giuliano

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IL TOMO

mercoledì 31 ottobre 2018

SAN FRANCESCO FRA ERESIA E ORTODOSSIA (56)









































Precedenti capitoli:

Lettera dei F.lli Guerci alla Riserva (55)

Prosegue in:

I tecnici della buona fede (57)

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Una vita precaria...











                                             
L’originalità di Francesco sarà soltanto nell’aver resistito alla tentazione eretica cui la maggioranza di questi ‘poveri’ ha ceduto?

Certo non mancano coloro che all’inizio del XIII secolo sono entrati nei ranghi della Chiesa: nel 1201 una comunità di Umiliati ortodossi, nel 1208 i ‘poveri cattolici’ del valdese convertito Durando di Huesca, nel 1210 un altro gruppo di Valdesi attorno a Bernardo Primo.

Ma che ne è della folla di Albigesi e, in Italia stessa, al tempo di Francesco, dei Catari che hanno un vescovo a Firenze e una scuola a Poggibonsi, dei Patari, degli Arnaldisti, dei Valdesi?




Nel 1218 a Bergamo si tiene un congresso dei Poveri lombardi, nel 1215 Milano è definita ‘fossa di eretici’, Firenze è ancora considerata nel 1227 come infestata dall’eresia. E, innanzitutto, Francesco ha veramente rischiato di cadere nell’eresia?

Bisogna distinguere le tendenze e le circostanze. Si sono avuti certamente nelle une e nelle altre elementi che avrebbero potuto condurre Francesco all’eresia. L’intransigente volontà di praticare un Vangelo integrale, spogliato di tutto l’apporto della storia posteriore della Chiesa, la diffidenza nei conforti della curia romana, la determinazione di far regnare fra i Minori una eguaglianza quasi  assoluta e la previsione del dovere di disobbedienza, la passione di spoliazione spinta fino alla manifestazione esteriore di nudità che Francesco e i suoi confratelli hanno praticato sull’esempio degli adamiti, il posto accordato ai laici, tutto ciò parve pericoloso se non sospetto alla curia romana.




Unendo i suoi sforzi a quelli dei ministri e dei padri guardiani preoccupati di tanta intransigenza, essa sottopose Francesco a pressioni, esigendo da lui se non delle abiure almeno delle rinunce che lo condussero certamente nel 1223 sull’orlo della tentazione eretica.

Egli vi resistette.

Perché?

Molto probabilmente innanzitutto perché non nutrì mai i sentimenti che, dopo di lui, condussero all’eresia una parte dei Francescani, gli spirituali. Francesco non fu né millenarista, né apocalittico. Egli non frappose mai un Vangelo Eterno, un’età d’oro mitica, tra il mondo terreno in cui viveva e l’aldilà del cristianesimo. Non fu l’angelo del sesto sigillo dell’Apocalisse cui indebitamente l’assimilarono alcuni spirituali. Le loro elucubrazioni escatologiche eretiche procedettero da Gioacchino da Fiore, non da Francesco. Ma ciò che soprattutto lo trattenne fu la determinazione fondamentale, ripetuta senza posa al di là di ogni pressione, di restare a qualunque prezzo (e sarà in effetti un caro prezzo), lui e i suoi frati, nella Chiesa.




Perché?

Indubbiamente perché non voleva spezzare quell’unità, quella comunità cui tanto teneva. Ma soprattutto a causa del suo bisogno viscerale dei sacramenti. Quasi tutte le eresie medievali sono contro i sacramenti. Ora Francesco ha, nel suo intimo, bisogno dei sacramenti e fra gli altri del primo tra essi, l’eucaristia. Per somministrare i sacramenti occorre un clero, una Chiesa. Quindi Francesco – anche se la cosa può sorprendere – è disposto a perdonare molto ai chierici in cambio di tale ministero. In un’epoca in cui gli stessi cattolici ortodossi si pongono il problema della validità dei sacramenti somministrati da preti indegni, Francesco la riconosce e la afferma senza difficoltà. Così si è potuto dire di lui che, insieme a san Domenico, pur con mezzi differenti, ha salvato la Chiesa minacciata dall’eresia e dalla decadenza. Egli ha realizzato il sogno di Innocenzo III.




Per alcuni d’altronde ciò è stato oggetto di scandalo e di deplorazione, come per il Machiavelli:

Furono sì potenti gli Ordini loro nuovi che ei sono cagione che la disonestà dei prelati e dei capi della religione non la rovini vivendo ancora poveramente ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli, e nelle predicazioni ch’ei danno loro a intendere come gli è male a dir male del male e che sia bene vivere sotto l’obbedienza loro e se fanno errori lasciarli castigare da Dio; e così quelli fanno il peggio che possono perché non temono quella punizione che non veggono e non credono (Discorsi, III).




Vero è che Francesco fu uno degli alibi che la Chiesa invischiata nel secolo periodicamente ritrova. Questo Francesco, così ortodosso come si è sostenuto, e più tradizionale di quanto lo si presenti spesso, fu davvero un innovatore?

Sì, e riguardo a punti essenziali.

Prendendo e proponendo come modello il Cristo stesso e non più i suoi apostoli, egli impegnò la cristianità in un’imitazione del Dio-Uomo che ridischiuse all’umanità le più elevate ambizioni, un orizzonte infinito. Sottraendosi egli stesso alla tentazione della solitudine per introdursi in mezzo alla società vivente, nelle città e non nei deserti, nelle foreste o nelle campagne, ruppe in modo definitivo con un monachesimo della separazione dal mondo. Ponendosi come programma un ideale positivo, aperto all’amore per tutte le creature e tutta la creazione, ancorato alla gioia e non più alla tetra accidia o alla tristezza, rifiutando di essere il monaco ideale della tradizione votato al pianto, egli rivoluzionò la sensibilità medievale e cristiana e ritrovò una primitiva allegrezza subito soffocata dal cristianesimo masochista.




Schiudendo alla spiritualità cristiana la cultura laica cavalleresca dei trovatori e la cultura laica popolare del folclore paesano con i suoi animali, il suo universo naturale, il meraviglioso Francescano ha infranto le chiusure che la cultura clericale aveva imposto alla cultura tradizionale. Anche qui il ritorno alle fonti fu il segno e la prova del rinnovamento e del progresso.

Ritorno alle fonti, perché non bisogna infine dimenticare che il francescanesimo è reazionario. Al cospetto del XIII secolo, moderno, esso rappresenta la reazione non di un disadattato come Gioacchino o come Dante, ma di un uomo che vuole, di contro all’evoluzione, salvaguardare valori essenziali. In Francesco tali tendenze reazionarie possono sembrare illusorie e al tempo stesso pericolose. Nel secolo delle università, il suo rifiuto della scienza e dei libri, nel secolo in cui si coniano i primi ducati, i primi fiorini, i primi scudi d’oro il suo odio viscerale per il denaro – la regola del 1221, in spregio di ogni senso economico, afferma:

‘Non dobbiamo trovare né credere che vi sia nel denaro un’utilità maggiore che nelle pietre’

– non è una pericolosa sciocchezza?




Lo sarebbe, se Francesco avesse voluto estendere la sua regola a tutta l’umanità. Ma giustamente Francesco non intendeva affatto trasformare i suoi seguaci in un ‘ordine’, egli non desiderava che riunire un piccolo gruppo, una élite che facesse da contrappeso, mantenesse desta un’inquietudine, un fermento di fronte all’ascesa del benessere. Questo contrappunto francescano è restato un bisogno del mondo moderno, per i credenti come per i miscredenti. E come Francesco, con la sua parola e il suo esempio, l’ha predicato con un ardore, una purezza e una poesia ineguagliabile, il francescanesimo costituisce ancor oggi una ‘sancta novitas’, secondo la definizione di Tommaso da Celano, una novità santa. E il Poverello resta non solo uno dei protagonisti della storia ma una delle guide dell’umanità.

(J. Le Goff; accompagnato dalle fotografie di Serija)




  


CANTICO DI FRATE SOLE


Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et
onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se confano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le
tue creature, 5
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande
splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna
e le stelle: 10
in celu l’ài formate clarite et pretiose et
belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate
vento
et per aere et nubilo et sereno et onne
tempo,
per lo quale a le tue creature dài
sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per
sor’acqua, 15
la quale è multo utile et humile et
pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate
focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso
et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora
nostra matre terra, 20
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti
flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli che
perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che ’l sosterrano in
pace, 25
ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora
nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò
scappare:
guai a cquelli che morrano ne le
peccata mortali;
beati quelli che trovarà ne le tue
sanctissime voluntati, 30
ca la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et
rengratiate

e serviateli cum grande humilitate.












lunedì 29 ottobre 2018

LA QUESTIO DELLA GENUINITA’ (Seconda Parte) (54)
































Precedenti capitoli:

La 'Questio' della genuinità (53/2)

Prosegue nella...











Lettera dei F.lli Guerci: Guarda O'Mar quanto è bello (55)















Pur volendo esprimere ferma volontà così come nel caso (dei manoscritti) precedentemente adottati  circa l’autenticità di buon grado misurata per ogni Evento e non solo quello inerente all’Archeologia nell’astenermi da qualsiasi commento, lasciando che le pagine e i documenti storici parlassero da soli, adotto un valido esempio già espresso e riportato nel caso del reverendo e del professore fra ciò che distingue e differenzia Pionieri e Nativi, come potete ben leggere (…..): rappresentando l’incontro fra scienza progresso conquista ricerca... e fede, le quali, in medesimo ‘Grande Gioco’ mi hanno indotto ad una breve riflessione per ciò di cui si compone la Commedia recitata con gli eterni attori in ugual palcoscenico…

E se pur in taluni atti Drammatica, come Harbin la città transitata pedina di una scacchiera molto più vasta, non posso trattenermi nel ridere per ciò di cui si compone l’odierna Grande Notizia con il Papero e Putzi in trepida attesa non meno del cosacco nostrano accompagnato dal bambino napoletano…  circa l’Eterno avvistato da un mare piatto agitato….

Sottolineando che il Progresso così consumato e transitato qual Iceberg avvistato partorire di continuo mostri e non certi Geni il che ci induce a rifletterne spessore consistenza e logica adottata mettendone in dubbio ogni singola lettera di codesta grammatica sconnessa comporre l’autentico male in Terra…

Forse una sorta di personale o impersonale lettera senza alcun destinatario specifico.

Semplici considerazioni...

Questo un tema ampiamente dibattuto, ed anche se non per mirati interessi ho parteggiato dalla parte del reverendo nel caso della contesa fra Bridges e Cook circa il vero e il falso, certo posso capire le motivazioni del pioniere scienziato... e conquistatore artico.

Certo per chi abbia dimestichezza con Cook sappiamo non essere nuovo a queste vicende, ricordiamo la difficile controversia per il  primato della conquista del Polo. Una vicenda tutta americana, senza contorni coloniali i quali possono conferirne il sospetto (per me quanto per il reverendo) di un ‘conservatorismo’ in ambito politico una vicenda la quale rappresentò lo scienziato di nuovo in odor di ‘frode’ e ‘sete’ di arrivismo e che lo vide primo attore ‘artico’. 

Forse sottilmente questo aspetto (colono-conservatore) è stato presentato dal capitano della Belgica, il quale ci informa della condotta del Bridges nella colonia da lui gestita, poi però nel giro di poche pagine cambia opinione sul famoso colono in maniera inaspettata.., comunque lo ‘dipinge’ come un personaggio a caccia della buona fede altrui.

Ugual ‘buona fede’ dello ‘scienziato progressista’ a danno del ‘conservatore colono’.

Comunque, pur avendo manifestato il proposito di astenermi da qualsiasi considerazione e lasciare quindi il giudizio ai lettori, se ve ne fossero, credo e ripeto che la vicenda del dizionario e del suo autore e la lingua perduta, così come testi antichi trafugati  cercati e poi tradotti quali tesori inestimabili appartenenti ad un più vasto Gioco ove lo Spirito riesumato nulla hanno da condividere con la ‘materia’ in cerca di gloria con  i relativi falsi appartenere al vasto ed odierno mondo rappresentato, i quali, al meglio nel velato intento, appunto, lo inscenano mantenendo costanti invariabili affinché un determinato Potere che da ciò ne deriva così come la cultura ben controllata rimangano inalterati qual (eterno) Eco di un rogo o uno sparo da una torre quanto da una collina ottimi timonieri per chi transita in differente principio nella Rosa araldo e bussola circa la Verità ogni Verità corrotta…

…Siano il pretesto di una riflessione di più ampio respiro.

La Storia è fatta dai conquistatori, in questo caso dovremmo decidere chi è il conquistatore chi il colono e chi l’ecologo-ricercatore propriamente detto dell’intera vicenda.

Le fonti sono attendibili, certo se avessi potuto tradurre l’opera del Cook in merito allo stesso viaggio avremmo avuto un terzo punto di
vista che può aiutarci ancor di più nel giudizio dell’intera Storia detta. Perché è proprio di Storia che qui si parla, fatti e cronache di storia nel difficile terreno che corre e divide il pioniere dal nativo.

Argomento ampiamente trattato ampiamente documentato ampiamente criticato ampiamente sfruttato.

Argomento che ha alimentato innumerevoli esami di coscienza sempre dopo mai durante; argomento che ha sempre conferito l’illusione
di potere, e di contro, profonda riflessione su come il fenomeno si consolida all’interno della Storia.

La Storia, appunto è il nostro argomento.

Questo tengo a precisarlo perché quale gnostico e forse anche un po’ Eretico penso che la Storia sia dettata da fenomeni ciclici riflessi nella costanza della sua misura, il Tempo, quindi nella realtà dei fatti non vi sono cambiamenti specifici a parte quelli che riteniamo quantificabili e misurati dal progresso, nell’ ‘evento’ della storia fra una frazione di Tempo e l’altra...

Ciò può apparire non gradito e sicuramente così è!

Può apparire blasfemo, e sicuramente lo è.

Può apparire superficiale...

E sicuramente... non lo è...

Innanzitutto esaminiamo la prima Eresia:

la scienza come la Spia incontrano la Fede, pensa di preservare un enorme tesoro o meglio di studiarlo per conferire una giustificazione alla loro motivazione di partenza: il viaggio; quale fonte di ricerca scoperta studio confronto dibattito analisi divulgazione. Poi, però, scopriamo taluni scienziati (e non tutti) ed esploratori essere i peggiori colonizzatori. Prendiamo atto con acume e fondato rigore scientifico, lo stesso dei nostri illustri scienziati, che ogni fine giustifica ogni mezzo adottato per l’obiettivo prefissato.
  
    Cosa li divide dai coloni e li accomuna e fraternizza ai nativi?

Qualche caramella?

Qualche perlina?

Qualche parola di conforto per le loro e nostre coscienze?

    Certo, quale Eretico avrei dovuto convenire immediatamente con le note in merito del capitano della Belgica circa le enormi difficoltà dei
nativi, del loro numero e della difficile sopravvivenza in un ambiente dove poco tempo prima erano una razza affermata. Però ho scorto anche delle contraddizioni di fondo per la durata dell’intero libro, ho scorto delle giustificazioni volutamente e volontariamente apportate per rendere sensazionale l’intero evento il quale può giustificare un viaggio così bene sponsorizzato nell’arco di ‘lunghi quindici mesi’ che appaiono secoli dinnanzi ad una vita intera spesa per uno sforzo, una volontà, una coscienza dedicata ad un impegno non richiesto, e il cui valore si è ridotto ad un gesto di pochi minuti per ridurla a meno del valore di una perlina o caramellina... offerta al nativo quanto al reverendo...

O qual si voglia uomo di Spirito armato di sani Principi di Fede…

Di buona Fede diluita nei Secoli…

Ed i Secoli parlare loro….

Una vita e pochi mesi, quale occhio e quale macchina fotografica può essere veramente attendibile per quella fotografia che noi nominiamo
Anima... se la scienza ne riconosce una...

Se il Progresso ne conosce una…

Se l’Economia ne riconosce alcuna…

Se il Potere e la materia che ne deriva possono dettare la loro impropria fotografia…

Ecco l’Eresia....

Ecco apparire di nuovo il cieco alla Torre privare della vera vista… 

Quale occhio può essere attendibile?

L’occhio prodigioso di Cook e tutti i suoi consimili... o una vita intera spesa per un’Anima.., e quale valore è concesso e con quale valore viene giudicato l’impegno...

Anche io spesso mi trovo di fronte allo stesso problema per scoprire con amarezza che i nemici della costante volontà gratuita di cultura crescono nel rigoglioso terreno ben retribuito ...della stessa cultura e molto spesso della scienza. Coloro i quali spesso amano definirsi ‘progressisti’ medesima specie dei conservatori avversati. Su questo dovremmo porre il dovuto confronto fra ‘ricercatore’ propriamente detto e ‘colono’ propriamente detto il qual da per scontato l’utilizzo improprio del potere offerto valicare ogni confine concesso.

 Cosa significa questo confronto.

     Lo spiego in termini letterari e forse non propriamente scientifici.

Quando precedentemente in diversi Post ho fatto riferimento al genio di Faulkner non ho accennato al grande dilemma rilevato nei suoi scritti, intendiamoci non sono una Pivano, ho letto qualcosa di lui, del suo tempo e della sua difficile biografia; felice in facile apparenza. Dicevo... il grande dilemma il grande complesso di colpa il peccato di un intero popolo dinnanzi ad una terra ugualmente conquistata e colonizzata: la macchia della schiavitù, il fardello dell’uomo del sud in riferimento alla difficile colpa della schiavitù della quale sembra riscattarne il peccato instaurando con lo schiavo un rapporto ‘ecologicamente’ emancipato. Nel quale nutre per lo schiavo un rapporto di colpa che lo spinge a permettere il  graduale inserimento nella comunità dei piccoli proprietari. Se confrontato lo stesso senso di colpa con l’acume di un Tacqueville, si noteranno le stesse differenze e simmetrie che corrono fra Bridges il reverendo e Cook lo scienziato.

Tocqueville ad una attenta e minuziosa osservazione fra il rosso ed il nero, cioè, fra il negro importato schiavo ed il libero indiano, ci offre in
merito al primo una descrizione che oserei definire razzista progressista. Piange le sorti del negro e ne canta, peggio di un colono, i suoi limiti; parla del rosso e libero indiano, e ne evidenzia la sua uguale sottomissione, forse dimenticando gli innumerevoli anni di colonizzazione francese quando astenendosi da qualsiasi intervento nelle colonie condannarono centinai di indiani alla morte.

Però, ciò che colpisce nella definizione del nero, è il freddo formalismo scientifico che lo colloca ad un gradino più in basso dello stesso suo
consimile il quale è chiamato a condividere ugual disgrazia: l’indiano; e di conseguenza e involontariamente pone l’illuminato suo giudizio ad un gradino più in basso del colono per il quale manifesta diffusa antipatia...

…Forse trascurando quel reale problema di coscienza che così bene saprà rilevare lo scrittore, non scienziato…

Il peccato, il problema, la colpa che si possono leggere nelle bellissime pagine di Faulkner.

Ebbene, pur il primo, Tacqueville, un illuminista affine alla rivoluzione francese, ed il secondo discendente da una famiglia di coloni, come altri negli stessi luoghi, si è portati a scorgere più umanità là dove abbiamo sempre pensato non vene fosse. Dilemmi e conflitti di coscienza che sfociano in odio e amore. Che sfociano in crisi esistenziali riflessi nell’Universo dell’intera esistenza e per tutta la durata di questa.

Ecco quindi il confronto fra ricercatore e colono, nativo e pioniere; fra lo scienziato e colui il quale invece ha cercato di apportare una propria coltura confrontandola e ‘barrattandola’ non solo come merce ma anche come pensiero con le stesse ‘specie’ studiate, che noi solitamente chiamiamo nativi.

Il dilemma è lo stesso dell’Ecologia dei primordi.

Come porsi in riferimento a questa neonata materia quando questa era in fase embrionale. Si intuì che il problema delle specie viventi ed il loro ambiente comportavano una visuale di studio che per essere attendibile e valida sotto ogni punto di vista per i risultati che voleva e vuole raggiungere, deve essere innanzitutto obiettiva e specifica, non trascurando, cioè, tutti quei fenomeni che ne potrebbero limitare la visione per il suo fine.

    Questo lo sforzo unito ad una considerazione o meglio un’analisi corretta del primato scientifico che si prefigge una disciplina evoluta in merito a questa stessa evoluzione, ed in merito a queste stesse considerazioni mi è parso doveroso riscontrare e applicare uguali principi ‘formali’ circa il problema che abbiamo sollevato nel principio della presente, anzi l’intero motivo della presente: Cook  lo scienziato e Bridges il colono reverendo, non meno della ‘questio’ circa la genuinità dedotta ma per più che validi motivi adottata per ugual ‘principio formale della Storia’…



















giovedì 25 ottobre 2018

MENTRE L’ITALIA RUSSA Ovvero i segreti di ‘Casa Russia’ (50)


















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Il varo della corrazzata Potemkin (49)


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Taverna (ex caverna)... dei cosacchi... (51)













Con le sue mosse, il regime dell’eternità di Vladimir Putin ha lanciato una sfida alle virtù politiche: cancellando il principio di successione in Russia, attaccando l’integrazione in Europa, invadendo l’Ucraina per fermare la creazione di nuove forme politiche. La sua più grande campagna è stata una ciberguerra volta alla distruzione degli Stati Uniti d’America. Per ragioni che hanno a che fare con le disuguaglianze americane, nel 2016 la Russia ha ottenuto una straordinaria vittoria; e proprio a causa di questa vittoria, le disuguaglianze in America sono ora diventate un problema ancora più grande.




L’ascesa di Donald Trump può essere vista come l’attacco di quegli ‘avversari più letali del governo repubblicano’ giacché i leader russi appoggiavano apertamente e con entusiasmo la candidatura di Trump: per tutto il 2016, le élite russe dissero, con il sorriso sulle labbra, che ‘Trump è il nostro presidente’. Dmitrij Kiselëv, l’uomo di punta del mondo dei media russi, si rallegrò per il fatto che ‘sta sorgendo una nuova stella: Trump’. Gli eurasiatisti la vedevano allo stesso modo: Aleksandr Dugin postò un video intitolato Abbiamo fiducia in Trump ed esortò gli americani a ‘votare per Trump’. Aleksej Puškov, presidente della commissione affari internazionali della camera bassa del parlamento russo, espresse la speranza generale che ‘Trump possa far deragliare la locomotiva dell’Occidente’.




Alcuni russi cercarono di avvertire gli americani del pericolo: Andrej Kozyrev, un ex ministro degli Esteri, spiegò che Putin ‘si rende conto che Trump calpesterà la democrazia americana e danneggerà – o addirittura distruggerà – l’America, che rappresenta un pilastro della stabilità e una grande forza in grado di contenerlo’. La macchina dei media russi era al lavoro al servizio di Trump. Come avrebbe in seguito spiegato un giornalista russo, ‘ci vennero date delle istruzioni molto chiare: mostrare Donald Trump sotto una luce positiva e la sua avversaria, Hillary Clinton, in modo negativo’.

Il sito di propaganda russo Sputnik usò l’hashtag #crookedhillary (‘Hillary disonesta’) su Twitter – un gesto di rispetto e sostegno verso Trump, visto che l’espressione era sua – e associò la Clinton alla guerra nucleare. Trump comparve su RT per lamentarsi che i media statunitensi fossero bugiardi, una performance che si coniugava perfettamente con lo spirito della rete televisiva russa: la sua intera ragion d’essere, infatti, era quella di svelare la singola verità che tutti nascondevano, e ora aveva trovato un americano che diceva la stessa cosa.




A novembre, quando Trump vinse le presidenziali, venne applaudito dal parlamento russo e telefonò subito a Putin per ricevere le sue congratulazioni. Quella domenica, nel suo programma serale Vesti nedeli, Kiselëv salutò Trump come il ritorno della virilità in politica, fantasticando davanti ai suoi telespettatori su come il neopresidente soddisfacesse le bionde, inclusa Hillary Clinton. Era compiaciuto del fatto che ‘le parole “democrazia” e “diritti umani” non sono nel vocabolario di Trump’. Descrivendo un incontro fra il neopresidente e Obama, Kiselëv disse che quest’ultimo ‘agitava le braccia, come se fosse nella giungla’. In seguito, commentando la cerimonia di insediamento di Trump, dichiarò che Michelle Obama sembrava la domestica.

Le politiche dell’eternità sono piene di fantasmagoria, di bot e troll, di fantasmi, zombie, anime morte e altri esseri irreali che accompagnano al potere un personaggio da fiction. ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’ non era una persona: era una fantasia nata in quello strano clima dove la corrente discendente della politica dell’eternità americana, il suo capitalismo senza restrizioni, si incontrava con i fumi ascendenti della politica dell’eternità russa, il suo autoritarismo cleptocratico. La Russia ha fatto salire ‘una sua creatura’ alla presidenza degli Stati Uniti. Trump era la carica esplosiva di una ciberarma progettata per creare caos e debolezza, come in effetti ha fatto.




La scalata di Trump allo Studio Ovale prevedeva tre stadi, ognuno dei quali dipendeva dalla vulnerabilità americana e richiedeva la cooperazione americana. In primo luogo, i russi dovevano trasformare un imprenditore immobiliare fallito in un beneficiario dei loro capitali. In secondo luogo, questo imprenditore fallito doveva essere rappresentato, sulla televisione americana, come un uomo d’affari di successo. Infine, la Russia sarebbe intervenuta per sostenere con forza il personaggio romanzesco ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’ nelle elezioni presidenziali del 2016.

In tutta questa messinscena, i russi sapevano che cosa era reale e che cosa era una finzione. Sapevano chi era realmente Trump: non l’‘uomo d’affari di gran successo’ dei suoi tweet, ma un perdente americano diventato uno strumento in mano ai russi. Nonostante ciò che potevano sognare gli americani, a Mosca nessuna personalità importante credeva che Trump fosse un potente magnate. Erano stati i soldi russi a salvarlo dal destino che, in genere, attende chiunque abbia alle spalle una scia di fallimenti come la sua. Da un punto di vista americano, la Trump Tower è un vistoso edificio sulla Fifth Avenue, a New York City; da un punto di vista russo, è un luogo invitante per il crimine internazionale.




I gangster russi iniziarono a riciclare denaro sporco comprando e vendendo appartamenti nella Trump Tower negli anni Novanta. Il più famigerato criminale russo, a lungo ricercato dall’FBI, risiedeva lì. Alcuni russi vennero arrestati perché gestivano un giro di scommesse dall’appartamento sotto quello di Trump. Nella Trump World Tower, costruita fra il 1999 e il 2001 nell’East Side di Manhattan, vicino alla sede delle Nazioni Unite, un terzo dei lussuosi appartamenti erano stati comprati da persone o enti provenienti dall’ex Unione Sovietica. Un uomo indagato dal dipartimento del Tesoro per riciclaggio di denaro sporco viveva nella Trump World Tower proprio sotto Kellyanne Conway, che sarebbe diventata l’addetta stampa per la campagna di Trump. Settecento unità immobiliari di proprietà di Trump nel Sud della Florida vennero acquistate da società di comodo, e due uomini legati a quelle società furono condannati per aver gestito un giro di scommesse e di riciclaggio dalla Trump Tower.

Forse Trump era del tutto ignaro di ciò che stava accadendo nelle sue proprietà.

Verso la fine degli anni Novanta, Trump era considerato un debitore non solvibile e un bancarottiere. Doveva intorno ai quattro miliardi di dollari a più di settanta banche; di questi, circa ottocento milioni erano personalmente garantiti. Non aveva mai mostrato alcuna volontà o capacità di ripagare tali debiti. Dopo la sua bancarotta del 2004, nessuna banca americana era disposta a prestargli del denaro; l’unica che lo fece fu la Deutsche Bank, la cui pittoresca storia di scandali veniva a smentire il suo nome così compassato. È interessante notare che, tra il 2011 e il 2015, la Deutsche Bank riciclò circa dieci miliardi di dollari per conto di clienti russi; ed è altrettanto interessante notare come Trump non abbia poi ripagato i suoi debiti con questo istituto.




Un oligarca russo comprò da Trump una casa pagandola cinquantacinque milioni di dollari più di quanto fosse costata al magnate. L’acquirente, Dmitrij Rybolovlev, non mostrò mai nessun interesse per quella proprietà e non andò mai a viverci, ma in seguito, quando Trump si mise a correre per la presidenza, comparve in diversi posti dove stava facendo campagna. L’attività ufficiale di Trump, l’imprenditoria immobiliare, era diventata una copertura russa. Avendo capito che i complessi residenziali potevano essere usati per riciclare denaro, i russi usarono il nome di Trump per costruire altri edifici. Come disse Donald Trump Jr. nel 2008, ‘i russi rappresentano una sezione trasversale sproporzionata in molte delle nostre attività. Dalla Russia vediamo arrivare un sacco di soldi’.

Le offerte russe erano difficili da rifiutare: per Trump significavano milioni di dollari versati in anticipo, una quota dei profitti e il proprio nome su un edificio, il tutto senza richiedere alcun investimento. Questi termini andavano bene per entrambe le parti. Nel 2006, alcuni cittadini dell’ex Unione Sovietica finanziarono la costruzione di Trump SoHo e diedero a Trump il 18% dei profitti, anche se lui non aveva tirato fuori neppure un centesimo. Nel caso di Felix Sater, gli appartamenti servivano per il riciclaggio del denaro sporco.




Sater, un americano nato in Russia, lavorava come consulente anziano della Trump Organization da un ufficio nella Trump Tower due piani sotto quello di Trump. Quest’ultimo dipendeva dal denaro russo che Sater faceva arrivare attraverso un ente noto come il ‘Bayrock Group’, combinando l’acquisto di appartamenti (mediante società di comodo) da parte di persone provenienti dal mondo postsovietico. Dal 2007, Sater e il ‘Bayrock Group’ stavano aiutando Trump in tutto il mondo, cooperando in almeno quattro progetti; alcuni di questi fallirono, ma Trump riuscì comunque a guadagnarci.

La Russia non è un Paese ricco, ma la sua ricchezza è concentrata in poche mani; per questo motivo, tra i russi è pratica comune far sì che qualcuno si ritrovi in debito nei loro confronti fornendogli denaro senza difficoltà e specificando soltanto in seguito il loro prezzo.




Come candidato alla presidenza, Trump infranse una tradizione pluridecennale non pubblicando la propria dichiarazione dei redditi, presumibilmente perché avrebbe messo in luce la sua profonda dipendenza dai capitali russi. Anche dopo aver annunciato la propria candidatura, nel giugno del 2015, Trump continuò a fare affari senza rischi con i russi. Nell’ottobre del 2015, in prossimità di un dibattito per la nomination del candidato repubblicano, firmò una lettera d’intenti per far costruire a Mosca una torre e darle il proprio nome; in quella occasione, dichiarò su Twitter che ‘Putin ama Donald Trump’. Non si arrivò mai a un accordo definitivo, forse perché ciò avrebbe reso un po’ troppo evidenti le fonti russe dell’apparente successo di Trump proprio mentre la sua campagna stava prendendo slancio.

Il personaggio romanzesco ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’ aveva cose più importanti da fare. Per citare le parole scritte da Felix Sater nel novembre del 2015: ‘Il nostro ragazzo può diventare presidente degli Stati Uniti e noi possiamo fare in modo che ciò accada’. Nel 2016, proprio quando Trump aveva bisogno di soldi per la campagna, le sue proprietà divennero molto popolari fra le società di comodo: nei sei mesi tra la nomination repubblicana e la sua vittoria alle presidenziali, circa il 70% delle unità immobiliari vendute nei suoi edifici furono acquistate non da esseri umani ma da limited liability companies.



Il ‘ragazzo’ della Russia esisteva nella mente del pubblico americano grazie a un celebre programma televisivo, The Apprentice, dove Trump impersonava un magnate con il potere di assumere e licenziare a suo piacimento. Il ruolo gli veniva naturale, forse perché fingere di essere una persona del genere era già il suo lavoro quotidiano. Nello show, il mondo era una spietata oligarchia dove il futuro di un individuo dipendeva dai capricci di un singolo uomo. Il punto saliente di ogni episodio era quello in cui Trump faceva il doloroso annuncio: ‘Sei licenziato!’.

Quando decise di correre per la presidenza, Trump lo fece sulla premessa che il mondo fosse davvero così: che un personaggio da fiction con una ricchezza altrettanto fittizia, che non si cura della legge, disprezza le istituzioni ed è privo di comprensione umana, possa governare il popolo provocando sofferenza. Nei dibattiti per la nomination, Trump sbaragliò i suoi rivali repubblicani grazie ai suoi anni di pratica come personaggio da fiction in televisione. Trump usava i media per trasmettere l’irrealtà, e lo faceva da tempo.

Nel 2010, RT aiutò i teorici della cospirazione americani a diffondere la falsa idea che il presidente Barack Obama non fosse nato negli Stati Uniti. Questa invenzione, studiata per far leva sulla debolezza degli americani razzisti che volevano scacciare con l’immaginazione il loro presidente eletto, invitava tali persone a vivere in una realtà alternativa. Nel 2011, Trump divenne il portavoce di quella campagna basata sulla fantasia. Aveva un palco per farlo solo perché gli americani lo associavano all’uomo d’affari di successo che aveva impersonato in televisione, un ruolo che a sua volta era stato possibile perché i russi lo avevano salvato con i loro finanziamenti; una finzione fondata su una finzione, a sua volta basata su una finzione.




Dal punto di vista russo, Trump era un fallito che era stato salvato e che ora poteva essere usato per portare devastazione nella realtà americana. La relazione fra Trump e i russi andò in scena a Mosca in occasione del concorso di Miss Universo del 2013, quando Trump si pavoneggiò di fronte a Putin nella speranza che il presidente russo diventasse il suo ‘migliore amico’. I partner russi di Trump sapevano che aveva bisogno di soldi, e lo pagarono 20 milioni di dollari anche se il lavoro di organizzazione del concorso era stato fatto da loro. Gli permisero di recitare la sua parte dell’americano ricco e potente. In un video musicale filmato per quella occasione, a Trump venne consentito di dire ‘Sei licenziato!’ a una giovane pop star di successo, il figlio dell’uomo che aveva di fatto gestito il concorso.

Lasciar vincere Trump significava metterlo in una posizione di completa dipendenza. Quella di Trump come vincitore era una finzione che avrebbe fatto perdere il suo Paese. La polizia segreta sovietica – che, con il tempo, prese il nome di Ceka, GPU, NKVD, KGB e infine, nella Russia post-sovietica, di FSB – brillava in un particolare tipo di operazione nota come misure attive. Il lavoro dello spionaggio consiste nel vedere e comprendere, quello del controspionaggio nel far sì che per gli altri vedere e comprendere risultino difficili. Le misure attive, come l’operazione intrapresa per conto del personaggio da fiction ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’, hanno lo scopo di indurre il nemico a dirigere le proprie forze contro le sue stesse debolezze.

(T. Snyder, La paura e la ragione)