dal bosco all’aperta campagna. Il comandante parla al trombettiere, che si porta lo strumento alle labbra. Trallalà! Trallalà!
L’avanguardia si ferma.




Nel frattempo il giovane soldato di cavalleria ha proseguito per un centinaio di metri. Cavalca a ritmo di marcia, fila dritto su per il pendio senza mai voltarsi.
Che splendore!
Per tutti gli dèi!
Cosa non daremmo per essere al suo posto… per avere il suo coraggio!
Non sguaina la spada; la mano destra gli penzola con disinvoltura lungo il fianco. La piuma del suo cappello viene sollevata dalla brezza che la fa svolazzare con eleganza. I raggi del sole indugiavano teneramente sulle sue spalline, come una benedizione tangibile.
Tira dritto.
Diecimila paia di occhi lo fissano con un’intensità che non può non avvertire; diecimila cuori battono al ritmo dei passi impercettibili del suo candido destriero.
Non è solo: si trascina dietro le anime di tutti gli altri.
Ma ci ricordiamo di averlo deriso!




Continua a cavalcare in direzione della parete fiancheggiata da siepi. Non si guarda mai alle spalle. O, se solo si voltasse… se solo potesse vedere l’amore, l’adorazione, il pentimento! Non parla nessuno; le voci delle moltitudini di soldati, nascosti e incapaci di vedere, fanno vibrare i popolosi recessi della foresta, ma lungo tutto il suo margine regna il silenzio.
L’imponente comandante sembra la statua equestre di se stesso.
Gli ufficiali di stato maggiore a cavallo, con i binocoli davanti agli occhi, sono tutti immobili. Lo schieramento di battaglia sul limitare della foresta sta su un nuovo tipo di “attenti”, ogni uomo è nella posizione in cui si trovava quando è stato colto dalla consapevolezza di ciò che sta succedendo. Tutti questi assassini incalliti e impenitenti, per i quali la morte nelle sue forme peggiori è uno spettacolo quotidianamente familiare, che dormono sulle colline scosse dal rombo di potenti cannoni, consumano i loro pasti sotto il fuoco delle pallottole vaganti e giocano a carte accanto ai visi esanimi dei loro più cari amici… tutti osservano con il fiato sospeso e il cuore in gola l’esito di un’azione che coinvolge la vita di un solo uomo.
Tale è il magnetismo del coraggio e della devozione.

Se adesso vi voltaste, vedreste un movimento simultaneo tra gli spettatori – un sussulto, come se avessero ricevuto una scossa elettrica – e se guardaste di nuovo in avanti verso il soldato di cavalleria ormai lontano, vedreste che in quel momento ha cambiato direzione e sta cavalcando in diagonale rispetto al suo percorso precedente....