giuliano

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IL TOMO

domenica 24 maggio 2015

IL VOLO DI JONATHAN: dialogo con l'eremita (17)


















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I sentieri di Jonathan (1/16)

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Il volo di Jonathan (18):   ..... Dialogo con l'eremita













Ora riprendo il volo, confesso che la Terra dall’alto di questo cielo oggi mi pare più limpida, più facile la Via proprio quando pensavo averla smarrita, in questo mese ove giù da basso si sente la Rima di tanti miei amici, mi sia concessa in questa Primavera di una Resurrezione così lieta anche a me la dolce strofa della poesia che allieta la Vita. Quando costretto, dalle terrene esigenze, volare in basso dalle alte stratosfere prive di quella materia che il popolo divora. So i miei amici farmi compagnia lungo la via ed allietare la strofa della terrena sofferenza. Udirli la mattina nel loro Canto e Poesia al Girone ove legata la strofa della Rima è una lieta novella che annuncia la Vita, ed il volo interrotto mentre alto nei cieli di una geografia così ricca al confine di una città che fa mostra di se nell’Esposizione della ricchezza, un Eretico mi ha narrato il suo Viaggio, mi ha confessato la pena della vita interrotta dal cacciatore della Rima.
La sua traversata, o per meglio dire, il volo terreno per questi ed altri cieli fu interrotto da uno o più uomini appostati con degli strani schioppi, cercavano la linfa della Vita per appagare il ventre del loro istinto al soldo di chi non ha ali per questa rotta. Inchioda l’Anima ad una verbo che vola con sicura e decisa traiettoria alla velocità di una mira che non conosce l’oracolo del Sogno che crea Parola. Poi il calore di un Tempo sconosciuto alla loro Memoria, da dove l’Universo si ricompone per espandersi alla velocità della luce, un minuscolo evento giammai quantificabile nello strappo di una antica simmetria che dal gelo apparente e senza vita, sboccia al calore della Vita. Così 




l’Universo è di nuovo nato in questo invisibile Creato, e se lo osservi con occhi diversi scoprirai dimensioni invisibili ai tuoi sogni terresti, la direzione del Tempo donde per il vero io provengo, dona a me la vista e il potere del Dialogo degli eventi, così riesco a scorgere un mondo invisibile comporsi in miriadi di Cieli e Universi dove la lotta talvolta si annuncia difficile e dura. Per lo stesso motivo il poeta Milarepa, aggrappato alla radice della vita quale suo unico nutrimento e verde come la foglia divenuto e nella terrena vita evoluto, dovette combattere una difficile strofa, una difficile guerra, fra il Bene che avanzava e il male che muta sembianza e crea quella materia a noi estranea e priva di ogni sostanza. Placare Dèmoni e angeli caduti in una lotta priva di ogni logica Divina: debbo tacitare questa invisibile crosta ove digerita la povera sostanza dell’umile via, incide la placca ove inciso l’araldo di lontana memoria antica.
Assiso sotto un albero meditai la Luce e la Vita.
… Ma nel profondo di un Oceano di fuoco fu intrappolata la vista, tartaro e fucina della Materia di chi vuole controllarne il Primo Sogno, strappo di un creato nato, minuscolo frammento più piccolo del Tempo misurato onde creo la Vita. La curvatura onde piego l’ala della mia venuta quando il vento indica alla mia Via l’orientamento dall’uomo smarrito nella rotta così ben miniata e dipinta di ciò che pensa composta la Regola pregata.
Quando si accorgerà che esistono altri Universi lontani e distanti miliardi di anni luce precedenti al piccolo Frammento di una Primavera della vita, capirà l’errore dell’infallibile parola coniata. Perché Dio assente al Tempo della loro venuta. Assente alla dimensione della piccola Natura sognata. Si espande in questa alba di Primavera e poi torna al gelo di un inverno ove il Dio prima di Dio nacque dal freddo di un Padre Straniero, e morì in un desiderio di vita incompiuto dopo aver creato la vita appesa al fucile. Traiettoria di un cacciatore appostato lungo la Via. Se fu delatore dell’Eretica Parola e Rima non so dirvi con precisione, il mio amico incontrato una mattina alle alte quote di un volo invisibile alla loro Vita, mi narrò la vita sacrificata all’ala di chi non conosce la Verità celata nel Sogno di una diversa vita, prigioniero di un pasto con cui pensa saziare l’ingordo appetito. 




Così sacrificano la Vita e Dio che compone la strofa, perché quell’essere che vola mostro antico a cui la Storia della sua Natura ha donato una morta prematura ad una meteora della sua venuta, un Tempo narrato dalla stessa strofa nuotava in un mare antico, ma tutto ciò è illusione di uno strano Dio, indecifrabile al Tempo di un Secondo calcolato e narrato dal loro Creato così misurato.
In un volo celato al loro cielo scrutato la dimensione di ciò che pensano Vita e Materia conosce diversa Luce e Tempo nella Rima che compone lo Spirito che si incarna per ogni foglia di questa invisibile via. E il ciclo della Vita si ricompone per ogni vita di nuovo prigioniera ed appesa alla traiettoria di una navicella che vola nell’assenza di ogni gravità cui pensano composta la vita. Gravità e Tempo che necessitano di una diversa vista all’angolo della loro vita, l’angolo ove si apre l’ala che vola pur prigioniera alla materia e gravità sospesa di questa vita. E l’amico incontrato una mattina mi narrò il volo spezzato all’orientamento della sua rotta. Il desiderio di Vita e l’amore della Natura sono divenuti altri Elementi e araldi dello stesso Creato. L’ho avvistato poi al freddo di una mattina mentre miravo il panorama alto di questa geografia, correva a braccare il gregge di un pastore che gli aveva rubato la compagna della sua vita.
Ed in una nuova Simmetria di quella geografia ove il cacciatore apostrofa la vita, vedo il riso della parola coltivata nell’araldo della terrena via, sazia la strofa della vita. Un campo di riso, e mentre loro ridono io vi narro brevemente del riso della vita in una lettera letta all’uscio di una antica dimora, perché il volo richiede giusto nutrimento allo Spirito privo di materia cui composta la terrena via.

Havendone lo Illmo duca de Ferrara facto richiedere per mezo del suo Ambassatore che gli vogliamo  compiacere sachi XII de riso quale desidera de haverne per seminare in Ferrarese Te scrivemo et commettemoti che al dicto Ambaxiatore o ad qualunche suo messo debbii subito far consegnare li dicti sachi XII de riso per lo urgentissimo bisogno per sui fratelli frati et eremiti dislocati in lontani confini ove lo Terra scalcia come uno somaro impazzito e lo companatico non se pote trasbordare per lo ordine de mare  o per per terra tanto le strade inaccessibili vi demorano Lo detto Ambassatore ha espletato penitenza terrena per talune hearesie dello quale perseguito dai suoi devoti nemici et alla Bolla dello presente Ordine Divino se accompagna penitentia terrena per li peccati commessi affinché detta  Lettera con lo riso richiesto non ne venga fatto sequestro dallo delegato Sanctissima e Benedectissima Inquisitio et affinché neanco io venga persecuito per istessa immonda et innominata haresiae per lo ventre della Beata Vergine e Benedecta Maria cui allego alla presente devota offerta per lo convento in costruzione et facio sollenne giuramento de onni precriera
Me firmo in fede alla devotissima Chiesa Galeazzo Maria Sforza duca de Milano…

Quanti campi così ben coltivati, quanti terreni e osteria della ricca parola alla dimora del riso della vita che sazia codesta Rima nutrita al ventre della vita. Quale geografia alimenta questa Preghiera al sor-riso di una antica poesia affinché il riso di un profeta che nacque alla retta Parola non perisca alla materia di una crosta indurita con cui saziamo la mortale vita.
Il segreto lo conservo nel ricordo coltivato e nutrito di un Eremita incontrato un mattino, volava alto nel limpido cielo. Non sono mai riuscito a imitarne il volo, perché diveniva una sol cosa con il Creato, prodigio del Nulla cui talvolta appariva nella caverna di un pensiero profondo cui custodiva il segreto della vita, cui nutriva la saggezza della Prima Rima. Da lui, per il vero, ho meditato e saziato l’evoluzione del mio volo. A Lui debbo qualcosa dal riso di una diversa venuta, e nel dialogo antico 




apprendo la saggezza della vita e contraccambio con il riso con cui condirono e inchiodarono la Vita all’osteria del Cacciatore della parola per sempre riccamente nutrita. Ognuno, saggio e devoto alla retta Via, sazierà e nutrirà la dura disciplina, sfamerà e condirà la terrena Vita. A noi sarà destinato il riso nella povertà nutrito e nella stessa ora condividerne il martirio. Leggerne la strofa che sazia lo Spirito di un profeta e poeta diviso fra il Bene ed il male di un mito specchio del Creato. E di un male giammai arrecato nell’Universo pregato ai piedi di un Buddha smagrito e mutilato alla vista di un nuovo Dio forgiato…

Jonathan: Disturbo signor Eremita? O forse preferisce che la chiami Ibis dal ciuffo?
Ibis: No, no, è troppo frivolo. Eremita ha un’aria più dignitosa. Ma a che cosa il piacere della sua visita?
Jonathan: Ero sopra queste risaie e ho pensato di venirle a far visita. Qui Eremiti come lei non si trovano più, so per l’appunto che è rimasto solo, ciò mi dispiace. Del resto, che altro può fare con quel nome, se non vive solo? Immagino che si stia dedicando alla meditazione.
Ibis: Dice bene, sto imparando a meditare, o almeno ci provo. Io non ero un contemplativo, tutt’altro, ma i guai la vita e la solitudine modificano il carattere. Se uno li prende male diventa nevrastenico, se li prende bene acquista saggezza, e siccome io sono un Eremita longevo il Tempo per maturare non dovrebbe mancarmi è questo il difetto di quegli uomini che camminano laggiù. Li vede? Non meditano mai le loro terrene parole, se solo meditassero sulla fragilità dell’esistenza terrena saremmo più eremiti e contemplativi. Pensi…, l’anno scorso quando siamo tornati dalla solita migrazione, eravamo ancora in Tre, ma Tre volte Grandi! Fortuna che non siamo transitati sopra l’Osteria del Cacciatore, quelli quando ci vedono sono spari e riso…
Jonathan: Lo so bene, non mi dica nulla mi rattrista la mattinata… E’ strano che vi siate ridotti a questo punto. Non siete mai stati molto numerosi, e poi lo ammetto fosse solo la cucina del vecchio oste, nulla al confronto della Lanterna ‘dal cinese Rosso’. Dal cinese dell’ultima dinastia l’Ibis dell’antica parola è un piatto prelibato e ben condito. Non lo cuoce allo spiedo dal fuoco nutrito come sa fare solo il Cacciatore Oste antico. Questo so di certo…, ma dal Rosso è tutt’altra salsa e l’Osteria così gestita rende la Vita 

(Prosegue....)
























mercoledì 20 maggio 2015

ELLIS ISLAND (3)

















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Ellis Island (1)

Ellis Island (2)

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Ellis Island (4)



20 maggio 2015 museo dell'immigrazione....













....Gli impone di condividere con l'inimmaginabile
straniero la sacralità della sua americana coscien-
za, l'intima essenza del suo americano patriotti-
smo; ma mai quella verità gli si era rivelata con
simile forza.....




Nella luce livida di cui quei cortili di sgomento la
inondano, essa lo scuote - almeno mi piace imma-
ginare che lo scuota - fin nel profondo del suo es-
sere; mi piace immaginarlo, debbo assolutamente
immaginare che a seguito di quell'esperienza per
sempre vaghi con un nuovo sguardo sul volto, se-
gno esteriore per chi riesce a vederlo, del nuovo




gelo che gli ricopre l'anima.
E' questo il marchio visibile della persona, non
so quanto privilegiata, che ha avuto un'apparizio-
ne, che ha visto un fantasma nella sua vecchia ca-
sa, ritenuta sicura.
Che l'incauto, pertanto, non visiti Ellis Island.
Come io stesso mi accorsi, peraltro non sarebbe
stato per niente facile cancellare il retrogusto di




quell'esperienza tanto pungente; al contrario, lo
sentivo continuare a crescere ovunque volgessi
lo sguardo; altre impressioni sarebbero potute
andare e venire, ma quella conclamata asserzio-
ne dello straniero, per quanto incommensurabil-
mente straniero, a condividere il più sacro rap-
porto di ciascuno, rimaneva comunque l'elemen-
to costante, il monito che non poteva essere e-
luso.




Il rapporto più sacro di ogni individuo, così si
era sempre pensato, era quello col proprio pae-
se: concetto, questo, che per tanta parte è co-
stituito dai propri concittadini e concittadine...
Così davanti alla tradizione di cui quelli erano in
gran parte il prodotto, fu come se per tutto quel
periodo l'idea stessa di nazione andasse incontro
a una sorta........

(Prosegue......)















martedì 12 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (18)



















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Il Tempo & la Memoria (17)

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Il Tempo & la Memoria (19)













…. Ma in questo caso, superata la simmetria storica, di cui non esageriamo o falsiamo i contenuti accertati, (‘condiamo’ la falsa coscienza della futura e comune Memoria, ‘perfetti’ custodi della vera Parola perché per l’appunto celebriamo il bilancio giammai falsato della Storia…) abbiamo a che fare con una persona istruita, e nei fotogrammi di questa storia assente alla direzione del Tempo, visto la Domenica del comune ricordo, introduciamo una breve parentesi... (ove due opposti ma uguali totalitarismi si celebrano nella liberazione, e futura, per quanto nuova carcerazione dello Spirito quanto del corpo: l’Armata Rossa libera dal nazismo quel che rimane della Germania riflessa nelle macerie dell’Europa nella corsa contro il tempo per le sorti della geopolitica che condizionerà il destino tedesco quanto europeo per i successivi quaranta e più anni, e di cui, se pur le ammissioni di colpa, la volontà scritta nei geni di un popolo (sconfitto o/e liberatore) sembra palesare al di qua e al di là della nuova frontiera, uguali intenti ed istinti… In condizioni apparentemente e diplomaticamente avverse contrarie e lontane dai rispettivi interessi… E di cui mi par doveroso rinfrancare e dissetare la giusta Memoria alla Biblioteca della comune Storia, in quanto uguali intenti si possono di nuovo ‘materializzare’ nel delirante teatro dell’egoismo inteso come reciproca incomprensione… dettati da opposti interessi…).




In questa giornata, il sentiero dell’inquisitore di ‘frate Lanfranco’, non immune dalla logica, dalla sottile logica che lo lega indissolubilmente ad un (futuro) Eichmann, oppure ad un (futuro) volenteroso guardiano di gulag, e di cui il libretto vergato costituisce una testimonianza utile, rappresenta una valida simmetria di cui l’autrice del notevole testo ci trasporta in una geografia e testimonianza storica piuttosto rara; e di cui, i futuri totalitarismi, dovranno molto, in quel ‘ruolo’ e ‘bilancio’ accertato di ‘padre Lanfranco’. E di cui il singolo fotogramma così ben visualizzato, ci conduce alla visione di uno snodo documentario che non può e deve essere isolato come l’esule il clandestino o l’eretico qui ricordato, poiché il singolo evento, la singola eresia (anche e soprattutto se rapportata ad un piano più vasto simmetrico alla scienza della fisica trasposta alla metafisica), la singola ed avversa parola…, creano la ‘frattura’ su cui si costruisce la Verità storica. Creano la visione di una più reale e certa prospettiva dell’intero panorama osservato nella geografia ammirata e studiata. Ciò è condizione necessaria e sufficiente, indispensabile per quella Ecologia cui il nostro DNA ci porta a constatare le dinamiche (storiche e sociali proiettate nello spazio che si occupa) dell’ambiente cui desideriamo una duratura e prosperosa crescita immune da quell’‘inquinamento politico’ che degenera nello ‘smog asfissiante e delirante’ parente dall’intollerante e monolitica certezza. Futuro e certo terremoto di quella evoluzione sociale che porterà alle condizioni e premesse della moderna per quanto antica dittatura.




L’uomo è legato geneticamente socialmente e intimamente all’ambiente occupato, ragion per cui, tutt’uno con esso forma l’humus e contesto sociale per prosperare nelle proprie ed altrui condizioni di vita. Osservare la (Stato) geografia di un qualsiasi contesto: mare o montagna che sia e goderne le bellezze, comporta questa conoscenza evoluta su cui la terra o l’acqua camminata e navigata parlino e narrino la storia. In cui in un passato non del tutto remoto, sappiamo l’evoluzione di questo pensiero, di questa conoscenza, essere ancor oggi legato alla ‘teologia’ di una monolitica visione intesa quale ‘unica certezza’. Sia per il popolo tecnologicamente evoluto, sia per il ‘talebano’ che in nome della sua religione ‘mutila’ il passato rendendo a quella ‘iconoclastia’ di cui si fa artefice una realtà monolitica quanto l’ortodossa parola cresciuta nei fotogrammi di una dittatura. Due geografie che debbono convenire ad un panorama non comune in quanto diversa la loro memoria, ma nella diversificazione che ogni panorama offre, le possibili strade per condividerne ammirarne e goderne pacificamente i contenuti. L’osservazione e lo studio della geografia e le previsioni ad essa legate, quanto della storia, e le previsioni ad esse riconducibili, richiedono quell’intervento interdisciplinare indispensabile nel millennio che viviamo, per superare arginare e prevenire ugual intenti scritti nella stratigrafia genetica di un comune (e talvolta o molto spesso… intollerante e limitante passato). Perché in tale geografia ammirata, in quella Ecologia desiderata, nella libertà agognata, specchio dell’economia prefissata, per mantenere immune il panorama ammirato ed abitato nella prosperità confacente all’uomo bisogna considerare la stratigrafia che tale panorama ha solcato ed inciso nei secoli del suo sviluppo.  




…Tale condizione intimamente legata alla Storia che non può essere isolata nella visione che si ammira, più o meno rapiti. Ignorare ciò è limitativo ingenuo e fuorviante ed innesca tutti i motivi di una ciclicità di intenti e finalità. Gli attuali ‘viaggiatori’ di questa geografia, come altri, risentono ancor oggi di questa guerra di questi divari, di queste fratture nel comune terreno sociale e politico, come il Tempo e la Memoria al fotogramma di  frate Lanfranco (al teatro della vita molto o troppo spesso recitata sul palco  della memoria dimenticata o peggio scimmiottata, a cui si preferisce troppo spesso altro film altro teatro immune ed avverso alla verità vissuta e interpretata) o altri eretici esuli della geografia studiata. Talune frontiere sono irrimediabilmente divise con esiti e destini incerti scritti nel comune passato, che, anche se celebrato, rischia ugual fratture fra una eterna ‘ortodossia’ e ‘eterodossia’. Non basta dire e pensare nella limitatezza di intenti: ‘venite poveri a voi il paradiso terreno di una nuova terra’; non basta questo singolo gesto o parola per far prosperare la propria ‘geografia teologica’. Bisogna approdare ad una scienza filosofica dalla quale la geografia religiosa ha ereditato il passato pregato e ammirato in ugual intenti e finalità privi del requisito del materiale egoismo e di cui condividono i motivi, se pur la stratigrafia nella geografia ben accertata e documentata nell’araldo del Tempo risenta dei climi dell’intollerante limite della Memoria. Nella simmetria dell’intollerante ed egoistica finalità materiale legata al territorio occupato che porta a formulare ed offrire condizioni ed interessi differenti per l’esule il clandestino e l’emarginato.




La globalità, condizione non ottimale di fondamento economico, e sulla quale si vuol costruire la comune memoria, deve fare i conti, oltre con quella iconoclastia detta, figlia di un Medioevo intollerante, anche con il limite stesso della sua logica, scritta in simmetrico intento livellatore ed ugualmente iconoclastico. Il futuro è scritto e ‘certificato’ nel passato, ogni geografia nasconde questo segreto ed intima bellezza. Il futuro è scritto negli archivi ‘stratigrafie’ di un ‘progresso’ che purtroppo ha portato e porta costantemente ad un regresso, poiché nella geografia del comune ambiente condiviso vi sono più o meno visibili quelle realtà su cui lo stesso ambiente è legato alla sua Ecologica, condizione indispensabile di sviluppo se non si vuol intervenire successivamente come ogni giorno accade. E qui non si vuole intimamente abusare di tal termine su cui qualcuno può speculare, ma è condizione necessaria e sufficiente per la Natura e la geografia da essa formata quelle condizioni biologiche e chimiche che creano le condizioni della vita (legate e scritte nella diversità biologica, e quindi, etnica, equamente e socialmente distribuita, in quanto ogni essere vivente abbisogna del proprio spazio vitale per poter vivere senza che sopprimiamo o artificialmente interveniamo come spesso accaduto e accade, eccetto che, per tutti quegli interventi di cui si rende indispensabile il ‘controllo’ e la dovuta ed evoluta prevenzione del ‘territorio’ osservato. La dittatura sul ‘libero arbitrio’ ha portato a condizioni storico-economiche non confacenti con la Natura dell’uomo quanto del regno animale da cui discende…).




Il regno animale oltre ad offrire un valido esempio è il serbatoio sul quale sono scritti i comuni geni della memoria, l’animale (di allevamento, e non, parente a noi prossimo) da cui traiamo nutrimento non rappresenta solo motivo di sfruttamento, ma motivo e condizione economica per studiare due modi e concetti di ricchezza e sviluppo. L’animale che trae sostentamento in rapporto al territorio occupato nella millenaria ecologia e ciclo della vita riproduttiva seriamente minacciata dall’uomo e su cui  interviene per migliorare le proprie condizioni da quando cacciatore più o meno evoluto, è legato al terreno o territorio (occupato) su cui coltiviamo (ed alleviamo) i nostri intenti alimentari come culturali. Se seminati sulla ‘zolla’ ed ‘humus sociale’ intollerante sfavorevole o geograficamente ‘non confacente’ perché iniquamente ripartito, con quei virus che sovente infettano raccolti e piante come i principi dell’intollerante e fertilizzante veleno, creano quei frutti (vegetali e non…) e raccolti dannosi alla salute per il presente quanto per il comune futuro di tutte quelle malattie intese come ‘cancri’ che dividono e uccidono la sanità del corpo quanto dello spirito. L’interdisciplinarietà di più eventi non è un singolo fatto utopistico o peggio una  forza a cui deleghiamo e successivamente coniamo la moneta o il ‘sogno’ del più forte e ‘libero’ impero, così come i nobili delegavano il proprio impegno a difesa del potere temporale per consolidare il proprio feudo; ma altresì la capacità di arginare errori e comuni intolleranze nella prospettiva di una geografia storica non immune dal Tempo e la Memoria…
(curatore del blog…)




… Altrettanto raramente si esplicita l’identità religiosa di uomini e donne: mai l’inquisitore supera il  livello stereotipo dell’indicazione della vera o presunta ‘setta’, né si addentra in specificità dottrinali. L’interesse di frate Lanfranco è altro. Paradossalmente gli eretici sono comparse sul palcoscenico della repressione antiereticale dove agiscono inquisitori e collaboratori, rappresentanti dei poteri pubblici e signori locali. Non è chiara la strategia antiereticale, non sono precise le accuse contro gli eretici. In modo più evidente appare che la ricerca e la persecuzione di uomini e di donne sono funzionali a traiettorie politico-ideologiche esterne, se non estranee, a molti di quegli uomini e di quelle donne. Rispetto al momento giudiziario, i rendiconti si collocano in una dimensione temporale differita: rappresentano il prima e il dopo di realtà processuali. Si soffermano sui prodromi dell’azione degli inquisitori e dei suoi collaboratori (spie, officiales, ecc.) e sugli esiti (ad esempio confische e vendite di beni). Non danno risposte esplicite su chi viene indagato, ma su come si arriva ad un eretico. Non svelano i perché di scelte di religiosità critica. Le scritture contabili sono al di qua e al di del momento processuale e, sebbene poche informazioni trapelino circa i procedimenti giudiziari, il termine processus compare con una certa frequenza solo quando si provvede all’acquisto di materiale per scrivere e per rendere conto scritto dell’operare degli inquisitori, non certo di quello degli eretici. 




Collaboratori stretti del frate inquisitore si rivelano i detentori della pubblica fides, ossia i notai, la presenza di un notaio indica la necessità di redigere un documento (più o meno valido più o meno giusto più o meno confacente con l’interesse dell’eretico…): la missione ha superato la fase poliziesco-investigativa ed è al finale momento giudiziario. La loro presenza, ed il loro ruolo, inevitabilmente, indica la stesura di atti formali e qualifica il tipo di missione.
Passiamo ora agli Eretici: l’obiettivo umano di un meccanismo dinamico e flessibile, indefessamente adattato alle circostanze e alle persone per raggiungere la meta coercitiva. Le note di frate Lanfranco corrispondono a fotogrammi di esistenza che si fanno animata pellicola di vita: le sequenze compulsive sono talvolta intensamente drammatiche, talaltra meramente operative. I quaterni racionum diventano crocevia di innumerevoli vicende umane incatenate all’inscindibile nesso tra azione, cifra numerica e giustificazione contabile.
Uomini e donne non hanno parola e diritto: agiscono e subiscono azioni.. l’agire azionato dall’incontro/scontro con l’officium fidei – è codificato e certificato nelle scritture notarili (come i ‘futuri’ ‘conti’ di Eichmann o i ‘futuri’ verbali ricordati nei diari di guerra di Solzenicyn), ed inoltre emerge con chiarezza che il frate inquisitore è del tutto indifferente a connotazioni dottrinali, quasi fossero elementi marginali e secondari rispetto alla concreta ‘materialità’ dei beni degli inquisiti (questa lapidaria affermazione della Benedetti è di una efficacia sorprendente, di una limpida chiarezza storica che la porta sullo stesso piano di una Arendt quando inviata al processo di Eichmann, nella differenza che la prima ha dovuto desumere i contenuti accertati in un ‘carotaggio’ effettuato ad una profondità geologica molto più ampia, ove i documenti storici per ricostruire il nostro comune passato, quella geografia enunciata, sono rari, e dove i secoli hanno ‘virtualmente’ modificato ugual panorami.  Ove vediamo progresso e modernità, ove vediamo le più ampie manifestazioni di un futuro sognato desiderato e creato, in realtà ‘camminano’ ‘prosperano’ ‘vivono’ ugual intenti e pensieri, logiche comportamentali e sociali cresciute dalla stratigrafia falsamente evoluta di una ‘parabola’ e falsa certezza nominata progresso nella differenza che ugual ‘genetica umana’ è progredita ‘ciclicamente’ in una simmetria più confacente con la sua ‘intelligenza’. Infatti dove esiste(va) il libretto di frate Lanfranco in futuro troviamo la più evoluta IBM venduta dall’impero meglio organizzato (leggi l’olocausto e l’IBM) per razionalizzare e pianificare le regole dello sterminio, su ugual imputati così solertemente schedati. E dove il notaio ‘certificava’ il risultato ottenuto troveremo i diari di guerra che narrano più o meno gli stessi metodi e mezzi per rafforzare il potere, non più Temporale, ma ugualmente e simmetricamente confacente con lo stato totalitario che consolida identico intento, mezzi e metodi sono così evoluti e riflessi nell’intelligenza, nelle finalità accertate contrarie alla Natura umana. L’Ecologia enunciata sopra, rappresenta questa utopistica volontà di vedere con occhi diversi la geografia del comune paesaggio condiviso scritta nella geologia della sua presunta evoluzione, caratteri ed araldi del Tempo… e la Memoria..), dunque, disinteresse per gli ‘Eretici’ in quanto tali e attenzione rivolta ai loro beni (i quali vengono imparzialmente confiscati.. sottratti ai legittimi proprietari…). Non stupisce l’azione attiva degli inquisitori e l’identità passiva degli Eretici, il valore pecuniario del patrimonio e non l’importanza individuale del proprietario. In tale prospettiva, i libri racionum (i  preziosi carotaggi) di frate Lanfranco sono fonti peculiari per la storia dell’inquisizione e non specificatamente per la storia degli Eretici: fonti attente alle dimensioni patrimoniali che, contestualmente, mostrano la trasformazioni di individui (si badi bene, in futuro tale ruolo di frate Lanfranco sarà delegato alle autorità cittadine…). Il pragmatismo contabile (al pari del ragionier Eichmann)  elimina attribuzioni d’identità ereticali, solo di rado uomini e donne verranno qualificati per le loro scelte religiose.
(M. Benedetti, inquisitori del… Duecento…)




… Verso la fine del 1298 viene catturato un uomo dal nome di… la sua carcerazione è strettamente collegata all’interrogatorio di una donna… Alla fine della seduta inquisitoria – che ebbe luogo con buona probabilità nel palazzo vescovile – il frate inquisitore compera del vino e con lui devono gli ‘officiales’ che lo avevano aiutato. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice e i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, ove redige un verbale in presenza di altro Dottore inquisitore della diocesi per compilare un verbale circa lo stato mentale del detenuto. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice ed i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, quando l’avventura terrena della compagna dell’inquisito si conclude, l’inquisitore paga coloro che avevano collaborato: gli ‘officiales’, i frati, il priore di…, e il lettore. Ma non finisce qui! Una ‘pitancia’ di pesce è offerta al convento per i non pochi frati che avevano tentato di convertirla. Il vino dopo il processo e la ‘pitancia’ dopo il…. ROGO sono segni marginali di un aspetto della operosità del frate Lanfranco: mostrando i costi umani e sociali sul fronte della lotta antiereticale, rivelano una coattiva socialità in funzione di una concorde azione repressiva (non si conoscono né le motivazioni né le presunte colpe dei due Eretici… - M. Benedetti, Inquisitori del Duecento…)…







Appesa alla gloria ed al dovere
di una parola che uccide la passione,
e un libro che spiega felice,
come arrecare sofferenza e tormento,
per una terra che trema al suo cospetto.
Strega che macina in silenzio
un’erba antica quanto la vita:
radice di un verso, preghiera sommessa, 
strofa che sazia l’amore…
nella lingua segreta di Madre Natura.
Perché narra la sua eterna poesia,
né vista né letta. (1)

Un verso, uno sputo, un riparo
nascosto,
vicino ad un tugurio
dove Dio non ha pane,
né fuoco, né un poco di rimorso.
Dove lontano la bestia s’appresta
con un abito scuro
per un pasto sicuro.
Animale che scrive la vita
dopo averla colta
nel folto di un bosco.
Chiesa raccolta
in fondo ad una grotta,
e in cima ad una foglia,
dove la radice non è mai morta.
Dove l’inverno partecipa al tormento
di un animale che parla
ed un altro che muore,
nel ventre materno
di una terra profonda. (2) 

Dove la primavera fa capolino
fra una risata ed un’anfora di vino,
nell’incanto di un sole
che scalda la neve,
abbiamo cercato il fungo,
una bacca, ed il ruscello
che sazia la sete.
Parlando alla foglia
di un albero che vi dimora,
scrutando nostro fratello,
è solo un’animale
vicino allo stesso torrente.
Ci guarda senza paura
al cospetto di un mito
perché ne fa sacrificio. (3)

Ci da la caccia per ogni stagione
nostro eterno tormento,
nel nome di un libro
che non abbiamo mai letto.
Ci ostacola il passo e la via,
con una croce incisa sul petto
nel ferro vestito
del suo eterno mito.

Ora lo chiama sacramento,












domenica 10 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (16)












































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Il Tempo & la Memoria (15)

Prosegue in:

Il Tempo & la Memoria (17)














Dai libri contabili abbiamo notizia di molti processi, ma ne ignoriamo i contenuti e spesso anche i protagonisti. In relazione a precise ed individuate persone la parola ‘processus’ compare solo rare volte…..

(e ciò ci deve far riflettere, in quanto il ‘processo alla coscienza’ ‘alla memoria’ ‘all’Eretica parola’ è un atto di sottile ingegno psicologico il più delle volte mascherato e non evidente nell’intento persecutorio cui l’uomo, il ‘Dottore’ di Chiesa espleta ed incarna, nel ruolo comandato dall’intollerante e ortodossa parola, oppure, spesso delegato  a ‘mercenari occasionali’: ‘delatori’ e ‘sudditi’ al soldo di cacciatori di Eretici. Soggetti comunque sia che transitano da un ‘confine’ all’altro di una geografia stretta nella morsa del controllo capillare della Ragione nell’intento repressivo della ‘libera Parola’, del ‘libero Pensiero’ del ‘Libero arbitrio’, nell’esercizio e monopolio della ‘religione di Stato’ cui lo Stato Pontificio deve trarre il giusto profitto attraverso il volgo ed il popolo di cui si fa custode e padrone. Le secolari ‘pecore’ che il ‘buon pastore’ accudisce entro il recinto della ‘Ragione’ preservandole dall’incubo predatorio del lupo. Ragione e cultura che viene così amministrata e gestita, oltre che entro i conventi anche nei palazzi e castelli di potere, cui i nobili si affrettavano per una donazione che consentiva loro più spazio entro quella ortodossia che si traduceva in maggiore prestigio e consenso tradotto in obblighi padronali cui l’artigiano quanto il contadino convenivano alle ragioni del vassallaggio, obbligo al feudatario quanto alla Chiesa che poteva contare su cospicue e ricche rendite ricambiando la donazione con paradisi di riguardo per i nobili custoditi entro l’araldo della Storia. Intento mistificatorio di amministrare la ricchezza con la qualifica ‘certificata’ nell’‘ordine’ della ‘povertà’, dell’‘umiltà’, e sempre avverse alla povertà all’umiltà ma soprattutto alla verità e di cui gli esempi storici non mancano per farci ragionare circa queste finalità dell’essere ed apparire nel teatro ove la ricchezza del clero quanto della nobiltà dava saggio di imparzialità e ingiustizia sociale evidente per tutto il Medioevo. E dove la ‘cultura’ veniva gestita e re-interpretata a beneficio della ‘ragione e religione di Stato’.  Ho evidenziato a tal proposito come il ‘controllo delle coscienze’ attraverso una forma ‘sacramentale’, oppure per gli sfortunati valdesi, attraverso il ‘battesimo’, diventi motivo e ‘strumento’ di persecuzione, ‘palese’ o ‘velata’, feroce persecuzione cui i massacri di persone inermi ricordano gli eccidi nazisti. Cui il massacro di ‘nativi’ ricorda l’eccidio dei coloni con il ‘verbo’ della giusta e retta parola scritto entro una bibbia. Gli esempi storici certo non mancano, e con questi i giusti paragoni, le ‘giuste simmetrie’ entro il duro inverno non della Natura, che esprime nella morte apparente la sua eterna armonia e bellezza in attesa del nuovo evento della Rinascita, la Resurrezione della linfa della vita; ma della ‘cultura’ e con essa del ‘sapere’. E come ebbe a dire un illustre storico, paragonare il periodo distillato non nei decenni bensì nei secoli della stratificazione sociale di una e più nazioni, di uno e più stati con il potere temporale dei papi, è una manifestazione storica che anticipa gli schemi politici delle future ‘dittature’, la più spietate dittature che la libera espressione possa conoscere.
Che l’evoluzione della ragione possa patire.


 Poi,… ricordo,… brindavano. Ridevano.




(verso la fine del 1298 viene catturato un uomo dal nome di… la sua carcerazione è strettamente collegata all’interrogatorio di una donna… Alla fine della seduta inquisitoria – che ebbe luogo con buona probabilità nel palazzo vescovile – il frate inquisitore compera del vino e con lui devono gli ‘officiales’ che lo avevano aiutato. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice e i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, ove redige un verbale in presenza di altro Dottore inquisitore della diocesi per compilare un verbale circa lo stato mentale del detenuto. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice ed i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, quando l’avventura terrena della compagna dell’inquisito si conclude, l’inquisitore paga coloro che avevano collaborato: gli ‘officiales’, i frati, il priore di…, e il lettore. Ma non finisce qui! Una ‘pitancia’ di pesce è offerta al convento per i non pochi frati che avevano tentato di convertirla. Il vino dopo il processo e la ‘pitancia’ dopo il…. ROGO sono segni marginali di un aspetto della operosità del frate Lanfranco: mostrando i costi umani e sociali sul fronte della lotta antiereticale, rivelano una coattiva socialità in funzione di una concorde azione repressiva (non si conoscono né le motivazioni né le presunte colpe dei due Eretici… - M. Benedetti, Inquisitori del Duecento…)




In un delirio di nuova potenza ritrovata.
A capo chino sul ponte dove altri nel frattempo vendono i miei abiti di modesti pensieri, si vestono eleganti nel loro cammino, danzano piacevoli ai nuovi passi. Di codesto sapore, o ignaro ed assente lettore, imbandiscono le  tavole ed invitano altri commensali a mangiare la carne e bere il vino per una nuova comunione. La vita non deve essere più degna di essere vissuta, si deve sacrificare questo malsano istinto con frasi sconnesse donate da un nuovo delatore. Gridano per una nuova Chiesa, perché il loro Dio insegna cose che non sanno e non possono capire ma vogliono interpretare. Perché il loro significato è più antico di quella danza che compio ogni giorno in suo onore. A lui valse l’onore della morte, a me quello della comprensione, ma quando si comprende non si balla più allo stesso ritmo. Si rimane seduti, si cerca di uscire dal grande locale. A taluni uomini valse il piacere della morte, ad altri il disonore della vita.
Questa la triste scoperta in una immensa distesa di ghiaccio che chiamano condizione umana nel grande viaggio della vita. E se qualcuno in questa o in altra sede può contestarmi di essere uscito dalla normale rotta di navigazione e di essere approdato ad un lirismo pericoloso e ripetitivo di terre per sempre deserte, senza nesso di argomentazione, io dico loro: che l’Universo di ogni singolo stato d’animo, nel microcosmo di un Pianeta dove si nasce e poi si muore, vale la pena di essere cantato come la musica più antica. La musica della vita che suona e compone se stessa contro la morte sua nemica, quella morte che fuggiamo e da cui ci siamo nascosti nella sensazione di una falsa modernità. In questa terra dove approdammo da sovrani e dove morimmo da disgraziati; perché non condividiamo e condividemmo la loro armonia, scoprimmo poi non appartenere all’uomo ma a quella dimensione a cui l’uomo, per sua natura, rimane estraneo. In cui il sacrificio non è più sufficiente ed il sopportare il dolore, l’umiliazione, la persecuzione e quant’altro riservano gli elementi della ‘natura umana’ lungo il cammino, è condizione necessaria e sufficiente per ribadire la conquista del ‘progresso riflessa nelle immutate condizioni stratificate del passato’ che rinnega l’uomo e il suo principio nella geografia di questa Storia di nuovo vissuta sofferta e celebrata.   
In realtà si veleggia verso la normalità di passioni e sentimenti a cui il ‘rimembrare’ appare gesto da ‘pazzi’, e questo ci è dato da scrivere e ricordare, perché possediamo ancora il dono della Natura, anche al di fuori da qualsiasi contesto dove il suo principio è sacrificato. Queste verità andiamo regalando e diffondendo, perché lo stato d’animo, la coscienza, l’anima, e la psicologia che da essa proviene, possano parlare nell’abisso in cui costrette da esseri non pensanti, di interessi vitali dettati da logiche di - schede perforate -. A loro uniti nella fattispecie di una materia parlante, e qualcuno dice anche …pensante. Quella materia che pensano vita, nel bosco in cui mi sono trovato e perso.
Descrivere i patimenti è la lotta nel labirinto della manifestazione di due distinte potenze, la nostra destinata a soccombere con il tradimento, l’infamia, la guerra; con il degrado che questo acciaio tutt’attorno conferisce al quadro, riducendo la nostra carne a pura quantità di materia da fagocitare, da assimilare. Da copiare. Da replicare. Da imitare. E poi alla fine da sacrificare. L’umiliazione attraverso l’odio è l’arma. La calunnia, l’officina dove si conia la moneta nuova. Loro la storia, che inconsapevolmente celebrano e recitano ogni giorno.




La prima soluzione: espulsione…  

Ciò vale soprattutto per le idee confuse che Eichmann aveva sulla ‘questione ebraica’ in generale. Durante l’interrogatorio, al processo egli disse al presidente che a Vienna aveva considerato gli ebrei come avversari per i quali bisognava trovare una soluzione reciprocamente accettabile, reciprocamente leale… Questa soluzione, secondo me, doveva consistere nel porre sotto i loro piedi un po’ di terraferma, in modo che avessero una sede loro, un territorio loro. E io lavorai con entusiasmo in questa direzione. Con gioia collaborai a raggiungere una soluzione di questo tipo, perché essa riscuoteva anche l’approvazione di alcune correnti ebraiche. Era questa la vera ragione per cui ebrei e nazisti si appoggiavano, per cui il lavoro si basava sulla reciprocità. …I suoi colleghi erano sempre stati degli sguatteri per i quali tutto era deciso da paragrafi, ordini, e non si interessavano d’altro, e insomma erano sempre stati delle semplici rotelle, proprio come era stato anche lui, secondo la difesa. Se ciò significava soltanto obbedire ciecamente agli ordini del Fuhrer, allora tutti erano stati delle rotelle… Eichmann, benché molto meno raffinato di certi statisti e critici letterari, avrebbe potuto citare vari fatti indiscutibili a sostegno delle sue tesi, se avesse avuto una memoria un po’ meno labile o se il suo difensore lo avesse aiutato. È indiscutibile infatti che nelle prime fasi della loro politica ebraica i nazionalsocialisti ritennero opportuno adottare un atteggiamento filosionista. …Ma poi nel Febbraio del 1939, tutto era cambiato di colpo. Eichmann aveva convocato a Vienna i capi ebraici tedeschi per spiegar loro il suo nuovo metodo di emigrazione forzata. Li aveva ricevuti seduto a un tavolo in una gran sala del palazzo Rothschild, e gli ebrei lo avevano riconosciuto, naturalmente, ma l’avevano trovato completamente trasformato: ‘Dissi ai miei amici che non ero certo che fosse proprio lui. Tanto terribile era il cambiamento… Qui trovai un uomo che si comportava come il signore della vita e della morte. Ci ricevette con fare insolente e rude. Non permise che ci avvicinassimo al suo tavolo. Dovemmo restare in piedi. …Tra il 1937 e il 1941 egli ebbe quattro promozioni; nel giro di quattordici mesi salì da sottotenente a capitano. …A Vienna aveva dato prova di decisione, e ora veniva riconosciuto non solo un esperto in questioni ebraiche, cioè negli intrighi delle organizzazioni ebraiche e dei partiti sionisti, ma anche una autorità in fatto di emigrazione. …Ma l’emigrazione, per quanto accuratamente organizzata a Berlino secondo il principio della catena di montaggio, si sarebbe estinta ugualmente, da sé. …Noi ce ne stavamo lì, seduti in un grande e imponente edificio, ma attorno a noi c’era un vuoto inerte. Sicuramente, se per risolvere il problema ebraico i nazisti avessero seguito a contare sull’emigrazione, ben presto egli sarebbe rimasto disoccupato’.
(H. Arendt - La banalità del male)




 Le minoranze erano senza stato solo a metà; almeno de jure appartenevano a un organismo statale, anche se avevano bisogno di una protezione supplementare e di speciali garanzie per godere di certi diritti. Alcuni di questi, di natura culturale, come il diritto alla propria lingua e alle proprie scuole, quello al proprio ambiente sociale, culturale e religioso, correvano un certo pericolo ed erano rapidamente tutelati da un organismo estraneo. Ma altri diritti, più elementari, quello alla residenza e al lavoro, non venivano presi in considerazione. Gli autori dei trattati sulle minoranze non prevedevano che fosse possibile trasferire intere popolazioni dalla loro zona o che gruppi di persone sarebbero diventati - inesiliabili - perché nessun paese sulla terra avrebbe loro accordato il diritto di soggiorno. Le minoranze potevano essere ancora considerate un fenomeno eccezionale, proprio di determinati territori che deviano dalla norma. Tale ragionamento era seducente perché lasciava il sistema intatto; in certo qual modo esso è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, i cui vincitori, convinti dell’inattuabilità dei trattati sulle minoranze, hanno provveduto a - rimpatriare - coattivamente i gruppi allogeni nella misura più completa possibile, nello sforzo di districare la - fascia di popolazioni miste -.
(H. Arendt - Le origini del totalitarismo)




 La seconda soluzione: concentramento

Fu soltanto quando scoppiò la guerra che il regime nazista divenne scopertamente autoritario e criminale. Uno dei passi più importanti in questa direzione, sul piano organizzativo, fu un decreto, firmato da Himmler, che fuse il Servizio di sicurezza delle SS, che era un organo del partito e a cui Eichmann apparteneva fin dal 1934, con la polizia di sicurezza dello Stato, cioè con la polizia regolare, che comprendeva anche la polizia segreta dello Stato o Gestapo. Da questa fusione nacque l’Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), il cui primo capo fu Reinhardt Heydrich. …L’RSHA, inoltre era soltanto uno dei dodici uffici centrali delle SS: i più importanti erano l’Ufficio centrale dell’ordine pubblico, diretto dal generale Kurt Daluege, che si occupava di rastrellare gli ebrei, e l’Ufficio centrale dell’amministrazione e dell’economia, diretto da Oswald Pohl, che si occupava dei campi di concentramento e più tardi s’interessò degli aspetti economici dello sterminio. Questa concretezza o oggettività - parlare dei campi di concentramento in termini di amministrazione e dei campi di sterminio in termini di economia - era tipica della mentalità delle SS, ed era una cosa di cui Eichmann, al processo, si mostrò ancora quanto mai fiero. …Himmler dirigeva un apparato che ebbe anch’esso un ruolo importante nell’attuazione della soluzione finale. Si tratta della rete di comandanti superiori delle SS e della polizia. …Ognuno di questi gruppi costituiva una catena gerarchica diversa, e anche se tutte queste catene gerarchiche facevano capo ad Himmler, ognuna era pari alle altre e chi apparteneva a un gruppo non doveva obbedienza ai funzionari, anche se superiori, di un altro gruppo. …Non bisogna poi dimenticare che tutti questi potentissimi organismi si facevano una concorrenza spietata il che non tornava davvero a vantaggio delle loro vittime, giacché tutti avevano la stessa ambizione: uccidere più ebrei possibile. …Eichmann, quando entrò in servizio presso la IV Sezione dell’RSHA, si trovò ancora una volta di fronte a uno spiacevole dilemma: da un lato l’emigrazione forzata era sempre la formula ufficiale per risolvere la questione ebraica, ma dall’altro l’emigrazione non era più possibile. Per la prima e forse ultima volta nella sua vita tra le SS, fu costretto dalle circostanze a prendere l’iniziativa, a cercar di partorire un’idea. …Se la versione fornita da Eichmann risponde a verità - e non c’è ragione di metterla in dubbio, lui o più probabilmente il generale di brigata Franz Stahlecker, suo superiore a Praga e a Vienna, doveva aver previsto questi sviluppi già da vari mesi. Questo Stahlecker, che Eichmann si preoccupava sempre di chiamare ‘DOTTORE’, era un uomo molto fine ed educato, ragionevole e immune da odio e sciovinismo di qualsiasi tipo, tanto che a Vienna usava stringere la mano ai funzionari ebrei. Un anno e mezzo più tardi, riuscì a uccidere passandoli per le armi 250.000 ebrei cosa di cui si vantò in un rapporto spedito a Himmler in persona. Il fatto che Eichmann fosse tanto ansioso di trovare un territorio per i suoi ebrei si spiega soprattutto col suo desiderio di far carriera. Il secondo tentativo compiuto da Eichmann per mettere un po’ di terraferma sotto i piedi degli ebrei fu il progetto del Madagascar. Il piano di evacuare quattro milioni di ebrei dell’Europa e di trasportarli nella grande isola francese al largo della costa sud-orientale dell’ Africa. …La verità è che il piano del Madagascar doveva servire a mascherare i preparativi per lo sterminio fisico di tutti gli ebrei dell’Europa occidentale e il suo gran pregio visto che gli antisemiti per quanto numerosi e addestrati e zelanti, restavano sempre un passo indietro al Fuhrer era che inculcava in tutti l’idea basilare che soltanto l’evacuazione completa dell’Europa poteva risolvere il problema: in altre parole, che nessuna legge speciale, nessuna dissimilazione, nessun ghetto poteva bastare.  …La collaborazione tra le SS e gli industriali era ottima: dalla deposizione di Hoss, comandante di Auschwitz, sappiamo per esempio che i rapporti con i rappresentanti della Farben erano quanto mai cordiali. Evacuare e deportare gli ebrei era ormai un lavoro comune… tutte quelle cose infatti avvennero quando ormai era passato il tempo delle soluzioni politiche e già era iniziata l’epoca della soluzione fisica.
(H. Arendt - La banalità del male)




 Un’altra conseguenza prodotta dall’afflusso dei profughi fu la constatazione che era impossibile sbarazzarsene o trasformarli in cittadini del paese ospitante. Fin dall’inizio era stata opinione concorde che ci fossero due modi per risolvere il problema: il rimpatrio o la naturalizzazione. Quando l’esempio delle prime ondate russe e armene dimostrò che nessuna delle due soluzioni dava risultati tangibili, i paesi ospitanti si rifiutarono di riconoscere l’apolidicità dei gruppi successivamente arrivati rendendo ancor più intollerabile la situazione dei profughi. La conferenza di Evian nel 1938 riconobbe che tutti gli ebrei tedeschi e austriaci fossero potenzialmente apolidi; ed era naturale che i paesi con forti minoranze fossero incoraggiati dall’esempio della Germania a usare gli stessi metodi per sbarazzarsi di almeno qualcuno dei gruppi allogeni. Fra le minoranze gli ebrei e gli armeni correvano i rischi maggiori e contarono ben presto la più alta percentuale di apolidi; il loro esempio mostrò che i trattati sulle minoranze, lungi dall’offrire una protezione sicura, potevano servire come strumento per preparare l’espulsione di certi gruppi.
(H. Arendt - Le origini del totalitarismo)




 La soluzione finale: sterminio…

Nel colloquio che ebbe con Eichmann, Heydrich cominciò con un discorsetto sull’emigrazione e poi disse: ‘Il Fuhrer ha ordinato lo sterminio fisico degli ebrei’.  … Ma alla fine Heydrich gli disse anche un’altra cosa, e cioè che tutta la faccenda era stata posta sotto l’autorità del WVHA e che il nome convenzionale di tutta l’operazione sarebbe stato  ‘soluzione finale’.
…Nel Marzo del 1941 circa sei mesi prima di questo colloquio, nelle alte sfere del partito non era più un segreto che gli ebrei dovevano essere sterminati. Inoltre tutta la corrispondenza relativa alla questione doveva rispettare rigorosamente un determinato gergo e se si accentuano i rapporti è raro trovare documenti in cui figurino parole crude come sterminio, liquidazione, uccisione. Invece di dire uccisione si dovevano usare termini come ‘soluzione finale’ ‘evacuazione’ e ‘trattamento speciale’; invece di dire ‘deportazione’ bisognava usare parole come ‘trasferimento’ o ‘lavoro in oriente’, oppure, se si parlava di persone dirette a un vecchio ghetto, si doveva dire ‘cambiamento di residenza’, in modo da dare l’impressione che si trattasse di ‘provvedimenti temporanei’.
…Soltanto tra di loro i depositari di segreti potevano parlare liberamente, senza ricorrere al linguaggio convenzionale, ma è molto improbabile che lo facessero nel normale adempimento delle loro criminose mansioni, cioè in presenza di stenografi o di semplici impiegati. Qualunque sia la ragione per cui nel gergo venne inventato, esso fu di enorme utilità per mantenere l’ordine e l’equilibrio negli innumerevoli servizi la cui collaborazione era essenziale. Del resto, il termine stesso usato dai nazisti per dire gergo era in fondo un termine in codice; significava quello che nel linguaggio comune si chiamerebbe menzogna. Quando un depositario di segreti era mandato a incontrarsi con qualche persona del mondo esterno, come quando Eichmann fu incaricato di far visitare il ghetto di Theresienstadt a rappresentanti della Croce Rossa Internazionale venuti dalla Svizzera, riceveva, oltre agli ordini e alle istruzioni, anche un’opportunità Spracheregelung: nel caso di Eichmann, questa consiste nel dire ai rappresentanti della Croce Rossa, i quali volevano visitare anche il campo di Bergen-Belsen, che la cosa non era possibile perché la imperversava un’epidemia di tifo. Questo sistema aveva un effetto molto importante: i nazisti implicati nella soluzione finale si rendevano ben conto di quello che facevano, ma la loro attività, ai loro occhi, non coincideva con l’idea tradizionale del delitto.
(H. Arendt - La banalità del male)  

Col pretesto che l’apolidicità riguardava principalmente il popolo ebraico tutti i governi cercarono di superare il problema ignorandolo. Nessuno capì che la soluzione hitleriana, consistente nel ridurre anzitutto gli ebrei tedeschi allo stato di minoranza non riconosciuta e nel cacciarli come apolidi oltre i confini, per poi raccoglierli accuratamente da ogni angolo d’Europa nei campi di.....