giuliano

giuliano
IL TOMO

domenica 28 aprile 2019

IL 'QUADRO' DELLA STORIA ovvero: sulle colline di Abramo (negli stessi anni) (8)








































Precedenti capitoli:

L'intervista (5/6)  &











Il doblone (7/1)  &
















I molti morti del generale Wolfe... 

Prosegue in:

















L'altro James (dedicata ad un 'innominato' Eretico) (9/10)













…La Storia di quella Storia….

....era cominciata molto tempo prima che Parkman si ponesse a scriverla, all’epoca della sua infanzia; come per Wolfe, che fin da bambino aveva accettato il suo destino di figlio di soldato e vanto di sua madre. Parkman si era ribellato alle aspettative dei suoi genitori, alla soffocante ragionevolezza delle loro dottrine unitariane, a quella urbanità da mercanti che nel loro ambiente era sommamente stimata.




Quando le prime avvisaglie della sua debolezza di costituzione avevano reso consigliabile l’esposizione terapeutica all’aria aperta, Francis Parkman senior lo aveva mandato a Medford, presso uno zio che abitava in campagna. Dalla fattoria il ragazzo scappava sulle colline, perdendosi nel folto dei boschi di cedri, querce, conifere, dietro gli scoiattoli e alle marmotte. Già allora andava cercando l’America primigenia, antica forse non quanto le scabre rocce rosse di origine vulcanica ove si arrampicava, ma fitta di foreste e selvaggia, terra libera e incontaminata.

La trovava nel soffice tappeto di muschio e foglie secche, ne avvertiva il profumo nell’afrore terragno del suo costante generarsi e rigenerarsi. Era stato allora, ricirdò più tardi, che aveva cominciato a fantasticare di una storia dell’America che avesse per protagonista la foresta. In seguito gli era venuta l’idea che la ‘vecchia guerra’ del 1756-63 la cui Storia era stata offuscata dall’autocompiaciuto rifulgere della Rivoluzione, fosse la vicenda eroica che cercava.




Si trattava, in fondo, di una Storia che raccontava lo scontro tra due mondi, l’uno fondato sulla fede e sull’Autorità (della Bibbia), ma tarlato dal dogma e dal servilismo, l’altro caratterizzato da forze che scaturivano da una improvvisazione aggressiva e disordinata.

Francia ed Inghilterra, cacciatori di pelli e uomini di Chiesa, soldati e marinai, comandanti militari e funzionari, avvinti nella lotta, gli parevano materia epica quanto le vicende narrate negli annali della Grecia o di Roma…

…E il momento culminante dello scontro, sulle Alture di Abramo, era una delle fasi in cui un universo ormai remoto nei suoi valori e nelle sue virtù era stato riplasmato in forme più consone alle esigenze degli Imperi moderni.




Wolfe e Montcalm diventavano allora figure di cavalieri, incarnazioni del dovere non meno dei diritti derivanti dalla Bibbia il cui principio doveva manifestarsi in questi mezzi, una Storia in cui destinati entrambi, vincitore e vinto, a soccombere di fronte ad un mondo che aveva spazzato via tutte quelle fantasie. Per raccontare quella Storia, pensava Parkman, ci voleva una voce nuova, una voce intrepidamente americana, affrancata dall’asfittico formalismo della tradizione britannica. 

Nella primavera del 1846 Parkman partì con un compagno di Harvard, suo parente, Quincy Adams Shaw: nome che da solo proclamava una genealogia illustre. Dall’Ohio risalirono in battello fino al ‘trampolino’ di St. Louis. All’inizio, come in Sicilia, Parkman visse con un senso di liberazione il distacco dal rigido perbenismo della costa atlantica, ma presto l’atteso incontro epifanico con l’Ovest svaporò nel sole brutale e nello sconfinato, inquietante spazio vuoto della prateria.




Invece di sentirsi parte del paesaggio, Parkman ebbe l’impressione di esserne respinto, minacciato. Il caldo divenne ‘torrido, quasi insopportabile’; le immense tempeste elettriche che in continuazione si aggiravano all’orizzonte erano fenomeni sinistri, terrificanti; il nobile bufalo (quando finalmente riuscirono a vederlo) apparve ‘spettacolo in verità poco attraente, con la criniera ispida e i resti spelacchiati del mantello invernale che si staccavano a brandelli dal dorso dell'animale in fuga’; i cactus si contorcevano ‘come serpenti  sul ciglio dei burroni’.

Vista non molto migliore offrivano gli esemplari umani, commercianti di pelli che vivevano in luride tende ingombre di pellami con flaccide donne indiane. Parkman ne vide una nascosta nei recessi del suo ‘tepee’, che pareva la personificazione dell’ingordigia e dell’indolenza. In verità gli indiani delle pianure, lungi dall’incarnare le virtù di una aristocrazia naturale e dal respingere l’arrogante e perniciosa intrusione dell’uomo bianco, parvero a Parkman esibire la miseria dei bianchi in forme ancor più squallide e irrimediabili.




I Pawnee odiavano i Crow che diffidavano dei Dakota che erano nemici degli Arapahoe: un’interminabile catena di sopraffazioni in un deserto abbandonato da Dio. Finì ancor prima di cominciare, dunque, il suo idillio con l’Ovest. Era venuto in cerca delle sorgenti dell’America e aveva trovato il deserto: anticamera non del paradiso, ma dell’inferno.

La delusione quasi lo uccise.

Quando il racconto raggiunse la pista dell’Oregon i membri della ‘Massachusetts Historical Society’ ascoltarono un autoritratto che destava orrore e pietà: un uomo avvilito dall’impotenza, distrutto dall’infermità, divorato dal rimorso, che ciondolava sulla sella da quanto era debole e dolente. Credeva che il sole lo avesse accecato, la nausea gli squassava lo stomaco, la febbre gli imperlava la fronte. A Ovest il miraggio di un Walhalla che costantemente svaniva oltre l’orizzonte, a est la ritirata, la sconfitta: lui nel mezzo, stranito paralizzato.




Lungo la pista vide una catasta di vecchi mobili abbandonati: ‘rottami di vetusti tavoli dai piedi ad artiglio, incerati e tirati a lucido, o di massicce scrivanie di quercia’, oggetti che un tempo erano migrati dall’Inghilterra nel New England, e di là erano stati trasportati nell’Ohio o nel Kentucky, e poi trascinati ancora più a ovest, sotto la spinta di chissà quale illusione, fino al giorno in cui l’amato cimelio ...era stato gettato via, pezzo di legno disseccato e reso contorto dal sole impietoso della prateria.

Di tutte le pagine della ‘Oregon Trail’ nessuna quanto questa immagine fa pensare a un autoritratto. Perkman tornò a casa in uno stato che alternava repentinamente e senza motivo momenti di attività maniacale a momenti di completa prostrazione. Al turbinio selvaggio che s’era impadronito del suo cervello si aggiungeva in generale disordine del sistema nervoso che mise a dura prova la sua integrità come mai prima di allora.




Non riusciva a cavar nulla dalle note della ‘Oregon Trail’. Furono gli amici Shaw e Charles Eliot Norton a completarne la stesura, sì che l’opera risulta ancora più cinica, artificiosa e ostile all’Ovest che se l’avesse scritta lui stesso.

Ciò nonostante un anno dopo, nel 1848, Parkman decise di iniziare la sua attività di storico con una cronaca indiana: la storia non dei miserabili sopravvissuti che aveva incontrato all’Ovest, ma dell’ultima grande rivolta di Pontiac contro le ingerenze anglo-francesi. Con quell’opera avrebbe dimenticato gli incubi della pianura aperta per rifugiarsi, ancora una volta, nell’intricata, fresca penombra del bosco cospiratore.

Era il primo capitolo della sua grande bella epopea della foresta.




I dieci anni che seguirono furono i migliori e i peggiori della sua vita, gli inizi dell’attività creativa. L’isteria si mescolava ai mali reali, l’ipocondria e l’insonnia ai fantasmi della nevrastenia. Un’estate, nel pieno della calura, trovò tre rospi nel giardino della sua casa a Jamaica Pound, ‘morti arrostiti sotto le pietre dove avevano cercato scampo’: visse l’incidente con tale immedesimazione da restarne sconvolto per un pezzo.

I familiari gli si stringevano attorno, facevano del loro meglio per circondarlo di cure e proteggerlo da se stesso. Avevano in mente altri destini infelici nella storia della famiglia. Pure, ben poco di ciò che Francis Parkman scriveva lasciava intuire un uomo smarrito ai confini dell’insania, in preda alla confusione. Dettate da lui stesso faticosamente vergate a matita lungo i fili del suo ‘telaio da scrivere’, le sue pagine erano di solito esaurienti, meditate, eleganti, a volte beffarde. Nonostante le periodiche discese nell’inferno dell’angoscia, durante la stesura di ‘The Conspiracy of Pontiac’, Parkman ebbe la sensazione di essere riuscito a tenere a bada il ‘Nemico’, come chiamava la belva sconosciuta che si aggirava furtiva nelle foreste della sua mente.




E quando avvertì che il Nemico stava per circondarlo, truppe fresche accorsero in suo soccorso. Nel 1850 conobbe e sposò Catherine Scollay Bigelow. L’idillio ebbe breve durata. Nel 1857 morì il figlioletto di quattro anni. La moglie si spense l’anno seguente, lasciando un’altra bambina, confinandoli alla deriva tra i marosi dell’isteria…  

(S. Schama, Le molte morti del generale Wolfe)













giovedì 25 aprile 2019

IL SANGUE DI DIO (3)



















Precedenti capitoli:

La carta... (1  & 2)

Prosegue nel:

.... Sangue nazionale (4) &















In nome del doblone...(7)














Per generazioni si è creduto che quanti si opponevano ai diritti di proprietà, alla produzione per il mercato, al dominio del denaro ecc., fossero socialisti, comunisti, radical di qualunque tipo, accomunati dal fatto che tutti pensavano ad una riorganizzazione della società per mezzo dei lavoratori, della grande maggioranza degli oppressi, degli sfruttati, dei diseredati. C’erano alcuni, naturalmente, che ritenevano che l’esperimento, se fatto, fosse destinato a risolversi in tirannia.

Nessuno, non un’anima, riteneva che tra i manager, gli ispettori, i dirigenti e gli amministratori sarebbero sorti un’avversione e un rancore tali nei confronti della società della libera impresa, del mercato e della democrazia, da spingerli a tentare di riorganizzarla per fare i loro comodi e, se necessario, distruggere la civiltà all’interno di quel processo.




…Ma non c’è un sol uomo di governo, ministro degli esteri, rappresentante del Dipartimento di Stato o membro del Parlamento che, nonostante tutti i preparativi per la guerra contro il nazismo ieri e contro l’imperialismo sovietico oggi, mostri il ben che minimo segno di comprendere chi sia il nemico contro il quale si sta preparando.

È la grandezza straordinaria e solitaria di Melville ad aver visto e compreso il tipo al suo ultimo grado e la sua relazione con tutti gli altri modelli sociali.

Vedremo anche come sia stato in grado di farlo un centinaio di anni fa, ma la questione prioritaria resta proprio quella di comprendere il modello totalitario.




Egli ha abbandonato il quaccherismo. Per anni la sua religione fondamentale è stata la religione della sua epoca, il fuoco prometeico del progresso materiale!

Figlio autentico dell’America del XIX secolo, Achab idolatrava il fuoco, ma ne era stato a sua volta colpito rimanendone segnato dalla testa ai piedi.

Da qualche parte, dietro questa forza possente forza impersonale c’era qualcosa di veramente creativo nel senso umano del termine. Egli non sa che cosa sia. Fuoco, potere, potenza creativa meccanica, non li rifiuta: sa che l’hanno reso ciò che è. Ne gioisce. Ma finché significheranno un’esistenza disumana, come quella che sta vivendo, li sfiderà.




Fino a oggi decine di milioni di americani hanno potuto capire Achab, perché hanno lavorato alle dipendenze di uomini simili. Un numero più piccolo ma non insignificante ha vissuto le sue stesse esperienze. Il motore diesel ed ora l’energia atomica pongono la grande maggioranza di fronte al suo stesso problema: l’ovvio, immenso e terribile potere meccanico di una civiltà industriale che sta attualmente progredendo con incredibili balzi e allo stesso tempo sta conoscendo la meccanizzazione e la distruzione della personalità umana.

Quanti la pensano allo stesso modo, classi di persone in ogni nazione che stanno avendo i medesimi problemi, si stanno preparando fermamente per una azione disperata. Se ora si abbattesse su di loro una violenta catastrofe che li rovina e li convince che la vita che stanno vivendo è intollerabile, e che i gravi dubbi che li hanno tormentati in precedenza sono giustificati, allora sicuramente butterebbero all’aria tutte le tradizionali costrizioni della civiltà.




Andrebbero, cioè, alla ricerca di una nuova teoria sociale e di un programma di azione e, sulla base di questa teoria e di questo programma agirebbero….

…Ma non solo questo il motivo apparente dell’ostinazione di Achab quando una balena gli strappa una gamba…. *





(* Giacché  a mio avviso, la balena rappresenta, anche e null’altro, che l’eterna sfida dell’uomo ‘prometeico’ contro le forze della Natura, da quando cioè, in grado di amministrare controllare soggiogare un suo Elemento, poi con quello molti altri ancora, sino a doversi sostituire in tutto e per tutto al Principio della Creazione se non addirittura rimuoverne il ‘difettevole’ motivo postulando simmetriche ‘alchemiche-formule’ circa l’Equazione del Tempo detto.




E destinare ad un ‘caso’, oppure ad una ‘relatività’ anch’essa ristretta, quantunque deducibile e conforme al principio della materia, non risolvendo se stessa [come l’Anima detta nel suo Eterno Viaggio in questa]. Per poi sostituirsi ad essa per migliorarla, in quanto in ugual ‘difettevole’ pensiero, limite e principio dell’uomo stesso, ‘immagina suppone calcola e dimostra’ che quanto nei millenni evoluto - e per poco più di un centinaio di anni distrutto -, possa equivalere alla creazione di un nuovo ‘prometeico’ mito.

Da qui la strada o il tempo che separa ed unisce Potenza Ragione ed Intelletto talmente breve che può e deve risolversi solo con la guerra per la causa del Principio di cui l’uomo artefice e portatore del progresso nel falso proprio ed altrui cieco intendimento.




…Non più la Natura che l’ha pur creato e un Dio che a sua volta progettata, bensì al contrario, un Dio che premette e giustifica l’atto nel completamento dell’essere uomo, non più bestia neppure indigeno…  

Nel linguaggio della dovuta creazione in cui l’uomo [divino ad immagine di Dio] comandato giustificato e promosso [qual eletto] da un Dio. Gli ‘eletti’ poi, pur ‘convergendo-divergeranno’ non si sottraggono, e mai immuni, dallo scontro finale con cui la civiltà si misura alla ‘carta’ della propria navigazione.

E pur lo sforzo la genetica non risolverà il limite o la superiorità della specie. Solo Plutarco meditò secoli e secoli orsono il detto limite di cui portatore l’uomo. Tale Creazione, abdicata alla dottrina, deve presiedere come la Genesi [ed il Verbo] comanda, il sogno mal interpretato circa [medesima] Divinità quantunque crocefisso all’Albero maestro, imponendo la propria ed altrui Ragione divenuta Verbo.




Non meno della forza dell’eroe in guerra di cui i tanti troppi Dèi in nome e per conto di un Impero.

E non meno di ugual Profeta di uno stesso [congiunto e/o avverso] Dio imporre la propria assurda ‘santa guerra’ in medesima Terra giustificata da altrettanta troppo violenza. Indistinto Versetto mal compreso se pur ben propagandato ad ogni porto d’attracco e indistintamente di partenza, non scordandoci, in questa o altra sede, che taluni recenti motivi di Guerra [o crociata] avallati con la Bibbia in medesimo pulpito per giustificare, ed in qual tempo promettere, il riscatto di una Terra persa.

Ugual profetica promessa promossa dall’araldo del prometeico fuoco ben coltivato al Tempio del profitto divenuto errato principio [di vita] Stato e futura moneta. E impropriamente ‘promessa’ non men che restituita e difesa suggellata e congiunta dalle armi ai legittimi padroni.




C’è anche lì un Tempio, se non erro!

E se così non fosse, in verità e per il vero, la stessa [terra] riposta nel ‘circolo’ di medesimi interessi impropriamente pregati a causa della materia ed incarnati in una falsa promessa come ogni prometeico capitano ‘giura’ e fa ‘giurare’ indistintamente all’indiano quanto all’ebreo, come altre similari asimmetriche cause da cui la materia, il poter lavorare nel prometeico intento da cui il capitano Achab detto.

Il quale non più la caccia o la vendetta, bensì vittima del proprio ‘industrioso’ principio divenuto meccanico atto e pensiero.  Cioè, come bestie dalla stiva alla coperta d’una industriosa civiltà navigata e poi naufragata per propria mano attribuendo colpe e meriti ad un Dio anche incarnato se pur ‘difettevolmente’ interpretato di quanto cacciato e sottomesso.




E non solo balena o lupo che sia, ma indistintamente l’intera Natura. E di certo giammai una Terra di prosperità ed uguaglianza come da ognuno nessuno escluso falsamente pregato.  Achab sembra ignorare tal profetico sogno il quale accompagna non solo baleniere, ma anche molti altri prima e dopo di lui.

Achab incarna, per quanto non si sottometta, il Progresso e il compito apparentemente dato all’uomo il quale indistintamente abbraccia in maniera alternata sposandone la causa, Dottrine e Principi qual ideali atti per giustificarlo pur meno della ‘bestia’ [e non vorremo arrecare offesa alcuna alla bestia non certo all’uomo citato] braccata. Ma sempre e solo per un malvagio intendimento della ricchezza sia essa capitalistica che dall’opposto ‘Capitale’ contestata e quantunque ugualmente incarnata nei falsi ideali distribuiti.















mercoledì 24 aprile 2019

L'INTERVISTA (5)































Precedenti capitoli:

La carta (1/2)   Il Sangue di Dio (& il sangue nazionale) (3/4)

Prosegue nel:

l'intervista (6)














SH: Oh, sì, voglio arrivare agli anni sessanta. Ma prima dimmi, quando te ne sei andato dall’America?

CLRJ: Nel 1953.

SH: E hai scritto poco prima, o poco dopo, un grosso libro che include un’ampia sezione su Melville.

CLRJ: Ora, non esagerare, non è un grosso libro.

SH: Voglio dire, un grosso libro nei termini di ciò che tenta di affrontare.

CLRJ: Ti racconterò che cosa accadde.

SH: È un libricino...

CLRJ: Ero un po’ stanco di molte cose. Ero stanco dei marxisti americani, che erano proprio limitati, che parlavano della cultura come sovrastruttura fondata su basi materiali. Tutti lo dicevano, ma dirlo significa non dire niente. Io leggevo Herman Melville e allo stesso tempo studiavo la storia degli Stati Uniti. Ero uno straniero, là. Così scrivevo saggi – quei saggi dovrebbero essere da qualche parte, credo. Raya Dunayavskaya dovrebbe averli, quelli su Hawthorne. Scrissi un saggio su Poe. Scrissi saggi su varie persone e alla fine scrissi un saggio su Melville. Dopo di che alcuni lo lessero e dissero, «be’ sai, questo dovrebbe proprio diventare un libro». Feci delle conferenze sulla base di quel saggio e così via. Così mi presi il tempo necessario e scrissi il libro su Melville e venne pubblicato proprio – all’incirca nel ’52. E oggi tutti ammettono il fatto che sia uno tra i libri su Melville che contano. Ma gli editori non lo pubblicano.

SH: Tu hai visto qualcosa in Melville e, in particolare, in Moby Dick, ma anche nell’intera opera di Melville...

CLRJ: Moby Dick, ma l’intera...

SH: …qualcosa che tu hai definito come essenzialmente americano. Che cosa hai visto in Melville di essenzialmente americano?

CLRJ: Hai visto Quel pomeriggio di un giorno da cani?

SH: Sì.

CLRJ: L’hai visto?

SH: Sì.

CLRJ: Hai notato l’atteggiamento di quel giovane nei confronti dell’autorità? Non ha nessuna idea teorica in testa, ma ci sono delle cose che vuole fare e non permetterà che nulla lo ostacoli. E quando affronta la polizia con questo atteggiamento, è preparato a mandare all’inferno la polizia e l’FBI. Non li teme. È la prontezza istintiva a fare quel che devi fare per ottenere ciò che vuoi che puoi trovare negli Stati Uniti. E ciò è molto differente in Europa, dove tutto è organizzato. E hai una lunga tradizione. E questo è quello che Melville ha colto. Ha colto lo sviluppo rivoluzionario veramente istintivo, e le persone. Ma questo non è organizzato in accordo col partito. E ciò è chiaro, credo. E, credo, la maggior parte delle persone ne sono consapevoli.

SH: Ma tu hai visto anche qualcosa di importante. Non è solo relativo a Melville, accade anche quando scrivi di Eschilo, quando scrivi di Shakespeare; vedi qualcosa di relativo alla coincidenza di un grande momento storico e di una grande opera o di un grande artista…

CLRJ: Credo che sia assolutamente naturale che a un dato stadio, quando la società sta per andare incontro o ha appena affrontato enormi cambiamenti rispetto a come era stata prima, trovi, nella letteratura o nell’arte, l’espressione di quel sentimento nelle opere che le persone hanno creato. Lo stiamo vedendo oggi. I libri di Solzenicyn sono, a mio avviso, assolutamente sconvolgenti. E vengono da una società come quella russa. Non sarebbero potuti venire dalla Gran Bretagna o dalla Francia o dagli Stati Uniti. Ma questo libro straordinario proviene da una straordinaria e imponente società in trasformazione. È chiaro che lì succedono delle cose, egli ne è consapevole, nei sentimenti delle persone che devono essere modellati ora in un qualche tipo di struttura. Solzenicyn non sta parlando di questo. Parla della cristianità o di qualcosa di simile. D’altra parte, è ovvio che abbia lasciato da parte tutto questo; non sono affari suoi...

SH: Vuoi dire che il potere della parola non ha niente a che fare con il modo in cui lo stesso artista lo concepisce…

CLRJ: Non posso separare il singolo artista… questo enorme potere è espresso da un singolo artista. E il singolo artista ha alcune qualità che egli assorbe dalla storia che lo precede e altre che sono unicamente sue. Ma è questo ciò che lo rende un grande artista. Vede qualcosa di nuovo e ha bisogno di nuovi strumenti per esprimerlo. Questa è l’origine di un grande artista. Questa è l’origine di Eschilo. Questa è l’origine di Shakespeare.

SH: Ed è in ciò che egli fa. Ricordo che c’è una tua frase in uno dei saggi su Picasso in cui dici ‘non so che cosa pensi o che cosa faccia, non so se ha pensato questa cosa oppure no, ma ciò che mi interessa è quello che dipinge, ciò che realizza’.

CLRJ: Quello che dipinge. Questo è quello che succede. Ho passato un sacco di tempo a guardare Picasso e i suoi disegni. Quando ero ragazzo ero affascinato da Michelangelo. In particolare dal paradiso. La sua idea di Dio era l’idea di Dio che avevo da ragazzino. E poi venne il tempo in cui abbandonai l’idea di un Dio coi baffi e con una lunga barba...

SH: Bianco, naturalmente.

CLRJ: Ma io – sì. Ma ancora lo ricordo come qualcosa in cui ho creduto e in cui un sacco di altre persone hanno creduto. E trovo… Michelangelo. Dopo di che vidi Guernica; ero molto interessato a Guernica. E allora andai in Vaticano e vidi alcuni quadri di Michelangelo nella Cappella Paolina, non i soliti quadri della Cappella dei Medici, ma alcuni quadri, tra cui uno in cui San Paolo era prostrato a terra e un altro quadro, in cui San Pietro veniva crocefisso.

SH: Crocifisso, sì.

CLRJ: Quelli sono nella Cappella Paolina. È apparso recentemente un libro in cui vengono riprodotti. Li vidi. E mentre negli Stati Uniti stavamo analizzando il trotzkismo, analizzando il leninismo e il marxismo dei nostri giorni, sbarazzandoci di certe cose, che credevamo sarebbero state un ostacolo e che Lenin se ne sarebbe sbarazzato se fosse vissuto nel nostro periodo, stavamo avvicinandoci alla questione nera e facendo chiarezza su queste cose, venni qui e fui in grado di guardare la Cappella dei Medici. Andai in Grecia e lì vidi le statue di Olimpia, dopo di che vidi Guernica e sono assolutamente certo che ci sia una connessione tra queste tre cose. Una volta che tu hai la sensazione che il grande artista non sta dipingendo per gli artisti, ma sta dipingendo in primo luogo per sé stesso, e poi per un pubblico generico. Michelangelo non dipingeva per qualcuno che potesse leggere e scrivere delle critiche su di lui. E le statue di Olimpia, con la meravigliosa statua di Apollo, quelle sono… Che cos’hanno queste statue? La struttura generale – la statua di Olimpia, il frontone, lo hai notato? Il tempio era così. Poi, se guardi il secondo quadro di Michelangelo...

SH: La Crocifissione.

CLRJ: La Crocifissione di San Pietro, va nella stessa direzione. Ci sono i cavalieri, c’è Pietro (una diagonale enorme) e poi c’è un altro insieme di persone là. E quando guardi Guernica, stai guardando la stessa cosa. Le persone in alto, lì, una donna che sta bruciando; poi arriva il movimento da questa parte e allora vedi, c’è un centro triangolare, ma mentre Picasso non ha bisogno di due quadri, tutti gli altri hanno bisogno di due pezzi. Picasso ha bisogno di uno solo. Ha una cosa nel centro e due ai lati. Così credo che nella statua di Olimpia hai la battaglia tra centauri ed esseri umani. Ossia tra l’umano e gli istinti acculturati che esistono nell’uomo. E l’artista, chiunque egli sia, è abbastanza sicuro perché Apollo non interferisce; egli semplicemente alza il braccio destro. È certo. Dunque stanno combattendo. Dopo di che arrivi a Michelangelo. E quando guardi Michelangelo, l’uomo prostrato a terra, Paolo, di fronte a Cristo che lo ha fatto prostrare. Il braccio destro alzato. E quando guardi San Pietro, hai le persone e i cavalli da una parte, hai questa enorme diagonale, e poi hai un altro insieme di persone che stanno lungo il lato destro. E allora quando...

SH: È come se il mondo intero, in un particolare momento storico, fosse raccolto nell’opera pittorica....














.

sabato 20 aprile 2019

ACHAB...: OVVERO L'ANIMA DELL'AMMIRAGLIO (1)





















































Precedenti capitoli:

L'uomo della Natura  &

Finché c'è Leonardo...

Prosegue in:

Achab: l'anima dell'ammiraglio (2)













....Se aveste seguito il capitano Achab in cabina…




...dopo la burrasca, la notte che seguì quella selvaggia ratifica del suo progetto da parte della ciurma, l’avreste veduto avvicinarsi all’armadio nello specchio di poppa, tirarne fuori un grosso rotolo spiegazzato di carte marine ingiallite, e aprirsele davanti sul tavolo avvitato.

E poi l’avreste veduto sedersi a studiare tutto assorto le varie linee e ombreggiature che vi scorgeva, e tracciare con matita lenta e sicura altre linee su spazi che prima erano vuoti. Ogni tanto ricorreva a mucchi di vecchi giornali di bordo che aveva accanto, dove erano annotate le stagioni e i posti in cui, nel corso dei viaggi di varie altre navi, erano stati catturati o visti dei capodogli.




Mentre lavorava così, la pesante lampada di peltro sospesa con catene sulla sua testa oscillava continuamente al muoversi della nave, e di continuo sulla fronte segnata di rughe gli passavano sprazzi di luce e righe d’ombra, tanto che quasi pareva che una matita invisibile, mentre Achab segnava linee e rotte sulle carte gualcite, gli andasse tracciando anch’essa linee e rotte sulla carta profondamente incisa della fronte.

Ma non fu quella l’unica notte in cui, nella solitudine della cabina, Achab si mettesse a meditare sulle sue carte. Le tirava fuori quasi ogni notte. Quasi ogni notte qualche segno di matita veniva cancellato, e altri sostituiti. In realtà, con le carte di tutti e quattro gli oceani davanti, Achab andava tracciando un percorso per un dedalo di correnti e di gorghi, mirando a rendere più sicuro il successo di quell’idea che gli ossessionava l’anima.

Ora, a chiunque non conosca bene le abitudini dei cetacei, cercare in quel modo un’unica bestia solitaria negli oceani senza fondo del nostro pianeta potrebbe sembrare un compito assurdo e disperato. Ma non così pareva ad Achab, che conosceva le leggi di tutte le maree e le correnti, e calcolando da lì le derive del cibo dei capodogli, e tenendo poi presenti le stagioni regolari e accertate in cui li si poteva cacciare in determinate latitudini, poteva calcolare con un grado di probabilità che era quasi certezza il tempo più adatto per trovarsi in questa o quella zona di caccia alla ricerca della sua preda.




In realtà l’afflusso periodico dei capodogli in determinate acque è un fatto così assodato, da far pensare a molti cacciatori che se si potesse studiare e osservare da vicino l’animale nei suoi viaggi, e confrontare accuratamente i giornali delle singole crociere dell'intera flotta baleniera, si troverebbe che le migrazioni del capodoglio corrispondono per invariabilità a quelle dei banchi di aringhe, o ai voli delle rondini.

Su queste supposizioni sono stati fatti tentativi per tracciare elaborate carte migratorie del capodoglio. Inoltre, nel passare da una zona di pascolo a un’altra, i capodogli, guidati da qualche istinto infallibile, o diciamo piuttosto da qualche segreto avvertimento divino, nuotano per lo più, come dicono i marinai, in vene, viaggiando lungo una data linea oceanica con tale esattezza inflessibile, che nessuna nave in base a nessuna carta ha mai percorso la propria rotta con la decima parte di quella precisione meravigliosa.

In questi casi la direzione seguita da ogni singola balena è dritta come la parallela di un geometra, e la balena avanza in uno spazio strettamente limitato dalla sua stessa scia, dritta e inalterabile; però la vena arbitraria in cui si dice che in questi casi la bestia nuoti abbraccia di solito alcune miglia in larghezza (più o meno, perché si pensa che la vena possa espandersi o restringersi), ma comunque non supera mai la portata di vista dalle teste d'albero della baleniera che scivola circospetta lungo quella magica zona.




Il risultato è che in determinate stagioni, entro quella larghezza e lungo quella vena, si possono cercare con gran fiducia delle balene migranti. E quindi, non solo Achab poteva sperare di incontrare la preda in periodi determinati con sicurezza e in campi di pascolo diversi e ben conosciuti, ma nell’attraversare le più ampie distese d’acqua tra quei campi poteva regolare ad arte la sua corsa in modo da avere, anche lungo il tragitto, una qualche probabilità d’incontrarla.

C'era, a prima vista, un fatto che pareva intralciare il suo disegno folle ma metodico. Ma in realtà forse non lo disturbava. Sebbene i capodogli che hanno istinti gregari abbiano stagioni regolari per determinate zone, tuttavia non si può dire in genere che le mandrie che quest’anno hanno battuto, diciamo, questa latitudine e longitudine, risultino poi le stesse che vi si sono trovate nella stagione precedente; e anche qui, del resto, ci sono esempi specifici e indubbi nei quali si è verificato il contrario. In linea di massima la stessa osservazione, se solo ne limitiamo la portata, vale per quei capodogli maturi e anziani che vivono solitari, da eremiti. Di modo che, se putacaso Moby Dick era stato visto qualche anno prima, ad esempio in quella zona detta delle Seychelles nell’Oceano Indiano, o nella Baia del Vulcano lungo la costa del Giappone, da ciò non seguiva che il Pequod, se si fosse trovato in uno di quei punti al momento giusto, avrebbe dovuto incontrarcelo immancabilmente.




E lo stesso per qualunque delle altre zone di pascolo dove, a volte, Moby Dick si era fatto vivo. Tutte queste parevano soltanto le sue tappe occasionali e le sue locande marine, per così dire, non i posti dove risiedeva a lungo. E se finora si è detto delle probabilità che aveva Achab di attuare il suo piano, si è soltanto alluso a tutte quelle speranze di successo marginali e fuori programma che poteva avere prima di arrivare a un posto e un tempo determinati, nei quali tutte le possibilità sarebbero divenute probabilità, e ogni possibilità, come Achab sperava con tutto il cuore, quasi una certezza.

Quel tempo e quel luogo particolari erano riassunti in un'unica definizione tecnica: ‘la stagione all'Equatore’....