giuliano

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IL TOMO

giovedì 25 ottobre 2018

MENTRE L’ITALIA RUSSA Ovvero i segreti di ‘Casa Russia’ (50)


















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Con le sue mosse, il regime dell’eternità di Vladimir Putin ha lanciato una sfida alle virtù politiche: cancellando il principio di successione in Russia, attaccando l’integrazione in Europa, invadendo l’Ucraina per fermare la creazione di nuove forme politiche. La sua più grande campagna è stata una ciberguerra volta alla distruzione degli Stati Uniti d’America. Per ragioni che hanno a che fare con le disuguaglianze americane, nel 2016 la Russia ha ottenuto una straordinaria vittoria; e proprio a causa di questa vittoria, le disuguaglianze in America sono ora diventate un problema ancora più grande.




L’ascesa di Donald Trump può essere vista come l’attacco di quegli ‘avversari più letali del governo repubblicano’ giacché i leader russi appoggiavano apertamente e con entusiasmo la candidatura di Trump: per tutto il 2016, le élite russe dissero, con il sorriso sulle labbra, che ‘Trump è il nostro presidente’. Dmitrij Kiselëv, l’uomo di punta del mondo dei media russi, si rallegrò per il fatto che ‘sta sorgendo una nuova stella: Trump’. Gli eurasiatisti la vedevano allo stesso modo: Aleksandr Dugin postò un video intitolato Abbiamo fiducia in Trump ed esortò gli americani a ‘votare per Trump’. Aleksej Puškov, presidente della commissione affari internazionali della camera bassa del parlamento russo, espresse la speranza generale che ‘Trump possa far deragliare la locomotiva dell’Occidente’.




Alcuni russi cercarono di avvertire gli americani del pericolo: Andrej Kozyrev, un ex ministro degli Esteri, spiegò che Putin ‘si rende conto che Trump calpesterà la democrazia americana e danneggerà – o addirittura distruggerà – l’America, che rappresenta un pilastro della stabilità e una grande forza in grado di contenerlo’. La macchina dei media russi era al lavoro al servizio di Trump. Come avrebbe in seguito spiegato un giornalista russo, ‘ci vennero date delle istruzioni molto chiare: mostrare Donald Trump sotto una luce positiva e la sua avversaria, Hillary Clinton, in modo negativo’.

Il sito di propaganda russo Sputnik usò l’hashtag #crookedhillary (‘Hillary disonesta’) su Twitter – un gesto di rispetto e sostegno verso Trump, visto che l’espressione era sua – e associò la Clinton alla guerra nucleare. Trump comparve su RT per lamentarsi che i media statunitensi fossero bugiardi, una performance che si coniugava perfettamente con lo spirito della rete televisiva russa: la sua intera ragion d’essere, infatti, era quella di svelare la singola verità che tutti nascondevano, e ora aveva trovato un americano che diceva la stessa cosa.




A novembre, quando Trump vinse le presidenziali, venne applaudito dal parlamento russo e telefonò subito a Putin per ricevere le sue congratulazioni. Quella domenica, nel suo programma serale Vesti nedeli, Kiselëv salutò Trump come il ritorno della virilità in politica, fantasticando davanti ai suoi telespettatori su come il neopresidente soddisfacesse le bionde, inclusa Hillary Clinton. Era compiaciuto del fatto che ‘le parole “democrazia” e “diritti umani” non sono nel vocabolario di Trump’. Descrivendo un incontro fra il neopresidente e Obama, Kiselëv disse che quest’ultimo ‘agitava le braccia, come se fosse nella giungla’. In seguito, commentando la cerimonia di insediamento di Trump, dichiarò che Michelle Obama sembrava la domestica.

Le politiche dell’eternità sono piene di fantasmagoria, di bot e troll, di fantasmi, zombie, anime morte e altri esseri irreali che accompagnano al potere un personaggio da fiction. ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’ non era una persona: era una fantasia nata in quello strano clima dove la corrente discendente della politica dell’eternità americana, il suo capitalismo senza restrizioni, si incontrava con i fumi ascendenti della politica dell’eternità russa, il suo autoritarismo cleptocratico. La Russia ha fatto salire ‘una sua creatura’ alla presidenza degli Stati Uniti. Trump era la carica esplosiva di una ciberarma progettata per creare caos e debolezza, come in effetti ha fatto.




La scalata di Trump allo Studio Ovale prevedeva tre stadi, ognuno dei quali dipendeva dalla vulnerabilità americana e richiedeva la cooperazione americana. In primo luogo, i russi dovevano trasformare un imprenditore immobiliare fallito in un beneficiario dei loro capitali. In secondo luogo, questo imprenditore fallito doveva essere rappresentato, sulla televisione americana, come un uomo d’affari di successo. Infine, la Russia sarebbe intervenuta per sostenere con forza il personaggio romanzesco ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’ nelle elezioni presidenziali del 2016.

In tutta questa messinscena, i russi sapevano che cosa era reale e che cosa era una finzione. Sapevano chi era realmente Trump: non l’‘uomo d’affari di gran successo’ dei suoi tweet, ma un perdente americano diventato uno strumento in mano ai russi. Nonostante ciò che potevano sognare gli americani, a Mosca nessuna personalità importante credeva che Trump fosse un potente magnate. Erano stati i soldi russi a salvarlo dal destino che, in genere, attende chiunque abbia alle spalle una scia di fallimenti come la sua. Da un punto di vista americano, la Trump Tower è un vistoso edificio sulla Fifth Avenue, a New York City; da un punto di vista russo, è un luogo invitante per il crimine internazionale.




I gangster russi iniziarono a riciclare denaro sporco comprando e vendendo appartamenti nella Trump Tower negli anni Novanta. Il più famigerato criminale russo, a lungo ricercato dall’FBI, risiedeva lì. Alcuni russi vennero arrestati perché gestivano un giro di scommesse dall’appartamento sotto quello di Trump. Nella Trump World Tower, costruita fra il 1999 e il 2001 nell’East Side di Manhattan, vicino alla sede delle Nazioni Unite, un terzo dei lussuosi appartamenti erano stati comprati da persone o enti provenienti dall’ex Unione Sovietica. Un uomo indagato dal dipartimento del Tesoro per riciclaggio di denaro sporco viveva nella Trump World Tower proprio sotto Kellyanne Conway, che sarebbe diventata l’addetta stampa per la campagna di Trump. Settecento unità immobiliari di proprietà di Trump nel Sud della Florida vennero acquistate da società di comodo, e due uomini legati a quelle società furono condannati per aver gestito un giro di scommesse e di riciclaggio dalla Trump Tower.

Forse Trump era del tutto ignaro di ciò che stava accadendo nelle sue proprietà.

Verso la fine degli anni Novanta, Trump era considerato un debitore non solvibile e un bancarottiere. Doveva intorno ai quattro miliardi di dollari a più di settanta banche; di questi, circa ottocento milioni erano personalmente garantiti. Non aveva mai mostrato alcuna volontà o capacità di ripagare tali debiti. Dopo la sua bancarotta del 2004, nessuna banca americana era disposta a prestargli del denaro; l’unica che lo fece fu la Deutsche Bank, la cui pittoresca storia di scandali veniva a smentire il suo nome così compassato. È interessante notare che, tra il 2011 e il 2015, la Deutsche Bank riciclò circa dieci miliardi di dollari per conto di clienti russi; ed è altrettanto interessante notare come Trump non abbia poi ripagato i suoi debiti con questo istituto.




Un oligarca russo comprò da Trump una casa pagandola cinquantacinque milioni di dollari più di quanto fosse costata al magnate. L’acquirente, Dmitrij Rybolovlev, non mostrò mai nessun interesse per quella proprietà e non andò mai a viverci, ma in seguito, quando Trump si mise a correre per la presidenza, comparve in diversi posti dove stava facendo campagna. L’attività ufficiale di Trump, l’imprenditoria immobiliare, era diventata una copertura russa. Avendo capito che i complessi residenziali potevano essere usati per riciclare denaro, i russi usarono il nome di Trump per costruire altri edifici. Come disse Donald Trump Jr. nel 2008, ‘i russi rappresentano una sezione trasversale sproporzionata in molte delle nostre attività. Dalla Russia vediamo arrivare un sacco di soldi’.

Le offerte russe erano difficili da rifiutare: per Trump significavano milioni di dollari versati in anticipo, una quota dei profitti e il proprio nome su un edificio, il tutto senza richiedere alcun investimento. Questi termini andavano bene per entrambe le parti. Nel 2006, alcuni cittadini dell’ex Unione Sovietica finanziarono la costruzione di Trump SoHo e diedero a Trump il 18% dei profitti, anche se lui non aveva tirato fuori neppure un centesimo. Nel caso di Felix Sater, gli appartamenti servivano per il riciclaggio del denaro sporco.




Sater, un americano nato in Russia, lavorava come consulente anziano della Trump Organization da un ufficio nella Trump Tower due piani sotto quello di Trump. Quest’ultimo dipendeva dal denaro russo che Sater faceva arrivare attraverso un ente noto come il ‘Bayrock Group’, combinando l’acquisto di appartamenti (mediante società di comodo) da parte di persone provenienti dal mondo postsovietico. Dal 2007, Sater e il ‘Bayrock Group’ stavano aiutando Trump in tutto il mondo, cooperando in almeno quattro progetti; alcuni di questi fallirono, ma Trump riuscì comunque a guadagnarci.

La Russia non è un Paese ricco, ma la sua ricchezza è concentrata in poche mani; per questo motivo, tra i russi è pratica comune far sì che qualcuno si ritrovi in debito nei loro confronti fornendogli denaro senza difficoltà e specificando soltanto in seguito il loro prezzo.




Come candidato alla presidenza, Trump infranse una tradizione pluridecennale non pubblicando la propria dichiarazione dei redditi, presumibilmente perché avrebbe messo in luce la sua profonda dipendenza dai capitali russi. Anche dopo aver annunciato la propria candidatura, nel giugno del 2015, Trump continuò a fare affari senza rischi con i russi. Nell’ottobre del 2015, in prossimità di un dibattito per la nomination del candidato repubblicano, firmò una lettera d’intenti per far costruire a Mosca una torre e darle il proprio nome; in quella occasione, dichiarò su Twitter che ‘Putin ama Donald Trump’. Non si arrivò mai a un accordo definitivo, forse perché ciò avrebbe reso un po’ troppo evidenti le fonti russe dell’apparente successo di Trump proprio mentre la sua campagna stava prendendo slancio.

Il personaggio romanzesco ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’ aveva cose più importanti da fare. Per citare le parole scritte da Felix Sater nel novembre del 2015: ‘Il nostro ragazzo può diventare presidente degli Stati Uniti e noi possiamo fare in modo che ciò accada’. Nel 2016, proprio quando Trump aveva bisogno di soldi per la campagna, le sue proprietà divennero molto popolari fra le società di comodo: nei sei mesi tra la nomination repubblicana e la sua vittoria alle presidenziali, circa il 70% delle unità immobiliari vendute nei suoi edifici furono acquistate non da esseri umani ma da limited liability companies.



Il ‘ragazzo’ della Russia esisteva nella mente del pubblico americano grazie a un celebre programma televisivo, The Apprentice, dove Trump impersonava un magnate con il potere di assumere e licenziare a suo piacimento. Il ruolo gli veniva naturale, forse perché fingere di essere una persona del genere era già il suo lavoro quotidiano. Nello show, il mondo era una spietata oligarchia dove il futuro di un individuo dipendeva dai capricci di un singolo uomo. Il punto saliente di ogni episodio era quello in cui Trump faceva il doloroso annuncio: ‘Sei licenziato!’.

Quando decise di correre per la presidenza, Trump lo fece sulla premessa che il mondo fosse davvero così: che un personaggio da fiction con una ricchezza altrettanto fittizia, che non si cura della legge, disprezza le istituzioni ed è privo di comprensione umana, possa governare il popolo provocando sofferenza. Nei dibattiti per la nomination, Trump sbaragliò i suoi rivali repubblicani grazie ai suoi anni di pratica come personaggio da fiction in televisione. Trump usava i media per trasmettere l’irrealtà, e lo faceva da tempo.

Nel 2010, RT aiutò i teorici della cospirazione americani a diffondere la falsa idea che il presidente Barack Obama non fosse nato negli Stati Uniti. Questa invenzione, studiata per far leva sulla debolezza degli americani razzisti che volevano scacciare con l’immaginazione il loro presidente eletto, invitava tali persone a vivere in una realtà alternativa. Nel 2011, Trump divenne il portavoce di quella campagna basata sulla fantasia. Aveva un palco per farlo solo perché gli americani lo associavano all’uomo d’affari di successo che aveva impersonato in televisione, un ruolo che a sua volta era stato possibile perché i russi lo avevano salvato con i loro finanziamenti; una finzione fondata su una finzione, a sua volta basata su una finzione.




Dal punto di vista russo, Trump era un fallito che era stato salvato e che ora poteva essere usato per portare devastazione nella realtà americana. La relazione fra Trump e i russi andò in scena a Mosca in occasione del concorso di Miss Universo del 2013, quando Trump si pavoneggiò di fronte a Putin nella speranza che il presidente russo diventasse il suo ‘migliore amico’. I partner russi di Trump sapevano che aveva bisogno di soldi, e lo pagarono 20 milioni di dollari anche se il lavoro di organizzazione del concorso era stato fatto da loro. Gli permisero di recitare la sua parte dell’americano ricco e potente. In un video musicale filmato per quella occasione, a Trump venne consentito di dire ‘Sei licenziato!’ a una giovane pop star di successo, il figlio dell’uomo che aveva di fatto gestito il concorso.

Lasciar vincere Trump significava metterlo in una posizione di completa dipendenza. Quella di Trump come vincitore era una finzione che avrebbe fatto perdere il suo Paese. La polizia segreta sovietica – che, con il tempo, prese il nome di Ceka, GPU, NKVD, KGB e infine, nella Russia post-sovietica, di FSB – brillava in un particolare tipo di operazione nota come misure attive. Il lavoro dello spionaggio consiste nel vedere e comprendere, quello del controspionaggio nel far sì che per gli altri vedere e comprendere risultino difficili. Le misure attive, come l’operazione intrapresa per conto del personaggio da fiction ‘Donald Trump, uomo d’affari di successo’, hanno lo scopo di indurre il nemico a dirigere le proprie forze contro le sue stesse debolezze.

(T. Snyder, La paura e la ragione)















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