giuliano

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IL TOMO

martedì 18 giugno 2019

L'IDENTITA' DELLA NATURA (salvare la natura per salvare noi stessi) (33)


































Precedenti capitoli:

Il Direttore generale (della Spet.le Compagnia) (32)

Dall'identità della Natura (27)

Prosegue nella...

Variante della Vita (34)  & (con il)






















Dialogo con lo Straniero (11/1)













(1) Resta infatti il problema del sé.

Cos’è ciò in cui bisogna aver fiducia?

Chi siamo noi?

È questa problematica che ci consente di considerare Emerson un vero Filosofo, e la sua opera una grande domanda rivolta al lettore.

Poiché Emerson psicologia e filosofia sono una cosa sola, se avremmo fatto più luce sulla concezione emersoniana del Sé, ci saremo forse avvicinati al centro del suo pensiero. Nel tentativo di indagarla, oltre a non poter prescindere dal tutto relazionale in cui è costantemente implicato il Sé, e da quella che Emerson chiamò ‘Storia naturale dell’intelletto’, si deve scendere fino al nucleo antilogico, paradossale ed enigmatico della sua opera, e, quindi di noi stessi.

Questo Sé può essere avvicinato solo facendo riferimento alle metafore del Sé di cui Emerson fa uso esplicito (e talora implicito). La qualità e varietà di queste metafore veicola un’idea del Sé di tipo non-sostanzialista, non fissa e inequivocabile, ma proteiforme. Non è intensione di Emerson offrire una immagine definitiva: il divenire delle cose coinvolge il Sé in una spirale di metamorfosi di Identità ed un ideale visione multiprospettica.

È dunque impossibile cogliere cognitivamente un’entità dinamica e misteriosa, universale eppure radicalmente individuale, quale quella che chiamiamo istinto o intuizione, ‘l’ultimo fatto al di là del quale l’analisi non può andare’.




(2) Autorità e giustificazione non vengono più dall’esterno (cultura e istituzione), ma dal fondo istintuale/intuitivo del soggetto, in cui giace qualcosa di normativo e normativamente regolato che coincide con le (superiori) Leggi della Natura e la Natura.




(3) Emerson intuisce che la cultura occidentale, nelle sue più importanti manifestazioni, ha contribuito alla repressione (se non addirittura, aggiungo, alla sistematica ‘persecuzione’…)…di questa Natura. E prende molto sul serio l’idea propria dell’idealismo tedesco, per cui la Natura individuale è diretta espressione delle (superiori) Leggi dell’Universo e può dar voce ad esse. La conseguente fiducia in se stessi è vissuta come fiducia nel Divino.





(4) Emerson parla insistentemente di un ruolo ‘ricettivo’ del Sé. Per esempio si spinge a dire che il Poeta ‘sa di non aver fatto il suo Pensiero, ma il suo Pensiero ha fatto lui’. Agli eventi devo riconoscere ‘un’origine più alta della volontà che chiamo ‘mia’ ’.  Emerson concepisce il Sé primariamente come strumento e ‘uditore’ che ‘adora’ questa sorgente, ‘ricevendo il suo influsso con gioia e obbedendo ad essa, divenendo passivo dinanzi a essa per amore di essa’.





(5) In Self-Reliance, è detto che ‘noi giaciamo nel grembo di quell’immensa intelligenza che ci rende organi della sua attività e recettori della Verità. Quando individuiamo la giustizia e discerniamo la Verità, noi non facciamo niente da noi stessi, ma permettiamo il passaggio dei suoi raggi’.  È dunque in ultima istanza una ‘immensa intelligenza’, la ‘Mente Universale’ quella di fronte a cui il soggetto si deve porre in ascolto. Secondo questa epistemologica teologia della rivelazione ‘il divino parla all’uomo’, gli si rileva in ogni istante, oltre che per mezzo delle intuizioni, degli istinti, dei sogni, dei processi relazionali, di ogni fatto della mente, anche tramite ogni realtà tangibile e naturale, tramite tutto ciò che esiste. Ciò nonostante, l’uomo per lo più resta chiuso e tante eccellenti e ‘forti intelligenze ancora non osano ascoltare direttamente Dio, a meno che egli non parli con le frasi convenzionali di una presunta dottrina rivelata dedotta e/o imposta qual unico Verbo interpretativo circa la presunta Natura (e) Dio’.





(6) Riguardo alla ‘Mente Universale’, o ordine cosmico, non sembra si possa saperne molto di più. Il problema psicologico, allorquando ci si propone di scrutare nelle profondità di questa fonte del Sé, si trasforma in quello stesso enigma cosmologico-teologico che fa dire a Eraclito che ‘i limiti dell’Anima, per quanto si andrà cercando, non si troveranno’.





(7) I Sogni, secondo Emerson, possiedono non solo ‘una integrità poetica e una verità’, ma anche una logica stringente. Quel ‘limbo e cestino del pensiero’ che il sogno ‘è presieduto da una certa razionalità. La sua stravaganza rispetto alla Natura appartiene nondimeno ad una più elevata Natura’. Emerson profetizzò il surrealismo in poesia: ‘Nei sogni siamo dei veri poeti; possiamo creare le persone del dramma; possiamo dare loro figure appropriate, volti, costumi; essi sono perfetti nei loro organi, negli atteggiamenti, nelle maniere: inoltre parlano anche secondo il loro carattere, non secondo il nostro; ci parlano e noi ascoltiamo con sorpresa ciò che essi dicono’.





(8) Emerson come gli antichi vede la Natura come un ordine Divino da riprodurre ed in un certo senso da imitare, soprattutto in virtù dei nostri istinti e delle nostre intuizioni. Non distingue tra istinti e intuizioni e talora non fa differenza neppure tra tipi d’istinti, mentre in certi contesti parla di istinti ‘elevati’ distinguendoli da quelli ‘bassi’. Quelli ‘elevati’ di per sé rappresentano buona parte del corredo di norme morali, buona parte ma non tutta, in quanto per Emerson i soli istinti non esauriscono mai del tutto il corredo etico-morale umano: educazione e cultura rappresentano l’altro piatto della bilancia: ‘la società non progredisce mai. Se da un lato avanza, dall’altro torna indietro. Acquista nuove arti e perde vecchi istinti’.





(9) Per Emerson il Sé appare un principio creativo o dinamico che non può essere posseduto né può semplicemente risiedere in noi. Esso non va confuso con una sorta di misteriosa monade, o con un punto che produce dal nulla realtà mai viste: coincide semmai con la presenza della Natura presso se stessa. Il Sé creativo equivale all’oltrepassamento di un Sé ‘iperstoricizzato’ e mimetico, che è ampiamente diffuso tanto nella cultura del tempo di Emerson quanto nella nostra. Emerson vede in atto un’involuzione culturale – definita dal concetto di ‘retrospettività’ – consistente nell’interposizione, fra l’uomo e la realtà, di una barriera linguistica fatta di parole e concetti che mancano di riferirsi direttamente agli enti, e che costituisce l’alienazione del linguaggio e dell’uomo che abita quel linguaggio. Il linguaggio, nel tentativo (tipico della modernità) di astrarsi dalla prospettiva ‘quotidiana’, e in quello di liberarsi del suo originario carattere metaforico, oltre al rischiare di non toccare più le corde del sentimento e dell’emozione, si impaluda in un gioco quasi esclusivamente autoreferenziale. 





(10) In Emerson si può anche intravedere un ‘pragmatismo poetico-estetico’, il Poeta prefigura l’avvento di un Individuo la cui retorica filosofica-poetica ‘detta legge’. Si può aspettare che ciò comporterebbe la negazione della self-reliance: l’umanità si assoggetterebbe ai nuovi simboli e alle nuove mitologie create del Poeta-legislatore, verrebbe manipolata. A controbilanciare questa tendenza interviene l’enunciazione dei cardini della self-reliance, che ha come obiettivo polemico proprio l’onnipervasiva retorica, tanto quella della maggioranza quanto delle autorevoli minoranze. Il Poeta deve dunque creare il linguaggio ed i simboli della self-reliance, che in senso pragmatico sono il farmaco retorico che risveglia la coscienza e gli istinti più elevati…

(B. Soressi, Il Pensiero e la Solitudine)







…Leggiamo da Natura di Emerson….



La nostra età è retrospettiva. Costruisce i sepolcri dei padri. Scrive biografie, storie, e critica. Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia? Avvinti per una stagione alla natura, la cui corrente vitale fluisce attorno a noi e attraverso noi e ci invita, mediante il suo potere, ad un agire proporzionato alla natura, perché dovremmo brancolare attraverso le ossa secche del passato o indurre la generazione attuale a mascherarsi con il suo scolorito guardaroba? Il sole risplende anche oggi. C’è più lana e più lino nei campi. Ci sono nuove terre, nuovi uomini, nuovi pensieri. Domandiamoci allora quali debbano essere le nostre opere, le nostre leggi e il nostro culto. Senza dubbio non ci poniamo domande destinate a rimanere senza risposta. Dobbiamo avere fiducia nella perfezione del creato sino al punto di credere che l’ordine delle cose potrà soddisfare qualunque curiosità l’ordine delle cose abbia destato in noi. La condizione di ogni uomo è una soluzione in geroglifico a quelle domande che vorrebbe porre. 





Questa soluzione egli la pratica nella vita, prima di apprenderla come verità. Allo stesso modo, la natura, nelle sue forme e tendenze, sta già tracciando il suo proprio disegno. Interpelliamo la straordinaria apparizione che risplende così pacificamente attorno a noi. Cerchiamo di scoprire a che scopo esiste la natura. Tutta la scienza ha un unico scopo: trovare una teoria della natura. Noi abbiamo teorie delle razze e delle funzioni, ma a stento riusciamo a mettere insieme un sia pure remoto approccio a un’idea di creazione. Siamo ora così lontani dalla strada che porta alla verità, che i maestri di cose religiose discutono tra di loro e si odiano l’un l’altro, mentre chi si dedica alla speculazione è considerato corrotto e frivolo. Ma, a un retto giudizio, la verità più astratta è proprio la più pratica. Dovunque appare una teoria vera, non avrà bisogno di dimostrazioni. La sua verifica è quella di riuscire a spiegare tutti i fenomeni. Ora molti fra questi vengono ritenuti inspiegati e anzi inspiegabili; come ad esempio il linguaggio, il sonno, la follia, i sogni, gli animali, il sesso. Da un punto di vista filosofico, l’universo è composto dalla Natura e dall’Anima. In senso stretto, perciò, tutto quello che è separato da noi, tutto quello che la Filosofia distingue come NON IO, cioè sia la natura che l’arte, tutti gli altri uomini e il mio corpo, deve essere classificato sotto questo nome, NATURA.





Nell’enumerare i valori della natura e nel sommare i loro risultati, userò la parola in entrambi i sensi, cioè nel suo significato comune come in quello filosofico. In indagini così generali come la presente, l’imprecisione non riguarda la materia; eviteremo ogni confusione di pensiero. La Natura, nel senso comune, si riferisce ad essenze non modificate dalla mano dell’uomo; lo spazio, l’aria, il fiume, la foglia. L’Arte si riferisce alla mescolanza della volontà umana con i medesimi oggetti, come avviene con una casa, un canale, una statua, un quadro. Ma le sue operazioni, prese tutte insieme, sono così una statua, un quadro. Ma le sue operazioni, prese tutte insieme, sono così insignificanti, un piccolo intervento con lo scalpello, una cottura al forno, un rammendo, un lavaggio, che, dinanzi a un’impressione grandiosa come quella prodotta dal mondo sulla mente umana, esse non modificano il risultato.






Per stare in solitudine l’uomo ha bisogno di ritirarsi tanto dalla sua camera quanto dalla società. Non vivo in solitudine finché leggo o scrivo, anche se nessuno è con me. Ma se un uomo vuole essere solo, che guardi alle stelle. I raggi che vengono da quei mondi celesti introdurranno una barriera tra lui e le cose volgari. Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creata trasparente allo scopo di mettere l’uomo, nei corpi celesti, alla perpetua presenza del sublime. Come sono straordinari, visti nelle strade delle città! Se le stelle apparissero una notte ogni mille anni, come potrebbero gli uomini credere e adorare e preservare per molte generazioni il ricordo dell’apparizione della città di Dio! Ma sorgono ogni notte, questi messaggeri della bellezza, e illuminano l’universo con il loro sorriso ammonitore. Le stelle risvegliano una certa reverenza perché, pur essendo sempre presenti, sono sempre inaccessibili; ma tutti gli oggetti naturali fanno un'impressione simile, quando la mente è aperta alla loro influenza. La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti e perdere ogni curiosità scoprendo tutta la sua perfezione. La Natura non è mai diventata un giocattolo per uno spirito saggio. I fiori, gli animali, le montagne riflettono tutta la saggezza dei suoi momenti migliori, così come hanno rallegrato la semplicità della sua infanzia. 





Quando parliamo della natura in questi termini, abbiamo in mente un sentimento preciso, ma sommamente poetico. Intendiamo l’integrità dell'impressione procurata da molteplici oggetti naturali. E questo che distingue il pezzo di legno del tagliaboschi dall’albero del poeta. L’incantevole paesaggio che ho visto questa mattina è senza dubbio costituito da venti o trenta fattorie. Miller possiede questi terreni, Locke quelli, e Manning il terreno boschivo che sta oltre. Ma nessuno di essi possiede il paesaggio. C’è una proprietà nell’orizzonte che nessun uomo possiede se non chi riesce con il proprio occhio a integrare tutte le parti, vale a dire, il poeta. Questa è la parte migliore delle fattorie di questi uomini, eppure ad essa i contratti di proprietà non danno un diritto. In verità, pochi adulti possono vedere la natura. La maggior parte delle persone non vede il sole. Oppure ne una visione molto superficiale. Il sole illumina solamente l’occhio dell’uomo, ma risplende dentro l’occhio e nel cuore del bambino. L’amante della natura è colui i cui sensi interni ed esterni sono ancora in pieno accordo tra di loro; chi ha saputo conservare lo spirito dell’infanzia perfino nell’età adulta. Il suo rapporto con il cielo e con la terra diventa parte del suo cibo quotidiano. 





In presenza della natura una fiera beatitudine penetra nell’uomo, nonostante i dolori reali. La Natura dice: ‘E la mia creatura e, malgrado tutti i suoi impertinenti dolori, sarà felice con me’. Non il sole o l’estate come tali, ma ogni ora e stagione rendono il loro omaggio di beatitudine; poiché ogni ora e ogni cambiamento corrispondono a un diverso stato di mente e lo autorizzano, dal mezzogiorno irrespirabile alla mezzanotte più cupa. La Natura è uno scenario che si adatta ugualmente bene ad un’opera comica o tragica. Nella buona salute, l’aria è come un liquore dall’incredibile virtù. Attraversando un terreno spoglio, sguazzando nella neve che si scioglie, nel crepuscolo, sotto un cielo nuvoloso, senza avere nei miei pensieri alcun presagio di speciale buona fortuna, ho assaporato una perfetta letizia. Quasi ho paura a pensare quanto sono felice. Anche nei boschi un uomo elimina i suoi anni come il serpente la sua pelle, e in qualunque periodo della vita è sempre un bambino. Nei boschi è la perpetua giovinezza. In queste piantagioni di Dio regnano un decoro e una santità, una perenne festa viene allestita, e l’ospite non vede come potrebbe stancarsene in mille anni. 





Nei boschi ritorniamo alla ragione e alla fede. Lì sento che niente mi può capitare nella vita, nessuna disgrazia, nessuna calamità (purché mi lasci la vista), che la natura non possa riparare. Stando sulla nuda terra, il capo immerso nell’aria serena e sollevato nell’infinito spazio, tutto l’egoismo meschino svanisce. Divento un trasparente bulbo oculare, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere universale circolano attraverso me; sono una parte o una particella di Dio. Il nome dell’amico più vicino suona allora straniero e accidentale: essere fratelli, o conoscenti, padroni o servi, diventa allora un’inezia fastidiosa. Io sono l’amante dell’irresistibile e immortale bellezza. Nella solitudine trovo qualcosa di più caro e connaturale che nelle strade o nei villaggi. In un paesaggio sereno, e specialmente nella lontana linea dell’orizzonte, l’uomo contempla qualcosa di bello quanto la sua stessa natura. La più grande beatitudine offerta dai campi e dai boschi è la suggestione di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione. Non sono solo e sconosciuto. Essi mi mandano segnali e altrettanto faccio io. L’ondeggiare dei rami nella tempesta è nuovo e al tempo stesso antico per me. Mi sorprende, e pure non è sconosciuto. L’effetto che produce è quello di un più nobile pensiero o di una più elevata emozione che mi raggiunse nel momento in cui ero convinto di pensare esattamente o di operare rettamente. Pure è certo che il potere di produrre una simile gioia non risiede nella natura, ma nell’uomo, o nell’armonia di entrambi. E necessario fare uso di questo tipo di piacere con grande temperanza. Poiché la natura non è sempre vestita con l’abito della festa, ma la stessa scena che ieri mandava il suo profumo e risplendeva come per la festa delle ninfe può oggi essere ricoperta di malinconia. La Natura veste sempre i colori dello spirito. Per un uomo oppresso dalla sventura il calore stesso del focolare ha qualcosa di triste. Vi è allora un certo disprezzo del paesaggio percepito da chi ha appena perso un amico, morto. Il cielo che si stende a ricoprire uomini mediocri è meno grandioso…













mercoledì 12 giugno 2019

L’IDENTITA’ DELLA NATURA (ovvero: simboli nuovi) (29)




















Precedenti capitoli:

L'Identità della Natura (27/8) &

Giro giro tondo... (9)

Prosegue...















Nel singolare dispiacere di cotal 'Compagnia' (30)  &  (31)  (Seconda parte)













….Emerson era convinto che il ‘luogo’ del suo tempo dovesse cercare miti, religioni e simboli propri e si impegnò, come molti altri suoi contemporanei, ad attribuire all’esperienza americana un’espressione estetica che consentisse di evidenziare connessioni non ancora percepite:

Ogni simbolo nuovo - dice il Poeta – è una conferma che ci siamo allontanati dalla routine.

Una delle immagini ricorrenti in Emerson è quella tipica americana della frontiera, che l’autore utilizza per porre il movimento, il dinamismo, il progresso al centro del suo pensiero, erigendo a pilastro della sua etica la virtù dell’intraprendenza e dell’iniziativa individuale.




Al tema dell’intraprendenza è legata la questione del genere letterario in una scrittura del tutto personale, qual è quella ‘emersionana’, che oscilla tra poesia, saggio e autobiografia ed esprime il desiderio dell’autore di raccontare la propria storia, e soprattutto la storia del suo essere scrittore.

Nonostante il potere retorico e la forte componente estetica e omerica delle sue opere, è palese in ognuna di esse l’aspirazione a trascendere il linguaggio e a immergersi intensamente nella vita:

Qualunque sia il linguaggio che usiamo, non possiamo dire nulla se non quel che siamo.




Emerson esorta a riconsiderare, con l’aiuto della Natura, il nostro rapporto con noi stessi e con il mondo, a tornare ad interrogarci su un concetto tanto fuggevole quanto essenziale come l’identità. Un termine questo che oggi rischia di scomparire, sia perché esprime un concetto difficile da definire, sia perché irrita facilmente la sensibilità contemporanea, impegnata piuttosto ad esplorare nuovi rapporti ed attraversare nuovi confini.

Emerson sembra aver intuito tutto questo quando sottolinea che ‘l’identità esprime la stasi organizzata’: in questo senso, certo, è bene guardarla con sospetto in un’epoca dinamica e in progress come la nostra.

Consapevole delle vaste conseguenze del dibattito identità versus diversità, Emerson, anche nel suo continuo confrontarsi con le filosofie orientali, si rafforzò un’idea di una verità di fondo di ogni essere umano: alcuni uomini, scrisse nei Diari…




Tendono a vedere la differenza e danno importanza alle superfici, agli abiti, ai volti, alle città; altri, invece, si interrogano alla percezione dell’identità. Questi sono gli orientali, i filosofi, gli uomini di fede e i religiosi.

Ognuno, comunque ha bisogno di verifiche, di raccordi, cerca un’opportunità per scavare nel profondo, per riconoscere e comunicare esigenze e affinità essenziali. Anche questo Emerson sottolinea quando ribadisce il concetto di ‘corrispondenza’, quando in mille modi diversi mette in rilievo la nostra affinità, amicizia, fratellanza con la Natura:

Lo Spirito che dentro di sé cela ogni forma/ammicca allo Spirito a lui affine.




Ed ancora:

Il piacere più grande che i campi e i boschi procurano è l’indizio di una relazione nascosta tra l’uomo ed il regno vegetale. Non sono solo e irriconosciuto. Esso mi fa cenni e io lo ricambio. L’ondeggiare dei rami nella tempesta è per me nuovo e antico ad un tempo. Mi coglie di sorpresa ma non mi è sconosciuto.

E, inoltre, tanto nel saggio del 1836 quanto in quello del 1844 viene sottolineato, con l’evidenza dei fatti e l’efficacia di suggestive immagini poetiche, che lo Spirito Universale non agisce dall’esterno, ma opera attraverso di noi; la Natura è una forma intrinseca, con-naturata, appunto:




L’Essere Supremo non costruisce la Natura intorno a noi, ma la fa scaturire attraverso di noi, come la vita di un albero fa nascere nuovi rami e foglie dai pori di quelli vecchi. La saggezza è stata iniettata in noi come sangue: ci fa contorcere come dolore, scorre in noi come piacere, ci avviluppa nei giorni di tedio e malinconia o nelle giornate di allegro lavoro.

È bene ricordare, dunque, che per Emerson…

La Natura è il simbolo dello Spirito, va quindi letta ed interpretata. Ogni riflessione su di essa tende a mettere in evidenza una corrispondenza tra Spirito e materia e l’effetto che ne deriva: la Natura ‘è un effetto perpetuo. È una grande ombra che indica sempre il Sole alle nostre spalle’. Questo Sole, lo Spirito Universale, regola il rapporto tra uomo e Natura con una dinamica di continui rimandi. E l’uomo, che è parte integrante della Natura, mai può separarsi da essa, ‘perché lo Spirito ama la sua antica dimora… Quale benessere, quale affinità! Sempre un vecchio amico, sempre un caro amico e un fratello...












domenica 9 giugno 2019

GIRO GIRO TONDO... ovvero l'uomo della stiva e quello della riva (9)






































Precedenti capitoli:

Dello Straniero... 

Sperimentati dal nostro elaboratore Al... (5/6)

Prosegue fra...

L'uomo della riva e quello della stiva (10)













Noi siamo più sensibili dei cani e dei gatti alla rarefazione dell’aria. Se non avessi fatto delle ricerche sulle scimmie, avrei potuto credere che questo fosse l’effetto di una debolezza delle nostre cellule nervose.

Qualche pessimista avrebbe anche potuto dire che questo sia il risultato di una degenerazione prodotta dalla civiltà. Ma la legge di questi fenomeni è un’altra e può enunciarsi in questo modo:

“Quanto più un animale ha il sistema nervoso sviluppato, altrettanto sente più l’azione dell’aria rarefatta, e si addormenta in essa più facilmente”.




Le scimmie hanno sofferto più dei cani e questi più dei gatti, e i gatti più delle marmotte, per depressioni eguali, quando furono messi sotto la campana pneumatica. Gli uccelli soffrirono meno dei conigli, dei porcellini d’India e dei topi. Le rane meno di tutti. Basta per ora enunciare questa legge senza svolgere nei particolari tutta una lunga serie di osservazioni che feci sugli animali di ogni specie che mi capitarono alle mani. Avverto però che in ogni specie trovai degli individui che soffrono più degli altri a pressioni relativamente basse. Perché l’uomo e le scimmie dormano più facilmente quando…




Fors’anche vero, la ‘degenerazione’ fisica non meno che ambientale e sociale sottoposta a diverse condizioni ed altezze non meno di vaste ‘profondità inesplorate’ (Anima o Spirito di un medesimo Oceano nato) imporre costante dovuta riflessione circa l’umano dalla ‘bestia’ nato; specifica, oltre che esperimento, accordato all’Angelo d’un mondo Creato ma certo non del tutto compreso.

Ed anche in cotal caso enunciato alla ‘doppia’ gradazione a cui soggetto lo Spirito nominato; alla spirituale gradazione alcolica, cioè, per taluni, e/o, al giusto grado dello Spirito astemio del presunto peccato… mai consumato!   

Come respira l’uomo della Stiva alla Cima quanto inabissato oppur fagocitato dal mare navigato… e conquistato?!

Non certo un segreto.

Tutto vien sperimentato…




Ogni Angelo incontrato svela il dovuto mistero taciuto, anche con il ‘sonno della Ragione’ così grato all’anno prossimo… remoto e futuro, giacché la Storia una piatta Sfera ove non accordata giusta geografia oltre il piatto mare della Stiva!

Pur se tonda sempre piatta al servizio dell’Ammiraglio.

E come ‘intendeva’ medesimo ugual cielo e mistero l’uomo ancor muto ed evoluto un Tempo… e dalla Riva nato!?

Certo qualcosa li accomuna ed in qual tempo annulla:

‘Nulla’!

Profondo ugual mistero governare la Parola dicono Evoluta.

‘Nulla’ scorge e comprende! Giacché tutto appartiene al Regno del Cielo dalla Parabola (ri)distribuito.

Come cogita, dunque e di conseguenza, retto proprio ed altrui intendimento!?

Nel ‘Nulla’ d’ugual mistero!

Come restituisce l’aria pura ricevuta e successivamente contraccambiata?!

‘Nulla’ anche se avariata!

Cosa ci suggerisce l’uomo della Stiva al porto dell’eterna sua ed altrui conquista?!

‘Nulla’ purché il mondo giri in tondo!




Gira il mondo! Gira la Terra…!

Costante motivo e intendimento e mai sia detta cantilena!

Gira la Terra… &

Tutti e ‘Nessuno’ giù per Terra…

E con Lei la Caravella…

Gira il bruco la Lumaca la formica…

Del Lombardo ‘Nulla’ si dica!

È raccomandato dall’uomo della Stiva!

L’ape s’arrampica su per l’amaca vuol controllare quale Dio governa cotal Creato.

Se ‘Al - serie 9000 -’ oppure ciò che più lo ispira controlla comanda e sprona… ‘rotta’ della Via:

Vuol assaporare il nettare Fiore della Terra qual Universo proteso, Viaggio da cui il miele della propria altrui breve infinita esistenza.




Il lungo Viaggio migrato(re) rotta d’ogni Elemento sposato e da una bussola non ancor ben compreso e decifrato forse perché da un Dio crittografato, approdato qual Ulisse alla propria conquista confermare l’eterna millenaria venuta ad annunziare lieta novella suono d’un’antico canto accompagnare non solo la Primavera.

…Morta prematura ornare lieto ‘quadro’ per altrui vil mano.

Di cui il Direttore dell’intera orchestra agita e comanda simmetrica invisibile Parola.

…Nuota striscia e vola comporre l’universale spartito da cui nessuno più udirne la nota… così come la strofa… non men che il profumo frutto appestato… dacché l’alchemica nuova ‘dottrina’ è cosa seria…: per ogni nuova lega la danza della morte rinnega il Principio in nome della Fine all’opposto di come lo spartito e l’orchestra dettata da un più umile Dio intonarono il cantico… 

Dopo aver seppellito (il) Francesco con tutte le creature...  

(& Salieri non sia da meno!)

…Misura della musica dalla parola derivata oppure interpretata… Pur ugual nota mutata oppure inciampata… in ciò di cui la Natura maestra… o solo morta materia… divenuta…  




Prima della Parola una Musica antica Rimata accompagnare ogni Poesia della Natura per ciò di cui si nutre Pensiero e Parola.

Universale Visione in cui il Creato(Re) imporre monolitica presa di coscienza.

La scimmia evoluta dallo stesso spartito di Concerto annunziare la propria venuta: mira all’Albero di Superiore manifesto ingegno. Mira alla  Parola, la qual per propria superiore natura, vola alta nel ‘simmetrico’ invisibile Elevato Pensiero.

Da un diverso albero maestro da cui ogni cima apostrofare la Genesi del dovuto intendimento per ciò che diverrà ‘retta’, e dicono, evoluta dottrina suggerire compiuto non men che ‘retto’ coniugato intendimento.

…Per ciò e da cui differenza, distinguere e dividere retta pronuncia non più ‘glutterata’ e pazza Natura derivata, dopo la grande conquista della Prima Scimmia… annunziata…

S’accosta odora…

S’agita ma non divora!

Non è ‘materia’ da glutterare di fretta…

Chiama a viva voce confondendo oste ed albergatore…

Cerca l’Albergo l’Adamo e l’ingegno dismesso.

(Con le dovute ‘articolazioni’ al ‘retto’ Gioco convenuto: ‘il’… ‘la’… ‘le’…)

Ad intervalli chiama il portiere vuol udienza dall’amministratore!

Minaccia l’intero Albergo non men che lo Straniero ivi esiliato… e non più albergato…

Oppure recluso per superiori motivi e Stato…















venerdì 7 giugno 2019

LO STRANIERO (1) [7]







































Prosegue in:

Lo Straniero * (2/54)

(Presentazione del Tomo....)

Precedenti capitoli:

Dal nostro elaboratore... (5/6)

Un pazzo nascosto.... (3/4)













Sono partito da un Viaggio periglioso Primo Insediamento che nel tempo di un Secondo da un Primo ancora non compreso, forse solo intuito, divenne dalla Natura creato.
Fu lei, forma e calco di un pensiero partorito, quando in un giardino fiorito di una Primavera alba di un Universo, pose la mano, invisibile creanza: onda e particella che avanza. Un Dio di stessa duplice essenza, Dio Perseguitato perché illuminato da un Secondo nato.
Il Primo, mai per il vero ebbe a narrare la Genesi del Tempo, eccetto il mito da una vergine partorito, così trascorsero secoli di lotta nel nome di chi non ha Tempo nella falsa memoria (così ora sto narrando i capitoli della mia invisibile Storia).
Straniero alla loro Storia, caro lettore che scruti e cerchi l’errore a conferma del Tempo illusione di un falso progresso, ma in verità sei sempre fermo allo stesso Secondo convinto di aver capito ciò che non è scritto su di un foglio in un rigo o antico papiro, Frammento senza Tempo: specchio di un Universo che compone la Rima per sua stessa mano. Ogni capitolo è così narrato, velo e specchio di un diverso Creato, ciò che pensi sogno o fantasia, è solo (un’) immagine di una storia antica ripetuta nei secoli del quadrante della Storia... illustre ‘grammatico’ di codesta evoluta eresia.




Per ciò quelli che scruti impietrito ed evidenziati in corsivo, privati del punto esclamativo (specchio del tuo sapere antico…), virgola… o grammatica della vita, sussurrano in retta Rima la segreta via…, capitoli di vita. Furon narrati da quella Prima Idea che proprio in codesto momento… abbraccia la materia della tua ora; in codesto invisibile Creato, come ti dicevo, Dio sarà di nuovo crocefisso e braccato…, umiliato e perseguitato, deriso e barattato, ma non solo dal fiero romano, il Cacciatore avrà così saziato ed appagato il suo appetito umano, corpo nella materia imprigionato, perché lo Spirito è privo di forma in codesto Universo… narrato! (ecco il punto esclamativo a te così caro…).
Nel Cimitero di guerra dove l’uomo combatte l’eterna sua illusione, possedere e controllare ogni avere e ricchezza, ha per sempre confuso e smarrito l’oro dello Spirito in ogni camposanto dall’ingordigia partorito; e così per sempre nutrito il suo corpo nell’umano scolpito: non è certo immagine di Dio…. Forma imperfetta nella materia partorita, appena pensata, così da poter misurare distanza e tempo nella grammatica della storia conservata… e dal Secondo comandata…




… Ed anche se il ciclo della vita ricompongono nel ‘Finito’ del misero Secondo convinti di abbracciare  annullare e possedere la luce nel miracolo compiuto del Primo Urlo, e da quello a spirale evoluti nel silenzio ripetuto; io nasco e muoio ogni giorno dall’alba al tramonto, sono in tutte le cose, ed esco ad ammirare ed abbracciare la luce…, quando dal mare fui partorito, mi elevai con solo la corda di quella immane fatica, calvario di codesta e misera via… sul Teschio della vita, verso una cima come un povero Primo Alpinista che abdicò l’intera sua vita da un ‘sasso’ della via: grammatica non vista (da uno strato di Terra evoluta) fino ad una cima.
Profeta di una nuova avventura, così la via fu aperta per una nuova conquista di vita, cellula evoluta; la materia scrive e compone il suo Tempo… non è certo Genesi pregata, perché il passo fu difficile ed incerto, il cammino lento, la linfa respiro di vita è purgato dell’elemento della perfetta creanza nell’equilibrio di ciò che sarà materia del Profeta che così avanza!




Nelle tante vite trascorse nate ed evolute, scoprire la sua poesia divenire Rima di vita sarà compito dell’eretico Trovatore, che nell’affanno della conquista… per ugual cima, in una trascorsa vita, in una equazione imperfetta smarrì la difficile via (.. o cima che sia…). Rinacque Poeta e Trovatore della retta parola nella perfetta Rima, il numero ora, conta e svela la doppia essenza di codesta impervia via, perché anche lui profeta di una cima più evoluta.
Si narra che fu visto anche un Lupo accompagnare il difficile suo cammino nel quadro dipinto un sorriso taciuto di Dio: nella strofa narrata e dal volgo braccata, forse perché azzanna una verità ripetuta e pregata…, privata del Tempo di codesta misera vita, Straniero alla via… Braccata e cacciata per l’agnello di un’antico tormento, mito entro la prigione del Tempo: chi sia il Lupo di questo misero mondo così nutrito è un mistero per sempre taciuto e sconfitto… e poi seppellito!




Il volgo distribuì l’eterna sentenza nel Secondo cacciato di questa misera esistenza, eresia istruita alla grammatica della Storia, il predatore non sgozza gli agnelli della nostra illustre ed immortale gloria…, pecunia nella materia costruita e poi pregata… Non è certo pensiero di Dio, Lui, in questa immonda Eresia… la bracca e divora, forse perché l’agnello del mito, purga di ogni peccato dall’uomo concepito e consumato, è solo un doppio destino, chi  da agnello vestito caccia e divora ogni verità nemica della Storia….
… Ed al Lupo (ora Pazzo vestito e narrato) destina l’ingrato martirio: una croce un rogo per ogni pensiero così mal nutrito, perché divora ogni falsa certezza così costruita di un Dio ben dipinto e assiso in un giardino fiorito. Per codesto bel Paradiso commissionato, è condannato eterno peccato anche il frutto dall’albero maturato, e la serpe che striscia più infame del Lupo ‘citato’ (nel tribunale di triste memoria): perché più immonda e schifosa, affinché l’agnello della vita sia nutrito e cresciuto all’ombra di una eterna bugia nel Tempo costruita et anche numerata come corona di Papa.. o Sovrano che sia…. (pecunia di vita…).




Ogni altro albero cresciuto da questo bosco narrato per il Trovatore eretico evoluto…, che sia abbattuto, il Taglialegna ha questo secolare dovere: abbattere al rogo codesta Eresia, fuoco di una verità su una croce scolpita: così il prete comandò la via! Il calore del popolo va’  nutrito e cresciuto, protetto dal freddo e dal gelo di un Primo dalla nebbia evoluto: è il calore che compone e matura la vita, non certo una prima ‘simmetria’ priva di ciò che pensano assenza di vita.

(Giuliano Lazzari, Lo Straniero;  accompagnato dalle bellissime foto di:

 Julian Calverley)


 (Prosegue....)