giuliano

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IL TOMO

domenica 7 giugno 2020

una grande invenzione ovvero: IL TRICICLO VELOCIMANO (33)




















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Della depressione 

(prima e dopo i Ciukki)  [32/1]


Sottinteso che prosegua in...:

















Bicicletta (34)













Il Decimonono secolo, che può   veramente dirsi benemerito nella storia dei popoli, poiché vide sorgere ed affermarsi le maggiori e le più utili concezioni del genio umano, comprende certamente tutto il periodo storico del ‘velocipedismo’.

Il ciclismo, nel senso preciso della parola, venne assai più tardi, e si affermò come sport e come abitudine solo dopo l’invenzione della bicicletta. L’invenzione del ‘velocipiede’, per quanto ci è noto, data da tempo relativamente non lontano. Nulla ci conforta a ritenere che nei tempi antichi alcuno abbia avuta l’idea di creare un veicolo direttamente posto in azione dalla forza muscolare dell’uomo, né gli archeologi hanno voluto darsi fino ad oggi pensiero di ricercare nella notte dei tempi la prova ipotetica di un simile avvenimento, affatto trascurabile da molti punti di vista, e soprattutto da quello… archeologico.




E poiché nessuno papiro fino a noi giunse e nessun venerabile monumento rimase ad attestare l’esistenza di un ‘velocipiede’ assiro o egizio, o semplicemente greco o romano, noi dobbiamo pure, risalendo a traverso i tempi, arrestarci a poco più di due secoli da oggi, al 1693, per ritrovare la prima notizia attendibile di una velleità a ribellarsi al tardigrado destino che la misura impose all’homo sapiens, mentre tanti altri animali della creazione nacquero e nascono dotati di mezzi sufficienti a concedere loro naturalmente una facile e  notevolissima rapidità di moto.

E se dalla antica invidia dell’uomo primitivo per l’aquila dal volo maestoso e per la gazzella agilissima possono aver tratto origine, a traverso infinite creazioni e trasformazioni, anche il pallone dirigibile e l’aeroplano che già oggi afferma la meravigliosa possibilità di un principio che sovrasta – è veramente il caso di dirlo – alla vita intensa del ventesimo secolo, è non meno certo che nella istoria del ‘velocipedismo’ il primo timido tentativo può essere paragonato anche alla più modesta delle attuali biciclette come la catapulta e lo specchio ustorio agli odierni formidabili mezzi di offesa e di distruzione.




Nel 1300-1600 poche ed incerte sono le notizie che risalgono a quell’epoca. Si tratta generalmente di vetture primitive a forza di braccia, con bastoni o rudimentali congegni di corde e leve. Certo è che i primi tentativi non sopravvissero ai loro inventori specialmente per l’enorme peso e l’eccessiva complicazione. Tuttavia nella biblioteca di Wolfenbuttel, in Germania, si conserva un manoscritto, che farebbe risalire fino al XIV secolo, e che descrive una specie di ‘velocipiede’ a quattro ruote, guidato per mezzo di un manubrio. 

E nella cronaca della città di Meiningen esumata dal dott. Schozer, si ricorda che al 9 di gennaio del 1447…

 Venne per la Kalchsthor fino al mercato, e di nuovo se ne andò, una carrozza perfetta nelle sue parti, non tirata da cavallo o da bue; essa era coperta, e dentro vi si vedeva il ‘maestro’ che l’aveva costruita e che con meccanismo interno la dirigeva.




Del 1625 abbiamo, più che una memoria, una leggenda. Secondo l’inglese Henry Fetherstone, il gesuita Ricius avrebbe discesa la riva del Gange, da Chinchiang-fu a Checkiang-ham-tcheu, a cavalcioni di un apparecchio da lui inventato, composto di tre ruote ineguali complicate con leve e barre.

Una cronaca di Norimberga ricorda pure che verso il 1649 un tal Hans Hautsch abbia inventato un congegno mosso da ingranaggi che percorreva duemila passi l’ora e poteva arrestarsi e mettersi in moto a capriccio di chi lo guidava. Si dice pure che tale congegno sia stato venduto a Stoccolma al principe Carlo Gustavo e che l’inventore abbia provvista anche una berlina di gala, del sistema medesimo, alla Corte Danese.




Sembra al contrario veramente storico il tentativo di certo dott. Richard, francese, medico alla Rochelle, nato nel 1645 e morto nel 1706, vittima della sua medesima invenzione. L’illustre Ozanam, membro della  Academie Royale des Sciences, citava, in un suo rapporto alla Accademia medesima una sorta di macchina, sufficientemente pesante, che aveva in compenso il difetto di non potersi muovere che se un terreno liscio e piano.

Della moderna automobile questo apparecchio può dirsi precursore – ben che azionato dalla sola forza umana – poiché la storia dice che esso finì fracassato, in fondo a una ripida discesa, in uno col suo inventore.

Vogliamo riportare testualmente la descrizione di questa macchina, data da Ozanam nella relazione citata:

Un valletto, collocatosi sulla parte posteriore della vettura, la spingeva avanti appoggiando i piedi alternamente su due pezzi di legno, collegati a due ruote che agiscono sull’asse della vettura stessa.




Si ha poi una vaga nozione di uno Stefano Farfler o Tarflersh orologiaio d’Aldorft che nel 1703, essendo sciancato, avrebbe costruito per recarsi alla chiesa una specie di ‘triciclo velocimane’. Si dice che l’arcivescovo abbia concesso molte indulgenze al pio inventore. Ma anche questa notizia deve accogliersi con ogni riserva, non essendo essa provata o suffragata da disegni o documenti attendibili.

Bachaumont ricorda pure i  tentativi fatti da altri, in Francia, al principiare del XVIII secolo, con vetture e congegni diversi, mossi dalla sola forza muscolare dell’uomo, e narra che allora gli inventori richiesero al Reggente il permesso di farne…. una esposizione! Il permesso fu loro negato, ma non per questo diminuirono le smanie e il numero degli inventori, imbevuti di false teorie e legati alla utopia dei congegni inutili, complicati e pesanti.




Nondimeno, sotto Luigi XVI, qualche altro parto mostruoso e informe degli inventori poté, se bene fuggevolmente interessare la frivola Corte di Versailles. Altre esperienze, in questo volger di tempo, si sarebbero fatte in Italia: a Genova, Padova e Bologna; però nessun nome e nessuna memoria precisa pervenne sino a noi. L’Inghilterra, che tanta parte e tanto cospicua ebbe poi nella costruzione dei velocipedi, ricorda la macchina di certo John Vevers, ed altri minori e trascurabili tentativi.

D’altronde, di tutte queste curiose invenzioni nulla è rimasto. Nulla che potesse dirsi utile e geniale, non un avantreno articolato e libero, non un ingranaggio, non un principio di meccanica anche rozza e infantile che la scienza moderna abbia potuto, sia pure trasformandolo e migliorandolo, studiare e applicare!




Ogni pagina della storia del velocipedismo, nel primo periodo storico, dimostra luminosamente l’assoluta esattezza di un assioma principe della scienza meccanica, oggi da tutti riconosciuto: una invenzione non vale e non dura che per la sua semplicità.

Tutti i tentativi che abbiamo finora numerati ci presentano solo dei veicoli a tre, quattro o più ruote. La costruzione di macchine a due ruote collocate l’una dietro l’altra veniva a sopprimere molti dei gravi inconvenienti dei precedenti modelli, quali l’eccessivo peso e i numerosi attriti, ed apriva la via a quella serie di modificazioni per cui i velocipedi giunsero alla perfezione odierna.

A chi per primo sia venuta questa idea non è ben certo.




I célerifères, le draisiennes e gli hobby-horses ne rappresentano però indubbiamente le prime applicazioni. Il periodo veramente storico ha pertanto inizio nel 1790, con la creazione di un nuovo tipo di macchina che tutti gli autori sono d’accordo nel ritenere il capostipite del velocipedismo. Ne fu inventore, a quanto si afferma e si ripete, un signor de Livrac o de Civrac, francese, che la battezzò celerifero.

I celeriferi si componevano di due ruote di legno poste l’una dietro l’altra e collegate mediante spranghe su cui era appoggiato una specie di rozzo cavalluccio, o un leone; il cavaliere lo inforcava e a forza di spinte alternate dei piedi sul terreno riusciva a mettere in moto la pesante macchina di legno. L’equilibrio era in certo modo ottenuto appoggiandosi con le mani alla testa del cavallo o del leone: si dice tuttavia che le cadute non mancassero. Per lungo tempo il celerifero non subì altri cambiamenti che quello d’aver trasformato il nome in velocifero (mentre era detto ‘velocipede’ la persona che lo montasse), e lo ritroviamo nelle caricature degli ultimi anni della rivoluzione francese, e sotto l’Impero.


Nel 1800 abbiamo ricordate – e la data e l’avvenimento meritano veramente di esserlo – le prime corse velocipedistiche, fatte con celeriferi, ai Campi Elisi di Parigi. La cronaca parla di vere e proprie scommesse; la modernità si avvicinava evidentemente a gran passi, con i bookmakers e i totalizzatori… 

(Prosegue con la Bicicletta!)













sabato 6 giugno 2020

LA GRANDE 'DEPRESSIONE' (italiana) & L'INCONTRO CON I CIUKKI (31)




















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Cercatori d'oro (29/30)


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L'incontro con i Ciukki (32)














La mattina di martedì 9 agosto 1887, mentre penetrava con passo lento nella campagna subito fuori Verona – oggi quell’area è stata mangiata dalla città – lo sguardo stanco del comandante Giacomo Bove fu richiamato dai lunghi lari di gelsi che delimitavano i campi di stoppe.

…Con il passo indebolito dalla malattia superò il fosso con un salto e atterrò nella terra nuda, di proprietà della cascina Casetta del conte Giovanni Pellegrini. Di fronte, come tirata da un righello, partiva la lunga sequenza dei gelsi.

Si mise a camminare contandoli uno per uno.

Uno, due, tre, cinque, nove.

Finché scelse il suo.

E lo toccò con il palmo della mano, come per presentarsi. Il vento leggero tra i rami faceva tremare allegramente le foglie. Si sbottonò il cappotto color caffelatte, si tolse il cappello e lo appese a un ramoscello nella parte bassa della pianta. Si accomodò appoggiandosi delicatamente al tronco. La corteccia del gelso è dura, bruna e fessurata, sembra lava solidificata. La sentì dietro la schiena.




E attese qualche istante.

Chissà quanto?

Per lui dovrà essere stata un’eternità. Il tempo, si sa, non unisce sempre uguale a se stesso: le attese lo dilatano. E questa era l’attesa delle attese. Infilò la mano destra nella tasca della giacca. Cavò fuori un pacchetto di lettere tenute da uno spago. Le contò facendole passare a una a una, di costa, sul pollice. Cinque. Sì, ci sono tutte, pensò. Osservò anche le due fotografie e di sua moglie Luisa, con al fianco la figlioletta adottiva di otto anni Maddalena Giuseppina. Poi ripose ogni cosa ordinatamente nella tasca.

Lì le avrebbero trovate.

Tutto era calmo. Oltre il volo di una farfalla, la campagna infuocata esplodeva nella forza vitale dell’estate. Il canto degli uccellini che volteggiavano intorno alla chioma del gelso si mischiava al primo frinire delle cicale del giorno. Presto sarebbe esploso il caldo. Estrasse dalla tasca la rivoltella. La guardò. Tolse la sicura. Sparò in aria per provare. E la puntò alla tempia destra.




Nessuno udì i due colpi di pistola che deflagrarono nel silenzio… Fu diverse ore dopo, verso mezzogiorno, quando il sole spioveva a picco, che qualcuno si accorse.

Un contadino che passò sui campi ad oriente dalla cascina casetta fu attratto da una macchia chiara alla base dei filari di gelso. Si avvicinò incuriosito. E di colpo si fermò! Sgomento! Poi corse da dove era venuto per dare l’allarme. I primi ad accorrere furono due carabinieri a cavallo. Il contadino tornò con un medico, alcuni curiosi e il fattore a servizio del conte Pellegrini. Ben presto intorno al gelso macchiato di sangue si assiepò una dozzina di persone.

Non fu difficile definire l’identità dell’uomo, né ricostruire i fatti che lo avevano condotto alla morte, dovuta inequivocabilmente a quel foro rosso sulla tempia destra.

Anche a quest’uomo in tasca avevano trovato cinque lettere e due fotografie che ritraevano una donna giovane ed elegante, che portava una crocchia spessa come una fune sulla nuca.

L’ultima lettera delle cinque, aperta, indirizzata alla Pubblica sicurezza di Milano. La parola ‘Milano’, sulla busta, era stata però cancellata da due righe a matita e corretta con ‘Verona’.

Evidentemente c’era stato un cambio di programma.

Uno dei carabinieri si sentì autorizzato ad esaminarne il contenuto lì sul posto.

Lesse.

‘Ringrazio Dio di avermi spinto al triste passo. Meglio il Nulla che Niente!’.




Alla fine della lettera il carabiniere si imbatté in un post scriptum aggiunto a matita. Così recitava con tono sorprendentemente ironico, che lasciò ulteriormente di stucco i presenti:

‘Aneddoto: quando ieri mattina andai a prendere la rivoltella, da un armaiolo della città, mi disse: - Signore, con quest’arma ammazzerebbe un bove -. Fatalità! Ed io sono Bove’.




Tre anni dopo la sua morte gli esperti locali deliberarono la linea del percorso per un tracciato (alpinistico) a lui dedicato….

Il giorno della sua morte, invece…, ecco arrivare in bicicletta un giovane dall’aria attenta e circospetta, che non sarebbe passato inosservato. Lo conoscevano tutti in città. Era l’inviato dell’Arena.

Il suo nome era Emilio Salgari…

Leggiamo nella stessa Arena…

Tra i primi ad accorrere sul corpo esanime alle porte di Verona fu Emilio Salgari, all’epoca giovane reporter dell’Arena.

Davanti a sé, quella mattina, Salgari si ritrovò l’uomo che lui stesso avrebbe voluto essere e nel quale si sarebbe immedesimato per il resto della vita viaggiando con la fantasia nei luoghi più remoti del pianeta.




Bove aveva navigato su tutti gli oceani, mentre Salgari – come ben noto - non si muoverà mai dalla sua fumosa stanzetta adibita a studio. Eppure Salgari, come Bove, si farà chiamare ‘Capitano’ e ‘Lupo di mare’. E dichiarerà in un’intervista rilasciata a un giornalista:

‘Ho viaggiato molto, arrivando fino allo Stretto di Bering’, proprio lo stretto attraversato per la prima volta da Giacomo Bove.

E non è finita…

Bove era stato uno dei primi italiani a conoscere e descrivere il lussureggiante incanto di Labuan e del Borneo? Salgari ambienterà proprio lì i suoi romanzi più fortunati.

Bove era rimasto intrappolato nell’inverno artico?

Salgari scriverà almeno sei romanzi sui ghiacci del Polo Nord.

Bove aveva esplorato la Patagonia e si era spinto giù in Terra del Fuoco? Ed ecco uscire il romanzo La stella dell’Araucania ambientato esattamente in quegli stessi luoghi.




L’immagine di Bove inseguirà Salgari fino al suo stesso suicidio. Avvenuto, anch’esso, fuori da una grande città, Torino, sotto gli alberi di Villa Rey, tagliandosi il ventre con un rasoio.

Dopo fruttuose ricerche da parte dello studioso salgariano Cristiano Calcagno, sono emerse sorprendenti coincidenze tra il ‘vero’ Capitano (Bove) e il ‘finto’ Capitano (Salgari). Corrispondenze e analogie che abbondano in modo impressionante, come in un gioco di specchi contrapposti.

Bove era nato in Piemonte ed era morto a Verona: Salgari era nato a Verona e morto in Piemonte.

Salgari era nato ad agosto e morto a fine aprile: Bove era morto ad agosto ed era nato a fine aprile.

L’uno l’opposto dell’altro.

Entrambi finiti a vivere per un certo periodo nel quartiere di Sampierdarena a Genova, in case tra loro vicine. Ma il ‘vero’ Capitano era alto, slanciato, di presenza imponente, un uomo charmant abituato a usare francesismi a tutto spiano, come la moda del tempo suggeriva.















giovedì 4 giugno 2020

CERCATORI D'ORO (29)






































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Dei cercatori d'oro (27/8)


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Cercatori d'oro (30)













Dawson è stata messa in contatto diretto con il mondo esterno dall’ingresso del telegrafo, e sin dai primi giorni di ottobre i messaggi hanno navigato liberamente in mare fino a Skaguay. È vero che un tratto senza fili di centinaia di miglia separa ancora questa città dal porto di rilevante importanza più vicino al continente, ma senza dubbio molto prima verrà colmato anche questo vuoto nella linea di comunicazione. Può essere prima di quanto immaginiamo per mezzo della telegrafia senza fili, poiché si ipotizza che il governo canadese guardi con favore alla sperimentazione del sistema Marconi; o, cosa più probabile, la fine desiderata sarà determinata dalla posa di un filo continuo. La straordinaria rapidità con cui sono state posate le cinquecento - seicento miglia di filo di terra - cinque e sette miglia al giorno - dialoga bene con il morale del progresso al servizio dell’ingegneria canadese.




Nei suoi aspetti commerciali e residenziali la città ha compiuto notevoli progressi. I giorni in cui era inghiottita dal fango sono praticamente finiti e da un’estremità all’altra, si può tranquillamente percorrere le strade sui bordi dei marciapiedi sicuri. Non solo la strada principale è adeguatamente asfaltata, ma anche diverse strade che corrono parallele ad essa, e parti di strade che si incrociano ad angolo retto. Un saggio piano regolatore ha spazzato via le baracche e le cabine dal lato del fiume della strada principale, e ora si gode una vista quasi ininterrotta della sponda opposta del torrente, già costellata da gigantesche insegne pubblicitarie annunciando vendite a buon mercato in articoli e dirigendo a negozi particolari nella metropoli del Nord.




I negozi di Dawson hanno raggiunto la dignità degli stabilimenti con coperture in ferro ondulato, facciate in vetro piano e mensole e banconi in sequoia. Seguendo da vicino le costruzioni pionieristiche quali grandi magazzini, o depositi di merci, dell’Alaska Commercial Company & della North American Trading and Transportation Company, la Alaska Exploration Company, la Ames Mercantile Company e la Yukoner Company.




Molti negozi espongono una linea diversificata di merci, mentre altri sono limitati ad una singola tipologia di prodotti, quattordici dollari per un paio di pantaloni realizzati su ordinazione colpisce l’immaginazione oltre che il portafoglio, quando una qualità di prima scelta di stivali o scarpe può essere ottenuta per cinque dollari e sei dollari.




Pasti davvero buoni possono essere consumati quasi ovunque da un dollaro a un dollaro e mezzo, e i migliori Hotel forniscono ventuno pasti per venticinque dollari, senza nuocere alla qualità del prodotto offerto.





Il latte di mucca può ora essere aggiunto regolarmente al caffè, poiché la mungitrice lavora a pieno regime in tutto il paese. Il prezzo delle camere negli Hotel rimane ancora alto - da quattro a sei dollari a notte, senza pasti - ma il servizio di queste camere è notevolmente migliorato. In alcuni locazioni di carattere strettamente privato, l’alloggio per un certo periodo di permanenza può essere ottenuto per quindici dollari la settimana o, dove le condizioni dell’ambiente circostante non sono attentamente esaminate, per ancora meno. Un Hotel nuovo e capiente, l’Hotel Metropole, cresciuto dalla ricchezza del ‘Re dei Klondike’ - Alexander Mac Donald - è stato recentemente aggiunto a quelli con il design meno pretenzioso che ha servito la comunità ‘pellegrina’ l’anno scorso.




L’esplosione del 26 aprile, con la quale un quarto della parte commerciale di Dawson è andata a fuoco, ha dato l’opportunità di introdurre miglioramenti, e il più importante di questi è quello che ha portato alla rimozione di case e resort di cattiva reputazione sorte nel cuore della città.




Le donne più raffinate possono ora sfilare per le strade senza che la loro delicata sensibilità sia offesa dall’intrusione pubblica degli immorali del mondo inferiore. Il tono dei pubblici luoghi di divertimento, i teatri e le case da ballo, sono stati anche in una certa misura elevati, anche se lungi dall’essere sufficientemente all’altezza, e qualche talento reale occasionalmente brilla dietro le luci della ribalta.

(A. Heilprin)




Cominciai la carriera del conferenziere nel 1866 nella California e nel Nevada; nel 1867 tenni conferenze a New York una volta, e diverse volte lungo la vallata del Mississippi; nel 1868 feci l’intero giro del West pensavamo addirittura, nel 1899, di approdare anche in Alaska; e nelle due o tre stagioni seguenti, a questi miei viaggi si aggiunse anche l’Est.

A quei tempi era in pieno splendore il circuito delle sale per conferenze e l’ufficio di James Redpath in School Street, a Boston, ne aveva la direzione in tutti gli Stati del Nord e nel Canada. Redpath forniva le conferenze in serie di sei od otto alle sale di tutta la nazione per una media di circa cento dollari per sera e per conferenza. Le sue provvigioni erano del dieci per cento; ogni conferenza veniva tenuta all’incirca centodieci volte in una stagione. Disponeva di una quantità di nomi che attiravano il pubblico…




…Come nel minstrel show, in principio il presidente mi presentava al pubblico, ma le presentazioni erano adulatorie in modo così grossolano che mi vergognavo, e inoltre dovevo cominciare il mio discorso in condizioni di grande svantaggio.

Era un’abitudine stupida, superflua e insopportabile.

Chi presentava era di solito un somaro e il discorso che si era preparato in anticipo era un’accozzaglia di volgari complimenti e di desolanti tentativi d’ironia; sicché dopo la prima stagione mi presentai sempre da me: e mi servii, naturalmente, di una parodia dell’antica e frusta presentazione. Il mutamento non fu bene accolto dai presidenti di comitato. Alzarsi solennemente di fronte a un numeroso pubblico di concittadini e pronunciare il loro piccolo e diabolico discorso era la gioia della loro vita, e vedersela sottratta non era facile a sopportarsi.




La mia autopresentazione fu per un po’ un avvio efficacissimo, ma in seguito non servì più. Doveva essere composta con grandissima cura e declamata con zelo, così che tutti i presenti che non mi conoscevano fossero indotti a credere che io fossi soltanto il presentatore e non il conferenziere; e anzi restassero nauseati dalla fiumana di elogi smisurati, alla fine, quando lasciavo cadere casualmente una frase e dicevo che il conferenziere ero io e avevo parlato di me stesso, l’effetto era assai soddisfacente.

Ma la carta fu buona soltanto per un po’, come ho detto; infatti ne parlarono i giornali, dopo di che non potei più giocarla, perché il pubblico già sapeva ciò che sarebbe successo e conteneva le proprie emozioni.




Tentai allora una presentazione ricavata dalle mie esperienze californiane. La faceva con grande serietà un lungo e goffo minatore del villaggio di Red Dog. Il pubblico lo spingeva, suo malgrado, a salire sul podio e a presentarmi. Stava lì a pensarci un momento, poi diceva:

Di quest’uomo io non so nulla. So solamente due cose: una è che non è mai stato in un penitenziario, e l’altra...

…seguiva una pausa; poi quasi con tristezza:

non ne so il perché.

La cosa funzionò per un po’, finché i giornali non ne parlarono e le tolsero tutto il sugo; e da allora lasciai perdere ogni specie di presentazione.

Ogni tanto mi capitava qualche piccola avventura che poi ricordavamo solo con grande sforzo.




Una volta si giunse in ritardo e non si trovò all’arrivo né il comitato né la slitta. C’infilammo in una via nella gaia luce lunare, vedemmo una fiumana di gente dirigersi tutta da una parte, pensammo si recasse alla conferenza - giusta supposizione - e ci unimmo ad essa. All’ingresso nella sala cercai di farmi largo e di entrare, ma fui fermato dall’uomo che ritirava i biglietti.

Il biglietto, prego.

Mi piegai verso di lui e sussurrai:

Tutto in regola. Sono il conferenziere.

Ammiccò come in segno d’intesa e disse in modo da poter essere udito da tutti:

No, non me la fate. Ne sono entrati già tre finora, ma un altro, se vuole entrare, bisogna che paghi.

Naturalmente, pagai; era il modo più disinvolto per trarmi d'imbarazzo...

(Twain, Autobiografia)