giuliano

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IL TOMO

giovedì 18 aprile 2019

PARKER ADDERSON,... FILOSOFO



















Precedenti capitoli:

I molti morti del generale Wolfe &

Finché c'è Leonardo regna speranza

Prosegue in:

Parker Adderson,... Filosofo (Secondo atto)  &

...La nave che affonda..&

L'uomo della Natura...














- Prigioniero, qual’è il tuo nome?

- Dal momento che dovrò perderlo domattina all’alba, non vale la pena nasconderlo. Paker Addison.

- Il tuo grado?

- Alquanto modesto; gli ufficiali sono troppo preziosi perché si faccia loro correre dei rischi col mestiere pericoloso della spia. Sono un sergente.

- Di quale reggimento?

- Mi dovete scusare; la mia risposta potrebbe, a quanto ne so, darvi un’idea di chi comanda le forze che avete davanti. Sono venuto nelle vostre linee per ottenere informazioni simili, non per rivelarne.




- Non sei privo di arguzia.

- Se avrete la pazienza di attendere, mi troverete abbastanza ottuso domattina.

- Come sai di dover morire domattina?

- Per le spie catturate di notte, questa è la regola. E’ una delle simpatiche norme della professione.

Il generale mise da parte la dignità che si addiceva a un ufficiale confederato d’alto rango e di chiara fama, e sorrise. Ma per chiunque fosse in suo potere e tutt’altro che nelle sue grazie, quel sogno di approvazione esteriore e visibile non era affatto di buon auspicio. Non era né cordiale né contagioso; non si comunicò alle altre persone alle quali era rivolto: la spia catturata che lo aveva provocato e la guardia armata da cui era stata portata nella tenda e che ora si teneva un po’ in disparte, osservando il prigioniero alla luce gialla della candela. Sorridere non faceva parte dei doveri di un guerriero; egli era stato comandato ad altri scopi.




La conversazione fu ripresa; si trattava di processare un delitto capitale.

- Dunque ammetti di essere una spia e di essere penetrato nel mio campo, travestito come sei da confederato, per ottenere informazioni segrete sul numero e la disposizione delle mie truppe.

- In particolare, sul numero. La loro disposizione la conosco già. E’ cupa.

Il generale si illuminò di nuovo; la guardia, che aveva un senso più severo delle proprie responsabilità, prese un’espressione più austera e assunse una posizione appena più eretta. Continuando a roteare il cappello grigio a tesa larga sul dito medio, la spia girò senza fretta lo sguardo intorno a sé.

Regnava una certa austerità.




La tenda era una normale ‘canadese’ di due metri e mezzo per tre, illuminata da un’unica candela di sego conficcata nel manico di una baionetta, a sua volta infilzata in un tavolo di pino a cui sedeva il generale, ora intento a scrivere e apparentemente dimentico dell’involontario ospite. Un vecchio tappeto di stracci copriva il pavimento di terra; l’arredamento della tenda si componeva poi di un vecchio baule di cuoio, un’altra sedia e un rotolo di coperte; sotto il comando del generale Clavering, la semplicità dei confederati e la mancanza di ‘pompa magna’ si erano sviluppati al massimo. A un grosso chiodo conficcato nel palo d’ingresso della tenda, era appeso un cinturone che portava una lunga sciabola, una pistola nella fondina e paradossalmente, un coltello da caccia. Di quell’arma per niente militaresca il generale era solito spiegare che era un ricordo dei giorni di pace quand’era un civile.

Era una notte di tempesta.

La pioggia si rovesciava a cascate sulla tela, con quel tamburello smorzato che ben conosce chi dorme in tenda. Ogni volta che le raffiche di vento urlante si avventavano sulla fragile struttura, quella tremava, ondeggiava e tendeva le corde e i paletti che la delimitavano.




Il generale finì di scrivere, ripiegò il mezzo foglio di carta e parlò al soldato che montava la guardia ad Addison:

- Ecco, Tassman, portalo all’aiutante maggiore;
poi torna.

- E il prigioniero, generale?

- disse il soldato salutando, con uno sguardo indagatore rivolto allo sventurato.

- Fa’ come ti ho detto

- ribatté seccamente l’ufficiale.




Il soldato prese la nota e sgusciò dalla tenda. Il generale Clavering girò il bel volto verso la spia federale, lo guardò negli occhi, non senza gentilezza, e disse:

- E’ una nottataccia, amico mio.

- Per me, sì.

- Indovina cosa ho scritto?

- Qualcosa che vale la pena di leggere, penso. E, sarà forse vanità, mi azzardo a supporre che mi si menzioni.

- Sì; è il promemoria di un ordine da leggersi al réveille alle truppe, e riguarda la tua esecuzione. Ci sono anche delle istruzioni per l’ufficiale di polizia militare affinché organizzi i particolari di circostanza.




- Spero, generale, che lo spettacolo sia ben organizzato, perché vi prenderò parte.

- Desideri dare delle disposizioni particolari? Vuoi vedere un cappellano, per esempio?

- Non credo di potermi assicurare un riposo più lungo, privandolo di parte del suo.

- Buon Dio, amico! Non vorrai andare incontro alla morte con nient’altro che delle battute sulle labbra? Lo sai che è una faccenda seria?

- Come faccio a saperlo? Non sono mai stato morto in tutta la mia vita. Ho sentito dire che la morte è una faccenda seria, ma mai da chi ne ha fatto esperienza.




Il generale rimase in silenzio per un attimo; l’uomo lo interessava, lo divertiva forse; certo non si era mai imbattuto in un tipo simile.

- La morte - disse - come minimo è una perdita, la perdita della felicità, che possediamo, e dell’opportunità di averne ancora.

- Una perdita di cui non saremo mai coscienti può essere sopportata con compostezza e dunque attesa senza timore. Avrete osservato, generale, che di tutti i morti che vi compiacete, da soldato, di disseminare il vostro cammino, nessuno mostra segni di rincrescimento.




- Se l’esser morti non è una condizione incresciosa, sembra però che il diventarlo , l’atto del morire, sia nettamente increscioso per chi non abbia perduto la facoltà di sentire.

- Il dolore è spiacevole, non c’è dubbio. Non ne ho mai patito senza provarne un più o meno intenso fastidio. Ma di chi vive più a lungo, vi è più esposto. Quel che chiamate morire è semplicemente l’ultimo dolore, non esiste qualcosa come il morire. Immaginate, tanto per fare un esempio, che io tenti di fuggire. Voi alzate il revolver che per delicatezza tenete nascosto in grembo, e…

Il generale si imporporò come una giovinetta, rise appena, scoprendo i denti smaglianti, inclinò leggermente la bella testa e non disse nulla.


La spia continuò:....














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