CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 10 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (16)












































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Dai libri contabili abbiamo notizia di molti processi, ma ne ignoriamo i contenuti e spesso anche i protagonisti. In relazione a precise ed individuate persone la parola ‘processus’ compare solo rare volte…..

(e ciò ci deve far riflettere, in quanto il ‘processo alla coscienza’ ‘alla memoria’ ‘all’Eretica parola’ è un atto di sottile ingegno psicologico il più delle volte mascherato e non evidente nell’intento persecutorio cui l’uomo, il ‘Dottore’ di Chiesa espleta ed incarna, nel ruolo comandato dall’intollerante e ortodossa parola, oppure, spesso delegato  a ‘mercenari occasionali’: ‘delatori’ e ‘sudditi’ al soldo di cacciatori di Eretici. Soggetti comunque sia che transitano da un ‘confine’ all’altro di una geografia stretta nella morsa del controllo capillare della Ragione nell’intento repressivo della ‘libera Parola’, del ‘libero Pensiero’ del ‘Libero arbitrio’, nell’esercizio e monopolio della ‘religione di Stato’ cui lo Stato Pontificio deve trarre il giusto profitto attraverso il volgo ed il popolo di cui si fa custode e padrone. Le secolari ‘pecore’ che il ‘buon pastore’ accudisce entro il recinto della ‘Ragione’ preservandole dall’incubo predatorio del lupo. Ragione e cultura che viene così amministrata e gestita, oltre che entro i conventi anche nei palazzi e castelli di potere, cui i nobili si affrettavano per una donazione che consentiva loro più spazio entro quella ortodossia che si traduceva in maggiore prestigio e consenso tradotto in obblighi padronali cui l’artigiano quanto il contadino convenivano alle ragioni del vassallaggio, obbligo al feudatario quanto alla Chiesa che poteva contare su cospicue e ricche rendite ricambiando la donazione con paradisi di riguardo per i nobili custoditi entro l’araldo della Storia. Intento mistificatorio di amministrare la ricchezza con la qualifica ‘certificata’ nell’‘ordine’ della ‘povertà’, dell’‘umiltà’, e sempre avverse alla povertà all’umiltà ma soprattutto alla verità e di cui gli esempi storici non mancano per farci ragionare circa queste finalità dell’essere ed apparire nel teatro ove la ricchezza del clero quanto della nobiltà dava saggio di imparzialità e ingiustizia sociale evidente per tutto il Medioevo. E dove la ‘cultura’ veniva gestita e re-interpretata a beneficio della ‘ragione e religione di Stato’.  Ho evidenziato a tal proposito come il ‘controllo delle coscienze’ attraverso una forma ‘sacramentale’, oppure per gli sfortunati valdesi, attraverso il ‘battesimo’, diventi motivo e ‘strumento’ di persecuzione, ‘palese’ o ‘velata’, feroce persecuzione cui i massacri di persone inermi ricordano gli eccidi nazisti. Cui il massacro di ‘nativi’ ricorda l’eccidio dei coloni con il ‘verbo’ della giusta e retta parola scritto entro una bibbia. Gli esempi storici certo non mancano, e con questi i giusti paragoni, le ‘giuste simmetrie’ entro il duro inverno non della Natura, che esprime nella morte apparente la sua eterna armonia e bellezza in attesa del nuovo evento della Rinascita, la Resurrezione della linfa della vita; ma della ‘cultura’ e con essa del ‘sapere’. E come ebbe a dire un illustre storico, paragonare il periodo distillato non nei decenni bensì nei secoli della stratificazione sociale di una e più nazioni, di uno e più stati con il potere temporale dei papi, è una manifestazione storica che anticipa gli schemi politici delle future ‘dittature’, la più spietate dittature che la libera espressione possa conoscere.
Che l’evoluzione della ragione possa patire.


 Poi,… ricordo,… brindavano. Ridevano.




(verso la fine del 1298 viene catturato un uomo dal nome di… la sua carcerazione è strettamente collegata all’interrogatorio di una donna… Alla fine della seduta inquisitoria – che ebbe luogo con buona probabilità nel palazzo vescovile – il frate inquisitore compera del vino e con lui devono gli ‘officiales’ che lo avevano aiutato. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice e i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, ove redige un verbale in presenza di altro Dottore inquisitore della diocesi per compilare un verbale circa lo stato mentale del detenuto. Il giorno seguente l’interrogatorio, il giudice ed i frati si riuniscono in un convivio sempre offerto da frate Lanfranco, quando l’avventura terrena della compagna dell’inquisito si conclude, l’inquisitore paga coloro che avevano collaborato: gli ‘officiales’, i frati, il priore di…, e il lettore. Ma non finisce qui! Una ‘pitancia’ di pesce è offerta al convento per i non pochi frati che avevano tentato di convertirla. Il vino dopo il processo e la ‘pitancia’ dopo il…. ROGO sono segni marginali di un aspetto della operosità del frate Lanfranco: mostrando i costi umani e sociali sul fronte della lotta antiereticale, rivelano una coattiva socialità in funzione di una concorde azione repressiva (non si conoscono né le motivazioni né le presunte colpe dei due Eretici… - M. Benedetti, Inquisitori del Duecento…)




In un delirio di nuova potenza ritrovata.
A capo chino sul ponte dove altri nel frattempo vendono i miei abiti di modesti pensieri, si vestono eleganti nel loro cammino, danzano piacevoli ai nuovi passi. Di codesto sapore, o ignaro ed assente lettore, imbandiscono le  tavole ed invitano altri commensali a mangiare la carne e bere il vino per una nuova comunione. La vita non deve essere più degna di essere vissuta, si deve sacrificare questo malsano istinto con frasi sconnesse donate da un nuovo delatore. Gridano per una nuova Chiesa, perché il loro Dio insegna cose che non sanno e non possono capire ma vogliono interpretare. Perché il loro significato è più antico di quella danza che compio ogni giorno in suo onore. A lui valse l’onore della morte, a me quello della comprensione, ma quando si comprende non si balla più allo stesso ritmo. Si rimane seduti, si cerca di uscire dal grande locale. A taluni uomini valse il piacere della morte, ad altri il disonore della vita.
Questa la triste scoperta in una immensa distesa di ghiaccio che chiamano condizione umana nel grande viaggio della vita. E se qualcuno in questa o in altra sede può contestarmi di essere uscito dalla normale rotta di navigazione e di essere approdato ad un lirismo pericoloso e ripetitivo di terre per sempre deserte, senza nesso di argomentazione, io dico loro: che l’Universo di ogni singolo stato d’animo, nel microcosmo di un Pianeta dove si nasce e poi si muore, vale la pena di essere cantato come la musica più antica. La musica della vita che suona e compone se stessa contro la morte sua nemica, quella morte che fuggiamo e da cui ci siamo nascosti nella sensazione di una falsa modernità. In questa terra dove approdammo da sovrani e dove morimmo da disgraziati; perché non condividiamo e condividemmo la loro armonia, scoprimmo poi non appartenere all’uomo ma a quella dimensione a cui l’uomo, per sua natura, rimane estraneo. In cui il sacrificio non è più sufficiente ed il sopportare il dolore, l’umiliazione, la persecuzione e quant’altro riservano gli elementi della ‘natura umana’ lungo il cammino, è condizione necessaria e sufficiente per ribadire la conquista del ‘progresso riflessa nelle immutate condizioni stratificate del passato’ che rinnega l’uomo e il suo principio nella geografia di questa Storia di nuovo vissuta sofferta e celebrata.   
In realtà si veleggia verso la normalità di passioni e sentimenti a cui il ‘rimembrare’ appare gesto da ‘pazzi’, e questo ci è dato da scrivere e ricordare, perché possediamo ancora il dono della Natura, anche al di fuori da qualsiasi contesto dove il suo principio è sacrificato. Queste verità andiamo regalando e diffondendo, perché lo stato d’animo, la coscienza, l’anima, e la psicologia che da essa proviene, possano parlare nell’abisso in cui costrette da esseri non pensanti, di interessi vitali dettati da logiche di - schede perforate -. A loro uniti nella fattispecie di una materia parlante, e qualcuno dice anche …pensante. Quella materia che pensano vita, nel bosco in cui mi sono trovato e perso.
Descrivere i patimenti è la lotta nel labirinto della manifestazione di due distinte potenze, la nostra destinata a soccombere con il tradimento, l’infamia, la guerra; con il degrado che questo acciaio tutt’attorno conferisce al quadro, riducendo la nostra carne a pura quantità di materia da fagocitare, da assimilare. Da copiare. Da replicare. Da imitare. E poi alla fine da sacrificare. L’umiliazione attraverso l’odio è l’arma. La calunnia, l’officina dove si conia la moneta nuova. Loro la storia, che inconsapevolmente celebrano e recitano ogni giorno.




La prima soluzione: espulsione…  

Ciò vale soprattutto per le idee confuse che Eichmann aveva sulla ‘questione ebraica’ in generale. Durante l’interrogatorio, al processo egli disse al presidente che a Vienna aveva considerato gli ebrei come avversari per i quali bisognava trovare una soluzione reciprocamente accettabile, reciprocamente leale… Questa soluzione, secondo me, doveva consistere nel porre sotto i loro piedi un po’ di terraferma, in modo che avessero una sede loro, un territorio loro. E io lavorai con entusiasmo in questa direzione. Con gioia collaborai a raggiungere una soluzione di questo tipo, perché essa riscuoteva anche l’approvazione di alcune correnti ebraiche. Era questa la vera ragione per cui ebrei e nazisti si appoggiavano, per cui il lavoro si basava sulla reciprocità. …I suoi colleghi erano sempre stati degli sguatteri per i quali tutto era deciso da paragrafi, ordini, e non si interessavano d’altro, e insomma erano sempre stati delle semplici rotelle, proprio come era stato anche lui, secondo la difesa. Se ciò significava soltanto obbedire ciecamente agli ordini del Fuhrer, allora tutti erano stati delle rotelle… Eichmann, benché molto meno raffinato di certi statisti e critici letterari, avrebbe potuto citare vari fatti indiscutibili a sostegno delle sue tesi, se avesse avuto una memoria un po’ meno labile o se il suo difensore lo avesse aiutato. È indiscutibile infatti che nelle prime fasi della loro politica ebraica i nazionalsocialisti ritennero opportuno adottare un atteggiamento filosionista. …Ma poi nel Febbraio del 1939, tutto era cambiato di colpo. Eichmann aveva convocato a Vienna i capi ebraici tedeschi per spiegar loro il suo nuovo metodo di emigrazione forzata. Li aveva ricevuti seduto a un tavolo in una gran sala del palazzo Rothschild, e gli ebrei lo avevano riconosciuto, naturalmente, ma l’avevano trovato completamente trasformato: ‘Dissi ai miei amici che non ero certo che fosse proprio lui. Tanto terribile era il cambiamento… Qui trovai un uomo che si comportava come il signore della vita e della morte. Ci ricevette con fare insolente e rude. Non permise che ci avvicinassimo al suo tavolo. Dovemmo restare in piedi. …Tra il 1937 e il 1941 egli ebbe quattro promozioni; nel giro di quattordici mesi salì da sottotenente a capitano. …A Vienna aveva dato prova di decisione, e ora veniva riconosciuto non solo un esperto in questioni ebraiche, cioè negli intrighi delle organizzazioni ebraiche e dei partiti sionisti, ma anche una autorità in fatto di emigrazione. …Ma l’emigrazione, per quanto accuratamente organizzata a Berlino secondo il principio della catena di montaggio, si sarebbe estinta ugualmente, da sé. …Noi ce ne stavamo lì, seduti in un grande e imponente edificio, ma attorno a noi c’era un vuoto inerte. Sicuramente, se per risolvere il problema ebraico i nazisti avessero seguito a contare sull’emigrazione, ben presto egli sarebbe rimasto disoccupato’.
(H. Arendt - La banalità del male)




 Le minoranze erano senza stato solo a metà; almeno de jure appartenevano a un organismo statale, anche se avevano bisogno di una protezione supplementare e di speciali garanzie per godere di certi diritti. Alcuni di questi, di natura culturale, come il diritto alla propria lingua e alle proprie scuole, quello al proprio ambiente sociale, culturale e religioso, correvano un certo pericolo ed erano rapidamente tutelati da un organismo estraneo. Ma altri diritti, più elementari, quello alla residenza e al lavoro, non venivano presi in considerazione. Gli autori dei trattati sulle minoranze non prevedevano che fosse possibile trasferire intere popolazioni dalla loro zona o che gruppi di persone sarebbero diventati - inesiliabili - perché nessun paese sulla terra avrebbe loro accordato il diritto di soggiorno. Le minoranze potevano essere ancora considerate un fenomeno eccezionale, proprio di determinati territori che deviano dalla norma. Tale ragionamento era seducente perché lasciava il sistema intatto; in certo qual modo esso è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, i cui vincitori, convinti dell’inattuabilità dei trattati sulle minoranze, hanno provveduto a - rimpatriare - coattivamente i gruppi allogeni nella misura più completa possibile, nello sforzo di districare la - fascia di popolazioni miste -.
(H. Arendt - Le origini del totalitarismo)




 La seconda soluzione: concentramento

Fu soltanto quando scoppiò la guerra che il regime nazista divenne scopertamente autoritario e criminale. Uno dei passi più importanti in questa direzione, sul piano organizzativo, fu un decreto, firmato da Himmler, che fuse il Servizio di sicurezza delle SS, che era un organo del partito e a cui Eichmann apparteneva fin dal 1934, con la polizia di sicurezza dello Stato, cioè con la polizia regolare, che comprendeva anche la polizia segreta dello Stato o Gestapo. Da questa fusione nacque l’Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), il cui primo capo fu Reinhardt Heydrich. …L’RSHA, inoltre era soltanto uno dei dodici uffici centrali delle SS: i più importanti erano l’Ufficio centrale dell’ordine pubblico, diretto dal generale Kurt Daluege, che si occupava di rastrellare gli ebrei, e l’Ufficio centrale dell’amministrazione e dell’economia, diretto da Oswald Pohl, che si occupava dei campi di concentramento e più tardi s’interessò degli aspetti economici dello sterminio. Questa concretezza o oggettività - parlare dei campi di concentramento in termini di amministrazione e dei campi di sterminio in termini di economia - era tipica della mentalità delle SS, ed era una cosa di cui Eichmann, al processo, si mostrò ancora quanto mai fiero. …Himmler dirigeva un apparato che ebbe anch’esso un ruolo importante nell’attuazione della soluzione finale. Si tratta della rete di comandanti superiori delle SS e della polizia. …Ognuno di questi gruppi costituiva una catena gerarchica diversa, e anche se tutte queste catene gerarchiche facevano capo ad Himmler, ognuna era pari alle altre e chi apparteneva a un gruppo non doveva obbedienza ai funzionari, anche se superiori, di un altro gruppo. …Non bisogna poi dimenticare che tutti questi potentissimi organismi si facevano una concorrenza spietata il che non tornava davvero a vantaggio delle loro vittime, giacché tutti avevano la stessa ambizione: uccidere più ebrei possibile. …Eichmann, quando entrò in servizio presso la IV Sezione dell’RSHA, si trovò ancora una volta di fronte a uno spiacevole dilemma: da un lato l’emigrazione forzata era sempre la formula ufficiale per risolvere la questione ebraica, ma dall’altro l’emigrazione non era più possibile. Per la prima e forse ultima volta nella sua vita tra le SS, fu costretto dalle circostanze a prendere l’iniziativa, a cercar di partorire un’idea. …Se la versione fornita da Eichmann risponde a verità - e non c’è ragione di metterla in dubbio, lui o più probabilmente il generale di brigata Franz Stahlecker, suo superiore a Praga e a Vienna, doveva aver previsto questi sviluppi già da vari mesi. Questo Stahlecker, che Eichmann si preoccupava sempre di chiamare ‘DOTTORE’, era un uomo molto fine ed educato, ragionevole e immune da odio e sciovinismo di qualsiasi tipo, tanto che a Vienna usava stringere la mano ai funzionari ebrei. Un anno e mezzo più tardi, riuscì a uccidere passandoli per le armi 250.000 ebrei cosa di cui si vantò in un rapporto spedito a Himmler in persona. Il fatto che Eichmann fosse tanto ansioso di trovare un territorio per i suoi ebrei si spiega soprattutto col suo desiderio di far carriera. Il secondo tentativo compiuto da Eichmann per mettere un po’ di terraferma sotto i piedi degli ebrei fu il progetto del Madagascar. Il piano di evacuare quattro milioni di ebrei dell’Europa e di trasportarli nella grande isola francese al largo della costa sud-orientale dell’ Africa. …La verità è che il piano del Madagascar doveva servire a mascherare i preparativi per lo sterminio fisico di tutti gli ebrei dell’Europa occidentale e il suo gran pregio visto che gli antisemiti per quanto numerosi e addestrati e zelanti, restavano sempre un passo indietro al Fuhrer era che inculcava in tutti l’idea basilare che soltanto l’evacuazione completa dell’Europa poteva risolvere il problema: in altre parole, che nessuna legge speciale, nessuna dissimilazione, nessun ghetto poteva bastare.  …La collaborazione tra le SS e gli industriali era ottima: dalla deposizione di Hoss, comandante di Auschwitz, sappiamo per esempio che i rapporti con i rappresentanti della Farben erano quanto mai cordiali. Evacuare e deportare gli ebrei era ormai un lavoro comune… tutte quelle cose infatti avvennero quando ormai era passato il tempo delle soluzioni politiche e già era iniziata l’epoca della soluzione fisica.
(H. Arendt - La banalità del male)




 Un’altra conseguenza prodotta dall’afflusso dei profughi fu la constatazione che era impossibile sbarazzarsene o trasformarli in cittadini del paese ospitante. Fin dall’inizio era stata opinione concorde che ci fossero due modi per risolvere il problema: il rimpatrio o la naturalizzazione. Quando l’esempio delle prime ondate russe e armene dimostrò che nessuna delle due soluzioni dava risultati tangibili, i paesi ospitanti si rifiutarono di riconoscere l’apolidicità dei gruppi successivamente arrivati rendendo ancor più intollerabile la situazione dei profughi. La conferenza di Evian nel 1938 riconobbe che tutti gli ebrei tedeschi e austriaci fossero potenzialmente apolidi; ed era naturale che i paesi con forti minoranze fossero incoraggiati dall’esempio della Germania a usare gli stessi metodi per sbarazzarsi di almeno qualcuno dei gruppi allogeni. Fra le minoranze gli ebrei e gli armeni correvano i rischi maggiori e contarono ben presto la più alta percentuale di apolidi; il loro esempio mostrò che i trattati sulle minoranze, lungi dall’offrire una protezione sicura, potevano servire come strumento per preparare l’espulsione di certi gruppi.
(H. Arendt - Le origini del totalitarismo)




 La soluzione finale: sterminio…

Nel colloquio che ebbe con Eichmann, Heydrich cominciò con un discorsetto sull’emigrazione e poi disse: ‘Il Fuhrer ha ordinato lo sterminio fisico degli ebrei’.  … Ma alla fine Heydrich gli disse anche un’altra cosa, e cioè che tutta la faccenda era stata posta sotto l’autorità del WVHA e che il nome convenzionale di tutta l’operazione sarebbe stato  ‘soluzione finale’.
…Nel Marzo del 1941 circa sei mesi prima di questo colloquio, nelle alte sfere del partito non era più un segreto che gli ebrei dovevano essere sterminati. Inoltre tutta la corrispondenza relativa alla questione doveva rispettare rigorosamente un determinato gergo e se si accentuano i rapporti è raro trovare documenti in cui figurino parole crude come sterminio, liquidazione, uccisione. Invece di dire uccisione si dovevano usare termini come ‘soluzione finale’ ‘evacuazione’ e ‘trattamento speciale’; invece di dire ‘deportazione’ bisognava usare parole come ‘trasferimento’ o ‘lavoro in oriente’, oppure, se si parlava di persone dirette a un vecchio ghetto, si doveva dire ‘cambiamento di residenza’, in modo da dare l’impressione che si trattasse di ‘provvedimenti temporanei’.
…Soltanto tra di loro i depositari di segreti potevano parlare liberamente, senza ricorrere al linguaggio convenzionale, ma è molto improbabile che lo facessero nel normale adempimento delle loro criminose mansioni, cioè in presenza di stenografi o di semplici impiegati. Qualunque sia la ragione per cui nel gergo venne inventato, esso fu di enorme utilità per mantenere l’ordine e l’equilibrio negli innumerevoli servizi la cui collaborazione era essenziale. Del resto, il termine stesso usato dai nazisti per dire gergo era in fondo un termine in codice; significava quello che nel linguaggio comune si chiamerebbe menzogna. Quando un depositario di segreti era mandato a incontrarsi con qualche persona del mondo esterno, come quando Eichmann fu incaricato di far visitare il ghetto di Theresienstadt a rappresentanti della Croce Rossa Internazionale venuti dalla Svizzera, riceveva, oltre agli ordini e alle istruzioni, anche un’opportunità Spracheregelung: nel caso di Eichmann, questa consiste nel dire ai rappresentanti della Croce Rossa, i quali volevano visitare anche il campo di Bergen-Belsen, che la cosa non era possibile perché la imperversava un’epidemia di tifo. Questo sistema aveva un effetto molto importante: i nazisti implicati nella soluzione finale si rendevano ben conto di quello che facevano, ma la loro attività, ai loro occhi, non coincideva con l’idea tradizionale del delitto.
(H. Arendt - La banalità del male)  

Col pretesto che l’apolidicità riguardava principalmente il popolo ebraico tutti i governi cercarono di superare il problema ignorandolo. Nessuno capì che la soluzione hitleriana, consistente nel ridurre anzitutto gli ebrei tedeschi allo stato di minoranza non riconosciuta e nel cacciarli come apolidi oltre i confini, per poi raccoglierli accuratamente da ogni angolo d’Europa nei campi di.....















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