giuliano

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IL TOMO

venerdì 8 novembre 2019

....A DETTA DI UN "BARBONE" (25)





















Precedenti capitoli:

L'imbarbarimento del sapere  (a detta di un barbone) (24/3)

...Anche in formato: Fotoblog...

Prosegue in:

Quando l'Anima era pura (26/7)














...Mi astengo pur citando taluni suoi passaggi, che l’Impero donde scrive, artefice della remota rimozione dottamente trascritta violando come nel tempo che pensiamo passato Biblioteca e cultura in nome di ben altra materia ricercata; per cui elevandomi e in qual tempo sottraendomi dall’atto o numero nella materia divina e dalla materia dedotto mi astraggo e lievito naufragando nell’apparente nulla di ben altro primordiale istinto e medesimo ugual atto di conoscere e oggettivare non solo il mistero, ma anche l’Uno di cui calco e non solo materia tratta e nel tempo numerato…

…E conseguentemente rimosso per ogni città o biblioteca dalla stessa (autrice) dedotta e narrata…

…Così mi par logico e doveroso in merito alla comune Memoria nello scontro o evento tellurico in cui medesima Anima dibattuta, riportarla e non certo regredirla ai primordiali argomenti in cui disquisita, ed in cui una Scuola enunciava ma non certo la ‘finalizzava’ attraverso la ‘materia’ dall’immateriale donde tratta…




Per cui come detto, non approfondisco il capitolo circa l’Anima dalla seconda autrice disquisita e citata e non a sostegno, semmai astenendomi approfondendo conoscenza e non certo dotta ignoranza, seppur talvolta o troppo spesso da medesimi ignoranti pur dotti, ben ignorata o peggio sottratta a favore di un Sacro la cui storicità antropologica rimossa a beneficio di altro; altro che nella medesima (anche odierna) teurgia tende a riproporre quel senso così caro al volgo e di cui necessita ed abbisogna seppellito nell’ignoranza, e di cui il Rossetti ben ne intende ed esplicita il senso, qual desiderio appagato di cui taluni si avvalgano non tanto per celare sacro e mistero, semmai per meglio beneficiare i favori dei sudditi del dio pregato, riponendolo indistintamente all’altare della materia trattata se pur contrastata.




Ma sappiamo bene che la materia per sua natura essendo un pensiero o una volontà di un dio e più dei, non certo può intendersi o essere esplicitata nella stessa, talché e mi ripeto, solo in talune note fra l’altro ben rimosse dal sapere collettivo la possiamo al meglio armonizzare intendere  decifrare e coltivare, soprattutto non escludendo nulla di quanto lungo il Sentiero nei secoli percorso per la dovuta Cima approfondito e negli scalini della dura crosta, composta da morti e sacrifici, scavati nel ghiaccio per la Vetta. 

Compresi tutti i Demoni della Terra!




…Nel nono capitolo del De mysteriis, procedendo dall’ottavo cui l’autrice sopra-citata espleta l’Anima come dal prezioso tomo coniugata, e volgendomi invece al…

…presente capitolo in cui si sposta l’attenzione sui rapporti tra l’estasi, la musica e l’entusiasmo. È il capitolo nel quale Giamblico offre uno spaccato sull’estasi dei Coribanti, degli invasati da Sabazio e sui seguaci della Grande Madre: la trance avviene grazie all’ausilio di flauti, cimbali e timpani, la musica essendo espressione dell’armonia divina. Tuttavia, si affretta a precisare Giamblico, nessun fenomeno acustico che possa alterare la natura del corpo o quella dell’anima presenta alcun rapporto con l’entusiasmo, il cui elemento divino rimane trascendente. Però si può affermare che le musiche consacrate a ciascun dio godano di certa connaturalità con lui, e che da suddetta affinità possa scaturire la presenza degli dèi, la quale è in grado di provocare un invasamento perfetto. In altre parole corpo ed anima non comunicano tra loro per simpatia, ma dal momento che l’ispirazione degli dèi non è separata dall’armonia divina, l’influsso del canto può, effettivamente, placare l’uno e l’altra. Ancora una volta, però, sarebbe sbagliato ritenere che tali fenomeni sorgano in noi per effetto di una malattia: essi sono di origine divina e discendono dall’alto. Inoltre l’anima non consiste naturalmente di armonia e di ritmo, ciò che impedisce all’entusiasmo di appartenere principalmente ad essa. L’affermazione corretta dice che l’anima, prima di concedersi al corpo, aveva ascoltato l’armonia divina. Poi divenuto Inno. Pertanto, anche dopo la sua venuta nel corpo, tutte le volte che essa gode di un certo tipo di musica sacra che abbia conservato l’armonia divina, l’anima si muove verso di lei, le diventa affine e ne partecipa per quanto le è possibile.




Proseguo verso il Quindicesimo capitolo dello stesso Libro… (ringraziando fin d’ora per la dovuta traduzione nonché interpretazione [in merito a questi due capitoli] dal greco della brillante tesi di dottorato su Giamblico il cui mistero mi par compiuto…)

Con il presente capitolo Giamblico inaugura la trattazione sulla divinazione che si compie attraverso l’arte umana. Porfirio ricorda le tecniche mantiche più diffuse nel mondo antico, vale a dire la divinazione mediante le viscere, gli uccelli e gli astri. Giamblico spiega che in virtù dell’affinità e esiste tra le cose e i segni mostrati, l’arte congettura e inventa i propri responsi. Gli dèi fanno i segni mediante la natura, che in tal modo produce i fenomeni, oppure mediante i demoni, i quali presiedono agli elementi dell’universo, agli animali e a tutto ciò che si trova nel mondo. I demoni manifestano simbolicamente il pensiero degli dèi e la rivelazione del futuro, ma esercitano anche la facoltà di muovere l’intelligenza umana ad una acutezza maggiore…

In nome mio non aggiungo altro!

E riprendo dal libro a voi ‘riportato’… ]


Se è vero che il cristianesimo aveva conquistato in modo trionfale le anime, la cultura classica teneva ancora in pugno le menti. Rifulgeva in ogni suo aspetto, dalla genialità dei concetti e la finezza degli argomenti alla bellezza della lingua e l’eleganza della grammatica, laddove i primi scritti cristiani erano notoriamente maldestri, con notevole imbarazzo degli ecclesiastici. Per dirla con uno scrittore del VI secolo:

Dobbiamo dotarci di una formazione cristiana e di una formazione pagana: l’una per recare profitto all’anima, l’altra per apprendere le magiche arti della parola.

Ma un conto era riconoscere il valore della formazione classica, un altro proteggere le scuole che la fornivano dalle turbolenze di un mondo in mutamento. Qualche scuola era riuscita a sopravvivere all’invasione ostrogota dell’Italia del V secolo, e Giustiniano intendeva consolidare la riconquista di Roma ripristinando gli studi superiori nella città. Il dotto Cassiodoro accarezzò il sogno di fondare nell’Urbe un’università di teologia, ma i suoi piani non approdarono a nulla.




Con l’invasione longobarda del 568, in Italia la tradizionale attività delle scuole, che per una piccola minoranza di maschi giovani e abbienti era rimasta pur sempre a disposizione, cessò.

I pochi privilegiati che potevano permetterselo cominciarono a far istruire i propri figli a casa, ma il campo della formazione scolastica divenne sempre più appannaggio dei monasteri, dove l’accento finiva inevitabilmente per essere posto sulla letteratura e la dottrina cristiana. La produzione libraria nel mondo mediterraneo del IV e del V secolo seguì più o meno le stesse sorti. Nei grandi centri, come Roma, una relativa produzione di volumi destinati al commercio continuò, anche se su scala molto più ridotta rispetto al passato.

La maggior parte della produzione libraria, però, consisteva in copie realizzate privatamente da persone che, tramite amici o reti di studiosi, riuscivano ad accedere ai testi desiderati.

Intorno al 500 la fabbricazione di libri a tema profano era ormai ridotta al lumicino; cresceva invece in modo impressionante la produzione degli scriptoria monastici, legata alla creazione di opere a tema religioso improntate a generi assolutamente nuovi, come per esempio l’agiografia, la storia delle vite dei santi.




Vista l’impossibilità di fondare la sua università a Roma, Cassiodoro si ritirò nelle tenute di famiglia a Squillace, sulla costa ionica della Calabria, e vi fondò un monastero, il Vivarium, ispirato alla scuola di Nisibi, in Siria, di cui aveva sentito parlare e che forse aveva visitato quando viveva a Costantinopoli. Oltre che un devoto cristiano, Cassiodoro era anche un appassionato sostenitore del curriculum studiorum classico, in seguito organizzato nelle discipline del Trivio (retorica, logica e grammatica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica). Riempì dunque la biblioteca del Vivarium di testi su questi argomenti, avendo cura di conformare la produzione di manoscritti del suo scriptorium a parametri e metodi di copiatura adeguati. Cassiodoro fu uno dei pochi letterati degni di nota del periodo, e in tale veste svolse un ruolo cruciale per la sopravvivenza della cultura classica in Italia: sottraendo numerosi libri alle rovine fumanti delle biblioteche romane, mettendoli in salvo e facendoli ricopiare, assicurò alle generazioni successive le opere destinate a costituire il fondamento del sistema scolastico medievale. Poiché aveva vissuto vent’anni a Costantinopoli, egli fu inoltre uno degli ultimi uomini di studio in grado di superare il divario che andava facendosi sempre più marcato tra Oriente e Occidente e di riportare in Italia la cultura e la lingua greca, grazie agli innumerevoli manoscritti in greco custoditi in un apposito armadio nella biblioteca del Vivarium.  

I personaggi della Scuola di Atene




…di Raffaello leggono, o reggono, libri, mentre in realtà alla loro epoca si scriveva su rotoli di papiro. Il libro, o più precisamente il codice, entrò in uso soltanto a ridosso del V secolo. Le sue pagine non erano realizzate in fibra di canna di papiro, bensì in pergamena, pelle animale opportunamente trattata. Quanto alla produzione della carta, in Europa occidentale sarebbe approdata soltanto nel XIII secolo, quando nel mondo islamico era già diffusa da qualche secolo. Il papiro resiste al massimo duecento anni, dopodiché il testo dev’essere ricopiato su un nuovo rotolo. La pergamena dura più a lungo, ma solo se viene conservata nelle giuste condizioni, al riparo da umidità, roditori, vermi, tarme, fuoco e una miriade di altri potenziali nemici. Nato in seno al mondo cristiano, il codice fu in auge tra il IV e l’VIII secolo. Per ridurre il processo di trasmissione a una singola, ipotetica linea, possiamo immaginare che originariamente Tolomeo, nell’Alessandria del II secolo, abbia scritto l’Almagesto su un rotolo di papiro; questo sarebbe stato ricopiato, sempre su papiro, almeno due volte, in modo da arrivare al VI secolo ed essere quindi trascritto su pergamena e rilegato in un libro; a sua volta quest’ultimo sarebbe stato ricopiato ogni poche centinaia di anni, così da sopravvivere (bestie, danni e disastri permettendo) fino al 1500 e diventare accessibile agli studiosi dell’epoca.

È quindi verosimile supporre che tra il 150 e il 1500 l’Almagesto sia stato ricopiato almeno cinque volte. Ci si può allora chiedere: chi sono coloro che lo hanno copiato, e dove lo hanno trovato?




Il destino di ogni testo era deciso da ciò che accadeva oltre i muri della biblioteca o dell’abitazione privata in cui era custodito. Nei turbolenti anni della tarda antichità, le placche tettoniche della vita politica, sociale e religiosa conobbero slittamenti e riassestamenti di enormi proporzioni. Il mondo della cultura abbandonò gradualmente la dimensione pubblica e secolare per ritirarsi nei silenziosi chiostri del monachesimo. Lo stesso fenomeno si manifestò anche in altri ambiti. Prese a mutare l’assetto delle città, dove la Chiesa si incaricò di riempire il vuoto lasciato dalla res pubblica, lo stato romano. Da quest’ultimo il potere passò nelle mani di soggetti privati e capi religiosi. Gli antichi fori videro sorgere enormi chiese, i templi furono distrutti o convertiti, gli spazi pubblici della città furono progressivamente cristianizzati e i vescovi occuparono il centro della scena.

Come le scuole, anche le biblioteche pubbliche rimasero vittime di questo processo: senza qualcuno che pagasse per il loro mantenimento, caddero in disuso e andarono in rovina. Coloro che nutrivano interesse per discipline come la matematica e l’astronomia si videro costretti a coltivarle in privato, e così le labili reti d’interscambio tra gli studiosi si contrassero ulteriormente…


(V. Moller, la mappa dei libri perduti)













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