giuliano

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IL TOMO

giovedì 7 febbraio 2019

LA BEATRICE DUPLICATA


















Prosegue in:

...Et anco cagionata ...(trad: ed anche ragionata)...











In questi tempi andati persi dismessi meccanicamente avariati quantunque contrastati al pari del veloce desiderato ‘domani’ tutti indistintamente innamorati del visore ad alta velocità connesso in cui calato l’oculo quanto l’intero Intelletto abdicato per conto ed in nome del ‘progresso’, e a chi ‘nulla’ ma tutto pretende e comprende giammai sia svelata l’Eva o Beatrice in trepida attesa rivelata nella mela coltivata d’una nobile antica filosofia celata (che Apple mi perdoni per l’ignobile Eresia la sua tentazione miglior ‘peccato’ annunziato al trono assiso tutti gli altri frutti del giardino coltivato un nulla dinnanzi alla nuova creazione genesi dell’intero misfatto….) qual umile  comparsa al palcoscenico cui destinata ad un ruolo subalterno, difatti successivamente qual vero Intelletto ‘internata’. Giacché cotal Universo stracolmo di nobili attori da regali ciarlatani accompagnati ed incaricati recitare ridicola farsa tele-comandata. L’intelletto duplicato con l’Anima in (corto)circuito prestampato ad un microencefalochip delegato e meccanizzato regnare dal terzo cielo mirabilmente (ri)creato… 






L’amor platonico e beatrice svelata e celata all’Intelletto vien ora duplicata così come il nuovo amore corrisposto presso l’officina meccanica specializzata. Mi pare un dovere celare la Natura quanto l’Arte barattata d’un antico Aristotele coltivato impropriamente nel proprio ed altrui  futuro giardino alla mercé d’una macchina al pari di Tristana la bambola che ti sollazza e trastulla amor gettonato e ad ognun promesso dal terzo cielo calato per il nuovo celebroleso all’intelletto dalla parabola innestato. E nel nuovo Evo così mirabilmente con-diviso donare all’altrui ciarlare e calunniare d’una impropria meccanica officina meccanizzata la duplice copia d’un’amor impossibile tridimensionalmente corrisposto per la gioia del Progresso mirabilmente duplicato doppio nell’intento coltivato…  





Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete,
udite il ragionar ch’è nel mio core,
ch’i’ no’l so dire altrui, sì mi par novo.
El ciel che segue lo vostro valore,
gentili creature che voi siete,
 mi tragge nello stato ov’io mi trovo;
onde ’l parlar della vita ch’io provo
par che·ssi drizzi degnamente a voi:
però vi priego che·llo m’intendiate.
Io vi dirò del cor la novitate,
come l’anima trista piange in lui,
e come un spirto contra lei favella
che vien pe’ raggi della vostra stella.

Suol esser vita dello cor dolente
un soave penser che’sse ne gìa
molte fïate a’ piè del vostro Sire,
ove una donna glorïar vedea,
di cui parlav’a·mme sì dolcemente
che l’anima dicea: ‘I’ me’n vo’ gire’.
Or apparisce chi lo fa fuggire
e segnoreggia me di tal vertute
che ’l cor ne trema che di fuori appare.
Questi mi face una donna guardare
e dice: ‘Chi veder vuol la salute,
faccia che gli occhi d’esta donna miri,
sed e’ non teme angoscia di sospiri’.

Trova contraro tal che lo distrugge
l’umil pensero che parlar mi sole
d’un’angela che ’n cielo è coronata.
L’anima piange, sì ancor le ·n dole
e dice: ‘Oh lassa me, come si fugge
questo pietoso che m’ha consolata!’
Degli occhi miei dice questa affannata:
‘Qual ora fu che tal donna gli vide!
E perché non credeano a me di lei?
Io dicea: `Ben negli occhi di costei
de’ star colui che le mie pari uccide´.
E non mi valse ch’io ne fossi accorta
che non mirasser tal, ch’io ne son morta’.

‘Tu non sè morta, ma sè ismarrita,
anima nostra che sì ti lamenti’,
dice uno spiritel d’amor gentile;
‘ché quella bella donna che tu senti
ha trasmutata in tanto la tua vita
che’nn’ha’ paura, sì sè fatta vile.
Mira quant’ell’è pietosa e umìle,
cortese e saggia nella sua grandezza,
e pensa di chiamarla donna ormai.
Ché se tu non t’inganni, tu vedrai
di sì alti miracoli adornezza,
che tu dirai: `Amor, segnor verace,
ecco l’ancella tua, fa’ che’tti piace’.

Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragione intendan bene,
tanto la parli faticosa e forte.
Onde, se per ventura egli adiviene
che tu dinanzi da persone vadi
che non ti paian d’essa bene accorte,
allor ti priego che ti riconforte,
dicendo lor, diletta mia novella:
‘Ponete mente almen com’io son bella’.






L’ultima persona al mondo a cui un duplicatore tridimensionale avrebbe dovuto finire in mano è Gilberto; ed invece il Mimete gli cadde in mano subito, un mese dopo il suo lancio commerciale, e tre mesi prima che il noto decreto ne vietasse la costruzione e l’impiego; vale a dire, ampiamente in tempo perché Gilberto si mettesse nei guai…

…Gli cadde in mano senza che io potessi fare nulla: stavo a San Vittore, a scontare la pena del mio lavoro di pioniere, ben lontano dall’immaginare chi, e in che modo, lo stesse continuando. Gilberto è un figlio del secolo. Ha trentaquattro anni, è un bravo impiegato, mio amico da sempre. Non beve, non fuma, e coltiva una sola passione: quella di tormentare la materia inanimata. Ha uno sgabuzzino che chiama officina, e qui lima, sega, salda, incolla, smeriglia. Ripara gli orologi, i frigoriferi, i rasoi elettrici; costruisce aggeggi per accendere il termosifone al mattino, serrature fotoelettriche, modellini che volano, sonde acustiche per giocarci al mare. Quanto poi alle auto, non gli durano che pochi mesi: le smonta e rimonta continuamente, le lucida, lubrifica, modifica; gli monta sopra futili accessori, poi si stufa e le vende.

…Emma, sua moglie (una ragazza incantevole), sopporta queste sue manie con mirabile pazienza…




Ero appena rientrato a casa dalla prigione, quando suonò il telefono. Era Gilberto, ed era regolarmente entusiasta: possedeva il Mimete da venti giorni, e gli aveva dedicato venti giorni e venti notti. Mi raccontò a perdifiato le meravigliose esperienze che aveva realizzate, e le altre che aveva in animo di fare; si era comperato il testo del Peltier, Théorie générale de l’imitation, e il trattato di Zechmeister e Eisenlohr, The Mimes and other Duplicating Devices; si era iscritto ad un corso accelerato di cibernetica ed elettronica. Le esperienze che aveva realizzate assomigliavano melanconicamente alle mie, che mi erano costate abbastanza care; tentai di dirglielo, ma fu inutile: è difficile interrompere un interlocutore al telefono, e Gilberto in specie. Alla fine, tolsi brutalmente la comunicazione, lasciai il ricevitore staccato e mi dedicai agli affari miei.

Due  giorni dopo il telefono squillò nuovamente: la voce di Gilberto era carica di emozione, ma recava un inconfondibile accento di fierezza.

- Ho bisogno di vederti immediatamente.

- Perché? Che cosa è successo?

- Ho duplicato mia moglie, - mi rispose.




Giunse dopo due ore, e mi raccontò la sua stolta impresa. Aveva ricevuto il Mimete, aveva eseguito i soliti giochetti di tutti i principianti (l’uovo, il pacchetto di sigarette, il libro, eccetera); poi si era stancato, aveva portato il Mimete in officina e lo aveva smontato fino all’ultimo bullone. Ci aveva pensato sopra tutta la notte, aveva consultato i suoi trattati, e aveva concluso che trasformare il modello da un litro in un modello più grande non doveva essere impossibile, e neppure tanto difficile. Detto fatto, si era fatto spedire dalla NATCA, non so con quali pretesti, 200 libbre di pabulum speciale, aveva comprato lamiere, profilati e guarnizioni, e dopo sette giorni il lavoro era compiuto. Aveva costruito una specie di polmone artificiale, aveva truccato il timer del Mimete, accelerandolo di una quarantina di volte, ed aveva collegato le due parti fra di loro e col contenitore del pabulum.


Questo è Gilberto, un uomo pericoloso, un piccolo prometeo nocivo: è ingegnoso e irresponsabile, superbo e sciocco. È un figlio del secolo, come dicevo prima: anzi, è un simbolo del nostro secolo. Ho sempre pensato che sarebbe stato capace, all’occorrenza, di costruire una bomba atomica e di lasciarla cadere su Milano ‘per vedere che effetto fa’. 














domenica 3 febbraio 2019

IL TERZO GIORNO














Prosegue nel:

Sesto Giorno















Rimetto agli atti il verbale dell’assemblea riunita per la creazione dell’homo-novo modello pre-marcato alla Genesi del dovuto mercato convenuto. Circa il ‘chi’ il ‘come’ e il ‘quando’ preferiamo tacere in onore dell’intelletto del medesimo homo (ri)creato e offeso; giacché qui disposto ed esposto il Verbale dell’assemblea cui ogni difettevole compromesso taciuto… Così ci sia concesso superiore Verbo [o  Giusto Intelletto] rispetto a chi pensa creare  paradossale compromesso - in difetto per l’appunto - del dovuto Ingegno necessario e sufficiente con cui si è soliti Creare uno Stato - in ciò che è Stato e divenuto Golem taciuto - dalla zolla cresciuto in difetto però del dovuto seme con cui si è soliti concimare la Terra alla serra della nuova Genesi convocata ed anco rimata. Non sia d’offesa alcuna per il Golem e l’alchimista che l’ha così mal concepito pensando di creare l’oro della futura ricchezza malmente partorita ed equamente (ri)distribuita dalla melma risorta concepire la vita. Dall’alto del nostro cielo ammiriamo siffatto futuro mostro pensare cogitare e inciampare ancor prima di imparare a camminare o solo respirare, giacché chi l’ha concepito un inutile politico accompagnato dal ridicolo in ciò che Stato e Golem divenuto… 

  











    
Dramatis

Personae

Arimane

Ormuz

Segretario

Consigliere anatomista

Economo

Ministro delle Acque

Consigliere psicologo

Consigliere termodinamico

Messaggero

Consigliere chimico

Consigliere meccanico


Scena, per quanto è possibile, aperta e profonda. Un tavolo molto massiccio e rozzo, sedie ricavate da blocchi di pietra. Un enorme orologio dal battito molto lento e rumoroso, il cui quadrante porta, invece delle ore, geroglifici, simboli algebrici, segni dello zodiaco. Una porta in fondo.






ARIMANE (tiene in mano, aperta, una lettera dai molti sigilli; ha l’aria di continuare un discorso già iniziato) Venerabili signori, si tratta dunque di concludere, direi coronare, il nostro ormai lungo lavoro. Come ho avuto l’onore di esporvi, la Direzione, pur con qualche minore riserva, e ripromettendosi di apportare qualche non essenziale modifica al nostro operato, è in linea di massima soddisfatta sia dell’organizzazione da noi attuata, sia della sua attuale gestione. È stata encomiata particolarmente la elegante e pratica soluzione del problema della rigenerazione dell’ossigeno [accenna al consigliere termodinamico], il felice procedimento proposto e realizzato dal consigliere chimico (cenno e inchino c. s.) perla chiusura del ciclo dell’azoto; ed in  altro campo, non meno importante, la messa a punto del volo battente, per cui sono lieto di trasmettere al consigliere meccanico (cenno e inchino c. s.) l’alto elogio della Direzione, insieme con l’incarico di renderne partecipi il preposto agli uccelli ed il preposto agli insetti che lo hanno coadiuvato. Devo infine lodare la solerzia e la perizia delle maestranze, grazie a cui, quantunque l’esperienza di fabbricazione non possa dirsi lunga, lo sfrido, gli esemplari bocciati al collaudo e gli scarti di produzione possono dirsi ridotti a limiti più che soddisfacenti. Nella sua odierna comunicazione, la Direzione (mostra la lettera) rinnova, in forma più esplicita, le sue pressioni affinché i lavori di progettazione relativi al modello Uomo trovino sollecita conclusione. Allo scopo di adeguarci per il meglio alle superiori disposizioni, sarà quindi opportuno addentrarsi risolutamente nei particolari del progetto.






ORMUZ (è un personaggio triste e dimesso. Durante tutto il discorso di Arimane ha dato segni di inquietudine e disapprovazione; a varie riprese ha accennato a prendere la parola, poi, come se non osasse, si è riseduto. Parla con voce timida, con esitazioni e pause, come se trovasse a stento le parole) Vorrei pregare il mio venerabile collega e fratello di dare pubblica lettura alla mozione a suo tempo approvata dal Consiglio direttoriale esecutivo, relativa alla questione Uomo. È passato parecchio tempo, e temo che alcuni degli interessati non l’abbiano più presente.


ARIMANE (visibilmente contrariato: guarda con ostentazione l'orologio da polso, poi il grande orologio) Collega segretario, la prego di ricercare fra gli atti la mozione Uomo, ultima redazione. Non ne ricordo con esattezza la data, ma dovrebbe trovarsi press’a poco all’epoca dei primi verbali di collaudo relativi ai placentati. La prego di far presto: la quarta glaciazione sta per cominciare, e non vorrei che si dovesse rimandare tutto ancora una volta.





SEGRETARIO (nel frattempo ha cercato e trovato la mozione in un voluminoso incartamento; legge con voce ufficiale) ‘II Consiglio direttoriale esecutivo, persuaso che (mormorto incomprensibile)... considerando... (c. s.); nell’intento di... (c. s.); conformemente ai superiori interessi della... (c. s.); RITIENE OPPORTUNA la progettazione e creazione di una specie animale distinta da quelle finora realizzate per i requisiti seguenti: a) particolare attitudine a creare ed utilizzare strumenti; b) capacità di esprimersi articolatamente, ad esempio mediante segni, suoni, o con qualsiasi altro mezzo che i singoli signori tecnici riterranno atto allo scopo; c) idoneità alla vita sotto condizioni di servizio estreme; d) un certo grado, da stabilirsi sperimentalmente al suo valore ottimale, di tendenza alla vita associata. Sollecita dai signori tecnici e dagli uffici competenti il massimo interessamento per il suddetto problema, che riveste carattere di urgenza, e ne auspica una rapida e brillante soluzione’.





ORMUZ (si alza bruscamente in piedi e parla colla precipitazione dei timidi) Non ho mai fatto mistero della mia opposizione di principio alla creazione del cosiddetto Uomo. Già all’epoca in cui la Direzione aveva, non senza leggerezza (mormorii: Ormuz aspira profondamente, esita, poi continua) formulato la prima stesura della mozione ora letta, avevo fatto presenti i pericoli connessi con l’inserimento del cosiddetto Uomo nell’equilibrio planetario attuale. Naturalmente, conoscendo l’importanza che per ragioni fin troppo ovvie la Direzione annette al problema in questione, e la proverbiale ostinazione (mormorii, commenti) della Direzione medesima, mi rendo conto che è ormai tardi per provocare il ritiro della mozione. Mi limiterò quindi, volta per volta, ed in sede puramente consultiva, a suggerire quelle modifiche e quelle attenuazioni all’ambizioso programma del Consiglio che, secondo me, ne permetteranno l’attuazione senza eccessivi traumi a lunga o breve scadenza.





ARIMANE Sta bene, sta bene, venerabile collega. Le sue riserve sono note, noto è il suo personale scetticismo e pessimismo, e nota infine è la sua interessante relazione sul discutibile risultato di esperimenti similari da lei stesso condotti in varie epoche e su altri pianeti, al tempo in cui avevamo tutti le mani più libere. Sia detto fra noi, quei suoi conati di Superbestie tutte raziocinio ed equilibrio, piene fino dall’uovo di geometria, di musica e di saggezza, facevano ridere i polli. Sapevano di antisettico e di chimica inorganica. A chiunque avesse una certa pratica delle cose di questo mondo, o d’altronde di qualsiasi altro mondo, sarebbe stata intuitiva la loro incompatibilità con l’ambiente che le circondava, ambiente per necessità florido e putrido insieme, pullulante, confuso, mutevole. Mi permetterò di ripeterle che proprio a causa di questi insuccessi la Direzione insiste e preme ora affinché venga finalmente affrontato di petto, con serietà e competenza, (ripete con intenzione) con serietà e competenza, ho detto, questo ormai vecchio problema; ed affinché faccia la sua comparsa l’ospite atteso, (liricamente) il dominatore, il conoscitore del bene e del male; colui insomma che il Consiglio direttoriale esecutivo ebbe elegantemente a definire come l’essere costruito ad immagine e somiglianza del suo creatore. (Applausi composti ed ufficiali). Al lavoro, dunque, o signori; ed ancora una volta permettetemi di ricordarvi che il tempo stringe.


CONSIGLIERE ANATOMISTA Domando la parola.


ARIMANE La parola al collega consigliere anatomista.






CONSIGLIERE ANATOMISTA Dirò in breve quanto la mia competenza specifica mi suggerisce circa l’impostazione del problema. In primo luogo, sarebbe illogico partire da zero, trascurando tutto il buon lavoro svolto finora sulla terra. Già possediamo un mondo animale e vegetale approssimativamente in equilibrio; raccomando perciò ai colleghi progettisti di astenersi da scarti troppo arditi e da troppo audaci innovazioni sui modelli già attuati. Il campo è già fin troppo vasto. Se mi fossero concesse indiscrezioni che sfiorano i limiti del riserbo professionale, potrei intrattenervi a lungo sui numerosissimi progetti che vanno accumulandosi sul mio scrittoio (per non dire di quelli cui si addice il cestino). Notate bene, si tratta di materiale spesso assai interessante, e comunque originale: organismi progettati per temperature varianti da - 270 a + 300° C, studi su sistemi colloidali in anidride carbonica liquida, metabolismi senza azoto o senza carbonio, e cosi via. Un bel tipo mi ha addirittura proposto una linea di modelli vitali esclusivamente metallici; un altro, un ingegnosissimo organismo vescicolare quasi perfettamente autarchico, più leggero dell’aria perché gonfio di idrogeno che esso ricava dall’acqua mediante un sistema enzimatico teoricamente ineccepibile, e destinato a navigare col vento per tutta la superficie terrestre, senza sensibile spesa di energia. Accenno a queste curiosità essenzialmente per darvi un’idea dell’aspetto, dirò cosi, negativo delle mie mansioni. Si tratta, in vari casi, di temi potenzialmente fecondi: ma sarebbe a mio parere un errore lasciarsi distrarre dal loro indiscutibile fascino. Mi pare indubbio, se non altro per ragioni di tempo e di semplicità, che nel progetto in esame il punto di partenza vada cercato in uno dei campi in cui la nostra esperienza sia stata meglio e più a lungo collaudata. Questa volta non ci possiamo permettere tentativi, rifacimenti, correzioni: ci sia di ammonimento il disastroso insuccesso dei grandi sauri, che pure sulla carta promettevano tanto bene, e che, in fondo, non si scostavano gran che dagli schemi tradizionali. Scartando per ovvie ragioni il regno vegetale, addito pertanto all’attenzione dei progettisti i mammiferi e gli artropodi (brusio prolungato, commenti); né vi nasconderò che la mia personale predilezione va a questi ultimi.





ECONOMO Come è mia abitudine e mio dovere, intervengo non interpellato. Collega anatomista, mi dica: quali, secondo lei, dovrebbero essere le dimensioni dell’Uomo?


CONSIGLIERE ANATOMISTA (preso alla sprovvista) Ma... veramente...(calcola a mezza voce, scarabocchiando cifre e schizzi davanti a sé su un foglio) vediamo...  ecco, da una sessantina di centimetri a quindici o venti metri lineari. Compatibilmente con il prezzo unitario e con le esigenze della locomozione, io opterei per le dimensioni maggiori: mi sembrano garantire un più facile successo nell’inevitabile competizione con altre specie. 


ECONOMO Data la sua preferenza per gli artropodi, lei pensa dunque ad un Uomo lungo una ventina di metri ed a scheletro esterno?


CONSIGLIERE ANATOMISTA Certo: mi permetto di ricordarle, modestamente, la eleganza di questa mia innovazione. Collo scheletro esterno portante si soddisfa con un’unica struttura alle esigenze del sostegno, della locomozione e della difesa; le difficoltà dell’accrescimento, come è noto, si possono facilmente aggirare con Partifizio delle mute, da me recentemente messo a punto. L’introduzione della chitina come materiale di costruzione...





ECONOMO (gelido) ... Lei conosce il costo della chitina?


CONSIGLIERE ANATOMISTA No, ma in ogni modo...


ECONOMO Basta. Ho elementi sufficienti per oppormi recisamente alla sua proposta di un uomo artropodo di venti metri. E, meglio pensando, neppure di cinque, e neppure di un metro. Se lo vorrete fare artropodo, affar vostro; ma se sarà più grosso di un cervo volante, io non rispondo più di nulla, e col bilancio ve la vedrete voi.


ARIMANE Collega anatomista, il parere dell’economo (oltre che, a mio parere, giustificatissimo) è purtroppo inappellabile. Mi pare d’altronde che, oltre ai mammiferi, a cui lei accennava poc’anzi, l’ordine dei vertebrati presenti ancora interessanti possibilità fra i rettili, gli uccelli, i pesci...


MINISTRO DELLE ACQUE (vecchietto arzillo, con la barba azzurra ed in mano un piccolo tridente) Eccola, eccola, la parola giusta. È inconcepibile, a mio avviso, che in quest'aula non si sia ancora fatto cenno della soluzione acquatica. Ma già, si tratta di un’aula disperatamente asciutta: pietra, cemento, legno, non una pozzanghera, che dico? nemmeno un rubinetto. Roba da sentirsi coagulare! Eppure tutti sanno che le acque coprono i tre quarti della superficie terrestre; ed inoltre, la terra emersa è una superficie, non ha che due dimensioni, due coordinate, quattro punti cardinali; mentre l’oceano, signori, l’oceano...


ARIMANE Non avrei obiezioni di principio contro un Uomo in tutto o in parte acquatico; ma il comma a) della mozione Uomo parla di strumenti, e mi domando con quale materiale un uomo galleggiante o subacqueo potrebbe foggiarseli.


MINISTRO DELLE ACQUE Non vedo la difficoltà. Un Uomo acquatico, specie se con abitudini costiere, avrebbe a sua disposizione gusci di molluschi, ossa e denti di ogni specie, minerali vari di cui molti facilmente lavorabili, alghe con fibre tenaci; anzi, a questo proposito, basterebbe una mia parolina al mio amico preposto ai vegetali, e nel giro di qualche migliaio di generazioni potremmo disporre in abbondanza di qualsiasi materiale simile ad esempio al legno, o alla canapa, o al sughero, di cui gli proponessimo i requisiti: entro i limiti, beninteso, del buon senso e della tecnica attuale.




CONSIGLIERE PSICOLOGO (è equipaggiato da ‘marziano’, con casco, occhiali enormi, antenne, fili ecc) Signori, siamo, anzi siete, fuori strada. Ho sentito or ora parlare come se niente fosse di un uomo costiero, senza che alcuno si sia alzato per far rilevare l’estrema precarietà di vita a cui sono sottoposte le creature che vivono fra la terra e l’acqua, esposte all’insidia di entrambi gli elementi. Si pensi ai guai delle foche! Ma c’è ben altro: mi pare chiaro, da almeno tre dei quattro commi della mozione direttoriale, che l’uomo viene tacitamente inteso come ragionevole.


MINISTRO DELLE ACQUE Si capisce! E con questo? Vuole forse insinuare che non si può ragionare stando sott’acqua? E io allora che ci starei a fare, io che trascorro in acqua la quasi totalità delle mie ore lavorative?


CONSIGLIERE PSICOLOGO La prego, venerabile collega, si calmi e mi lasci dire. Non c’è niente di più facile che tirar giù un bel rotolo di disegni, in pianta e spaccato, con tutti i particolari costruttivi, di un bel bestione o bestiola, colle ali o senza, colle unghie o colle corna, con due occhi o otto occhi o centottanta occhi, o magari con mille zampe, come quella volta che mi avete fatto sudar sangue per mettere in ordine il sistema nervoso del millepiedi. Poi si fa un circolino vuoto dentro la testa, con scritto accanto col normografo: ‘Cavità cranica per sistemazione encefalo’, e il capo psicologo deve cavarsela. E finora me la sono cavata, nessuno può negarlo, ma, dico io, non vi siete resi conto che se qualcuno deve dire la sua, sul tema dell’uomo acquatico, o terrestre, o volante, quello sono io? Gli strumenti, e il linguaggio articolato, e la vita associata, tutto in un colpo solo, e subito, e (ci scommetto) magari qualcuno troverà ancora a ridire perché il senso d’orientamento è un po’ scarso, o qualcun altro (guarda l'economo con intenzione) protesterà perché al chilo viene a costare di più di una talpa o di un caimano! (Mormorii,  approvazioni, qualche dissenso, il consigliere psicologo si toglie il casco da marziano per grattarsi la testa ed asciugarsi il sudore, poi lo rimette e continua) Insomma, ascoltatemi bene, e se qualcuno vorrà riferire a quelli di lassù, tanto meglio. Di tre cose l’una: o mi si prenderà d’ora in avanti sul serio, e non mi si presenteranno più i progetti già belli e pronti e firmati; o mi si lascerà un tempo ragionevole per uscire dai pasticci; o io mi dimetto, e allora, invece del circolino vuoto, il collega anatomista potrà mettere, nella testa delle sue più ingegnose creazioni, un pacchetto di connettivo, o uno stomaco di emergenza, o, meglio che tutto, un bel gnocco di grasso di riserva.















domenica 27 gennaio 2019

ALLA NATURA GIUSTA RIMA (57bis)




















Precedenti capitoli:

Il trionfo della morte (......)
















Jack non più imperatore per altrui difettevole intelletto accompagnato da ugual piacevole antico diletto; così Jack di nuovo ho incontrato alla cima ove ogni antico Sentiero da pellegrino-trovator-ricercato-braccato… incamminato… Ed ogni Albero preservarne e raccontarne l’antica memoria persa linfa vilipesa offesa squartata dal degrado cui il vil Progresso incamminato - o peggio - degradato al vapore sulfureo di nobile merda in mostra di se stessa.

Odo le voci o meglio neppur quelle rumori ed amplessi di ferraglie antiche accompagnare ciò che fu’ e mai più sarà scalciare alle porte d’un Sentiero perduto nel traguardo ove l’idiota lucidato elmo e casco ciarla con il cavallo fedele compagno in due ruote alla zoccola assiso guardare e desiderarne il meccanico amplesso taciuto… Mentre la Natura nomina la Rima compone Poesia opera siffatta Pazzia nel perseguitato (ri)Quadro ove si compone la meccanica mosca d’una Parabola taciuta. Avversare tutto ciò che non sia nobile mer… Ed a Lei rinnovo antico amore (ri)trovato ed anche celebrato. Meglio la pazzia che cotal scempio avvistato. Meglio la radice saziare e sfamare la fame giacché lo sterco promette pugna e vendetta in nome della falsa ricchezza…

A loro dedico urli non meno di nobile Rime così rinvigorite antiche di chi ha profanato cotal castello come un Tempo smembrato al pari di Jack e il comandato oltraggio affinché il Pensiero possa liberamente circolare dal corpo precluso offuscato intelletto squartato e di rimando al cuore pulsare amore non ancor divorato da Jack così annunciato nell’indomato materiale appetito cui affidare Parabole non meno di numerate Gesta antiche dell’eterna conquista….





LA DAMA RECLAMA AMORE. La donna così difesa rafforza l’ardore… La Natura recita la Rima quando Jack imperator sorge dalla melma della propria eterna Pugna…

I. Nel mio fino cuore regna un sì fino amore, ch’io canterò, sebbene si diffonda il gelo invernale, poiché fiori, canto d’uccelli o foglia o verdura non mi debbono piacere, salvo soltanto le gioie d’amore. M’inspirerò dunque ad amore, che mi tien gaio, per i miei canti ed ho buoni motivi d’inspirarmi a lui. E chi si voglia faccia canzone o danza sopra i canti degli uccelli, che io non ho volontà di far versi se non del piacere d’amore, che senza amore non vi fu mai felicità.

II. E se la gioia è bandita dai maggiori e dai ricchi e se non esistono né lealtà né dirittura, e invece regnano avarizia e falsità per opera di orgoglio insieme con  ‘dismisura’, non pertanto mi lascerò dal cantare, poiché non bisogna accrescere il danno, che è grande. Se essi fanno male, ne sopportino le conseguenze sgradevoli, che io non sono colpevole e non voglio avervi parte; per contro voglio cantare d’amore e procurarmi gioia, del che mi lodo e ho, per di più, ancora fiducia.

III. Mi meraviglio di tutti i reclamatori che vanno protestando contro amore e se ne lamentano. Fra tutti i sinceri amanti mai non vi fu alcuno che meglio amasse senza falsità di quanto io stesso ho amato e amo e amerò. Orbene: se amore fosse tormento all’amante, io avrei dovuto aver sentore poco o molto di codesto tormento, tanto lungamente amore mi ha tenuto in suo potere; ma egli non mi ha dato mai dolore e, per contro, mi ha sempre fatto vivere in allegrezza.





OGNI SELVA RINNOVA AMOR TACIUTO E PERSEGUITATO DALL'ALTRUI VIL PASSO. Selva rinnova amor taciuto dalla Terra alla Radice e questa di rimando alla Foglia del Ramo proteso nella sintesi d’un più nobile Pensiero perseguitato, non dite a Jack di qual Amore si narra in codesta Rima. Jack l’Imperatore del Progresso un antica Pugna rinnovata e avvistarne le membra fra merli impauriti e mute rocce a difesa nella tutela di più nobile Poesia assisa nel proprio antico Regno… è un dovere antico. Ed ispirare volgare accenno da quanto da sempre annunziato nella lotta fra il bene ed il male così rimato che avanza…: nel ricorrente rinato andirivieni ugual cantato: salir e calar e di nuovo con tal agitato fiato calar e salir coprirsi l’elmo ed ancor d’un fiato dall’alto al basso e di rimando… L’inutile indistinguibile Pugna mima dilettevole arte antica in difetto del sano puro intelletto proteso in platonico gesto… a difesa dell’amata Natura così offesa…  

I. Non so se debbo cantare, tuttavia ne ho voglia, sebbene a voler essere giusti, non dovrei averne desiderio, perché conviene, per cantare, aver gioia, mentr’io non l’ho. Nondimeno non voglio tenermi dal cantare, che ben facilmente potrei guarire dal male d’amore (che temo molto che mi faccia soffrire) pel fatto che il canto adduce spesso un gran bene. Io non oso sperarlo, questo bene, tanto ne sono desideroso, ma tuttavia voglio cantare, perché ne ho comunque questo conforto: che se il cantare mi piace, esso non mi fa del male, quand’anche non riesce a farmi del bene.

II. Io mi pensava avere sufficiente saggezza e forza d’animo per poter guarire dagli assalti d’amore, ma in verità mi sono trovato ingannato, perché amore mi ha vinto e mi tiene in suo dominio. Ma io affermo che la colpa non è mia, anzi è tutta quanta dei miei falsi compagni, perché ho avversari [mentre dovrebbero essermi appunto compagni] gli occhi e il cuore. E chi, stando di fuori, si trova ad avere un avversario entro la propria casa, non può avere una lite più straordinaria.

III. Io era come una spessa selva, prima che i miei occhi mi avessero falsamente tradito per lei, che mi conquistò ridendo. Mi pareva di non dover paventare l’assalto d’amore, che la selva non avrebbe da temere l’ascia, qualora questa non fosse aiutata (nella sua opera di demolizione] dal maniaco di legno Jack. Ed io, o Amore, non vi avrei temuto, se i miei occhi non mi fossero stati avversi; ma essi, gli sleali, mi hanno tradito, come il legno dell’ascia tradisce la selva.

IV. Che voi entraste Amore, per i miei occhi, entro il mio cuore, e il cuore ebbe torto di albergarvi senza mio consenso. Ma dal momento che gli occhi, quieti, vi hanno compiaciuto, rallegrateli, per vostra cortesia, come si conviene a buona signoria. Non vi prego per me, so! che rendiate gioiosi questi traditori che mi hanno messo il desiderio in corpo. E, in verità, merito una ricompensa da Dio, per la ragione che intercedo per coloro che mi fanno un male da morirne.

V. Sebbene, o Amore, io sia tra i vostri sudditi un poco per forza, tuttavia oso chiedervi la mercé di non essere verso di me privo di pietà, che così come voi siete forte nel conquistare, io sarò forte, sia saggezza o follia, nel servirvi, e non darò ascolto al mio senno, che mi rimprovera; e non credo che nessuno sia mai stato più timoroso al vostro riguardo; ma ben sapete che siccome il servirvi procura agli uni dolore, così anche gli altri temono di averne a soffrire.

VI. Però, o Amore, dal momento che mi avete fatto innamorare della pili bella di tutto il mondo, di ciò sono soddisfatto, e la maggior gioia l’attendo da voi, o donna, perché non volete ancora rendermi con tento... — O falso, io ti rendo contento, perché non ti vedo mai senza sorriderti. — È vero, ma io temo che ci sia sotto un inganno. — Non temere, che questo dev’esserti di grande conforto... — Questo? che cosa? — Che il riso prende origine da cuore innamorato. — Certo, se viene però da donna leale, — O folle, tale sono io e non faccio sembiante menzognero.

VII. Buona donna, la vostra gentile risposta mi fa tanto piacere e mi ha reso tanto contento, che ho dimenticato il mio tormento e il mio male; ma non fatemi troppo aspettare la ricompensa, se Dio vi salvi.





IL DISPREZZARE IL LAVORO D’ALTRI: rami intelletti sparsi e coperti di nobile neve solo per rimembrare l’antico ardore di aver ispirato l’amore a cui ogni cantore alla propria diletta rimembra la Natura persa da tanta troppa villania… Non un urlo né la vista solo il disprezzo di chi profana tal Bellezza…. E anche avessi offeso o vilipeso codardi apostrofati e nominati per nome o cani sparsi mi duole giacché offendete il mio amore… Giacché profanate lo Spirito per sempre ammirato difettevoli di vista e Anima che meglio aggrada e nobilita degna Parola. Ad ogni vostra ed altrui merdata preferisco la radice di cotal Dottrina perseguitata…    

I. Saprei fare anch’io, se volessi, versi oscuri abili e ingegnosi; ma non conviene affilare il proprio canto con tanta fina maestria che non appaia chiaro come la luce del giorno; che il poetare ha poco valore se la chiarezza non gli dà splendore, poiché il poetare oscuro è tuttavolta considerato come morto, mentre rivive grazie alla chiarezza. Ond’io canto sempre chiaramente.

II. Altrettanto bene canto d’inverno quanto d’aprile, sol che ve ne sia il motivo, e apprezzo di più, chiunque sia che si attenga ad altra opinione, chiari detti ben lavorati che parole oscure strettamente legate; e non mi pare che abbia tanto onore, sebbene creda averlo maggiore, colui che lega e serra fra loro le parole del suo canto, quanto ne ha colui che lo rende gradevole con la chiarezza. Onde, quando canto, procuro di cantare in modo chiaro.

III. E chi per questo mi disprezzasse o me ne rimproverasse, so bene che su ciò non si troverebbe d’accordo con quattro uomini sopra mille; e dato che un sì gran numero d’uomini fosse del mio parere, se egli ne ricavasse disonore, dovrebbe incolpare la propria leggerezza; e questa è una ben grande follia: che alcuno, che non sa trarre acqua da un chiaro ruscello (che, cioè, non sa far nulla di bene), fa motti oscuri, come se avesse un intelletto superiore.

IV. Un’altra stoltezza, degna d’una femmina, e che nasce da invidia insieme con fellonia, fanno coloro che si danno villanamente a biasimare 1’opera altrui. Ma perché mai appunto colui, che non saprebbe farlo, disprezza il lavoro d'altri? Questa reputo una grave colpa e tale da non essere certo di mio gradimento, perché inspirata soltanto da animo malvagio; ond’io consiglio ciascuno di guardarsene.

V. Ma io amo una donna signorile, gaia e di bella affabilità, i cui atti sono chiari e gentili e nutriti di un fino pregio, che li inspira. Essa è tanto cortese che sempre quando mi vede mi soccorre, per amore, con un suo piacente sorriso. E il bacio, che essa mi accordò, mercé sua, mi ha già messo sulla via per conquistare la grande onorata gioia (di essere da lei amato).

VI. Di mia libera volontà e con umile cuore sono tutto sotto il suo dominio e non ho intenzione di distogliermene, campassi mill’anni ; che tanto verso lei m’inchino con umile dolcezza che mi terrei ricompensato del mio dolore, se anche non ottenessi nulla di meglio; ma la mia dama, che è saggia, con le sue belle virtù, mi esalti, dal momento che io tanto mi umilio.

VII. Donna Natura, canto di voi e d’amore, per la qual cosa i più mi considerano folle; ma non mi considererebbe tale chi sapesse donde viene la ispirazione al mio cantare, lo però desidero di più che mi si consideri folle (e non si conosca l’oggetto del mio canto).

VIII. Piacente donna, io evito ogni altra gioia e da voi mi vengono le gioie, delle quali vivo.