giuliano

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IL TOMO

martedì 4 agosto 2020

I COLORI DELLA GUERRA (15)









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Così il poeta, uno dei tanti, eroe della propria ed altrui Terra, dipinge la Tela, trascorre gli anni della maturità scrutando i fiori e le piante, le rocce della montagna e le ossa degli animali, gli spettacoli della luce e dei colori; e, in qualsiasi luogo egli fosse, sapeva di aver di fronte ‘l’intera Natura’ nella complessità delle sue Leggi.

 

Come un antico naturalista greco, ricercava, tra la ricchezza dei fenomeni, il ‘modello unico’ secondo il quale era stato costruito l’Universo.

 

Tra tutte le piante esistenti ne scorgeva l’Animo così come lo Spirito, l’archetipo che si cela in ognuna di esse, insieme all’idea irraggiungibile, e oggetto reale che possiamo vedere con gli occhi e disegnare con la mano: nelle manifestazioni di ogni pianta – stelo, calice, fiore, frutto, seme -, individuava gli aspetti di un solo organo, fondamentale, la Foglia…    

                                                     

     

Mentre a Weimar Goethe studiava la metamorfosi delle piante, sulla terra tutto si agitava e si separava, ‘come se il mondo formato, volesse sciogliersi ritornando nel caos e nella notte, e formarsi di nuovo’.


E mentre il mondo, o una parte di questo brulicava e meditava una Rivoluzione nuova, il pittore, il poeta, il naturalista, il letterato, si chiude e cela nello ‘strettissimo cerchio magico’ della casa, anche lui come Rembrandt presto indosserà ugual costume di scena, per dipingerne e ritrarne i volti, le sofferenze, i profili, per scorgere  cogliere e meditare la morte. Ed avrebbe voluto che nemmeno i giornali, i suoi ‘nemici più pericolosi’, lo disturbassero nelle sue tranquille occupazioni: sperava di scomparire, come una folta chioma, dietro una nube fitta come quella degli Dèi di Epicureo, senza ascoltare ‘lo strepitio di quello schifoso fantasma che si chiama Spirito del Tempo’. 



Nell’agosto del 1792, Goethe scelse di abbandonare Cristiane ed il figlio, i suoi libri, la sua camera oscura e le tranquille colline della Turingia. Carlo Augusto, che comandava un reggimento prussiano, volle che Goethe lo accompagnasse per restaurare la monarchia in Francia.

 

Per due mesi interi, l’orizzonte della Champagne fu coperto dal velo fosco d’una pioggia ostinata: acquazzoni e rovesci improvvisi bagnavano fino al midollo uomini e animali; gli accampamenti erano piantati in mezzo alla melma: i lacci fradici delle tende si strappavano uno dopo l’altro: i fossi intorno al campo rigurgitavano di rifiuti nauseanti, che di notte la pioggia trascinava davanti alle tende.

 

Il terreno della Champagne era diventato una sola rossa vischiosa palude di fango, i veicoli militari, le colonne di soldati e il leggero carrozzino scoperto, dove viaggiava Goethe, avanzavano a fatica tra le ruote spezzate, i cannoni ed i carri di salmerie abbandonati lungo la strada, nei prati e nei torrenti rigonfi.

 


In quei due mesi Goethe visse come in un cattivo sogno, tra fango e miseria, cura e disagio, pericolo e tormento, tra rovine, cadaveri, carogne e cumuli di escrementi; ma non condivise mai le passioni che ottenebravano i cuori dei suoi compagni. Era arrivato fin lì, strappato a malincuore dal suo giardino, e guardava, o meglio contemplava, le escogitazioni della Storia universale come uno spettatore indifferente e curioso può assistere ad una goffa parata militare.

 

Cercava di sopravvivere, di compiere ogni giorno le azioni e i doveri che la nuova esistenza gli presentava: calmo in mezzo allo scoraggiamento e alla disperazione, tentava di distendere l’animo dei suoi compagni: proteggeva i perseguitati, difendeva i contadini francesi dai saccheggi e dalle requisizioni.

 

Con la testarda tenacia, chiudeva gli occhi di fronte all’orrore della guerra; e, tra le miserie e gli oratori, sapeva rintracciare qualche frammento indenne del proprio mondo naturale. Appena un raggio di sole squarciava fuggevolmente le nuvole, scorgeva i fucili e le baionette dei soldati scintillare come se formassero una cascata d’acqua vivissima o un fiume tranquillo.

 


L’ultimo giorno di Agosto, mentre gli obici alleati bombardavano Verdan e i razzi incendiari solcavano l’aria come meteore di fuoco, Goethe osservava una fossa piena di limpida acqua di fonte, dove si muovevano dei pesci dai più svariati colori; ma ad un tratto, si accorse che quei pesci, portati alla luce, perdevano la loro veste screziata. Un pezzo di maiolica era caduto in fondo alla fossa: più chiaro del fondo, rimandava alla superficie dei colori prismatici, simili a guizzanti fiammelle blu e viola, rosse e gialle.

 

La sera, con l’animo commosso da questo fenomeno di rifrazione, incontrò un suo vecchio conoscente, il principe Reuss, ambasciatore austriaco a Berlino: subito incominciò a spiegargli la sua nuova teoria dei colori e i delitti di Newton; e, per tutta la notte, passeggiando sull’erba umida, protetto dai muri dei vigneti, parlò della leggiadra e immutabile vita della Natura, mentre la Storia universale, se poteva chiamarsi Storia, continuava intorno a lui le proprie rumorose esibizioni.

 


Durante questi mesi di disordine e di miseria, Goethe imparò a conoscere da vicino  i meccanismi della Storia universale; montato sopra il suo carrozzino scoperto, con gli appunti cromatici nelle valigie, lui si guardava intorno come uno spettatore curioso.

 

Ma chi erano gli altri?

 

I re, i generali, i ministri, i reggitori di popoli, i grandi creatori ed interpreti della Storia?

 

Coloro che agivano senza ostacoli né impacci, e si ‘muovevano qui e là con una strana potenza e davano la vita e la morte senza consiglio e giudizio’.

 

Anch’essi solamente spettatori di un dramma di cui ignoravano tutto!

 

Come dei drammaturghi o dei presuntuosi direttori di scena, scrivevano un dramma, o sceglievano dal loro repertorio questo o quel copione: poi andavano intorno con aria affaccendata, distribuendo le parti agli attori e aspettando che le loro intelligenti fatiche producessero uno spettacolo, che i posteri avrebbero intitolato e conservato al loro nome.

 


Ma, appena gli attori e le comparse salivano sulla scena, un personaggio ignoto si nascondeva nella buca del suggeritore e imponeva di pronunciare delle parole che nessun re, nessun ministro, nessun generale, aveva mai immaginato.

 

Quando Goethe ripensava alla Storia europea di questi anni, non vi scorgeva nemmeno un segno di quella che ‘i filosofi chiamano così volentieri libertà umana’: gli sembrava di vedere ‘dei ruscelli e dei torrenti che,  obbedendo alla necessità naturale, precipitano gli uni contro gli altri da molti monti e da molte valli; ed infine provocano la crescita di un grande fiume ed una inondazione, nella quale va in rovina chi l’ha prevista così come chi non l’ha sospettata.

 

In tale mostruosa innaturale tempesta sorge una impropria natura, ed in questa strana natura, l’uomo d’arte protetto dalla propria armatura non riesce a ritrovare e scorgere nessuna di quelle Leggi che reggono il regno delle piante e dei mirabili colori del Creato.

 


Dove avrebbe potuto scoprire, nella Storia contemplata, qualcosa di estremamente superiore ed elevato come la Natura universale?

 

Oppure la regolare, progressiva metamorfosi della Foglia?

 

Nel piccolo mondo della Storia (umana), non esistono Leggi né principi: più nulla di unitario e di armoniosamente mobile; solo una ridda insensata di casi, di arbitrii e di subdole e meschine macchinazioni, che costruiscono intorno a noi, ed alla vera Natura, una rete più ferrea di quella dell’antico destino.

 

Certo, qualche volta la Storia sembra accennare uno sviluppo, disegnare l’orma di una Spirale, o intraprendere quella strada che i contemporanei di Goethe amavano chiamare ‘progresso’.

 

Ma come avvengono i movimenti della Storia?



 Mentre la materia da cui la Foglia infinitamente morbida e plastica, capace di diventare stelo, calice, frutto, seme, pur rimanendo sempre la stessa, la materia di cui è composta la Storia è rigida, fissa, soggetta a sclerotizzarsi in forme che resistono a qualsiasi cambiamento regolare e continuo.


Così chi voglia mutare la Storia deve distruggere queste vecchie forme e gettarle in quel pittoresco negozio da rigattiere, in quel desolante mucchio di rifiuti che è il nostro passato; poi disegnare una forma nuova, che presto si irrigidirà a sua volta e che un’altra mano, ugualmente empia, butterà nelle tristi distese del Tempo numerato, ma non certo Infinito come l’Arte che ne canta la vile piccolezza, la meschina pretesa di governarne la Natura. Per poi disegnare una forma nuova, che presto si irrigidirà a sua volta e che un’altra mano, egualmente empia e priva di Natura, butterà nelle tristi distese del tempo futuro.

 


La Storia degli uomini non conosce né prudenza né equilibrio, né Natura: sciupa in pochi mesi, spreca in spaventose dissipazioni una quantità di forze, che la Natura impiegherebbe a preparare le più belle e delicate fra le sue creature: quindi impigrisce esausta, vivendo per decenni una esistenza spettrale. Produce mostri: giraffe dal collo e dal corpo sviluppassimo, pesci gonfi di carne e dalle estremità esorbitanti; e sembra continuamente sul punto di far bancarotta.

 

Alla fine, dopo tanto sangue versato, e da versare ancora, condito da ingiustizie e distruzioni, se almeno ci concedesse la consolazione di vedere nuovi paesi! Ma il suo ‘movimento a spirale’ gira continuamente intorno a se stesso: ci riporta in luoghi che l’umanità ha già conosciuto molte altre volte, e dove si ripetono le stesse Verità, o al contrario atroci Menzogne spacciate per Verità; gli stessi errori, gli stessi avvenimenti, le stesse lotte tra schiavi e tiranni; ed ove si incontrano gli stessi pomposi e ridicoli burattini, mossi dalla mano di Satana.

(P. Citati)






    

lunedì 3 agosto 2020

ED ALLORA GUERRA SIA! (14)




















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La distinzione che ci offre Porfirio delle ‘virtù politiche’ (le più basse in seno allo specifico di cui ogni virtù umana) rispetto alle cosiddette ‘virtù catartiche’ proprie della virtù contemplativa, risultano sufficientemente eloquenti per avvalorare le motivazioni di Manuzio non meno, se pur apparentemente distanti, da quelle argomentate nel vasto mondo (apparentemente) mitologico di Graves. 


Ed entrambe proiettate nella apparente logica del mondo odierno, ove ogni retta virtù viene abdicata a ben altro illogico istinto (che i nobili Argonauti non se ne vogliano a male per ciò detto)… 


Così il ponte mi par ben tracciato… 


Le virtù del politico sono diverse da quelle di chi si eleva alla contemplazione (e non solo della Verità), che per questo è denominato contemplativo (ma mai sia detto che quest’ultimo non può ugualmente contemplare la verità dismessa e crollata), da quelle di chi è già un perfetto contemplativo e che ormai contempla (ossia possiede nei propri geni il raro concetto di vero), ed infine da quelle dell’Intelligenza, in quanto contempla, per l’appunto, l’Intelligenza separata dall’Anima. 


Quelle del politico consistono (o almeno dovrebbero) nella moderazione delle passioni che si attua seguendo e conformandosi nelle azioni alla Logica del dovere non meno dell’onesta che suddetta logica sottintende (o dovrebbe); sono dette politiche perché mirano alla comunanza con il prossimo... 


Le virtù del contemplativo (il quale le contempla  astenendosi al ruolo subalterno del politico) che si accinge alla contemplazione consistono nell’abbandonare le cose di quaggiù: queste sono dette catartiche, poiché è chiaro che consistono nell’astinenza delle azioni e delle passioni del corpo, di cui e al contrario, il politico ogni politico sa bene come e dover evitare. 


Chi meglio pensa e cogita cammina con il proprio piede ben saldo contemplando ogni verità negata su questa martoriata Terra… 


Chi meglio vorrebbe subordinare tal scelta o pregio è relegato, giammai alla faticosa lenta verità del contemplativo, procedendo veloce verso le vaste ombre della cornice dimenticando, o peggio ancora, subordinando la vista quanto dalla cornice risaltato, nel dubbio risultato ottenuto e dimenticando la bellezza dell’Opera intera e con essa l’Intelligenza… 


Se pur apparentemente distanti in verità a breve distanza, la distanza che divide ed unisce la vista contemplata di schiere di prodi congiunti in similar Battaglia…

 

O grande immenso panorama! 


In quanto il ‘valore’ posto qual misura appare comune denominatore non solo nella Letteratura adottata nei termini della finalità conseguita (o da conseguire con il Libero Arbitrio della scelta) circa la Conoscenza nel cogliere la mela apparentemente matura, bensì e con essa, valore e misura dell’Evoluzione intera che al meglio compie il suo lungo percorso e non certo breve paradosso… 


Ovvero: dall’elevato elmo d’un Faggio, sino alla misera pagina finemente stampata riflesso del grande e folto Bosco similmente seminato quale Biblioteca ove conservata, dal Manuzio (come molti altri prima e dopo lui) nell’uguale volontà umana trascritta letta ed interpretata nei Geni d’una similar Natura da cui nata ed evoluta, e di cui vicini nelle finalità contemplate…   


Da un Vello rubato piano cresce come un germoglio di Primavera sino ad una pergamena, e poi ed ancora a Stagione inoltrata con il Sole ammiccare il proprio assenso sino ad un folto rotolo ricoprirne la chioma; poi con il caldo proprio dell’Elemento del suo sorriso la linfa rinvigorisce sino a divenire uno scrigno - una giara - per custodirne il prezioso segreto, come una grande vallata fiorita resuscitata a Primavera; poi quando il sole del deserto si fa cocente l’oasi d’un papiro ritrovato donare quella purezza persa e non solo dal torrido deserto incamminato; quando, cioè, la porta di Giano spalanca il proprio ardore in un Tomo ben stampato non men che rilegato; e quando l’inverno del creato dal Cancro al Capricorno morto e risorto in quanto umani scorgiamo, dimenticando quali Dèi e Dio lo crearono; appare per ultimo frangente, o primo peccato nato, non ancora né autunno né inverno nel breve Tomo racchiusa ed al rogo destinata, per tutto ciò a voi enunciato e non del tutto svelato… 


A portata di breve mano, come quando stanchi da questo lungo Viaggio appena narrato, scorgiamo i prodi che lo hanno pensato: schiere di innominati guerrieri donde alla loro ombra dissetiamo l’Anima quanto lo Spirito afflitto solo per quell’Elemento che dona la Vita e con essa la capacità di dedurne o solo appena intuirne il velato significato, nella misura appena detta, più o meno la modesta grandezza d’una foglia…

 

E se pur in codesto breve Sentiero tracciato risplende verde colma di linfa - in verità e per il vero - aggrinzita come un antico inverno d’un Tomo finemente e ben stampato come rilegato, ed in cui dedurre e ben interpretare ‘l’invisibile battaglia’ consumata e letta nella volontà respirata non men che nobilmente ispirata, e a cui rendiamo ogni onore al vero e solo guerriero, e con Lei leggiamo (o dovremmo) il frutto di Dio nell’Infinito imperscrutabile disegno tornare mito… 


Da codesto breve Sentiero tracciato, le vie si dividono e biforcano sperando di elevare il comune ingegno sino alla Cima, mentre il Ramo alto per ciò che per primo nato ci osserva e scruta, cresce fuor d’ogni misura: ad ogni Stagione del nostro breve cammino quando ultimi approdammo all’ombra della grande chioma con ugual elmo, le vere schiere di prodi non certo esuli in questo grande campo di battaglia si moltiplicano e silenti ci giudicano, così come l’intera Natura, mentre il povero umano tapino o vile guerriero stretto alla propria armatura… 


All’ombra del suo lungo inverno ne schernisce con il fuoco, rogo d’ogni cima, ne frammenta e limita ogni specie nuova della Grande Selva (o Tomo che sia), ed in cui non riconosce ed intende nei millenni di similar crescita, né rima né poesia, e come sovente accade ad ogni Re della Selva che alto in suo vece si eleva, viene compiuto Sacrificio: l’uomo o il Dio al proprio Albero maestro ad ogni Cima vien confinato e poi crocefisso, mentre il resto della ciurma naviga e prospera tranquilla nella sua Terra.  

 

Va da sé che l’intendimento dell’ecclesiastico citato da Graves uniti in ugual ‘campo di Battaglia’ nelle ricerche dei superstiti di innominati Eroi, ci consegnano al vasto campo della Geografia non certo ben misurata, in quanto negli odierni intendimenti, e non solo quelli del poeta, come giustamente argomenta il letterato assieme all’ecclesiastico, regna il sovrapporsi d’una diversa geografia, e con essa, un impropria misura dell’intero Creato assoggettato e vinto in codesto Campo di Battaglia narrato… 


E similmente a portata di palmare di medesima pugnata mano, ovvero la grandezza d’una se pur modesta apparente incolta Foglia… 


Con la differenza antica che non esiste più nessun metro di misura per rapportarci in ciò ove, senza misura alcuna, apportiamo ogni danno se pur evoluti e apparentemente dotti, in quanto la mano ben armata e congiuntamente connessa, non più con gli Elementi da cui evoluta all’ombra della misera eterna Foglia, ma con ciò che al meglio l’affligge e la umilia in nome e per conto del fuoco della più vile guerra compiuta. 


Bisogna saper riconoscere Eroi e mostri. 


Bisogni saper distinguere Maestri e Bestie in codesto nuovo bestiario nato. 


Bisogna saper bene ove la guerra si consuma nell’eterno campo di battaglia da cui ogni impropria limitata avventura…   

 

Quindi come bene abbiamo letto e leggeremo ancora attraverso ogni suo Elemento, e non più araldo ma guerriero con il quale ci armiamo per questa Guerra   con l’Anima e lo Spirito del loro invisibile coraggio, per ciò cui nostro malgrado divenuto nel vasto ‘Campo di Battaglia’ non ancora del tutto conquistato per sempre contemplato e con cui volontari ci alleiamo, ed ove ogni retta Via sembra smarrita, ed ognuno festeggia l’altrui naufragio alla Cima dell’epica avventura… 


Nella continua distruzione cui nostro malgrado siamo costretti ad assistere. 


Siamo grati all’Arte che per tramite della Natura e chi al meglio la interpreta nella continua ispirazione offerta, che il volto si orni della folta chioma non espiando alcun peccato consumato, giacché in questo remoto angolo della Terra come il maestro insegna, ci armiamo di coraggio oltraggiato ed afflitto, ed a Lei, la nostra Dea, umilmente serviamo e dedichiamo codesta devota preghiera, prima di indossare la nostra breve armatura terrena…

 

E a chi poco comprende e poco sa vedere o ammirare ed intendere circa il linguaggio della vera Natura dedichiamo cotal breve Poesia così come la Pittura che al meglio la orna come un foglio ben miniato… 


Schiere intravedo non più di Angeli giacché i demoni regnano incontrastati 


Giacché i diavoli dominano ogni parabola dell’Universo 


Schiere di eserciti intravedo per ogni foglia libera al vento 


Schiere di guerrieri dati al rogo dell’eterna guerra apparentemente morire e risorgere nelle poche pagine di questo dire 


Rendo a loro omaggio e dovuta memoria 


Rendo loro umile sofferta preghiera 


Rendo loro l’onore dell’eterna gloria 


Rendo loro non più Poesia ma volontà ferma di vendicare ogni loro e mia ferita

 

Ed allora Guerra sia!  








 

domenica 2 agosto 2020

LETTERA ALL'AMICO ANTIQUARIO (11)



















Precedenti capitoli di:

Pietro Paolo (10)

Prosegue con la...:

Battaglia degli Alberi   (& il Capitolo completo)  (12/3)














Aldo Pio Manuzio romano saluta

Iacopo Antiquario di Perugia



Che tutte le Opere più belle siano le più difficili da realizzare (così come sovente anche per la pittura) potrei dire che sia vero per moltissimi motivi, ma in particolare per questo: da quando ho iniziato a ricercare con acribia ed ostinazione le Opere morali di Plutarco e a raccoglierle da ogni parte per stamparle e divulgarle fra i letterati, tanti sono stati gli impedimenti, tanti i guai capitati l’uno dopo l’altro (e puoi ben intenderne il motivo!), da costringermi ad interrompere più volte il lavoro intrapreso.

Ma poiché ‘la fatica indefessa su tutto prevale’, ecco che finalmente l’Opera è compiuta.

Moltissime sono le ragioni che mi hanno portato a dedicarla a te, mio caro Antiquario: la tua comprovata e mirabile onestà, la tua grande cultura, la tua straordinaria umanità, il tuo affetto – contraccambiato – per me, soprattutto la suprema integrità dei tuoi costumi, dove eccelli a tal punto da superare perfino quanto ci prescrivono i venerandi precetti di Plutarco.




E dunque, quale scelta più appropriata di dedicare Opere Morali ad un uomo virtuoso più di ogni altro sul piano morale?

Quando fui tuo ospite a Milano, ho constatato personalmente che sei ricolmo di ogni virtù e ho ammirato non solo la tua rettitudine, ma anche quella del giovane Antiquario, tuo pronipote per parte di fratello, il quale palesava una tale modestia, un tale amore per le belle lettere (conosceva infatti già molto bene sia il latino che il greco), che mi sembrava destinato a diventare in breve tempo un uomo eccelso in egual misura per probità e dottrina, proprio tale e quale a te.

E che dire dell’ammirazione suscitata dai tuoi coadiutori e dalla tua intera servitù, virtuosa e ricolma di modestia, simile al suo padrone?




Dunque sono incline ad affermare che risponde pienamente a verità il seguente detto: quali saranno i capifamiglia, quali saranno i padroni, i nobili, i principi e i capi di Stato, tale sarà la famiglia, tali saranno i coadiutori, la servitù, le città stesse ed i popoli.

Questo concetto è espresso da Marco Tullio – elegantemente come sempre – nell’Opera Sulle Leggi con le seguenti parole.

E non è tanto un male che i governanti commettano misfatti (sebbene questo sia un male grave di per sé), quanto il fatto che moltissimi uomini modellino il proprio comportamento (compresa la propria servitù) su quello dei governanti. Infatti, se tu volessi riandare agli eventi del passato, potresti constatare che, quali furono i maggiorenti di una città, tale fu la città; e qualunque mutamento dei costumi si verifichi nei governanti, lo stesso mutamento verrà a prodursi nei cittadini. Questa asserzione è più vera – e non di poco – di quella sostenuta dal nostro Platone, il quale afferma che, se mutano i canti dei musici, muta la situazione della città. Io, per parte mia, ritengo che i costumi delle città mutino se mutano la vita e il comportamento dei nobili. Per cui, i governanti corrotti risultano esattamente dannosi allo Stato non solo perché nutrono essi stessi dei vizi insiti nel concetto stesso di corruzione per ogni comportamento fraudolento adottato, ma anche ed altresì li trasmettono ai propri cittadini di ogni ordine e grado compresa la servitù che al meglio li asserve, e sono esiziali non solo perché essi stessi si corrompono, ma anche perché corrompono gli altri, e minacciano più con il collettivo cattivo esempio che con le malefatte stesse.




Per questa ragione vorrei che tutti gli uomini che ne comandano gli altri (nel buono giammai nel cattivo esempio) fossero moralmente ineccepibili.

Antiquario mio, e perfettamente simili a te: in breve tempo tutti i mortali verrebbero certamente a condurre una vita onesta quanto beata, sarebbe cancellato dal mondo per totale e universale consenso ogni crimine inganno raggiro maffare e molto altro ancora, e, come dice il saggio Ovidio:

Le frodi, gli inganni,

le insidie, la violenza e la scellerata smania di possesso,

e a tutto ciò subentrerebbero le più sane e sante virtù, l’onestà e, come dice ancora Ovidio,

‘il vero, il giusto e la lealtà’.

Ma al nostro tempo gli uomini buoni sono rarissimi:

Una eccezione giammai una regola.




A codesta eccezione, purtroppo, corrisponde un comportamento avverso quale regola elevata a stile di vita, da cui la conseguente frode adottata non più nel principio ma ancor peggio, quale morale; la peggiore morale deve avere la meglio e seminare o edificare, di conseguenza, un pessimo raccolto, così come l’edificio che peccando non solo di gola se ne ciba e nutre qual spirituale alimento per il proprio ed altrui tornaconto e, al meglio o al peggio, sopravvivere in codesta vita terrena.

Possiamo quindi immaginare quale sia il cibo e nutrimento che edifica ed edificherà ogni apparente (corrotto) Diritto con il sopravvento della censura sul Libero Arbitrio defraudato della Verità terrena, così da poter al meglio salvaguardarsi nel fraudolento comportamento adottato.

Ma soprattutto quando istituzionalizzato per ogni città ove regna incompetenza corruzione e un dubbio affarismo quale vero ed unico principio (e non solo di mercato).




Quindi mi sembra fuori da ogni ragionevole dubbio che talune Opere debbano ritenersi indispensabili per la corretta salute con cui intendersi lo Spirito (ed il corpo) Puro.

Se tali Opere che mi accingo a riproporre con il suo benevolo assenso possono arrecare danno tanto ai fraudolenti governanti quanto al popolo da loro legiferato, compresi tutti i servi di cotal misfatto, allora possiamo dire nonché postulare che oltre le secolari Leggi violate, con loro la Natura che al meglio le ha donate e pensate, frutto dell’Opera misericordiosa di Dio.




Giacché dovremmo altresì comprendere la Natura Albero ed Opera creazione di Dio, e l’uomo suo frutto e non certo proibito, il quale frutto così ben coltivato  maturato dai secoli in cui, il dotto Plutarco solca l’universale Terra, nella corretta Ragione (e Morale) per al meglio rendere il raccolto nel giusto godimento ed intendimento da Dio donato, compiendo così l’intero ciclo di quanto Creato in Terra, specchio dell’Universo per ogni Stagione in cui poter leggere e compiere la Vita nel Tempo pregata.

Ne dovremmo dedurre e leggere, quindi, il sano atto con cui si contraddistingue e preserva degno e puro raccolto quale immagine di Dio, costantemente abdicato ad un pessimo allevamento in cui la maga Circe (madre di ogni inganno) compagna di ogni corrotto tiranno, inganna sia il mite Odisseo che il nobile profeta che a lui contenderà il trono.




Negando il ciclo della Vita e violando il principio morale non più del Filosofo ma precetto di Dio.

Sovvertendo l’intero ordine del creato dall’alto dei cieli sino alla mite zolla di Terra.

Mio caro Antiquario da detta Ragione deriverà anche corretto intendimento non solo della morale, ma anche come l’uomo debba porsi al cospetto della Vita, non solo verso il proprio simile, ma anche verso tutto ciò in cui ugual medesima corruzione infrange l’unanime Legge di Dio per ogni cosa viva.

Tale corruzione purtroppo è divenuta costante regola con cui nutrire ciò che una volta era un misero equipaggio di una nave nella propria Odissea per tramutarlo in ciò in cui più vicino alla bestia, medesimo atroce Destino e non più mitica avventura, quando la sventura accompagnata dalla morte più miserevole  sopraggiunta come una peste nera al corpo ulcerato degli innumerevoli argonauti, più maiali che umani.




Sicché, caro amico Antiquario, abbiamo raggiunto anche un altro passo fondamentale del nostro amato Plutarco, il profondo solco o recinto che divide un campo ben seminato da un pessimo allevamento di Stato.

Coltivare la vera Ragione nella dura fatica della Terra Opera misericordiosa con la quale poter ottenere il favore di Dio.

Con la quale compiere la costante preghiera.

Con la quale riunirci e ricongiungi al ciclo da cui la Vita.  



Il tuo Aldo


Venezia 1509   









      

venerdì 31 luglio 2020

IL MALE DEL NOSTRO SECOLO (9)




























































Precedenti capitoli:

Epistole di Giuliano... (8/1)

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Pietro Paolo (10)














Il maestro sceglie il discepolo, ma il libro non sceglie i suoi lettori, che possono essere malvagi o stupidi; questo timore platonico perdura nelle parole di Clemente di Alessandria, uomo di cultura pagana:

‘La cosa più prudente è non scrivere ma invece apprendere e insegnare a viva voce, perché ciò che è scritto rimane’.

e in queste altre dello stesso trattato:

‘Scrivere in un libro tutte le cose è lasciare una spada in mano a un bambino’,

…che derivano anche da quelle evangeliche:

‘Non date le cose sante ai cani né gettate le vostre perle davanti ai porci, acciocché non le calpestino coi piedi, e si volgano contro di voi e vi sbranino’.




Questa massima è di Gesù, il più grande dei maestri orali, che una sola volta scrisse alcune parole in terra e nessun uomo le lesse (Gv, 8, 6).         
         
 Nell’ottavo libro dell’Odissea si legge che gli dèi tessono disgrazie affinché alle future generazioni non manchi di che cantare; l’affermazione di Mallarmé:  


‘Il mondo esiste per approdare a un libro’

…sembra ripetere, trenta secoli dopo, lo stesso concetto di una giustificazione estetica dei mali. Le due teleologie, tuttavia, non coincidono interamente; quella del greco corrisponde all’epoca della parola orale, e quella del francese a un’epoca della parola scritta.

In una si parla di cantare e nell’altra di libri.




Un libro, qualunque libro, è per noi un oggetto sacro; già Cervantes, che forse non ascoltava tutto quel che diceva la gente, leggeva perfino le carte strappate nelle strade.

Il fuoco, in una delle commedie di Bernard Shaw, minaccia la biblioteca di Alessandria; qualcuno esclama che brucerà la memoria dell’umanità, e Cesare gli dice:

‘Lasciala bruciare. È una memoria d’infamie’.

(J.L. Borges)




È questa irreversibile costante memoria di infamie che ci interessa, la quale compone la Storia; la quale ci priva del dono della saggia Parola, e talvolta anche del Pensiero come l’inutile materia vorrebbe per imporre la più deleteria corrotta dottrina contraria alla Vita.

E prima di lei lo Spirito e l’Anima che l’accompagna, rimpiangere ciò che al meglio componeva l’Armonia dismessa barattata e confusa…

È questa Memoria che vorremmo ritrarre  dipingere e descrivere sottratta all’occhio da cui la vera Natura abdicata alla demenza da cui la vostra materia…


  

In nessun paese esiste più una letteratura così grande come quella del mondo antico; i giornali, i libri scadenti d’ogni genere, le preoccupazioni della gente per ogni tipo di trasformazione concreta, hanno scacciato l’immaginazione viva del mondo.

Questi uomini, che tante centinaia d’anni separavano fra loro, avevano il medesimo Spirito. Siamo noi ad essere diversi; e allora mi tornò alla mente un Pensiero ricorrente, ossia che loro vivevano in tempi in cui l’immaginazione si rivolgeva alla stessa Vita per esaltarsi.

Il mondo non mutava velocemente intorno a loro!

Non c’era nulla che distogliesse la loro immaginazione dal mutarsi dei campi, dalle nascite e dalle morti dei loro figli, dal destino delle loro Anime, da tutto quanto costituisce la sostanza immortale della Letteratura.




Non dovevano intrattenere rapporti con un mondo composto da masse tanto enormi da poter essere rappresentate alla loro mente solo per mezzo di raffigurazioni e generalizzazioni astratte. Tutto quello che percorreva il loro animo vi si imprimeva con la vivacità dei colori dei sensi, e quando scrivevano, ciò scaturiva da una ricca esperienza personale, scoprivano i loro simboli espressivi nelle cose che avevano conosciuto per tutta una vita.

È la trasformazione che seguì il Rinascimento, e venne completata dal dominio dei giornali e dal movimento scientifico che ci ha sovraccaricato di queste frasi e generalizzazioni elaborate da menti che pretenderebbero di cogliere ciò che non hanno mai visto.




Esiste un’espressione presso un antico scrittore cabalistico sull’uomo che cade all’interno della sua stessa circonferenza: ora ad ogni generazione ci troviamo più lontani dalla Vita stessa e l’Anima-Mundi che forma la sua essenza, e cadiamo sempre di più in preda di quell’influenza cui si riferiva Blake quando scrisse:

I Re ed il Parlamento (e tutti i loro cortigiani) mi sembrano cosa diversa dalla vita umana (dalla realtà e verità umana)…

Perdiamo sempre più la libertà man mano che fuggiamo da noi stessi, e non solo perché le nostri menti sono stravolte dalle frasi astratte e dalle generalizzazioni, riflessi su uno specchio che sono un’apparenza della vita, ma perché abbiamo capovolto la scala dei valori e crediamo che la radice della realtà non stia al centro, ma da qualche parte in quella vorticosa circonferenza.




E in che modo potremmo creare come gli antichi, se innumerevoli considerazioni di probabilità esterne o di utilità sociale distruggono il potere creativo, solo apparentemente irresponsabile che è la Vita stessa?

…Ogni argomento come abbiamo letto ci riconduce a qualche concezione filosofica-religiosa, e alla fine l’energia creativa degli uomini dipende dalla loro fede di possedere, nel loro intimo, qualcosa di immortale e di incorruttibile, e che ogni altra cosa non è che un’immagine in uno specchio formare la spirale appena detta….

Sino a che questa fede non sarà soltanto formale, un uomo trarrà le sue creazioni da un’energia piena di gioia, senza cercare tante prove per un impulso che può essere davvero sacro, e senza ricorrere ad alcun fondamento fuori dalla vita stessa…




L’Arte, nei suoi momenti più alti, non è una creazione volontaria, ma deriva da un sentimento potente, dalla pura essenza intesa quale Anima-Mundi di vita, ed ogni sentimento è figlio di tutte le età passate (come una Spirale donde la vita) e sarebbe diverso se anche un solo istante fosse stato trascurato.

E davvero non è proprio quel piacere della bellezza e dell’armonia che dice all’artista che egli ha immaginato quel che forse non morirà, ed è esso stesso soltanto un piacere delle forme perenni e tuttavia cangianti in spirali di vita, nelle sue stesse membra e nei suoi tratti?

Quando la vita l’ha donato, non ha forse dato nient’altro che se medesima?

Riserva forse mai altra ricompensa, perfino ai santi?

Se uno fugge verso il deserto, non è quella luce chiara che cade sull’Anima quando tutte le cose insignificanti sono state allontanate, altri che la vita che l’ha sempre circondato, ora finalmente goduta in tutta la sua pienezza?

Se un uomo trascorre tutti i suoi giorni in buone opere sinché nel suo cuore non resti emozione alcuna che non sia colma di virtù, la ricompensa che implora non è forse vita eterna?

(W. B. Yates)




Il Cesare storico, a parer mio, approverebbe o condannerebbe il giudizio che l’autore gli attribuisce, ma non lo riterrebbe, come noi, uno scherzo sacrilego. La ragione è chiara: per gli antichi la parola scritta non era altro che un succedaneo della parola orale.

È fama che Pitagora non abbia scritto; Gomperz  sostiene che operò in tal modo perché aveva più fede nella virtù dell’istruzione parlata.

Di maggior forza della mera astensione di Pitagora è la testimonianza indubitabile di Platone. Questi, nel Timeo, affermò:

‘È ardua impresa scoprire l’artefice e padre di questo universo, e, una volta che lo si è scoperto, è impossibile rivelarlo a tutti gli uomini’,

…e nel Fedro narrò una favola egizia contro la scrittura (la cui abitudine fa sì che la gente trascuri l’esercizio della memoria e dipenda da simboli), e disse che i libri sono come le figure dipinte,

che paiono vive, ma non rispondono una parola alle domande che vengono loro poste’.

Per attenuare o eliminare tale inconveniente immagino il Dialogo filosofico così come abbiamo letto con Giuliano specchio dei Tempi che al meglio ritraggano




Leida 1629

Disegnare l’occhio che osserva (o al contrario, osservato, in questi Tempi al roverso del vero senso come sempre ammirato e contemplato…) era l’inizio dell’Arte.

Tracciare i contorni dell’organo della vista era l’iniziazione dell’apprendista al ‘mistero’ del suo mestiere ma anche un simbolo dello scopo di quel mestiere: una sorta di professione stenografica del potere della vista (non ancora del tutto ulcerata e corrotta).

La consuetudine di disegnare l’occhio umano doveva essere così radicata nell’inconscio di un artista da riaffiorare nel pieno della sua maturità, in forma di scarabocchio o di schizzo casualmente tracciato su un foglio bianco o su una lastra di recupero.

Un acquaforte dei primi anni Quaranta mostra su un lato un albero, su un altro una sezione destra della parte superiore del volto dell’artista, con l’occhio ben visibile sotto il berretto calcato sulla fronte; ma tra il berretto e l’albero c’è, del tutto a sé stante e perfettamente tracciato, un secondo occhio: spalancato vigile, vagamente inquietante.

Una Visione singolare!




Quando dipingeva occhi, dunque Rembrandt sapeva ciò che faceva.

Sapeva che nel repertorio convenzionale del linguaggio dell’occhio a disposizione dell’artista non c’era nulla di adeguato a questo momento; certo non bastava una fissità di occhi di vetro. Perciò per comunicare il senso di un distacco creativo, quel ‘sonno’ nella veglia che fin dai tempi di Platone gli autori paragonavano ad una sorta di trance sciamanico, opta per l’oscuramento.

Per il silenzio!

La Parola più comunemente usata per indicare quella situazione interiore era ingenium, o inventio, quel Divino Elemento, cioè, senza il quale mestiere e disciplina non erano che bassa manovalanza.

Quel Divino Elemento, cioè, senza il quale la Vita non avrebbe il perenne Studio da cui per ultimo l’uomo…




Solo l’ingenium distingueva chi era straordinariamente dotato da chi possedeva un mestiere perfetto.

Ma, a differenza della perizia tecnica e della pratica, l’ingenium non era cosa che si potesse acquisire con lo studio. Era una qualità innata e pertanto degna, letteralmente, di riverente timore:

Dono di Dio!

La Visione poetica veniva, in condizioni simili al delirio, a coloro che erano benedetti da quell’occhio interiore…

(S. Schama)




…Per tutti gli altri transitati nel comune Libro della Storia colma di infamie e ben conservata per ogni Secolo percorso al rogo della Memoria mai del tutto svelata neppure descritta e narrata qual male antico unanimemente condiviso in nome e per conto del falso progresso o atroce unanime apocalittico turpe destino, per tutti gli altri dicevo, ovvero i posseduti dal male antico, materia avversa allo Spirito, dedico cotal perla affinché sopravviva alle ceneri in ciò da cui il male si contraddistingue affliggere la Natura e con lei ogni Opera dell’Ingenium Creata…