giuliano

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IL TOMO

lunedì 25 novembre 2019

INTERMEZZO ARMATO ovvero ciò che ADAMO ED EVA IGNORANO (o fanno finta non sapere) (mentre bisticciano) (....)




















































Precedenti capitoli:

La Lettera (ritrovata!) (datata e numerata)

& La Grande Notizia


Prosegue per...:  [si sconsiglia la visione all'umano pubblico]























I bagni turchi (....)













A metà maggio il governo italiano ha presentato al parlamento la relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri (PDF), con l’usuale ritardo rispetto alla scadenza prevista dalla legge. Nella relazione sono contenute molte informazioni sulle esportazioni autorizzate nel 2018 dal governo alle aziende produttrici di armi, e sui paesi destinatari. È venuto fuori che la stragrande maggioranza dei sistemi di armamenti che esporta l’Italia è diretta verso paesi che non fanno parte né della NATO né dell’Unione Europea, ma di aree del mondo considerate molto instabili. La relazione mostra anche come finora il Movimento 5 Stelle, da sempre molto critico verso la vendita di armi italiane all’estero, non abbia voluto o non sia riuscito a cambiare le cose, allineandosi con quanto fatto dai governi precedenti.




Diverse organizzazioni esperte sull’argomento, come la Rete italiana per il disarmo, sostengono da tempo che le informazioni contenute nella relazione siano insufficienti per farsi un’idea precisa su cosa vende l’Italia e a chi. Nel documento, comunque, ci sono diverse informazioni utili che aiutano a capirci qualcosa di più.

Di che leggi si parla e chi è responsabile di cosa:

In Italia, come in tutti i paesi del mondo, un’azienda che produce armi da guerra e relativa tecnologia può esportare i propri prodotti solo dopo avere ottenuto l’autorizzazione dal suo governo. Di mezzo, infatti, non ci sono soltanto molti soldi, ma anche questioni di politica estera e di sicurezza nazionale, oltre che eventuali embarghi sulla vendita di armi imposti dall’ONU o dall’Unione Europea. Il governo italiano concede così ogni anno le autorizzazioni alle aziende produttrici, con tipologia di arma e destinatario: la principale società che produce armi in Italia è Leonardo, più nota con il suo vecchio nome Finmeccanica, il cui principale azionista è il ministero italiano dell’Economia e delle Finanze.




Autorizzazioni per le esportazioni di armi concesse dal governo nel 2018, e confronto con il 2017. Lista dei primi 10 operatori italiani (Fonte: Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita al 2018)

La legge che regola la vendita di armi italiane all’estero è la 185/90, che è stata integrata nel 2012 con un decreto legislativo approvato per semplificare i trasferimenti di armi all’interno dell’Unione Europea e per rafforzare i controlli sulle aziende produttrici.




La legge dice alcune cose importanti: per esempio che le concessioni delle licenze per la produzione di armi ‘devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia’ e devono rispettare ‘i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’ (il noto articolo 11 della Costituzione). In uno dei passaggi più importanti, quello che negli ultimi anni ha provocato più discussioni, si legge che l’esportazione e il transito di armi sono vietati ‘verso i paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite [quello che prevede il diritto di uno stato a usare la forza in caso di legittima difesa, ndr]’: ovvero sono vietati nei casi in cui il destinatario sia uno stato che ha dichiarato guerra a un altro stato per motivi diversi dalla legittima difesa.




In Italia il principale responsabile degli scambi nel settore della Difesa è il ministero degli Esteri, che però collabora anche con il ministero della Difesa, dello Sviluppo economico e con la presidenza del Consiglio. Nel 2012 è stata inoltre creata l’Autorità nazionale – UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento), cioè un organo formato dal personale di vari ministeri e forze di sicurezza italiane incaricato di controllare alcuni aspetti dell’applicazione delle leggi sull’esportazione delle armi. In sintesi: in Italia la decisione su che armi vendere e a chi spetta al governo.

Vendiamo più o meno armi? E a chi?:




Nella relazione riferita al 2018 è anzitutto confermato che l’armamento più esportato dall’Italia sono gli elicotteri da guerra. Dei 5,2 miliardi di euro di autorizzazioni totali date nel 2018 dal governo italiano alle aziende produttrici e esportatrici di armi, la metà (2,6 miliardi) riguarda diversi modelli di elicotteri d’attacco e multiruolo. Al secondo posto (459 milioni) c’è la categoria ‘bombe, siluri, razzi, missili ed accessori’. La relazione non specifica quali armi siano state destinate a ciascun paese, e si limita a fare una lista dei paesi che spenderanno di più per comprare le armi italiane. Al primo posto c’è il Qatar, con un gran margine sul secondo: il governo qatariota otterrà armi italiane per 1,9 miliardi di euro, davanti al Pakistan e alla Turchia, con rispettivamente 682 e 362 milioni di euro di commesse.




I primi 25 paesi destinatari delle armi incluse nelle autorizzazioni che il governo ha concesso alle aziende italiane nel 2018 (Fonte: Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita al 2018):

Nella relazione ci sono almeno tre questioni che vale la pena segnalare, ha scritto l’esperto Giorgio Beretta su Osservatorio Diritti, sito specializzato in analisi sul tema dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Prima: nel documento si segnala che nel 2018 il valore delle autorizzazioni concesse dal governo per l’esportazione di armi è quasi dimezzato rispetto ai dati riferiti al 2017: è passato da un valore di 10 a un valore di 5,2 miliardi di euro. Questo calo potrebbe far pensare a una strategia più prudente del governo guidato da Giuseppe Conte rispetto agli ultimi di centrosinistra (governo Conte che peraltro si è insediato solo a giugno 2018). In realtà, scrive Beretta, è un calo ‘fisiologico’, dovuto agli enormi ordini di armi ricevuti negli ultimi anni dall’Italia: ‘si tratta di oltre 32 miliardi di euro nel triennio 2015-2017, in gran parte per sistemi militari complessi (aerei, elicotteri, navi, ecc), la cui produzione sta impegnando e terrà impegnate le nostre aziende militari per diversi anni’.

Le aziende italiane che producono armi hanno infatti lavorato a pieno ritmo anche nel 2018, fornendo sistemi militari a più di 90 paesi per una spesa complessiva di oltre 2,22 miliardi di euro.




Storico delle autorizzazioni date dal governo alle aziende italiane per l’esportazione di armi (Fonte: Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita al 2018):

Seconda: la grande maggioranza delle autorizzazioni riguarda armi che finiranno a paesi che non appartengono né alla NATO (l’alleanza difensiva guidata dagli Stati Uniti e nata dopo la fine della Seconda guerra mondiale) né all’Unione Europea, ovvero le due più importanti alleanze internazionali dell’Italia: si parla del 72,8 per cento del valore totale delle autorizzazioni, una percentuale che conferma una tendenza già riscontrata negli ultimi anni e che si è confermata nel 2018 (l’ultimo anno in cui l’Italia vendette di più dentro la NATO e l’UE che fuori fu il 2015).




Storico delle autorizzazioni per le esportazioni di armi italiane diviso tra area NATO/UE e area extra NATO/UE (Fonte: Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, riferita al 2018):

Tra i paesi extra NATO ed extra UE che ricevono armi italiane ce ne sono alcuni che si trovano in zone instabili del mondo: è il caso del Pakistan, che ciclicamente attraversa periodi di tensione e crisi con l’India, ma anche alcune monarchie del Golfo Persico, che seppur controllino il potere in maniera molto salda sono in mezzo alla costante competizione tra Iran sciita e Arabia Saudita sunnita (oppure vi partecipano direttamente, come nel caso degli Emirati Arabi Uniti).




La vendita di armi a paesi ‘a rischio’, molto lucrativa per l’Italia e non solo, è stata contestata da alcune organizzazioni che si occupano di pace e disarmo, ma finora non è mai stata davvero messa in discussione da governo e aziende. Ci sono però due casi particolari che da qualche anno attirano più attenzioni di altri, e che hanno implicazioni politiche e legali rilevanti: sono quelli che riguardano Egitto e Arabia Saudita.

I casi di Egitto e Arabia Saudita:

Per ragioni diverse, la vendita di armi italiane a Egitto e Arabia Saudita è stata molto criticata negli ultimi anni: nel primo caso per l’omicidio di Giulio Regeni, compiuto dalle forze di sicurezza egiziane; nel secondo per l’uso che l’Arabia Saudita continua a fare delle bombe italiane in Yemen, dove è in corso dal 2015 un conflitto molto violento e una crisi umanitaria gravissima.

Per quanto riguarda l’Egitto, il dibattito attorno alla vendita di armi è più un tema politico che legale.




Nel 2018 l’Italia ha autorizzato sei nuove esportazioni di sistemi militari dal valore di oltre 69 milioni di euro, rendendo il regime egiziano il terzo acquirente assoluto di armi italiane tra gli stati extra NATO ed extra UE. La decisione di concedere nuove autorizzazioni per armi destinate all’Egitto è stata accolta con grande frustrazione da tutti coloro che si aspettavano una qualche forma di ritorsione dell’Italia per l’uccisione di Regeni, soprattutto dopo la quasi totale inazione diplomatica degli ultimi tre anni. C’è inoltre da considerare che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha progressivamente trasformato l’Egitto in un paese molto autoritario e repressivo: c’è quindi il rischio che alcune delle armi e tecnologie vendute al regime egiziano – tra cui armi leggere e apparecchiature per la direzione del tiro – possano essere usate per la repressione interna contro i dissidenti.

Il discorso per l’Arabia Saudita è un po’ diverso, e più complicato:

Negli ultimi anni diverse indagini e inchieste giornalistiche, tra cui una del sito Reported.ly e una del New York Times, hanno dimostrato che bombe costruite dall’azienda RWM, di proprietà tedesca ma con sede in Sardegna, sono state impiegate dal regime saudita nella guerra in Yemen, spesso contro i civili. Secondo alcuni esperti e attivisti, le attività di RWM sarebbero illegali, perché la legge 185/90 vieta all’Italia di vendere armi a un paese in guerra, a meno che non stia combattendo per legittima difesa (e non è il caso dell’Arabia Saudita). Questa è stata per diverso tempo anche la posizione del M5S. La situazione è diventata ancora più intricata con l’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita a Istanbul lo scorso ottobre, su ordine del regime di Riyadh. Dopo la morte di Khashoggi, diversi paesi europei, tra cui la Germania, hanno sospeso la vendita di armi ai sauditi, come ritorsione: non l’Italia.




Da un punto di vista legale, i governi italiani hanno sempre trovato escamotage per non incappare nei limiti della legge 185/90, sfruttando alcune zone grigie del conflitto: per esempio sostenendo che non si potesse parlare di conflitto vero e proprio, visto che i sauditi sono intervenuti in Yemen senza una dichiarazione formale di guerra, oltretutto per sconfiggere non un altro stato ma un gruppo di ribelli (la questione è stata spiegata più estesamente da Pagella Politica, qui). Il dubbio sulla legittimità e/o legalità dell’azione italiana però è rimasto, soprattutto dopo gli inviti del Parlamento europeo di non vendere armi all’Arabia Saudita e dopo la diffusione del rapporto dell’ONU che parlava di possibili «crimini di guerra» compiuti con le bombe saudite, incluse quelle costruite in Italia.

Ma non dovevano cambiare le cose con il Movimento 5 Stelle?:

Per anni il M5S è stato molto critico verso i governi di centrosinistra che autorizzavano l’esportazione di armi italiane all’Arabia Saudita, accusandoli di ‘sporcarsi le mani di sangue’. Una volta arrivato al governo, però, il Movimento non ha avuto la volontà o la forza per cambiare le cose.




Nella relazione sulla vendita di armi non risultano provvedimenti del governo per fermare le esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita, che nel 2018 hanno raggiunto un valore di 108 milioni di euro (PDF). Il governo italiano ha inoltre concesso 11 nuove autorizzazioni, per un valore totale di più di 13 milioni di euro. Ma non c’è solo questo.

Alcune organizzazioni impegnate nel monitorare le esportazioni italiane di armi, come Rete italiana per il disarmo, hanno accusato il governo Lega-M5S non solo di non avere fatto nulla per rivedere le politiche dei precedenti governi di sinistra, ma anche di avere provato a incentivare nuove vendite. All’inizio di gennaio, infatti, è salpata dal porto militare di La Spezia la fregata della Marina militare Carlo Margottini, per una specie di ‘tour promozionale’ dell’industria bellica italiana nei paesi del Golfo Persico. La decisione è stata molto criticata anche perché nel 2013 il M5S era stato una delle voci più dure contro l’allora governo Letta che aveva inviato nei paesi arabi una flottiglia di navi da guerra italiane capitanata dalla Portaerei Cavour, un tour pensato per vendere armi e sistemi militari alle monarchie del Golfo.














domenica 24 novembre 2019

UNA LETTERA RITROVATA (9)




































Precedenti capitoli:


L'Umanità corrotta (8/1)


Prosegue nei...:
























Frammenti dispersi... 


(di una e più lettere...) (10)













Ciò di cui mi accingo riproporre nel frangente storico esaminato - apparentemente trascorso oppure remoto seppur attuale visto i successivi accadimenti a cui costretti quando si manifesta la Verità assoggetta alla costante persecuzione, così come un Tempo [narrato], e di cui lo stesso (sia Tempo e chi al meglio lo difende nel regolare proprio ed altrui svolgimento) costituire vasto argomento non certo Gnostico avverso agli Elementi, bensì Gnostico affine agli stessi.

…E come inquadrato (sia il Tempo e chi al meglio lo contempla ed osserva nella costante propria ed altrui evoluzione, o se preferite, progressiva irreversibile involuzione) nel precedente Commentario, con una vecchia ma certamente pur nuova ‘datata Lettera’, in quanto (sia il Tempo che l’Eretico) ben presente oppure attuale nel principio violato nel diritto d’ognuno costantemente vilipeso non men che ‘truffato’ in nome e per conto di quella cosa pubblica che dovrebbe contraddistinguere l’uomo ed ogni suo rappresentante, sia nella prevenzione che nella corrotta cura di cui ognuno necessita e non solo in privato luogo.

Giacché il malaffare somma una costante involuzione facente parte d’una più vasta ‘equazione’ di valori aggiunti o sottratti, come nel Commentario espresso, dividendo oppure sotttaendo e/o frammentando l’uomo in ciò di cui enumera e non più Logos, nella progressiva costante discesa a cui soggetto.

Per cui quando si richiede una ‘cura’ - evitando dovuta prevenzione - facente parte di una più vasta ed estesa truffa l’Eretico impone, non men per il nome che porto, additare sia l’incapace che il corrotto, in cui l’odierna cultura contesa e divisa in cotal Gnostica pretesa alla deriva affogata.

Per cui la mia Settima Lettera da Storia di un Eretico rimane valida soprattutto quando in questa Terra Straniera si è perseguitati per i reati di cui i delinquenti associati nella gestione della cosa pubblica pretendono sana dovuta cura astenendosi sia dalla prevenzione, sia, ed ancor peggio, dalla corretta gestione del Principio, di ogni Principio offeso nella costante corruzione a cui soggetti non men che associati.  




     
                                                                                       Giuliano 

 P.S.



La Natura

È più di una bella donna

È il Principio

o

Se preferisci, Grande Madre

Sposa

Amante

E diletta figlia

Chi non sa coglierne

Né la Bellezza

Né l’Armonia

È un essere approssimato

E non solo limitato

Inferiore alla bestia:

Approssimato per ogni

Falsa finalità

Incapace d’amare

O solo appena comprenderne l’amore donato

Ma anche contraccambiato

Dal suo viso evaporata

E discesa come lieve cascata

Sulla Terra ove l’uomo dimora e lavora

Incapace però di comprendere

Quanto l’amore urlato

E giammai condiviso

O peggio consumato

Possa consumare

Giacché chi incapace di intenderlo

Quanto il volerlo

Mai potrà celebrarlo!






                                
                           



Non avevo torto, la natura ha manifestato di nuovo la sua forza, quando costretta, si vendica contro colui che tenta (il troppo) di imporre la propria logica a dispetto di un ordine precostituito che determina il corso ‘naturale’ degli eventi. Pur dettando una nostra volontà di dominio sugli elementi della natura, non dobbiamo né temere né sottomettere ciò che troppo spesso pensiamo di conoscere, che ci affrettiamo a studiare, sezionare, catalogare, sradicare, ma mai a concepire come elemento unico che tende ad evolversi e se necessario, quando gli equilibri vengono meno, a reagire secondo la violenza a cui viene sollecitato.




Quando nostro malgrado, da una premessa di naufragio, semplice nella sua dinamica, ma complessa nelle responsabilità, siamo costretti ad assistere ad eventi di una portata maggiore che superano ampiamente la prevedibilità dell’evento stesso, siamo certi delle sicure responsabilità dell’uomo.




Tutte argomentazioni tenute ben celate per il timore che una diversa visione, non materiale, possa intralciare il - regredire - dell’umanità.

Dal ponte della nave lanciamo una scialuppa di salvataggio nell’attesa del prevedibile naufragio dopo la lunga tempesta. Prima e dopo siamo ben lieti di dimostrare che le nostre ragioni e argomentazioni sono state ben occultate negli itinerari culturali che tanto vi affannate a compiere. Se nuove crociate dovranno renderci ciechi e sordi al cospetto di tribunali ben peggiori che l’inquisizione ci ha tramandato, vi rammento con le parole di De André …:

“Anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti …”.




Ed è vero, anche se ognuno di noi nel tepore della propria intimità, lontano da sciagure e disastri si sente ben al sicuro dagli elementi della bufera, ebbene egli è sicuramente coinvolto quanto lo è l’industriale di turno alle prese con un nuovo sistema di produzione, o il semplice operaio che esegue con diligenza il proprio lavoro. Non cerco facili capri espiatori di fronte alla tragedia, ma certamente è accertata una nostra ben precisa responsabilità nell’evolversi degli eventi.

Alcuni anni fa, nell’Ottobre del 99, mi sono permesso di esprimere un giudizio in materia ecologica sviluppandolo in una dinamica matematica, che ha trovato puntuale conferma scientifica. Da supposizioni che sono scaturite dalla pura osservazione degli eventi, fino a coinvolgere argomentazioni di natura filosofica, e sociologica, rapportate giustamente nella dinamica dell’ambiente che occupiamo.




Questa ultima non trascurabile considerazione, sta ad indicare una precisa presa di coscienza, innanzitutto scientifica, dello spazio da noi occupato e delle nostre esigenze presenti e future.

Qualsiasi solida argomentazione deve poggiare su questa consistenza dei fatti.

Qualsiasi nostra opera presente e futura deve sempre tener conto di questa dinamica.

Quando assistiamo ad un nuovo fiorire di opere, in qualsiasi luogo esse vengono concepite, dalle più indispensabili alle più inutili, dobbiamo integrarle perfettamente nell’ambiente circostante ed interagire con esso. Non è un semplice problema circoscrivibile all’architettura, ma bensì, oltre alla forma o lo stile, concepire l’idea che queste due prerogative intervengono nell’equilibrio delle armonie che ci accingiamo a comporre.

L’universo appartiene a questo tipo di armonie, così come lo pensarono i Greci, ed è vero!




Noi rappresentiamo con la nostra evoluzione la stessa dinamica dell’intero Universo che ammiriamo e scrutiamo, e quindi non possiamo discernere da Gaia ed i suoi millenari equilibri ed evoluzioni, che sono le nostre progressioni stratigrafiche di milioni di anni. La sua armonia poggia su ciò, che alla percezione degli eventi potrebbe apparire come puro CAOS; basta studiare l’evoluzione della terra dal punto di vista geologico o glaciologico.

Come il CLIMA di un pianeta che proviamo a rappresentare alle nostre percezioni, scorgiamo in esso una disarmonia apparente perché contrasta con la concezione della nostra armonia.




Quell’inferno che pensiamo di scorgere, in realtà è composto dall’evolversi di determinati elementi e condizioni. Così questi progrediranno nei secoli. Ma il tutto appartiene ad una perfetta armonia che governa la meccanica celeste. Così la stessa dall’infinitamente piccolo fino alle ipotesi del pre e post Big-Bang per formulare delle probabili ipotesi su alcuni stati della materia. C’è alla base di tutto un ‘equilibrio’, per chi si addentra anche da semplice profano verso queste verità, poi non smetterà mai di cercare e meravigliarsi.


Se veniamo meno a questi principi siamo costretti ad assistere nostro malgrado a delle catastrofi incredibili nello scenario delle opere umane. Sono pienamente convinto che questa verità che purtroppo non appartiene più agli uomini, perché protesi verso altri orizzonti di dominio, ci ricondurrà su altre strade abbandonate, riconsiderando argomentazioni che fino ad ora abbiamo trascurato. 








mercoledì 20 novembre 2019

CENNI STORICI (6)




















Precedenti capitoli:

La caduta del Logos (5/1)


Prosegue con la forza e la speranza di...:



















Tutti i nostri Sogni (contro le loro menzogne) (7) &














L'umanità corrotta (8)













Il 4 ottobre 1946 Tago Mina, curatore del Museo Copto del Cairo, acquistò, con poca spesa, per il Museo uno scripto copto (oggi è il Cod. III); lo fece osservare da due studiosi francesi (F. Daumas e H. Corbin) che non ne compresero gran che, ma uno di essi ne parlò, a Parigi, con A. Guillaumont. Nell’ottobre dell’anno seguente T. Mina ricevette la visita di J. Doresse giunto in quei giorni dalla Francia, estrasse da un cassetto lo scritto copto e lo pose sotto gli occhi del visitatore domandandogli se era capace a identificarne il contenuto: i caratteri erano molto chiari, la disposizione elegante, Jean Doresse lesse, quasi incredulo:

‘Libro sacro degli Egiziani sul grande Spirito invisibile…’;

scorse altre pagine e lesse:

‘Il libro segreto di Giovanni…’;




proseguì imbattendosi in due testi quasi identici: la lettera di ‘Eugnosto, il beato…’ e ‘Sophia Jesu Christi’.

Fu così il primo studioso a scoprire un manoscritto gnostico di Nag Hammadi. Tra i primi a essere posti al corrente furono tre personalità di fama mondiale: il canonico É. Drioton, il prof. H.-Ch. Puech, W. C. Till. Quest’ultimo stava preparando l’edizione di un codice copto del Museo di Berlino.

Qual era la provenienza del codice in mano a T. Mina?




Le voci correnti indirizzavano in una regione a nord di Luxor, ma si diceva pure che a corto di materiale più adatto, nella famiglia dell’ignoto scopritore più volte si accese il fuoco con fogli sparsi di altri codici papiracei.

Era vero, oppure si trattava di una diabolica trovata di antiquari per sollecitare il mercato e far salire il prezzo di altri codici?

Nel giro di pochi giorni, gli antiquari, onnipresenti, ne sapevano già più del solerte T. Mina. E fu ancora il Doresse che, nello stesso anno, ebbe la prova tangibile di altri papiri provenienti dall’identica fonte.




Individuato il luogo della scoperta, sorsero spontanee due domande: quando furono nascosti e quali ne potevano essere state le ragioni, tanto più che colui, o coloro, che li nascose agì con molta cura.

La risposta alla prima domanda risultò la meno difficile.

L’esame attento del materiale usato per rendere più solida la parte interna della rilegatura in cuoio dei codici in più casi è costituita da lettere private, nelle quali sono leggibili nomi di luoghi e di persone, ricevute di merci, e spesso è possibile controllarne la datazione che varia dal 330 al 340; lo scarto di qualche studioso non è rilevante.

Per rispondere alla seconda domanda il discorso è alquanto più lungo.




Un nascondiglio così anonimo e accurato, i codici così straordinariamente eleganti, le rilegature intatte e le pagine pressoché intatte (ove non sono intervenute cause posteriori al ritrovamento alle quali, più che al tempo, sono attribuiti i maggiori guasti) sono argomenti che attestano come i proprietari non avevano alcuna intenzione di distruggere questi scritti, ma volevano conservarli né più né meno di come fecero gli Esseni di Qumran.




Leggiamo nel libro di Geremia (32, 14):

‘Prendi il contratto di compra, quello sigillato e quello aperto, e ponili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo’.

Quando, invece, il re volle distruggere gli scritti del Profeta, ne tagliava le pagine e le gettava nel fuoco (Ger., 36, 23). E, più o meno, questa è stata la prassi in tutti i secoli.




Nell’anno 367 il patriarca di Alessandria, Atanasio, inviò la XXXIX ‘lettera festale’ che si è potuta ricostituire quasi integralmente (da vari frammenti greci, siriaci, copti) e il cui interesse è universalmente  riconosciuto: elenca i libri canonici del Nuovo Testamento, quelli dell’Antico Testamento, tra i deuterocanonici inserisce la Didache e il Pastore di Erma giudicandoli validi per i neofiti; si scaglia duramente contro i libri ‘eretici’ per avere essi introdotto e diffuso opere spurie come divinamente ispirate.




La lettera fu tradotta dal greco in lingua copta da Teodoro, coadiutore e assistente di Orsieri successore di san Pacomio (che verso il 320 fondò il grande coenobium, o monastero, di Tabennesi ove era capo Teodoro, morto poi nel 368); la lettera fu diffusa in tutti i monasteri.

È ben nota la stretta relazione di Atanasio con questi monasteri nonché la sua strenua lotta in difesa della ortodossia. Libri sedicenti antichi che circolavano sotto il nome di apostoli li troviamo proprio nella biblioteca di Nag Hammadi; questa stessa situazione è attestata dalla vita di Pacomio (morto nel 346) ove è pure narrato che certi ‘filosofi’ vennero dalla vicina città di Akhmin per interrogarlo circa l’interpretazione delle Scritture sacre (impegno, questo, che come si è già visto, e ancor apparirà appresso, era preminente tra gli gnostici); anche nella Vita di Antonio (morto nel 357), scritta da Atanasio intorno al 355, nei ce. 72-78 si parla ancora di ‘filosofi’ andati a interrogare il santo solitario.




Ci troviamo dunque nella stessa regione, sostanzialmente, di fronte agli stessi problemi e nello stesso periodo: gli anni nei quali dilagano, specie nelle città, le campagne contro gli ‘eretici’ dirette dai rappresentanti della Grande Chiesa, i vescovi e i capi di comunità a loro legati; sono anche gli anni nei quali è illecito e reato il possesso di libri non conformi a quelli ufficiali della «ortodossia.

Gli anni nei quali la religione cristiana diventa di Stato e i suoi rappresentanti ufficiali perseguitano gli ‘eretici’, e i loro libri vengono bruciati e distrutti.

Una comunità cristiana di gnostici nella regione ove dominava sempre più il monachesimo, sotto l’energica protezione di Atanasio, nascose con cura i suoi libri riponendoli in quella giara dalla quale furono estratti quasi 2000 anni dopo?




Pare una conclusione ragionevole, almeno come ipotesi di lavoro.

Il quesito cronologico più problematico e discusso di questi manoscritti è costituito dalla datazione degli originali greci: tutti, infatti, sono versioni dal greco in copto. Alcuni tra i più antichi possono datare, pressoché certamente, tra il 120 e il 140. Al di là di quanto si vedrà, non si può dimenticare che Ireneo di Lione, scrivendo intorno al 180, si duole che scritti gnostici abbiano già ampia diffusione nell’Asia Minore, in Grecia, in Gallia e a Roma, cioè in tutte le regioni da lui conosciute (Adv.haer., Ili, n, 9).

Additare quali siano i più antichi e preparare una lista cronologica è quanto mai ipotetico (se non in rarissimi casi); perciò è meglio, e doveroso, evitare ogni generalizzazione a proposito dell’originale greco, e ricercare piuttosto una qualche cronologia della versione in uno o l’altro dei due dialetti - sahidico e bohairico - della lingua copta; e anche questo soltanto dopo un attento esame lessicale e sintattico di singoli testi.




Organizzati da James M. Robinson, nel 1966 iniziarono campagne di scavi e ricerche approfondite in tutta la regione della scoperta; ma, per motivazioni impreviste, dovettero venire sospese. La ripresa ebbe luogo nel 1975 e proseguì fino al 1978 (almeno per quello che qui ci interessa), con l’organizzazione del Robinson e la direzione di Torgny Sàve-Sòderberg e, in sua assenza, di Bastian Van Elderen, con l’assistenza del Dr. Labib Habachi, decano degli archeologi egiziani.

La prima campagna si limitò al Jabal al-Tarif e alle sue numerose grotte ove - a giudicare da resti di iscrizioni e da monete - si constatò che qualcuna delle grotte minori fu abitata da anacoreti cristiani; ma non si scoprirono indizi di costruzioni.

La seconda campagna (nel 1976) si accentrò sul luogo della basilica di san Pacomio, a Pabau nei pressi immediati di Chenoboskion; al di sotto delle rovine, fu accertata una piccola chiesa e al di sotto di questa un ampio deposito di giare; in uno strato inferiore apparvero tracce di un complesso edificio diviso in varie parti.




Le altre campagne limitate ancora al suolo della basilica e alle vicinanze confermarono l’esistenza, nel I secolo, di una colonia romana, e la straordinaria importanza del sito nei primi secoli del Cristianesimo. Si possono addurre ancora altre costatazioni.

È noto che nelle vicinanze della vicina Akhmin fu scoperto (nel 1886-87) il Vangelo e dell’Apocalisse di Pietro; dei codici Askewianus e Brucianus tuttora si ignora la precisa provenienza, così pure dei famosi papiri Bodmer. Le campagne di scavi confermarono, per questi ultimi, la congettura di alcuni studiosi, cioè la loro provenienza da questa regione.

‘Dalle (campagne) di scavi del 1976-78’

…scrive B. Van Elderen,

‘si ricavò un’ulteriore prova a proposito della provenienza della massa dei papiri Bodmer che finora era ignota; essa conferma la precedente congettura che anche questa collezione provenga dalle vicinanze del Jabal al-Tariff e Waw Qibli (=Pabau). In tal modo tre grandi indicazioni del Cristianesimo primitivo in Egitto sono localizzate nelle vicinanze di Nag Hammadi: i codici gnostici, i papiri Bodmer, e il movimento monastico di Pacomio’.