giuliano

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IL TOMO

giovedì 7 novembre 2019

L'IMBARBARIMENTO... DEL 'SAPERE' (23)



















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A detta di un 'barbone' (24)













Le condizioni non erano favorevoli né alla conservazione dei testi né alla ricerca del sapere fra il Quarto e Quinto Secolo. Per prosperare, infatti, entrambe hanno bisogno di stabilità politica, passione personale e finanziamenti adeguati, e tutto questo nel 500 scarseggiava.

Ciononostante c’erano ancora piccole oasi di cultura e i libri custoditi al sicuro erano molti. Dai nostri lontani antenati abbiamo ereditato un grande patrimonio, ma la realtà è che nel lungo viaggio verso il XXI secolo enormi porzioni di cultura antica sono andate perdute. Ne è sopravvissuta solo una frazione: sette delle ottanta o più tragedie di Eschilo, sette delle centoventi di Sofocle, diciotto delle novantadue di Euripide. Molti altri scrittori sono scomparsi del tutto, nulla più che nomi fantasma evocati in opere altrui. Alla fine del V secolo un certo Giovanni Stobeo compilò un’enorme antologia di citazioni, 1430 tra poesia e prosa. Solo 315 di esse provengono da opere giunte fino a noi, il resto da opere perdute. Con la scienza è andata un po’ meglio, e tuttavia testi importanti come i trattati Sulla dimostrazione di Galeno e Sulle miniere di Teofrasto o quello di Aristarco sulla teoria eliocentrica (che se fosse sopravvissuto avrebbe potuto cambiare drasticamente la storia dell’astronomia) sono stati inghiottiti dalle nebbie del tempo.




Se alcuni testi ci sono arrivati, come gli Elementi di Euclide, l’Almagesto di Tolomeo e il corpus galenico, è solo grazie a un’attività di erudizione e studio durata millenni. Le idee contenute in quegli scritti sono state filtrate dalle menti di generazioni e generazioni di copisti e traduttori, trasformate e ampliate da brillanti studiosi arabi che, nel tardo Medioevo e nel Rinascimento, sono stati a poco a poco cancellati dalla storia.

Non mancarono nemmeno i tentativi di recuperare certi libri: anche gli antichi erano consapevoli del concreto pericolo che il sapere potesse scomparire. Svetonio racconta che l’imperatore Domiziano (51-96 d.C.) «si diede cura e non risparmiò spese per restaurare le biblioteche andate distrutte negli incendi, col far ricerca di esemplari di opere in ogni parte del mondo e col mandare ad Alessandria esperti a copiare ed emendare testi».




Gli unici manoscritti superstiti che sono stati effettivamente realizzati nel mondo antico (prima del 500) sono i piccoli frammenti di papiro rinvenuti in un deposito di rifiuti egizio e i rotoli della Villa dei Papiri di Ercolano. Per il resto si tratta di copie eseguite nel corso dei secoli successivi.

Nell’antichità la produzione di libri era un’industria fiorente, con mercati specializzati e negozi nei centri, grandi e piccoli, di tutto il Mediterraneo.

Perché allora si sono salvati soltanto pochi esemplari?

Fino al IV secolo i libri non avevano la forma che conosciamo oggi, ma erano rotoli scritti su papiro, materiale ricavato da una canna che cresce sul delta del Nilo. Solitamente erano lunghi tre metri circa; per leggerli bisognava quindi srotolarli da un capo e cominciare lentamente a riavvolgerli dall’altro, il tutto servendosi di speciali asticelle di legno. Con il ripetersi di quest’operazione il papiro diventava più fragile, e il rischio che si lacerasse aumentava; i testi venivano perciò ricopiati su nuovi rotoli con una certa frequenza. Come vedremo, quando cominciò ad affermarsi un supporto più resistente e duraturo – il codice (realizzato in pergamena e legno) –, il mondo era cambiato e coloro che producevano, commerciavano o leggevano libri non erano più così tanti.




Nell’anno 500 l’impero romano d’Occidente era ormai crollato, mentre quello d’Oriente si era drasticamente ridimensionato. La vitale e fiorente civiltà dell’antico mondo pagano stava per essere eclissata da una nuova potenza: la Chiesa cristiana. Per tutto il millennio successivo, in Europa il mondo dei libri e della cultura sarebbe stato dominato dalla religione, mentre la scienza avrebbe trovato una nuova dimora nel Medio Oriente.

Il V secolo era stato un periodo tumultuoso: la metà occidentale dell’impero romano era stata sottratta al controllo imperiale per finire nelle mani di una serie di popoli tribali giunti dall’Europa settentrionale. Sull’Hispania romana regnavano ora i visigoti, con la parte settentrionale della penisola occupata dagli alani e dai suebi. La fascia settentrionale dell’Africa era stata conquistata dai vandali. L’Italia, e la stessa Roma, avevano da poco assistito all’incoronazione (in imperiale pompa magna) del re ostrogoto Teodorico. Intanto i franchi erano impegnati a fondare la nazione che oggi chiamiamo Francia, e le orde degli anglosassoni, attraversata la Manica, si spingevano in profondità nel territorio britannico.




Non più tenute insieme dalla potenza di Roma, le società dell’Europa occidentale iniziarono a separarsi l’una dall’altra, chiudendosi in se stesse. Le città si spopolarono e la gente tornò alle campagne, a uno stile di vita più semplice e rustico. La rete viaria e il sistema di comunicazioni dell’impero si sfaldarono, e i mercanti non furono più in grado di trasportare in sicurezza le loro merci, con una drastica contrazione degli scambi. Ciò che restava dell’impero, la sua parte orientale, resisteva, ma in una forma molto ridotta.

 Nella tarda antichità le condizioni di vita quotidiane erano estremamente precarie, anche per il facoltoso 5%  della popolazione che non era costituito da contadini o da schiavi. Non c’era casa che non fosse flagellata dalle malattie e dalla morte, la fame e la rovina erano dietro l’angolo. Se a ciò si aggiungono le orde degli invasori barbari, che calpestavano i raccolti e trucidavano le famiglie, il quadro si fa davvero cupo. In tanta oscurità c’era però un barlume, una flebile fiammella di speranza nel caos: la religione.




Nel 500 il cristianesimo, adottato ufficialmente dall’impero romano nel 380 d.C. con l’editto di Tessalonica, e si era diffuso, sotto varie forme, in tutta Europa, nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale, sostituendo il variegato panorama di sette, divinità e culti che ricadono sotto il termine paganesimo.

La fede pagana era molto diversificata, spesso con connotazioni locali; la gente credeva in molti dèi, non di rado strettamente connessi al mondo naturale, e i riti erano orientati a influenzare la natura per garantire un buon approvvigionamento alimentare, la salute e la felicità della comunità. L’accento posto dal cristianesimo sul concetto di unico vero Dio poneva di fronte a una scelta netta: o tutto o niente; e alla fine decretò la scomparsa della maggior parte degli antichi culti pagani. [……..]




A mano a mano che la Chiesa acquistava potere e popolarità, i vertici divennero sempre più determinati a estirpare i sistemi religiosi concorrenti e a cristianizzare il mondo intero. Nell’anno 500 il raggiungimento di tale obiettivo era ormai a buon punto. Un dato sorprendente è che in questa fase, a un secolo dall’irrompere dell’islam, c’erano molti più cristiani in Oriente che in Occidente, con monasteri e chiese sparsi in tutta la Siria, la Persia e l’Armenia.

La gente si aggrappava alla promessa di salvezza.

L’idea che una maggiore sofferenza sulla terra avrebbe comportato una maggiore ricompensa nell’aldilà era un potente antidoto contro le disperate condizioni di vita che funestavano la quotidianità del V e del VI secolo. Questo concetto fu fondamentale per la vittoriosa affermazione del cristianesimo sul paganesimo, che di norma propugnava invece la ricerca della felicità e bollava il dolore come male [prendo atto che certamente l’affermazione della pur valente autrice pecca di limitatezza…]…




Il trionfo della sofferenza sul piacere trovò la sua espressione più estrema nei primi monasteri, molti dei quali fondati in questo periodo; nell’anno 600 soltanto in Gallia e in Italia ce n’erano trecento. In queste comunità, spesso isolate, regnava la convinzione che, come afferma lo storico Stephen Greenblatt, «la salvezza sarebbe scaturita solo dalla mortificazione». Chi vi abitava doveva dedicarsi a pratiche come l’autoflagellazione e in varie forme di privazione, per un’esistenza improntata a un duro ascetismo. Ma questi monasteri erano anche isole pacifiche e sicure in mezzo a un oceano di terrore, e con il tempo divennero gli unici luoghi in cui si potesse trovare qualcosa di prossimo a un’istruzione o a una biblioteca.

La battaglia tra cristianesimo e paganesimo fu lunga e violenta, con numerose vittime. Il mondo degli studi e della cultura si ritrovò nella terra di nessuno tra i due contendenti: la forza destinata a prevalere, la Chiesa, si dibatteva infatti tra i tentativi di distruggere e quelli di assimilare la filosofia, la scienza e la letteratura del mondo antico, pagane per loro stessa natura.




Nel 529 due eventi cruciali spostarono l’equilibrio ancora più a favore del cristianesimo. L’imperatore Giustiniano chiuse l’Accademia di Atene, centro della filosofia neoplatonica e della resistenza pagana. I filosofi fuggirono in Persia, portando con sé i libri e usandoli per insegnare: l’«aurea catena», la tradizione ateniese di studi teoretici che risaliva a Platone e Aristotele, si era spezzata.

Intanto, nell’Italia centrale, sulla collina rocciosa di Montecassino, un pio e giovane cristiano di nome Benedetto fondava un monastero, e con esso un nuovo ordine religioso che si sarebbe diffuso in tutto il mondo. Nei secoli seguenti, Montecassino diventò celebre per la sua biblioteca e il suo scriptorium, un importante presidio di cultura e formazione intellettuale.

Mentre le porte dell’Accademia di Platone chiudevano i battenti per l’ultima volta, san Benedetto abbatteva il tempio di Apollo, sopravvissuto ai secoli, per sostituirvi un monastero. La forza simbolica dell’atto non avrebbe potuto essere più chiara. Stava per instaurarsi una nuova èra.

(V. Moller, la mappa dei libri perduti)














           

                        

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