giuliano

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IL TOMO

domenica 20 settembre 2020

CONSUMATORI DI LIBERTA' (vigilata) (16)

 










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    Degli 'Autori' degli acrobatici... (1/15)


    Prosegue (presso il rep. nr 5) con l'appendice 1, ovvero...








A prima vista, le ‘dottrine’ , ed in questo specifico caso intendiamo quelle politiche nonché economiche adottate, giacché l’odierna Fede manifesta maggiori gradi e ruoli di evoluzione concretizzati ed idealizzati nella società di cui riflette il costante incessante ruolo Spirituale negato, giacché le opposte dottrine tendono a formalizzare quell’insieme di regole ed invisibili discipline a cui ognuno assoggettato più confacenti ad un grande formicaio…

 

…Di modo che nella sottile sfasatura che ci si propone di mettere in opera nella storia delle idee e che consiste nel trattare, non tanto rappresentazioni che possono esserci dietro i discorsi, quanto i discorsi come serie regolari e distinte di eventi, in questa sottile sfasatura, temo di riconoscere qualcosa come un piccolo (e forse odioso) macchinario che consente di introdurre alla radice stessa del pensiero, il caso, il discontinuo e la materialità.




 …E proprio in termini di spiritualità, come vedremo, egli comincia la propria rilettura della filosofia nell’antichità e nella tarda antichità. Non senza avere prima mostrato, però, le analogie, ma anche le differenze, tra il modello pastorale del potere e le arti di governo che appaiono a partire dalla fine del XVI secolo, allorché è lo stato a fare il suo ingresso nell’ambito della pratica e del pensiero degli uomini e ad emergere come posta in gioco fondamentale, ma anche semplice ‘peripezia’, all’interno della più generale storia della ‘governatività’.

 

Dalla ragion di stato al liberalismo, si tratterà per Foucault di far emergere come la questione dei regimi di verità continui ad essere centrale anche in queste nuove modalità di esercizio della pratica di governo. Anche nel triangolo disegnato da sovranità, disciplina e gestione di governo agli inizi dell’età moderna, allorché l’obiettivo fondamentale diventa la popolazione e i meccanismi essenziali saranno quelli della sicurezza, la razionalità intrinseca alla nuova arte di governo implicherà una certa ‘produzione di verità’.




 Non sarà più, però, la verità di un dogma che viene ‘inculcato’ in un individuo – che così verrà fissato ad una identità – nello stesso momento in cui gli viene estorto ‘il segreto della sua verità interiore’.

 

Al posto degli arcana conscientiae appaiono ora, sostiene Foucault, gli arcana imperii, relativi a tutto ciò che è necessario conoscere intorno alla popolazione, alle ricchezze disponibili, alle forze reali e virtuali di cui dispone uno stato, e che è necessario conoscere per assicurarne il sovrappiù di forza e potenza nel tempo dei grandi scontri e della concorrenza tra gli stati.

 

Di qui l’apparizione della statistica,  e successivamente dell’economia politica, altrettanti dispositivi attraverso cui viene predisposto il sapere dello stato sullo stato volto ad assicurare la ‘modernità amministrativa’ e il ‘governo razionale’ degli uomini, delle risorse e infine della stessa ‘vita’, attraverso la felicità degli individui e la forza dello stato.




 Con la ragione economica che nasce a partire dall’avvento della fisiocrazia, poi, è una nuova tappa dei processi di applicazione della governatività che viene percorsa: appare una entità ‘quasinaturale’ che verrà designata come ‘società civile’ e che esigerà a sua volta un tipo specifico di conoscenza scientifica indispensabile al buon governo.

 

Ne conseguirà una progressiva naturalizzazione della popolazione, che per un lato darà luogo ad una supposta regolazione spontanea della meccanica degli interessi, ed in cui il mercato, come dirà Foucault nel corso del 1978-1979, diventa il luogo e il meccanismo di formazione della verità, il ‘luogo di veridizione’ della pratica di governo, e l’economia politica il regime di verità necessario destinato a garantire non ‘il minor governo’, bensì ‘un governo frugale’, ovvero un altro tipo di razionalità, su cui si eserciterà la riflessione liberale, per la quale la libertà è diventata, secondo Foucault, un elemento indispensabile allo stesso esercizio del governo.

 

Ma per l’altro assisteremo invece allo sviluppo parossistico dei meccanismi di presa in carico e gestione della popolazione nella sua supposta naturalità.




Di qui lo sviluppo di tutte quelle scienze – dalla medicina sociale alla demografia all’eugenismo – destinate a fornire gli strumenti e gli schemi d’intelligibilità razionale dei nuovi insiemi diventati oggetto dell’arte di governo sviluppatasi a partire dalla fine del Settecento (ciò permette a Foucault di sostenere che quello che consentiranno di fare le nuove forme di razionalità, ad esempio durante il regime nazista, non costituisce affatto un’anomalia o una mostruosità rispetto ad una supposta ‘scienza normale’).

 

Con il liberalismo, sostiene Foucault, non è la libertà come ‘universale’ ad ottenere finalmente diritto di cittadinanza nella pratica di governo – la libertà non è un ‘dato’ – bensì è una nuova ‘gestione’ delle libertà ad essere messa in atto all’interno di una ragion governativa che ha strutturalmente ‘bisogno di libertà’, che è ‘consumatrice di libertà’.

 

Il liberalismo, insomma, emerge come arte di governo (pratica riflessa) che si propone di suscitare e fabbricare instancabilmente della libertà. Come tale, l’arte liberale di governare deve innanzitutto fare i conti col problema essenziale della sicurezza, delle strategie che consentiranno di aggirare o eliminare il ‘pericolo’, i ‘pericoli’ immanenti alla dinamica delle relazioni tra interessi individuali e interessi collettivi.




 Se infatti il liberalismo emerge come tecnica che si innesta sulla meccanica degli interessi, non potrà evitare di intervenire sui pericoli che da tale meccanica si producono allestendo dei ‘meccanismi di sicurezza/libertà’. E proprio intorno alla ‘cultura del pericolo’ da esso suscitato sorgerà quella ‘formidabile estensione delle procedure di controllo, costrizione e coercizione’ che investirà lo stato di funzioni nuove, destinandolo alla fine a farsi carico ‘del problema della vita’.

 

Che sia nelle forme della razionalità scientifica resa necessaria dalle pratiche di governo (con gli effetti di oggettivazione da essa prodotte, e che Foucault aveva cominciato a descrivere fin da Folie et déraison) o che sia nella forma della conoscenza di sé a partire dalle esigenze di controllo delle anime e delle condotte in vista della salvezza (con gli effetti di soggettivazione che ne verranno), in ogni caso l’intera storia della ‘governatività’ occidentale poggia sulla lunga successione di diversi regimi di verità, altrettante modulazione della ‘volontà di verità’ che da subito Foucault aveva individuato al cuore dell’esperienza dell’uomo occidentale.




 Rispetto a tutto ciò, la vocazione ‘critica’ della genealogia, che ormai Foucault definisce ‘ontologia critica di noi stessi’, ovvero ‘analisi storica dei limiti che ci sono imposti’ e ‘sperimentazione del loro possibile superamento’, provocherà un progressivo arretramento del terreno dell’indagine, finendo col concentrarsi sul versante delle pratiche di soggettivazione. Via la ripresa dei problemi legati alla pratica penitenziale e confessionale nel cristianesimo primitivo, a partire dal corso del 1979-1980 Foucault sarà condotto a intrecciare sempre piú strettamente la storia dei ‘regimi di veridizione’ con quella che aveva chiamato ‘una storia del soggetto’.

 

Attraverso l’analisi di pratiche come l’exomologesi (l’atto di fede) e l’exagouresis Foucault approfondisce l’indagine, già avviata nel 1978, relativa al modo in cui attraverso la conferma della propria credenza si manifesta una verità e si afferma la propria adesione ad essa, vale a dire il soggetto crede alle verità che gli sono rivelate ed insegnate, ed insieme si impegna in una serie di obblighi (relativi al maestro, alla comunità di appartenenza, ecc.); e del modo in cui attraverso l’obbligo di confessione che si impone tra direttore di coscienza e discepolo all’interno delle prime istituzioni monastiche si disegna una nuova figura del rapporto di dipendenza nella direzione spirituale.




Essa comporta infatti l’obbligo di esaminare permanentemente la propria coscienza, quello di enunciare nel modo più esaustivo e permanente possibile i moti più segreti del pensiero e dell’anima, al fine di potervi decifrare l’opera del maligno (oppure del dissidente) e in vista della creazione – sotto le specie dell’umiltà, della mortificazione e dell’obbedienza come finalità immanenti – di un certo tipo di relazione di sé con se stessi ispirata per l’essenziale al modello della rinuncia a sé, della ‘distruzione della forma del sé’, condurrà inevitabilmente al ‘controllo della Coscienza’, delle coscienze, pratica ampiamente in uso nell’odierna civiltà informatizzata…

 

Per essere franchi, abbiamo qui inteso sostenere, ancora una volta, la natura eminentemente politica del lavoro di Foucault. In molti hanno infatti ritenuto di poter affermare che il Foucault finale, quello della lunga plongée nel mondo antico e tardo antico, quello della sedicente riscoperta dell’etica, della cura di sé, della spiritualità, fosse un Foucault che aveva abbandonato, addirittura rigettato, il problema della politica, andando alla ricerca di ‘una soluzione di ricambio’.




 Ora, se pure è vero che aveva preso le distanze da un certo militantismo, non si congederà però mai da una volontà persistente e persino accanita di problematizzazione della politica. Tra i molti luoghi che si potrebbero citare, basti ricordare quel che affermava ancora poco prima di morire, allorché rammentava che porre il problema etico, per lui, significava porre il problema della ‘pratica della libertà’, o meglio della ‘pratica riflessa della libertà’, piuttosto che quello della ‘liberazione’ (e della ‘rivoluzione’), aggiungendo subito, però, che la libertà è ‘in se stessa politica’, e lo è esattamente negli stessi termini in cui lo è, e perché lo è, la verità.

 

La questione politica, insomma, ‘è la verità stessa’, come aveva detto già nel 1976.

 

Ecco allora quel che afferma otto anni dopo:

 

‘Dopotutto, perché la verità? Perché, più ancora che di noi stessi, ci curiamo della verità? E in ogni caso, perché ci curiamo di noi stessi solo avendo cura della verità? Abbiamo qui a che fare con una questione fondamentale, che è forse la questione stessa dell’occidente: che cosa ha fatto sì che tutta quanta la cultura occidentale abbia cominciato a gravitare attorno ad un obbligo di verità che ha poi assunto una serie di forme assai differenti le une dalle altre? Nulla, fino ad ora, ha mostrato che sarebbe possibile definire una strategia del tutto diversa. È allora solo nel campo definito da tale obbligo di verità che ci potremo spostare, in qualche caso muovendo contro gli effetti di dominio che possono essere legati a strutture di verità o a istituzioni che si fan carico della verità.




 Insomma, non si sfugge al dominio della verità giocando un gioco del tutto diverso da quello della verità, bensì giocandolo diversamente, o giocando un altro gioco, un’altra partita, o altre carte, ma sempre restando nel gioco della verità.

 

E lo stesso avviene nel caso della politica, in cui è possibile procedere alla critica del politico – a partire, ad esempio, dalle conseguenze dello stato di dominio che tale politica induce – senza che sia possibile farlo in altro modo se non giocando un certo gioco di verità, mostrando che cosa ne consegua o mostrando che vi sono altre possibilità razionali, o insegnando agli individui quel che essi non sanno sulla loro propria situazione’.

 

Quel che Foucault non ha mai fatto, è ricavare da tali ‘insegnamenti’ le istruzioni e le linee di condotta da adottare, il codice da approvare, la ‘legge’ da applicare, rifuggendo con rigore e determinazione da qualunque tentazione normativa, a differenza dei tanti che non cessano di dirci ciò che sarebbe necessario fare o quello che dovremmo essere.




Tutt’al piú due raccomandazioni:

 

primo, rifiutare quello che siamo, ovvero ‘quel tipo di individualità che ci è stato imposto per così tanti secoli’.

 

Fino alla fine, dunque, i rapporti tra la filosofia e la politica hanno continuato ad essere per Foucault decisivi, inaggirabili, fondamentali.

 

Dire la verità al potere, la sola forma di coraggio che alla fine riconoscesse insieme agli atti di cui si è capaci di assumersi direttamente la responsabilità, significava infatti anche, per lui, chiedere al potere di dire la verità, a senza prescriverla:

 

‘Niente è più inconsistente di un regime politico indifferente nei confronti della verità;   ma niente è più pericoloso di un sistema politico che pretenda di prescriverla.




 La funzione del dir vero non deve assumere la forma della legge, allo stesso modo in cui sarebbe vano credere che tale funzione risieda a tutti gli effetti nei giochi spontanei della comunicazione.

 

Il compito del dir vero è un lavoro infinito: rispettarlo nella sua complessità è un obbligo da cui nessun potere potrebbe esimersi. Salvo imporre il silenzio della servitù’.

 

Che il lavoro sia infinito, e che nessuna liberazione sia promessa come definitiva, non deve indurci ad abdicare rispetto al nostro compito. E del resto talvolta accade che, a partire da un soprassalto di coraggio e dignità degli uomini, o anche dei popoli, la verità faccia irruzione, ma come evento, appunto, e senza garanzie.







mercoledì 16 settembre 2020

IL SESTO EVENTO (14)

 








   

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    Di similar Eventi (13/1)


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  Capitolo completo (il 3 ott. non mancare...)


 ...con gli 'Autori' (degli interventi) (15)









L’immagine ingannevole risalta all’occhio, poi per il piacere della restante platea in nome e per conto della folla intera, a detta di qualcuno ‘popolo dell’intero pianeta’, veicolato dalla poltrona all’oblio della ‘quotidiana’ biblica giornata letta di fretta, nello show ammirato e frazionato nonché ben confezionato risaltare ad ugual occhio dalla ‘Prima’ all’ultimo ‘capolinea’, ove approdato il (biblico) Destino dell’intero Pianeta non ancora del tutto deragliato affogato – oppure - naufragato dall’esplosiva merce della propria ed altrui stiva.

 

Quando la nave cola a picco  meglio non importunare il comandante, è d’obbligo nel delirio della scialuppa, che la divisa sia in ordine e radersi bene la barba ed assumere aspetto corretto e dignitoso ed indossare la dovuta mascherina; se poi, nonostante la fugace ‘grande Notizia’ dalla stiva all’Albero Maestro approdata come una portentosa Onda, si faccia dovuta attenzione a non saltare con tutta la ‘polveriera’ che tal nobile Fregata cela…   



 

 Sull’erba del South Lawn alla Casa Bianca, lo stesso sfondo di colonne bianche della firma degli accordi di Oslo il 13 settembre del 1993, in pochi indossano la mascherina, i più ligi sono gli israeliani, da dopodomani il Paese deve sottoporsi alla seconda quarantena totale per rallentare l’epidemia. Donald Trump ha voluto dare a questo patto tra lo Stato ebraico, gli Emirati Arabi e il Bahrein un nome biblico: gli accordi di Abramo sono i primi dal 1994, dalla stretta di mano con la Giordania. Il presidente americano parla di ‘sangue che ha bagnato le sabbie del deserto’, spiega che anche Netanyahu ‘è stanco della guerra’.  

 

I pochi dettagli sul documento emergono dalle polemiche politiche israeliane. La sinistra all’opposizione rivela che l’intesa prevede il via libera per gli Stati Uniti alla vendita dei jet militari F-35 agli Emirati, sarebbe la prima volta che un governo israeliano rinuncia all’’esclusiva’ nella regione sugli armamenti americani. L’estrema destra reagisce ad altre ipotesi: il testo conterrebbe un riferimento alla soluzione dei due Stati assieme alla promessa israeliana di fermare l’annessione di parte della Cisgiordania e la costruzione di colonie.

 


 

Ciò che risalta alla Ragione un mare di petrolio (in attesa del dovuto intendimento al giusto Valore) e un nuovo ‘distributore’ per correre ancora più veloci verso l’abisso, oppure, l’atroce unanime innominato Destino.

 

La Pace che auspichiamo all’intero Pianeta (anche su Venere, là ove, ci vien contestualmente detto quale equazione della stessa formula di progresso, dimorare la Vita in forma gassosa…. e non ancora del tutto né inquinata neppure ulcerata, questa di per se già un’ottima prospettiva di vita ugualmente fondata…) non scritta dall’insana corrotta economia, bensì nella più certa prospettiva d’un mondo nuovo, più pulito, e non solo dalla pandemica vendetta della Natura, mutilata ed offesa…




 Caldo estremo, uragani, piogge torrenziali, incendi, nuovi virus aggressivi come quello che ha segnato il mondo intero nel 2020. La natura ha cominciato a ribellarsi. E non c’è più tempo: l’impatto dell’uomo sul nostro pianeta ha un peso ormai insostenibile. Molte patologie infettive degli ultimi decenni, da Ebola all’AIDS, da hendra alla dengue, non sono solo tragedie dettate dal caso. C’è un nesso profondo tra la loro diffusione e i cambiamenti climatici, la deforestazione, l’inquinamento e anche la diseguaglianza sociale, perché povertà e fame sono alleati dei virus. Dobbiamo imparare dai nostri errori e agire subito per correggerli.

 

Il clima di un futuro che per certi versi è già presente può trasformare lande vaste della terra in incubatori incredibili per le larve di zanzare. Lo scioglimento delle calotte polari può minacciarci con virus giganti che riemergono dai ghiacciai. Negli ecosistemi degradati gli agenti patogeni si adattano alle poche specie selvatiche rimaste e riescono a fare più facilmente il salto da un pipistrello o un roditore a noi. Nelle aree inquinate, i microrganismi trovano autostrade spianate per insediarsi e moltiplicarsi. La natura ci chiede di fare pace con lei.

 

Ascoltiamola!  




L’immagine ‘anamorfica’ splende e riluce, come se dalla ‘nuova unione’ qual bandiera elevata alle impreviste intemperie del comune Tempo vissuto - Cima dell’Albero maestro -, possa veramente fondare la pace cui la Terra respira, eppure soffocata, in ultimo disperato rantolo; e il pover’uomo non ancor del tutto contagiato dalla pandemica ulcerata Natura, oppure bruciato al rogo di ugual disperazione, come al respiro mutilato d’un polmone afflitto, dirsi soddisfatto circa il traguardo raggiunto siglato dal fondo dell’Abisso…




Trump assicura che ‘almeno altre cinque nazioni sono pronte a seguire questi passi’, che anche i palestinesi torneranno a negoziare (‘ci stiamo parlando’), che potrebbe raggiungere un accordo con l’Iran in poco tempo, ‘se venissi rieletto’. Per ora la cerimonia ha solo riavvicinato i leader palestinesi divisi, il presidente Abu Mazen ha parlato con Ismail Haniye, capo di Hamas, e insieme ribadiscono: ‘La nostra causa non si svende’.

 

Negli stessi minuti della firma, dalla Striscia di Gaza i miliziani hanno sparato razzi contro le città israeliani, ad Ashdod i feriti sono 6.




 Lucifero incanta l’intera platea nell’acrobatico numero ove sulla corda sospesa cammina in precario equilibrio, non facendo scorgere la linea sottile - dividere ed unire - il baratro profondo dal fuoco sulfureo emergere dal vulcano fucina della Terra, qual inganno proclamato…

 

Regna squilibrio fra il peso dell’intera Economia in acrobatico equilibrio (come tutti i suoi derivati, prima e dopo Oswald, connessi allo stesso circo da cui la Storia…), ed il filo sottile che la tiene sospesa, alta nel Cielo sino al più remoto Pianeta; ed ove indistintamente ogni primitivo Elemento, sotto il tendone da circo eretto in stratosferico delirio, tremare di paura per il ‘numero’ dell’acrobata da cui il fiato mozzato, o ancor meglio, mutilato, avverso ad ogni più certo ‘equilibrio’ della Terra intera.




 Questa pandemia è la paura vera, non la dimenticheremo mai. Ci insegue come una belva feroce, è lava che erutta dal vulcano, onda dello tsunami, sisma, alluvione. Segnerà la nostra storia, come la peste che dilagò nel Trecento da Costantinopoli a Messina e che tornò ancora a lungo a visitare l’Europa.

 

Poco importa che a provocarla fosse un batterio e non un virus.  Per il biologo Peter Medawar, Nobel per la medicina nel 1960, ‘i virus sono frammenti di cattive notizie avvolti in una proteina’. Sono puro materiale genetico di un genoma semplice, privi di meccanismi per la replicazione e senza metabolismo. Da soli non sanno nutrirsi, non sanno generare copie di sé. Non vivono. Con gli animali però hanno in comune gli eventi della selezione naturale: competono, combattono, attaccano e distruggono per resistere e replicarsi, con un’abilità spettacolare di adattarsi all’ambiente.

 

Ma se qualcosa il contagio può insegnarci è che i mostri si addomesticano con la figlia del pensiero lucido, la scienza, e con la madre degli abbracci che abbiamo dovuto perdere, la cooperazione. C’è una battaglia che bisogna combattere, da subito, imbracciando la stessa responsabilità che ci ha visti chiusi per giorni nelle case, barricati contro un avversario invisibile.

 

Se vogliamo salvare la salute, dobbiamo salvare la Terra!




 Che il riscaldamento globale sia dovuto alle attività umane non è una mia ipotesi. È un dato acquisito per la comunità scientifica e già nel 2000 il rapporto di causa-effetto era confermato dall’ONU. Così come è riconosciuto, senza alcun dubbio, che i cambiamenti climatici siano il nemico che accomuna malattie infettive, patologie non trasmissibili, calamità.

 

Viviamo nell’era geologica in cui sono gli esseri umani a rimodellare il pianeta. Un’era battezzata, appunto, ‘Antropocene’.

 

Noi, con gli animali che alleviamo e addomestichiamo, siamo la maggioranza dei mammiferi del mondo. Per il nostro benessere e per il nostro cibo incendiamo foreste, impoveriamo il suolo, distruggiamo ecosistemi.

 

Non c’è da meravigliarsi che la natura torni a rubare la scena.

 

Le piene, gli incendi, i tornado.

 

E le epidemie.

 

Se tra qualche milione di anni ci fossero ancora dei geologi, definirebbero l’‘Antropocene’ dalla semplice osservazione dei microscopici frammenti di plastica incastonati nelle rocce. Non possiamo pensare di infrangere senza conseguenze le leggi del pianeta blu. La divisione delle ere geologiche è scandita da cinque grandi eventi di estinzione di massa, i cosiddetti ‘big five’.

 

C’è chi ipotizza che il nostro impatto sul clima, dalla concentrazione di gas serra alla tragica acidificazione dei mari, possa generare un ‘sesto evento’, se non per tutta l’umanità di sicuro per molti Ecosistemi indispensabili per la vita umana….




 L’immagine non riflette il vero intendimento della Pace neppure il suo vero e più profondo ‘concetto’; il ‘discorso’ offerto quale verità in aspettativa della nomina che sancirà l’acrobatico numero in precaria replica richiede dovuta conferma per l’alto ‘rischio’ offerto all’incolumità dell’intera platea… circa ugual concetto (di pace) celato oppure avvelenato…

 

L’acrobata cela ai riflettori della Scena la grande Rete, fors’anche ‘ragnatela’, ove l’uomo-ragno (nuovo super-eroe gettonato) legato alla fitta ‘trama’ che lo solleva e protegge per ogni nuova ragnatela, e non certo giusta rotta tracciata, nella polverosa cantina e stiva della ‘polveriera’ intera… ove regna siffatta impropria Natura…  



 

Restano aspetti controversi, tra cui una fornitura di cacciabombardieri F-35 agli Emirati, a cui Netanyahu è contrario. Un alto diplomatico israeliano spiega: gli Emirati sono troppo vicini all’Iran, che può trovare il modo di carpire i segreti di quei jet militari. Trump si è detto favorevole, ‘anche perché significa creare posti di lavoro americani’.

 

Ma è un dettaglio in uno scenario in grande movimento. Soprattutto se si conferma la previsione di Trump sulla prossima normalizzazione Arabia saudita e Israele, questa Amministrazione coglie i frutti di un lavoro strategico di quasi quattro anni. È la costruzione di un ampio fronte filo-americano e filo-israeliano nel mondo arabo, che rende ancora più duro l’isolamento inflitto alla potenza sciita dell’Iran (in previsione d’una Guerra ancora non del tutto seminata, ed ove si cella l’inganno, aggiungiamo… ed infatti leggiamo…: ).

 

Nella stessa giornata festosa di ieri arrivava la notizia che Teheran progetta di assassinare l’ambasciatore Usa in Sudafrica, come rappresaglia per l’eliminazione di Soleimani. Pronta la reazione di Trump:

 

‘La nostra risposta sarebbe mille volte più forte’.




La Pace che auspichiamo in nome del vero discorso non ancora seminato, data dal valore del vero equilibrio circa la ‘gravità’ su cui l’uomo, e con lui l’umanità intera, cammina per questa martoriata Terra, sospesa su un filo non scorgendo la fitta ragnatela, e non certo acclamando l’intero Circo il quale costantemente crea ‘saltimbanchi’ quali dèmoni in Terra per il falso miracolo a beneficio e suffragio della Secolare Guerra…

 

Cioè da quando l’uomo (in)Crociato non ancora imbarcato verso il più degno sepolcro di cui l’Uomo crocefisso!

 

Ci auguriamo solo che la Verità emerga fra l’interesse del singolo cittadino di questo Pianeta, e l’economica intesa nel falso equilibrio da cui l’universale declino del nuovo Lucifero, non venga siglata con sangue innocente d’una Guerra non ancor nata, ove dèmoni e altrettanti ‘equilibristi’ muovere il proprio destino in ugual numero offerto, giacché l'acrobatico numero conosce diverse Compagnie cui godere lo spettacolo da fiera bramato…

 

Sospeso su un filo in eterno precario equilibrio…




 Ed il paralitico con l’uccellino blu cobalto (della Ragione quanto dell’intelletto al palmare della propria mano) ridere con gli occhi quando al Circo Togni l’acrobata sbaglia il numero…

 

…Fornendo utile pretesto…

 

Per ultimo aggiungo che forse di Pace, quella vera, dovrebbe incaricarsene il potere Spirituale (in nome del potere regale da cui l’intera Natura, e poi, non per ultima l’umana derivata, e non certo un prezioso diamante caduto per il tornaconto del suo celato padrone di questa martoriata Terra eternamente… crocefissa…), quello per intenderci, in cui ognuno avvelenato e costantemente vilipeso…

 

Cedo la parola ad un ‘nonno’, ad un ‘anziano’, ad un dotto della Pace…








 

martedì 8 settembre 2020

LETTERE (9)

 









     








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     Dell'orgia... (8/1)


    Prosegue con...:


    Lettere (10)     (& Carteggio completo...) 


    &  Delle brevi riflessioni... (12)  &  (13)








Caro signor Freud,

 

La proposta della Società delle Nazioni e del suo istituto internazionale di cooperazione intellettuale di Parigi d’invitare una persona di mio gradimento a un sincero scambio d’opinioni su un problema qualsiasi a mia scelta, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà.

 

Il problema è il seguente: c’è un modo per liberare gli uomini dalla minaccia della guerra?

 

È risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta; tuttavia, nonostante tutta la buona volontà, nessuna soluzione proposta ha mai portato a qualcosa.




 Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema in maniera professionale e pratica divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco.

 

Quanto a me, il normale oggetto dei miei pensieri non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo al problema che Le propongo, dovrò limitarmi a cercare di esporlo nei giusti termini, consentendole così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far luce sul problema.




 Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze della mente ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli. Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di risolvere tutt’i conflitti che sorgano tra loro.

 

Ogni Stato dovrebbe assumersi l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, d’invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutt’i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Ma già all’inizio s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione fatta di uomini che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni extragiudiziali.




 Vi è qui una realtà da cui non è possibile prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto si avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo d’imporre il rispetto del proprio ideale giudiziario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere un’organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti d’autorità incontestabile e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze.

 

Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a tale sicurezza. L’insuccesso, nonostante la loro manifesta sincerità, dei tentativi volti nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi.

 

Alcuni di questi fattori sono evidenti.




 La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i propri interessi personali e ampliare l’autorità personale.

 

Tuttavia, l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose.

 

Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda:

 

com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la volontà del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione, convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro razza e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa).




Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza al potere ha in mano la scuola e la stampa, e di solito anche la Chiesa.

 

Ciò le consente di organizzare e influenzare i sentimenti delle masse, rendendoli strumenti della propria politica.

 

Eppure, nemmeno questa risposta dà una soluzione completa, e fa sorgere un’ulteriore domanda:

 

com’è possibile che la massa si lasci infiammare con questi mezzi fino al furore e al sacrificio delle proprie vite?

 

Una sola risposta è plausibile:

 

perché l’uomo ha dentro di sé il desiderio di odiare e distruggere.




 In tempi normali questa passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva.

 

Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degl’istinti umani.

 

 Arriviamo così all’ultima domanda.

 

È possibile dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?




 Non penso qui affatto solo alle cosiddette masse incolte. L’esperienza prova che piuttosto la cosiddetta intellighenzia cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la cruda realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.

 

Concludendo:

 

ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze. (Penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali.)




 Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e folle di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l’occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati. So che probabilmente nei Suoi scritti possiamo già trovare risposte esplicite o implicite a tutti gl’interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e proficui modi d’azione. 

 

Cordiali saluti, 


A. Einstein


  (Prosegue...)