giuliano

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IL TOMO

martedì 6 dicembre 2022

NEL MEZZO DEL DIALOGO, ovvero, VOLETE VEDERE COME OPERIAMO?.... (4)

 









Precedenti capitoli 


di uno e più Dialoghi  [3] 








l'Indagine prosegue (5) 







...con l'Arca o 


il Capitolo al completo!







AI NAVIGANTI  Il 1816 è conosciuto come “l’anno senza estate”. A causa dell’eruzione del vulcano Tamboro in India e delle polveri penetrate nella stratosfera, i mesi estivi furono freddi e spesso piovosi. In quell’estate vide la luce….

 

Ci è capitato un caso così strano che non posso far a meno di raccontartelo, anche se è molto probabile che mi rivedrai prima che queste righe ti giungano.

 

Lunedì scorso, eravamo quasi completamente circondati dai ghiacci che serravano la nave da tutti i lati lasciando a stento libero il tratto di mare sul quale galleggiavamo. La nostra situazione era piuttosto rischiosa, anche perché eravamo avvolti da una fitta nebbia. Di conseguenza ci mettemmo alla cappa sperando in un mutamento di tempo e visibilità.




Verso le due la nebbia si sollevò e scorgemmo distendersi in tutte le direzioni ampie e irregolari pianure di ghiaccio, senza fine. Alcuni miei compagni ebbero un gemito e anch’io cominciavo a provare una certa ansietà quando, d’un tratto, uno strano spettacolo attrasse la nostra attenzione, distogliendola dai nostri problemi. Distinguemmo un piccolo veicolo, fissato su una slitta trainata da cani, che procedeva verso nord, alla distanza di mezzo miglio.

 

Un essere che aveva l’aspetto umano, ma era di statura gigantesca, sedeva sulla slitta e guidava i cani. Osservammo la rapida corsa del viaggiatore con i nostri cannocchiali, finché scomparve tra le anfrattuosità del ghiaccio. Quest’apparizione ci provocò un enorme stupore. Noi eravamo, o così credevamo, a centinaia di miglia dalla terra più vicina, ma la figura intravista pareva indicare che non eravamo forse distanti come avevamo ritenuto. Bloccati dal ghiaccio, ci era impossibile seguirne la traccia che avevamo osservato con estrema attenzione.

 

Circa due ore dopo avvertimmo un sommovimento del mare e prima che fosse notte il ghiaccio si ruppe. La nave era libera. Rimanemmo tuttavia alla cappa fino al mattino, per timore di scontrarci nel buio con uno di quei massi di ghiaccio che vanno alla deriva quando il pack si spezza. Ne approfittai per riposare qualche ora.




Al mattino, non appena vi fu luce, salii sul ponte e trovai tutti i marinai affollati su un lato della nave: sembravano parlare con qualcuno in mare. C’era in effetti una slitta simile a quella del giorno prima, che era stata trascinata verso di noi durante la notte su un largo lastrone di ghiaccio. Solo uno dei cani era vivo, ma sulla slitta c’era un essere umano che i marinai cercavano di convincere a salire sul vascello. Non era un selvaggio abitante di isole sconosciute, come l’altro viaggiatore, ma un europeo. Quando fui sul ponte il nostromo disse: ‘Ecco il nostro capitano. Non permetterà che la morte vi sorprenda in mare aperto!’.

 

Nel vedermi lo sconosciuto mi parlò in inglese, anche se con accento straniero: ‘Prima che io salga a bordo volete avere la cortesia di informarmi sulla vostra direzione?’.

 

Puoi immaginare la mia sorpresa nel sentirmi fare una simile domanda da un uomo sull’orlo dell’abisso. Avrei immaginato che la mia nave fosse l’estrema occasione per un naufrago, da non scambiare con tutte le ricchezze di questa terra. Gli risposi comunque che eravamo in viaggio di scoperta verso il Polo Nord.

 

Udendo ciò apparve soddisfatto e acconsentì all’invito di salire a bordo. 


Buon Dio, Margaret! 




Se tu avessi visto l’uomo che aveva così mercanteggiato la sua salvezza, la tua meraviglia sarebbe stata senza limiti: gli arti erano quasi congelati e il suo corpo incredibilmente emaciato per lo sfinimento e la sofferenza. Non avevo mai visto un essere umano in condizioni così disastrose. Cercammo di trasportarlo in cabina, ma quando fu all’interno svenne. Lo riportammo sul ponte, cercando di rianimarlo frizionandolo con del brandy e inducendolo a inghiottirne qualche sorso. Non appena diede segni di vita lo avvolgemmo in coperte e lo sistemammo presso la stufa della cucina. A poco a poco si rianimò e mangiò un po’ di minestra che lo ristorò immediatamente.

 

Trascorsero due giorni prima che fosse in grado di parlare, e spesso temetti che avesse perduto la ragione per i patimenti subiti. Quando si fu un po’ ripreso lo portai nella mia cabina e ne ebbi cura, per quanto i miei impegni me lo permettevano. Non ho mai visto un individuo così interessante. I suoi occhi hanno un’espressione selvaggia e addirittura folle, ma ci sono momenti in cui, se qualcuno accenna a un atto di gentilezza o gli rende un favore, anche minimo, tutto il volto gli si illumina come di un raggio di benevolenza e dolcezza quale non ho visto mai. Più spesso è malinconico, disperato, e a volte digrigna i denti, come schiacciato dal peso di un dolore insostenibile.




Quando lo sconosciuto fu in grado di camminare, non mi fu facile tenere lontani gli uomini che ardevano dalla voglia di fargli mille domande. Non potevo permettere che venisse tormentato da futili curiosità perché nel suo stato fisico e mentale la guarigione dipendeva dall’assoluto riposo. Una volta però il secondo gli chiese come mai si fosse spinto così lontano, sui ghiacci e su un così strano veicolo.

 

All’improvviso assunse un’espressione profondamente desolata e replicò: ‘Per prendere qualcuno che mi sfugge!’.

 

‘L’uomo che inseguivate viaggia su una slitta come la vostra?’.

 

‘Sì’.

 

‘Allora ho l’impressione che l’abbiamo visto, il giorno prima di raccogliervi. Avvistammo dei cani che trascinavano attraverso i ghiacci una slitta su cui c’era un uomo’.




La rivelazione scosse lo straniero. Cominciò a fare domande su domande circa la direzione presa da quel demonio, così lo definiva. Poi, quando fummo soli, disse:

 

‘Senza dubbio ho suscitato la vostra curiosità, come quella di questa brava gente. Ma voi siete troppo discreto per fare domande’.

 

‘Certamente, sarebbe inopportuno e inumano da parte mia affaticarvi con un interrogatorio!’.

 

‘Però mi avete tratto da una situazione strana e pericolosa. Mi avete benevolmente riportato alla vita!’.

 

Poco dopo mi chiese se a mio parere la rottura dei ghiacci avesse distrutto l’altra slitta. Replicai che non ero in grado di rispondere con sicurezza perché il ghiaccio non si era spezzato fino a mezzanotte e il viaggiatore poteva nel frattempo aver raggiunto un riparo.

 

Non potevo dare un giudizio certo.




Da quel momento un nuovo soffio di vita ha rianimato le membra affrante dello sconosciuto. Mi ha chiesto con insistenza di salire sul ponte per vedere se la slitta fosse ricomparsa, ma l’ho persuaso a rimanere in cabina perché era ancora debole e non avrebbe potuto sostenere l’aria gelida. Gli ho promesso che qualcuno resterà in vedetta per lui e lo avvertirà immediatamente se dovesse apparire qualcosa.

 

Questa la cronaca, fino a oggi, della strana vicenda occorsami.

 

Lo straniero migliora, ma è molto taciturno e sembra a disagio quando qualcuno che non sia io entra in cabina. Per altro i suoi modi sono così affabili e gentili che tutti i marinai si preoccupano per lui, anche se hanno avuto ben pochi contatti. Quanto a me, comincio a volergli bene come a un fratello e il suo sordo e profondo dolore mi suscita simpatia e partecipazione. Deve essere stato davvero una nobile creatura nei suoi giorni migliori se anche ora, nella disgrazia, è così affascinante e amabile.




Ti dissi in una lettera, cara Margaret, che non avrei trovato amici sul vasto oceano; ora ho trovato un uomo che sarei stato felice di avere come fratello d’elezione, prima che la sventura fiaccasse il suo spirito. Continuerò a intervalli il mio resoconto sullo straniero se avrò nuovi fatti da raccontare.

 

Disprezzava le finalità della moderna filosofia naturale. Era ben diverso quando i maestri della scienza ricercavano immortalità e potere; questi obiettivi, seppure vani, erano grandiosi; ma adesso la scena era mutata. L’ambizione dei ricercatori sembrava limitarsi all’annullamento di quelle visioni sulle quali si fondava il mio interesse per le scienze. Mi si chiedeva di scambiare chimere di illimitata grandezza con realtà di poco valore.

 

Questi i miei pensieri per i primi due o tre giorni trascorsi a Ingolstadt, che furono dedicati a familiarizzare con i luoghi e le persone più interessanti della mia nuova residenza. Ma all’inizio della settimana successiva ripensai alle informazioni che il signor Krempe mi aveva dato circa le lezioni. E, benché non intendessi affatto andare ad ascoltare le concioni di quell’ometto borioso, ricordai ciò che mi aveva detto di Waldman, che ancora non avevo incontrato poiché era stato fuori città.




Spinto in parte dalla curiosità e in parte dal non aver nient’altro da fare, andai nell’aula dove quasi subito arrivò il signor Waldman. Questi era totalmente diverso dal collega. Sembrava sulla cinquantina: il suo volto esprimeva grande bonomia; radi capelli grigi gli coprivano le tempie, mentre quelli sulla nuca erano quasi neri. Era basso di statura ma con il portamento eretto, e la sua voce era la più dolce che avessi mai udito. Cominciò la lezione ricapitolando la storia della chimica e dei progressi compiuti da diversi studiosi, e pronunciava i nomi dei più eminenti tra costoro con grande fervore.

 

Quindi compì un rapido giro di orizzonte sullo stato presente della scienza spiegando una buona parte della terminologia più elementare. Dopo avere compiuto alcuni esperimenti introduttivi concluse con un panegirico della chimica moderna, le cui espressioni non dimenticherò mai più:

 

‘Gli antichi maestri di questa scienza’,

 

disse,

 

‘promisero l’impossibile e non giunsero a nulla…




I moderni maestri promettono davvero poco; sanno che i metalli non possono essere trasmutati e che l’elisir di lunga vita è una chimera. Ma questi filosofi, le cui mani sembrano fatte solo per frugare nel fango, i cui occhi sembrano fissarsi solo sul microscopio, o sul crogiuolo, hanno compiuto miracoli. Essi penetrano nei recessi della natura e ne rivelano l’opera segreta. Si librano verso il cielo; hanno scoperto la circolazione del sangue e la natura dell’aria che respiriamo. Hanno acquisito nuovi e quasi illimitati poteri, possono comandare al fulmine nel cielo, simulare il terremoto e prendersi gioco del mondo invisibile con le sue ombre’.

 

Tali furono le parole pronunciate dal professore o piuttosto, lasciatemelo dire, scagliate dal fato per la mia rovina.

 

Mentre lui proseguiva io provavo la sensazione che la mia anima stesse lottando contro un nemico in carne e ossa. Uno dopo l’altro venivano toccati i meccanismi che formavano il mio essere, tutte le corde della mia mente vibravano e presto in me non ci fu che un pensiero, un’idea, uno scopo. Molto è stato fatto – gridava l’anima di Frankenstein – ma molto, molto di più farò io!




Ripercorrendo le strade già battute mi farò pioniere di una nuova via, esplorerò forze sconosciute e svelerò al mondo i misteri insondabili della creazione.

 

Quella notte non chiusi occhio.

 

Tutto il mio essere era in preda all’agitazione e al tumulto. Sapevo che ne sarebbe nato un nuovo ordine ma non era in mio potere produrlo.

 

(M. Shelley)                      

 

 

Contro ogni forma di tortura sia antica che moderna, per ogni Essere vivente! 

 

L’INDAGINE PROSEGUE...







sabato 3 dicembre 2022

PROSPETTIVA E SVILUPPO DEL DIALOGO (3)











Capitoli...: 


con precedenti Dialoghi 


& una Epistola 


Prosegue con un 


Inter-mezzo (4/5)


 




 

Riassumendo brevemente il precedente Dialogo, parlando con il nostro Muir, siamo arrivati ad una grotta, e assieme abbiamo meditato, attraverso le nostre vite trascorse, ciò che al suo riparo nato e nascerà ancora, giacché ogni Caverna cela un Segreto antico per essere solo qui disquisito e dalla breve materia intuito, e con altrettante umane parole,… descritto.

 

Un Tempo i nostri comuni antenati in essa cercavano riparo, sia dalla natura ostile - teatro e palcoscenico di ugual esistenza evolutiva -, sia da medesima ostilità umana; poi in un mondo apparentemente evoluto, scaturì e fu scoperto nel suo ventre materno, un più profondo mistero riconducibile all’Universo e concernente un più probabile Linguaggio (simmetrico alla muta lingua di tanti Dèi e Uno).

 

Da lei e nel suo grembo nacque una più articolata Parola, e da eretico qual sono, affermo che nel Legno e nella Pieta studiata come interpretata, ma non certo pietra sepolcrale o legno di croce sacrificale, bensì due neoplatonici paradigmi strutturali di cui legno e pietra essenziali, concernenti una diversa architettonica interpretazione, o meglio, una diversa realtà interpretativa affine sia alla Storia che alla immateriale dottrina, ‘con cui e per cui’ la Terra nata e successivamente (nel bene o nel male) edificata, e di cui il Sentiero Uno!

 

Ovvero un apparente Nulla narrato e disquisito (simmetrico* e affine all’atto creativo di Dio da cui l’uomo impossibilitato nell’esercizio del calcolato Pensiero, immaginarlo e definirlo, come ben interpretarlo alla Luce, in cui e per cui, posto affine al miracolo della Vita…), sia da un ortodosso, come da un Eretico…, e nel Nulla meditato, come più volte ipotizzato, in qualche antico Scriptorium transitato! 

 

* [1 & 2]Che cos’è esattamente la simmetria? Nel linguaggio corrente, il termine ha due significati diversi. Il primo è vago e corrisponde all’eleganza delle proporzioni; il secondo, più preciso, si riferisce alla ripetizione di motivi in una forma. È questo secondo significato che interessa il matematico. Il corpo umano ha (approssimativamente) simmetria bilaterale: non si può distinguere un individuo dalla sua immagine  in uno specchio, perché le metà sinistra e destra del corpo sono sovrapponibili. Una stella di mare con cinque bracci identici comprende cinque assi di simmetria. Un fiocco di neve possiede sei assi di simmetria, e un nido d’api infinito ha, oltre ai sei assi di simmetria di ciascuna celletta, un’infinità di invarianze per traslazione. Allo scopo di definire esattamente l’essenza della simmetria, i matematici si interessano non tanto alla forma degli oggetti simmetrici, quanto alle trasformazioni che si possono far loro subire. Supponiamo di presentare a una persona una stella di mare perfettamente simmetrica, posata su un tavolo: poi, mentre il soggetto guarda altrove, ruoti amo la stella di mare di un quinto di giro. La persona interrogata non saprà decidere se la stella è stata ruotata o no, e il dubbio rimarrebbe anche se la rotazione fosse stata di due quinti, di tre quinti, di quattro quinti di giro, oppure se la stella di mare non si fosse mossa. Queste cinque trasformazioni lasciano la stella immutata e formano un insieme chiamato gruppo. Nel nostro contesto, la parola gruppo non ha solo il significato di raggruppamento, vale a dire di insieme di trasformazioni. Essa si riferisce a proprietà matematiche delle trasformazioni. Supponiamo di applicare in successione due trasformazioni del gruppo di simmetria della stella di mare: questa rimarrà ancora invariata, perché la combinazione di due trasformazioni del gruppo è ancora una trasformazione del gruppo. Questa proprietà è una delle più importanti della struttura di gruppo. Quando si combina una rotazione di un quinto di giro con una rotazione di due quinti di giro, il risultato è identico a quello che si ottiene quando si effettua direttamente una rotazione di tre quinti di giro. Considerando il giro come unità, si può scrivere: l /5 + 2/5 = 3/5. Questa particolare uguaglianza è ovvia, ma i gruppi riservano diverse sorprese matematiche. Immaginiamo una rotazione di tre quinti di giro seguita da una rotazione di due quinti di giro: la trasformazione combinata è identica a una rotazione di un giro completo.

 

In altri termini: 3/5 + 2/5 = O!

 

 

IL NOSTRO “GRUPPO” DIALOGANTE NASCE DA QUESTO ENUNCIATO, E NON ESULA DALL’INFINITA NATURA DONDE NATO; LA “SIMMETRIA” NE RAPPRESENTA SOLO UNA VISIBILE MATERIALE PROSPETTIVA, LA QUALE NON MUTA IL FINE PER CUI NATO IL PRESENTE FRAMMENTATO DIALOGO (e da un Oracolo rilevato così come rivelato, sia in Fisica che in medesima Sacra Dottrina, la NATURA COMPIE IL SUO CORSO SPECCHIO DEL DIO APPENA IMMAGINATO!)

 

 

Onda o Particella, il mistero rimane insoluto!

 

Sappiamo anche che una antichissima Filosofia, da cui il nostro ZERO matematico nato, si rifaceva ad un preciso Pensiero. Senza questo Nulla nella medesima ugual Storia, talvolta o troppo spesso mal interpretata, un specifico Linguaggio umano non sarebbe evoluto fors’anche mai nato così come neppure ben pronunziato.

 

Infatti, paradossalmente, prevale lo ZERO e il NEGATIVO, rispetto alle ‘progressive aggregative’ della calcolata materia, confermare non più asimmetrica concernente la vita e con essa la chimica evolutiva, ma divergenza letta nella carente deficienza immune rispetto a Colui che ci ha creato, scomposto negli innumerevoli altari degli Dèi, e successivamente ricongiunti nell’Uno pregato, e di cui due metà sanciscono il Fine di perseverare il vero e sano Intelletto naufragato e prossimo ad un NULLA ASSOLUTO!    

 

E di cui assommati a ciascuna metà alternativamente demonizzata, compiamo ugual Sentiero sperando di unire e giammai dividere. Ovvero, cercando di comprendere tutti quegli errori umani che non certo appartengono alla Natura Madre degli Dèi. Ovvero il riflesso Pensiero del Dio.

 

Per taluni animi più propensi ad una verità scientifica a cui non dissentiamo - seppur tali antiche verità rilevate ancorate alla trama ‘psicologica-mitologica’ connessa con la stessa universale coscienza, ortodossi e più propensi nel decifrare una diversa linguaggio specchio di una o più volontà protese alla cima nel fine d’una più profonda Coscienza rivolta, non più al mistero, ma alla precisa dettagliata, e oggi si suol dire come un secolar Tempo, infallibile naufragata conoscenza, abdicando all’immateriale Mistero poco margine interpretativo.

 

Tutto ciò osservato può e deve essere spiegato, il Mistero così come l’Anima, e l’immateriale di cui l’antica nostra Memoria forgiava non più Filosofia ma altrettante Verità, possono e debbono essere recise da una determinata cultura, per evolverla verso un multiforme formicaio e ad un ape regina!

 

Il nascente positivismo (come ad Atene Democrito sancì una nuova èra filosofica) inizierà a scrivere la sua nuova dottrina e con lui anche l’irreversibile declino della Storia. E ciò non certo un paradosso, ma prendere Coscienza del Tempo narrato dalla stessa infallibile simmetrica scienza geologica, ossia milioni di anni per evolvere e pochi decenni per distruggere! 

 

….Da un lato meraviglia il fatto che nessuno avesse mai tentato prima un’analisi strutturale globale dell’arte sulla base di una grammatica, ovvero di una tipologia dei segni, di una sintassi dei sistemi di associazione tra i segni. La logica scolastica diceva che, se non era già stato fatto, voleva dire che non era fattibile. D’altro canto, affermare, come facevo, che l’arte delle rinomate grotte della Dordogna seguiva gli stessi criteri e la stessa logica dell’arte degli aborigeni australiani o dei boscimani del deserto del Kalahari suscitava scandalo e anche risentimenti.

 

La scoperta di paradigmi universali proponeva una dimensione difficile da afferrare, in un mondo umanistico, più descrittivo che analitico, abituato a definire soprattutto caratteristiche locali, e a cercare più le differenze che le affinità.

 

Nell’arte dei primordi troviamo infatti archetipi e paradigmi del nostro essere e che abbiamo ancora profondamente dentro di noi. L’arte rupestre è un fenomeno mondiale comune alle popolazioni non letterate che inizia con Homo sapiens e viene sovente a cessare quando la gente che la pratica acquisisce una forma di comunicazione del tipo che chiamiamo scrittura…

 

In moltissimi complessi d’arte preistorica ed etnologica, in tutti i continenti e in tutte le categorie ricorrono tre tipi di segni grammaticali diversi tra loro:

 

Pittogrammi, figure nelle quali riteniamo di riconoscere forma identificabili con oggetti reali o immaginari, animali uomini o cose.

 

Ideogrammi, segni ripetitivi che vengono talvolta definiti come dischi, frecce, rami, bastoncini.

 

Psicodrammi, segni nei quali non si riconoscono e non sembrano rappresentati né oggetti né simboli.

 

Sono slanci, violente scariche di energia, che potrebbero esprimere sensazioni quali vita o morte o odio, o anche esclamazioni o auspici.

 

(E. Anati)

 

 

Se tale ‘assunto’ o ‘enunciato’ matematico lo dovessimo rappresentare sulla parete della stessa, avremmo un coefficiente di ‘irrisolvibilità’ numerica e rappresentativa espressa con ugual ‘pittogramma’ (ove ognun connesso Nessuno escluso); sproporzionata (e/o inversamente sproporzionata) e non più riconducibile alle proporzioni o fase storiche di ugual Memoria; il divario o il baratro che ne consegue troppo profondo come un Ade da cui non si riesce a scorgere né luce né vita; dato che dal ‘pittogramma’ si presume evoluti verso il numero da cui narrato il primitivo linguaggio, però impossibilitati nel rappresentare il divario, o l’improvviso abisso, in cui entrambi sprofondati qual geroglifico della nuova èra rappresentare ugual medesima pittografia, immune da qual si voglia grammatica evolutiva e più propensa all’antico psicodramma divenuta più farsa che tragedia. E non certo per le comuni condizioni in cui, pittogramma e/o futura scrittura nati, bensì per una frattura, e non più geologica da cui tellurica evoluzione, nell’arresto improvviso senza alcuna continuità evolutiva dettata da ugual opposta Spirale distruttiva.

 

Riconoscere l’impronta della stessa nel codice genetico della Terra, dall’Universo evoluta, significa considerare la forma della vita (per ogni sua impronta) letta e interpretata in ogni sua manifestazione. Solo una Spirale diversa avvitata su se medesima e rivolta contro il suo creatore compie l’odierna opera dell’uomo.  

 

Ogni vite e non solo Spirali diverse tra loro, ma le viti dell’uomo edificano quanto la Natura non avrebbe mai immaginato!  Certo partorì dinosauri e coccodrilli, però la Spirale evolutiva rese la grammatica affine ad un più reale Pensiero scritto in un Fine più serio per essere meditato e non certo maledetto…, come poi leggeremo circa il nostro Dialogo!       

 

Allora è necessario meditare cotal (orientale & occidentale) positivismo, ieri come oggi narrato, evoluto in maniera insoddisfacente e approssimato, giacché, e mi ripeto, se la comune Storia non l’avesse scritta una moneta (più o meno falsa), bensì una antica Caverna rettamente interpretata per ogni Elemento in lei transitato e successivamente immolato dall’umano per ciò cui dedotto il Sacrificio, ed ove insieme al mio amico riparati e congiunti ad un Infinito Dialogo interpretativo circa le inumane sorti dell’uomo non più divino, certamente la comune Memoria sarebbe più affine ad una Natura evoluta correttamente e con maggior Genio, e simmetrica con la stesso di cui un tempo facevamo caccia. Caccia proseguita nella più deleteria Spirale evolutiva (senza nessun esame di Coscienza circa l’Anima Mundi della Terra) e neppure affine - o del tutto immune - al più grande scheletro di Mammut rinvenuto in ugual Caverna, il quale seppur seguendo il suo istinto come l’improprio estinto esempio evolutivo, mai avrebbe compiuto nei Secoli ciò di cui l’uomo annoverato nelle storiche biblioteche, così come conservato per ogni ritratto ben dipinto comporre il dubbio profilo su medesimo ramo (...non ancora estinto)!

 

Infatti in ciò che comporrà ancor cotal Infinito Dialogo, assieme scorgiamo un coccodrillo nella melma in cui nostro malgrado ci troviamo, e di cui in ultimo simmetricamente meditiamo (circa l'umano)!

 

 La nostra comune natura connessa con l’Anima-Mundi della Terra, alla deriva del bagaglio genetico d’una comune Memoria forgiare la Storia rimembrata come ricercata con sempre maggiore precisione, certamente possiamo affermare che se la stessa l’avesse scritta un Albero, e con lui l’intera Natura dal Carbonifero nata, ove all’ultimo secondo ne raccogliamo impropriamente l’eredità abdicata ad ugual istinto umano e non certo di sopravvivenza, avremmo, come presto assieme al mio amico ragguagliamo, scritto più profonde pagine della stessa simmetricamente alla Natura, e giammai divergere dalla medesima smarrendo il comune (dialogato) Sentiero, e certamente affini al Tempo narrato. 

(Giuliano)








giovedì 1 dicembre 2022

UNA (antica) EPISTOLA

 










Precedenti riferimenti: 









circa ciò che non deve.... 







Prosegue con alcune... 


'Simmetrie' [2] 


& ancora con il racconto








della Domenica, ovvero,


il Carbonifero!



 

 







Correvano voci, ma varie e indistinte, che dalla sua condotta non volgare, dai suoi rapporti con Filosofi e asceti d’Oriente, stimavano indurre alcunché circa la missione e i propositi del nuovo cesare. Tanto che (se ha qualche senso la leggenda), non appena egli fu giunto in Gallia, dove Costanzo lo inviava ad esercitare l’ufficio di re, ed entrò in Vienna fra le acclamazioni della folla, una vecchia cieca, chiesto chi arrivava e rispostole: Giuliano cesare, 

 

Questo è,

 

…gridò,

 

colui che ristabilirà gli altari degli Dei!


 

                                                   GLI ALTARI DEGLI DEI




 

 

 

Ovvero uomini e Dèi!

 

Quale differenza?

 

Quale mistero celato dall’inutile tempio della parola.

 

Ho letto un Tomo di una scriba del Tempio, di un ipocrita fariseo, di un presunto eletto, che poco o nulla ha compreso di quanto Giuliano il caldeo, mi ha insegnato per ogni Frammento.

 

Ovvero, ciò di cui la Natura ci fa dono, e non certo nell’immacolato Verbo, bensì muto frammentato Intelletto del Primo Dio, per grazia della grande  intuizione di cui ogni immacolato essere connesso con l’Universo intero.

 

Guarda, o nobile presunto padrone (della Terra come dell’Universo intero), o peggio ancora, dispensatore, dell’Intelletto posto nei mediocri asterischi del sapere, guarda e osserva la ma voce la mia lingua, come alta vola in cielo protesa nell’elevata orbita dell’Universo. Conosce e presiede ogni segreto violato, ogni forza della corrente, ogni cantico, ogni direzione dell’antico vilipeso Tempo, eppure meschino essere senza ali né angeli né dèmoni antichi, non hai ancora imparato a volare, come, (seppur ti sforzi) a pregare, accompagnato da falsi grassi putti alati.




E seppure costruisci magnifiche opere date dalla falsa Ragione del tuo basso Intelletto, miri e infrangi, con un breve frammentato asterisco, l’intera segreta antica Dottrina degli Dèi.

 

O se preferisce Legge Divina!

 

La riponi nella bisaccia come tesoro della sapienza antica, non avendo capito ciò per cui si differenzia (compone e/o scompone) Infinito e antico (oracolo e dio),  e ne fai cibo e bottino di caccia la quale dovrebbe saziare e appagare l’ingordo umano appetito della materia, come simmetricamente quello della Ragione data dal presunto Intelletto.

 

Eppure, ognuno di loro, per grazia del Raggio Divino del Dio infinito (oracolo o Elemento di Dio), vola parla migra e compie il miracolo della vera Vita, in suo Eterno nome, senza parola alcuna e al di fuori dalla frammentata comprensione umana.

 

Si orienta e per sempre si volgerà nella giusta direzione data dall’impareggiabile grammatica, mentre tu, misero, perderai e estinguerai il breve elevato linguaggio.

 

Per quanto ti ostini mai ne riuscirai a comprendere né la purezza né la Rima qual parola del nostro Dio.  




Ed ove il presunto Verbo ne ha offuscato il motivo disceso in questa Terra dall’Universo intero, per insegnarci il miracolo, non più del Pensiero, ma del principio che lo precede nella immutata divina bellezza corrotta dall’uomo e le sue pretese di Parola o Intelletto che lo differenziano.

 

Se pensi che l’evoluzione si compia nell’errore dell’uomo qual pensiero d’un diavolo, sei in profondo inumano errore ben cogitato come pregato, ti basti comprendere che il Linguaggio o il mistero della Parola e fors’anche dell’intera Filosofia, risiede nella pura negazione della stessa, per questo ho meditato nel profondo una diversa Conoscenza senza conoscenza alcuna.

 

E questa sappi una Eresia antica (o Gnosi pagana ancor più antica, oppure se preferisci mio dotto, una teologia altrettanto antica…) trascesa fino ad un grande Maestro (simmetrico, suo malgrado, per ugual medesimo volo ad una terra altrettanto distante in cui nato al Tetto della Terra hora sprofondata in ugual disgrazia), il quale incontrai per ugual medesima Selva incolpato di rinnegare l’Essere nel-Non Essere prossimo al Nulla, per darsi al miracolo contemplativo, e così meglio comprendere l’Atto di Dio, dato nella pura negazione del frammentato atto umano (e con esso anche la mistica negativa data dal Principio assoluto della Conoscenza da cui l’Intelletto); e come, simmetricamente, sottrarsi al Karma dell’esistenza data dall’atto contemplativo prossimo all’èstasi mistica, per ascendere al Primo Immacolato Principio di cui l’Anima conserva l’impronta prossima all’Infinito.




Perché pensi che noi Anime Eterne ci incontriamo e svolgiamo ancora l’esercizio immacolato degli Dèi, per un caso?

 

Pensi un caso che assolviamo l’antica Legge, e così facendo la ripristiniamo nell’ordine muto della segreta Scienza (o Dottrina) da cui ogni Legge deriva.

 

Tu invece giudichi e non sei ancora giudicato, la nostra Dottrina ti beneficerà anche di questo dono fors’anche e ancor meglio, sentenza!

 

Per ciò cui posto fra una parentesi a material asterisco, certamente tutto ciò può e appare pazzesco!

 

Eppure, guarda con cui accompagnato nel nostro Infinito Dialogo, con colui che ha viaggiato per l’intero Universo, e del quale per ogni umile Bosco ove incamminato, dall’umana medesima ciarlata lingua riparato, giacché ha compreso la differenza fra un Pino ed un Faggio.




Io, che sono (stato anche) Faggio ho capito la volontà Infinita di codesto viandante dell’Universo!

 

Il nostro Bosco, la nostra Selva, vista dall’alto della materia, appare come una fitta (universale) boscaglia (da cui solo legno e rogo), il Pino che vi dimora, sempreverde, immune dalle stagioni della Vita; il Faggio antico, invece, pone differenza fra l’Universo e le Stagioni della stessa. Proprio queste sue (lapidarie) Parole ci hanno unito nella contemplazione del meschino essere che è apparso al nostro cospetto, e munito del presunto Intelletto racchiuso nel frammentato Verbo, dato all’ultimo secondo in cui nata la dotta selva del linguaggio!

 

Eppure, tutto ciò che vedi dall’alto della minuscola tua vista, posta fra un asterisco e una parentesi, ha corrotto l’antico Primo Linguaggio, con l’inganno della frammentata parola.

 

Eppure, non hai compreso, carissima dotta ignoranza spacciata per sapienza in cerca della bestia antica, il linguaggio frammentato del mio Giuliano. Poche deliranti note date dalla voce del vento, posate poi su una foglia e ammirate da un volo troppo antico per essere posto su un frammentato asterisco. Poi una leggera corrente di vento, per dirmi che ho imparato a volare pur stando in èstasi fermo, giacché ognuno di loro insegna ciò di cui l’uomo mai ha compreso (e di cui si ciba per comandamento), e ogni loro dono o insegnamento mi pongono alla preghiera del Dio da voi profanato e violato ogni giorno da cui l’inutile tempo comandato e ben numerato.




Certo, potrai, se solo vorrai, saziare l’ingordo intestino con un piccolo ma grande Dio, e così essere da noi sepolto nel fango pietroso del profondo Ade. Certo rinascerai e aspirerai ai muti elevati mutevoli motivi, oppure se preferisci, principi, da voi nominati, in dotto inumano linguaggio: incompresi deliri, verso un nuovo ciclo (cui destiniamo l’ingordo appetito). Dal fuoco, nato dal freddo Universo osservato, diverrai crosta, poi approderai alla deriva del grande mare, sarai acqua e aspirerai alla luce o un misero raggio della stessa, ma la nebbia di scomposti inaggregati elementi ti acceca la vista, per poi, fra milioni  di secoli, quando avrai imparato a volare (ciò che sempre hai voluto racchiuso nell’ala del nostro pensiero data per cacciato nutrimento) e riconoscere un sacro Elemento alla volta, e con loro, i motivi del segreto Linguaggio, pregare e comporre una complessa grammatica, dolce e salata, come l’acqua, che in questa stessa hora, implora medesima ugual preghiera, in questa ugual hora, su questa misera crosta, impossibilitata e muta alla Parola, implora(re) il suo Dio!




Tu, grande uomo, conoscerai sabbia e deserto, ove fondato il più vasto regno del Diavolo; tuo creatore e padrone, conoscerai e pregherai Lucifero in persona e ne canterai ogni ode alternata dalla tua inutile corrente d’ogni giorno venerato nelle tenebre più profonde dell’Intelletto. Scaverai per meditare e bramare l’oro profondo d’un pozzo senza fondo che ti potrà beneficiare della predata esistenza, per lui, nero catrame della breve vita, ucciderai il nostro Dio, e con Lui gli antichi Dèi in cui scomposto il frammentato incompreso linguaggio.   

 

Ebbene, mia cara amico/a, visto che ti dedico questa breve epistola, dopo, sappi, che dalla Foresta è comparsa un una bestia (detta nel vostro gergo) la quale mi ha insegnato lo smarrito Sentiero, per grazia dell’uomo (da lei nato) dato dall’altitudine del numerato Intelletto.




Mentre una ‘terapeuta’ (la quale come solo svago ha la passione di ululare all’umano) mi baciava sulla testa cercando di conferirmi corona divima per ogni frammentata Preghiera sottratta all’antica conoscenza scritta su un Faggio, e di cui sana e profonda ispiratrice (giacché dalla sua ombra nata e scaturita); ogni tanto, infatti, si ciba della vostra pecunia più simile allo sterco di questa Terra, dacché ho compreso ancora gli ambasciatori divini di cui le divine immacolate acquee di Zeus mi hanno fatto tesoro e dissetato!  

 

Pur avendo letto ogni Libro ho provato e provo ancora una grande umana repulsione per il vostro composto articolato incompiuto linguaggio, e dal Sogno di questa èstasi nell’elevato Universo ove mi trovo, giacché anch’io umano come il mio amico (da cui il Dialogo), ho iniziato codesto lento irreversibile delirio dato dalla vista del vostro eretto nascere e camminare….

 

(Epistola di Giuliano ai Dotti del profanato Tempio)