giuliano

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IL TOMO

giovedì 14 giugno 2018

QUINTO POTERE (55)






































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Quarto Potere (53)  &

Venerdì

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Il giudizio di sé (nel bilancio della vita) (56)














Un tempo, sino alla fine degli anni Settanta, e prima dell’avvento della grande “Terza Rivoluzione” (mediatica-informatizzata-globalmente-industrializzata) con i nuovi relativi approcci verso un futuro ben previsto sin dall’alveare di Mandeville al 1984 di Orwell, e poi ancora, i giusti ‘presentimenti’ di Dick; potevamo contare, se pur in un mondo globalmente già più contestato, una certa vivibilità con tutto ciò che ancora rimaneva del variegato mondo ‘naturale’, e per ‘naturale’ intendesi tutto quei rapporti sociali ove il fato ed il sentimento ancora  governati non tanto da una ferrea legge del calcolo, ma al contrario da una ‘casualità’ che via via è stata estirpata (rimembrando il Sessantotto il quale ha generato i controversi anni Settanta per poi approdare al nuovo non ancora del tutto ‘digitalizzato’ avvento degli anni Ottanta…, poi la grande svolta, la grande attesa conquista e rivoluzione che ne deriva…).

Sì! Riconosciamo o meglio riconosco nei ‘media’ della nuova generazione un vero approccio con una certa realtà della comunicazione così come si è soliti concepire l’odierna vita, ma il Filosofo nel ‘Pensiero Liquido’ esplicitato (di cui la recente scomparsa… del filosofo non certo dell’oggetto da lui rilevato e rivelato il quale tra l’altro gode di ottima salute nei suoi quanto altrui micro-componenti…) ravvisa un serio e più patologico comportamento derivato; il che ne consegue una attività sociale delegata ai nuovi media i quali null’altro che un incalcolabile strumento di Potere per fini non certi giustificati tantomeno graditi rispetto chi ha delegato ed affidato il ‘tutto’ di cui la Finestra del mondo alla Parabola del nuovo secolo innestato.




Il comportamento sociale che ne consegue dalla ‘muta-comunicazione-espressa’ che ne deriva dal piccolo telefono fino alla Finestra del nuovo mondo, comporta una inaspettata globale ascesa della violenza frutto della graduale perdita di quei valori - che se pur esaltati in nome e per conto del libero arbitrio globalmente digitalizzato -, in verità e per il vero, un più serio isolamento derivato e raccolto qual vero frutto saziare - nella globalità omaggiata e unitamente condivisa - alieno Sé nell’iper-egocentrismo innestato - perdendo graduale terreno su quel senso spirituale sino a qualche decennio orsono ancora presente e non del tutto rimosso… Con il calcolo preventivato del ‘fato’, con il calcolo preventivato di ogni realtà trascesa e mutata tanto da farci ragionare senza nessuna pretesa politica il saggio comportamento non meno del pensiero della lucida previsione del Guénon, più volte e non a caso citato, e come dicevo, dal Filosofo quanto dal sottoscritto (senza tal pretesa, visto che anch’io umile autodidatta in codesta presa di coscienza) ugualmente evidenziato, una patologica estranea aliena (occidentale & mondiale) crisi comportamentale che da tutto ciò ne deriva.




Sicché esplicitando un autore come Swedenborg da me più volte letto e studiato, posso indicare - qual simmetrica presa di coscienza nel moderno trasposta barattata per ‘altro’ (giacché è sempre indicato ‘pazzo’ qual agnello sacrificato) circa ugual complementare ‘nuova illuminazione’ in riferimento ad un libro (poi un ottimo film derivato), di cui l’improvvisa folgore della nuova Visione scaturita e maturata ha ispirato quella stessa coscienza rimossa in quanto verità circa l’invisibile realtà della vita.

Per Swedenborg il tutto nacque in un caffè, in un bar, nel moderno nostro teatro similar concetto in una ‘diretta televisiva’ ove il personaggio futuro veggente in difetto di indice di gradimento reclamare la momentanea ‘caduta di ragione’ apostrofando i suoi ascoltatori (lettori per lo Swedemborg anche lui illuminato in medesima ‘caduta’…):




Signore e signori, vorrei a questo punto annunciare che io sarò costretto ad abbandonare questo programma fra due settimane, perché ho un basso indice. Dato che questa era l’unica cosa che mi dava soddisfazione nella vita, ho deciso di suicidarmi: mi farò saltare le cervella durante questo programma, fra una settimana. Quindi, martedì prossimo mettetevi in ascolto. Le pubbliche relazioni avranno una settimana per promuovere lo spettacolo. L’indice d’ascolto dovrebbe salire alle stelle: cinquanta punti, almeno. (Howard) [in diretta televisiva]

Ed ancora…

Ieri notte sono stato svegliato da un sonno inquieto poco dopo le due del mattino da una voce stridula, sibilante, senza volto. Non riuscivo a individuarla sulle prime, la stanza era molto buia. Allora dissi: ‘Mi spiace, dovrai un po’ alzare la voce’. [...] Il suo tono si alzò un po’: ‘Io voglio che tu dica la verità alla gente. Il che non può essere facile, perché normalmente non la vuole sapere’. E io dissi: ‘Stai scherzando? Che diavolo ne so io della verità?!’. Ma la voce mi disse: ‘Non preoccuparti della verità, io ti metterò le parole in bocca’. E io dissi: ‘Cos'è questo, il roveto ardente? Io mica sono Mosè!’ E la voce rispose: ‘Io non sono Dio! Che cosa c’entra questo?’. E la voce andò avanti: ‘Non credere che io ti parli di verità eterna o verità definitiva o verità assoluta, ti parlo di verità umane, transitorie, temporanee. Non mi aspetto che voi siate capaci di verità – ma per la miseria! – se non altro avrete l’istinto di conservazione!’. E io dissi: ‘Perché io?’. E la voce disse: ‘Perché parli alla televisione, sciocco! Tu hai quaranta milioni di americani che ti ascoltano e dopo stasera potresti averne cinquanta milioni! Per la miseria, non ti chiedo di attraversare la nazione con il saio e le ceneri a predicare l'Apocalisse, tu sei alla TV amico!’. Così ci ho pensato su un momento e poi ho detto: ‘D’accordo’. (Howard) [in diretta televisiva] ”…



Infatti per entrambe i due personaggi ora trattati, l’indice di lettura per il primo - e di ascolto per il secondo,  lievitano ad una percentuale inattesa fino alla parabolica universalità del nuovo cielo dello Spirito acclamato (ed a capitoli ed a puntate diluito) da ugual ‘furore’ successivamente rimosso (per l’anima di un diverso commercio ed al contrario virtualmente innestato) per medesimo ‘indice’ di cui ben altra ‘materia’ governare la nuova quanto antica dottrina il regno terreno della vita così come quello dell’odierna esistenza… E lo scontro che ne deriva degli accademici dell’universale ‘doppia-coscienza’ Unitaria & Comunitaria - divisi ma uniti opposti ma convergenti  (sette o otto che siano rispetto a milioni da cui l’Anima-Mundi negata non meno della terrena e cosmica coscienza ben controllata) - frutto di un Dialogo memorabile per la teatralità quivi rappresentata così come l’intero antico dramma della vita…




  Lei ha osato interferire con le primordiali forze della Natura, signor Beale, e io non lo ammetto, è chiaro?! 

Lei crede di aver fermato solo una trattativa di affari e invece non è così. Gli arabi hanno portato miliardi di dollari fuori da questo paese e ora ce li devono riportare. È il flusso e riflusso, l’alta e bassa marea, il giusto equilibrio ecologico. Lei è un vecchio che pensa in termini di ‘nazioni’ e di ‘popoli’… Non vi sono nazioni, non vi sono popoli; non vi sono russi, non vi sono arabi; non vi sono Terzi Mondi, non c’è nessun Ovest. Esiste soltanto un Unico, un Solo Sistema di Sistemi: uno, vasto e immane, interdipendente, intrecciato, multivariato, multinazionale, dominio dei dollari: petroldollari, elettrodollari, multidollari, reichmark, sterline, rubli, franchi e shekels! È il Sistema Internazionale Valutario che determina la totalità della vita su questo pianeta. Questo è l’ordine naturale delle cose, oggi. 

Questa è l’atomica e sub–atomica e galattica struttura delle cose oggigiorno. E lei ha interferito con le primordiali forze della Natura!

E lei dovrà espiare. Capisce quello che le dico signor Beale? 

Lei si mette sul suo piccolo teleschermo da 21 pollici e sbraita parlando d’‘America’ e di ‘democrazia’… 

Non esiste l’America, non esiste la democrazia! 

Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide e Texo. Sono queste le nazioni del mondo, oggi. Di cosa crede che parlino i russi ai loro consigli di Stato? Di Carlo Marx? Tirano fuori diagrammi di programmazione lineare, le teorie di decisione statistica, le probabili soluzioni, e computano i probabili prezzi e costi delle loro transazioni e dei loro investimenti: proprio come noi. Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologie, signor Beale: il mondo è un insieme di corporazioni, inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del business. Il mondo è un business, signor Beale: lo è stato fin da quando l’uomo è uscito dal magma. E i nostri figli vivranno, signor Beale, per vedere quel mondo perfetto, in cui non ci saranno né guerra né fame né oppressione né brutalità: una vasta ed ecumenica società finanziaria per la quale tutti gli uomini lavoreranno per creare un profitto comune, nella quale tutti avranno una partecipazione azionaria, e ogni necessità sarà soddisfatta, ogni angoscia tranquillizzata, ogni noia superata.



Talvolta l’arte della vita si esprime ed esprimeva al meglio per una reale presa di coscienza, facendo risaltare così come ciò da cui deriva nell’antica maschera del teatro la primordiale forma del dramma (nel mito rappresentato) di cui la Filosofia, simmetrica realtà alla globale coscienza nel grande moderno schermo trasposta e rappresentata, se pur in questi ultimi anni - anzi da più di un ventennio - ho abdicato cotal parola recitata giacché i teatranti e gli attori veri personaggi del teatro di questa dubbia sceneggiatura al palco mal interpretata in moderna forma mediatica trasposta al soldo di ben altra dottrina celata nell’alveare della vita rappresentata…

L’epilogo per il Filosofo rettore del Tempio rappresentato è pur sempre saggia dottrina… nel finale del breve dialogo….   

Come tu e tutto quello dell'istituzione della televisione (e dei nuovi media) toccate viene distrutto. Tu sei la televisione (con tutti i media) incarnata, Diana (mia dèa): indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia, tutta la vita si riduce a un cumulo informe di banalità. Guerre, morti, delitti, sono uguali per voi come bottiglie di birra, e il quotidiano svolgimento della vita è solo un’orribile commedia. Tu frantumi anche le sensazioni di tempo e spazio in frazioni di secondo e lunghezza di segmenti. Sei la pazzia, Diana. Pazzia furiosa e tutto quello che tocchi muore con te. Ma non io. Non finché potrò provare piacere, sofferenza e amore. [la bacia] Ed ecco il lieto fine: marito ribelle si ravvede e torna dalla moglie con la quale ha stabilito un lungo e duraturo amore. Donna giovane e senza amore abbandonata alla sua antica solitudine. La musica aumenta trionfalmente. Pubblicità finale. Ed ecco alcune scene del film della prossima settimana.

(Prosegue)










mercoledì 13 giugno 2018

IL QUARTO POTERE (nel limitato Tempo) (53)














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Mercoledì  &  Giovedì

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Venerdì 















‘Veglia, sogno, sonno profondo, e ciò che è oltre, sono i quattro stati di Atma; il più grande è il quarto (Turiya). Nei primi tre sta Brahma con uno dei suoi piedi; nell’ultimo ha tre piedi’.

Così, le preposizioni precedentemente stabilite da un certo punto di vista, da un altro punto di vista si trovano invertite: dei quattro ‘piedi’ di Atma, i primi tre in base alla distinzione degli stati ne valgono uno soltanto per importanza metafisica, e da solo l’ultimo ne vale tre, nella prospettiva.

Se Brahma non fosse ‘senza parti’, si potrebbe dire che soltanto un quarto di Esso è nell’Essere, mentre gli altri Suoi tre quarti sono al di là dell’Essere.

Questi tre quarti si possono concepire così:

1) la totalità delle possibilità di manifestazione in quanto non si manifestano, dunque allo stato assolutamente permanente e incondizionato, come tutto ciò che appartiene al ‘Quarto’;

2) la totalità delle possibilità di non-manifestazione;

3) infine, il Principio Supremo di queste e di quelle, la Possibilità Universale, totale, Infinita, assoluta.







‘I Saggi pensano che il Quarto (Chaturtha), che non ha conoscenza né degli oggetti interni né di quelli esterni (in modo distintivo e analitico), né insieme di questi e di quelli,  e che non è un insieme sintetico di Conoscenza, non essendo né conoscente né non-conoscente, è invisibile, non-agente, incomprensibile, impensabile, indescrivibile, senza alcuna traccia di sviluppo della manifestazione, pienezza di Pace e di Beatitudine senza dualità: Esso è Atma (al di fuori e indipendentemente da ogni condizione), (così) Esso dev’essere conosciuto’.

Si noterà che tutto ciò che concerne questo stato incondizionato di Atma è espresso in forma negativa; il motivo è facile da capire, perché, nel linguaggio, ogni affermazione diretta è necessariamente un’affermazione particolare e determinata, l’affermazione di qualche cosa ad esclusione di qualcos’altro che così limita ciò rispetto a cui si fa l’affermazione.

Ogni determinazione è una limitazione, dunque una negazione; di conseguenza la vera affermazione è la negazione di una determinazione, e i termini apparentemente negativi che incontriamo qui sono, nel loro reale significato, eminentemente affermativi. D’altronde, la parola ‘infinito’, che ha una forma simile, esprime la negazione di ogni limite, sicché equivale all’affermazione totale e assoluta, che comprende e racchiude tutte le affermazioni particolari, ma che non è alcuna di esse ad esclusione delle altre, proprio perché implica tutte ugualmente e ‘non-distintivamente’;..... 







.....così la Possibilità Universale comprende assolutamente tutte le possibilità. Tutto ciò che si può esprimere in forma affermativa è necessariamente racchiuso nel dominio dell’Essere, poiché l’Essere è la prima affermazione o la prima determinazione, quella da cui procedono tutte le altre, come l’unità è il primo dei numeri, da cui tutti derivano; ma qui siamo nella ‘non-dualità’, e non più nell’unità, o, in altre parole, siamo al di là dell’Essere, appunto perché siamo al di là di ogni determinazione, anche principiale.

In Se stesso, Atma non è dunque né manifesto, né non-manifesto, per lo meno se si considera il non-manifesto soltanto come il principio immediato del manifesto; ma Esso è insieme il principio del manifestato e del non-manifestato.

‘Lui, l’occhio non Lo raggiunge, né la parola, né il ‘mentale’; noi non Lo riconosciamo, perciò non sappiamo come insegnarne la natura. Egli è superiore a ciò che è conosciuto (e vuol farsi conoscere), ed è anche al di là di ciò che non è conosciuto; questo è l’insegnamento che abbiamo ricevuto dagli antichi Saggi. Si deve considerare come Brahma ciò che non è manifestato dalla parola ma da cui la parola è manifestata, e non Ciò che è considerato come ‘questo’ o ‘quello’ ’.


(R. Guénon)
















martedì 12 giugno 2018

LA DOPPIA ANIMA (delle api) (49)




















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Psicopannichia (48)

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La favola delle api (50) &

Il fiore e l'universo (con dedica al dio budha) (51)













Secondo quanto alcuni opinano, la origine della nozione di doppia anima sarebbe non filosofico-ellenica ma misterica-orientale.

La dottrina della duplicità dell’anima che abbiamo visto (e continueremo a vedere) comparire potrà ricordare a molti dottrine gnostiche e soprattutto manichee. E’, ad esempio, noto che S. Agostino scrisse un trattatello ‘De duabus animabus contra Manicheos’ in cui critica un’opinione di questo tipo. Non si coglie, comunque, dal discorso di Agostino che i manichei difendano due anime nella stessa persona e contemporaneamente. Il citato Dodds afferma, in uno studio sulle fonti di Plotino, che l’idea fu difesa dai manichei….






                                                       UNA PRIMA ANIMA



La contraddizione tra gli ideali borghesi in gestazione e un bisogno molto concreto di potere e benessere emerge con evidenza dallo studio delle biografie di molte figure dell’epoca e particolarmente indicativo è il caso di John Locke (1632-1704).

In una sua opera ‘Due trattati sul governo’ analizza una delle proprietà fondamentali dell’essere umano. In quanto creature di Dio tutti gli uomini sono necessariamente uguali per natura e dotati di pari dignità:

Creature della stessa specie e grado, indifferentemente nate per godere degli stessi doni della natura e usare le stesse facoltà, senza alcuna subordinazione o soggezione…

E’ la natura stessa a prescrivere i canoni di una società giusta. Dio ci ha fatti per fare la sua volontà vivendo e continuando a vivere, e a questo scopo è necessario riconoscere e rispettare alcune leggi:

Lo stato naturale è governato da una legge di natura che è per tutti vincolante; e la ragione, che è poi quella legge stessa, insegna a chiunque soltanto voglia interpellarla che, essendo tutti gli uomini uguali e indipendenti, nessuno deve ledere gli altri nella vita, nella salute, nella libertà o negli averi…

L’autore di queste idee, le cui implicazioni rivoluzionarie sarebbe quasi impossibile sopravvalutare, era un uomo freddo e pragmatico. Nelle sue opere sosteneva che tutti gli esseri umani fossero uguali per natura e godessero di un diritto inalienabile alla vita, alla salute, alla libertà e alla proprietà privata, ma al tempo stesso, come amministratore e investitore di piantagioni della Carolina, era uno degli uomini chiave dello schiavismo coloniale.

Insieme a Shaftesbury mette nero su bianco una carta costituzionale della Carolina nella quale si legge:

Ciascun libero cittadino della Carolina gode di un potere e di un’autorità assoluti sui propri schiavi di colore…






                                                       UNA SECONDA ANIMA



Bernard de Mandeville (1670-1733) era cresciuto nella Rotterdam aristocratica di Pierre Bayle e aveva studiato medicina a Leida prima di trasferirsi a Londra ove con i suoi scritti non mancava mai di scandalizzare la buona società di Londra.

La ‘Favola delle api’ tradotta e discussa in tutta Europa descrive la vita di uno sciame che ricorda in modo inquitante l’ideale di uno Stato mercantilista del XVII secolo:

Un vasto alveare ricco di api
che viveva nel lusso e nell’agio,
e tuttavia era tanto famosa per leggi e armi
quanto fecondo di grandi e precoci sciami,
era considerato la grande culla
delle scienze e dell’industria…




Il segreto dell’industriosa prosperità di quegli insetti metaforici è molto semplice: lavorano duro per sfruttare il desiderio e la vanità dei loro simili, mentre altri ancora tentano di sfruttare loro.

La vera e propria ricchezza, nell’alveare, ha inizio con i trucchi di ‘truffatori, parassiti, mezzani, giocatori, ladri, falsari, ciarlatani, indovini’.

Ciascun abitante inganna e viene ingannato, eppure l’avidità, l’egoismo e la vanità danno lavoro a migliaia di api.

…In uno spazio pubblico dove la santità della virtù e la lotta contro il vizio continuavano a riempire le bocche e le pagine, de Mandeville ha rovesciato il problema su se stesso; per ottenere un alveare prospero e industrioso le api devono obbedire ai loro istinti meno nobili.

Pragmatico fino all’osso, de Mandeville si afferma come il precursore di un ordinamento economico e di una concezione sociale che prendono le mosse dall’egoismo umano, negando che la vita sarebbe migliore se tutti vivessero secondo virtù, spingendosi oltre nell’affermare i principi (spirituali) cristiani (e non) quali ideali stupidi e dannosi, vero e più serio pericolo per l’accrescimento civile d’ogni società…




Smettetela dunque con i lamenti:
soltanto gli sciocchi
cercano di rendere onesto un grande alveare.
Godere le comodità del mondo,
essere famosi in guerra, e anzi, vivere nell’agio
senza grandi vizi, è un’inutile
utopia nella nostra testa.
Frode, lusso e orgoglio devono vivere,
finché ne riceviamo i benefici.





Ed aspirare
divenir distinte mosche
indistintamente acclamate
così come fu
per il bruco e la farfalla;
reclamata per ogni selva rimembrata
e stalla divenuta  
per ogni reale cantiere acclamata;
beate volare e scomporre il mondo
a miglior vista godere,
così poter indisturbati poggiare
nel soave letame e regnare….;
diletto concime di codesta
controversa favella
e materia divenuta;
unanimemente cogitata
qual sogno alchemico
d’una più elevata vespa transitata
in mosca tramutata;
dall’alveare del proprio miele
divenire piacere distinto e discreto
d’una futura comunità
scritta nella m…
…nell’elmo…
di ciò che un Tempo fu Terra…

(P. Blom, Il primo inverno)















martedì 5 giugno 2018

IL LAVORO GRADITO A DIO ovvero: la rasphuis (46)






































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Rime taciute (45)

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La rasphuis (47) &















Psicopannichia ovvero: il sonno delle Anime (48)



















Giaccio medito e leggo…. Trovando diletto ed ispirazione simmetrica al libero mercato dettare l’antica legge senza principio e Dio… privando ognuno del ‘libero arbitrio’ mentre fuori ove un tempo l’alpe rimembrava estivo diversivo nominato temporale, bombarda secchiate d’acqua talvolta grandine ed in questo principio di Giugno attendiamo fors’anche la neve non più il Natale giacché nella relativa polarizzazioni d’estremi il ‘nascituro’ nel caldo deserto ove fu è e sarà omaggiato… nel peccato d’esser nato…

Qualcuno, ma non il solo, in previsione del cambio della guardia dell’innominato Impero, là ove regnava dottrina dall’ecologia imposta alla morale di miglior vita, cogita un inverno glaciale comporre non certo nuovo credo, ma visione per più ampia e maggior conoscenza di tutti quei fattori i quali siamo abituati a trascurare nel valutare i cambiamenti climatici e con loro l’economia che ne deriva, non dimenticando, però, la mano implacabile dell’uomo per quella corsa a cui tutti soggetti e da cui il relativo ‘cambiamento’ che ne consegue; cambiamento dell’assetto societario che l’autore del libro (per questi e futuri ‘rilievi’ e  prossime considerazioni) attesta grazie all’analisi e citazione del datato economista Polanyi, tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo Secolo…

Nelle società premoderne, quelle di impianto feudale, l’impresa economica non è finalizzata alla ricchezza e all’avanzamento sociale, ma serve a conservare un certo status all’interno di una gerarchia pressoché dettata dalla nascita. Il capitale sociale era più importante del capitale economico, infatti l’economia  dell’uomo, di regola, è immersa nei suoi rapporti sociali. L’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel processo di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali. Egli valuta i beni materiali soltanto nella misura in cui essi servono a questo fine.

Prosegue l’autore del libro (Blom): i contadini nascevano e vivevano nelle proprietà e nei villaggi rurali, trasferendosi altrove solo quando le guerre, le epidemie e le carestie li costringevano a fuggire. Anche nelle città medievali i mercati e l’agire economico erano inquadrati da specifici contesti sociali. I prezzi erano strettamente regolamentati e la concorrenza era ridotta all’osso. Chi ambiva a svolgere un mestiere doveva appartenere ad una corporazione che vegliava scrupolosamente sulla qualità dei suoi prodotti e sulla sua condotta di vita, contribuendo a definirne i canoni. Per il tramite delle corporazioni e dei loro rituali, come le feste o i ritrovi, le processioni religiose, le messe e a volte perfino certe regole sanitarie, l’attività economica si traduceva in identità sociale. Il clero e la nobiltà soggiacevano a logiche non meno vincolanti. La proprietà fondiaria era un privilegio esclusivo, tanto che in vari paesi europei cittadini e agricoltori potevano al massimo prendere in affitto dei terreni e coltivarli, ma in nessun caso acquistarli. La terra non era soggetta a dinamiche di compravendita: era il fondamento dell’ordine feudale, alla lettera, e come tale rimaneva ‘extra commercium’. Anche il diritto di possedere delle terre, però, si accompagnava a restrizioni: in Francia, per esempio, i nobili erano esclusi dalle attività commerciali. La trasformazione economica non fu del tutto graduale, ma simile piuttosto alla metamorfosi di un bruco in una farfalla. Nelle società strutturate per certi aspetti il capitale sociale e l’onore a fare di una persona quello che era, non il guadagno inteso in termini finanziari e la mobilità sociale. Blom, citando ancora Polanyi…

Il guadagno e il profitto nello scambio non hanno mai prima svolto una parte importante nell’economia e per quanto l’istituzione del mercato fosse abbastanza comune a partire dalla tarda età della Pietra, il suo ruolo era soltanto incidentale nei confronti della vita economica.

Nelle società premoderne, prosegue Blom, l’agire economico, ed in particolare l’impresa mercantile, acquisiscono un peso via via crescente, anche se non ovunque allo stesso ritmo… e citando ancora Polanyi…

Nel sistema mercantile essi divennero una delle principali preoccupazioni del governo, tuttavia non vi era ancora alcun segno del prossimo controllo della società umana da parte del mercato….

Poi, le cose sono andate e/o migliorando e/o peggiorando, dipende da tanti troppi punti di vista in cui intervengono fattori storici religiosi ed economici in una serie di congiunzioni in cui gli eventi climatici non sono da meno, anzi, i principali elementi da cui le condizioni dell’uomo lungo il controverso suo Sentiero compreso il relativo passaggio da una fase economica all’altra; in cui la stessa (economia) stabilisce la lenta sua ascesa. Lo abbiamo visto e continuiamo a monitorare tutti i giorni nell’assillante dibattito in cui le più forti economie dettare le proprie ed altrui (comunitarie) condizioni nei patti sanciti. Non a caso un tedesco da cui traggo spunto di riflessione, sino alla paradossale evento posto dell’asservimento al lavoro da parte dell’uomo giustificato da un intero credo (prima religioso, come vedremo, poi politico). Non pongo ulteriori commenti in un strato di Secolo non del tutto tramontato, coniugandolo non solo alla caratteristica di un popolo e ciò che ne consegue, ma anche alla paradossale comica condizione - e per certi aspetti drammatica - che tale aspetto susciterà e culminerà nel secondo grande conflitto bellico, uno dei tanti di cui la Storia, l’intera Storia colma nella tragicommedia della vita. Ma tornando alle ‘bombarde’ d’acqua che spesso suscitano il clamore oppure economica indifferenza, bisogna pur affermare che, era glaciale a parte, questi ragazzi affogati e molto spesso privi di lavoro costretti oggi non meno di ieri alla ferrea ‘dottrina’ e  ‘disciplina’ del ‘rasphuis’ (di cui fra breve accenneremo in tutta la sua tragica comicità), per essere così come un Tempo costretti a sopravvivere oppure affogare in un progressivo precipitare a bombarda d’inaspettata violenza. Ove medesima acqua annegare ogni decisione e con essa libero arbitrio circa modi e tempi d’affrontare ugual economica prospettiva o intero traguardo d’una vita. Certo tornare all’èra che fu e più non è e mai sarà, potrebbe suonare un’utopia senza via di sopravvivenza senza via di scampo per tutti coloro che sono e saranno costretti a pedalare nella propria o altrui cantina, ma anche riesaminare i principi regolatori (anche dell’idraulica pedalata) come il sottoscritto ha pur fatto con tutto ciò che comporta per l’indiscussa eresia qual verità negata. Regolatori dello Spirito quanto dell’Anima-Mundi in cui cogita e/o pensa cogitare (almeno che uno o più soggetti non si rinchiudano in medesima cantina) e in cui ognuno può tranquillamente aspirare ad una più sana e snella pedalata ai confini della Terra albergata senza per questo regredire ad un evo (con tutti i suoi difetti) troppo antico per essere solo appena capito in tutte le sue sfumature e ugual credo che fanno dello Spirito il vero principio. Purtroppo le contraddizioni non meno dei paradossi albergano, come direbbe il buon Guenon, in tutta quella mancanza di sana e vera conoscenza in cui il mercato aspira al pari del calvinista, in quella sana terapia e progressiva discesa nella cantina del ‘rasphuis’ andando involontariamente a nutrire e foraggiare proprio ciò cui combattono ma involontariamente saziano…



















domenica 3 giugno 2018

SECONDO... IL QUADRO DAL POLITICO ISPIRATO (43)









































Precedenti capitoli:

Preghiera nel Bosco (42)

Prosegue in:

Dal 'politico' ispirato (44) &

Rime taciute alla parabola del Tempo (45)














Posai i miei pensieri su questa terrazza con una incantevole vista.
Posai le mie mani sulla fioriera che la bella cameriera annaffia ogni mattina, mostrandomi le sue alte cime come due frutti succosi ed un nobile di dietro… come fosse la sella di un puledro.
Lei lo sa, io sono uomo colto e potente… la politica è il mio mestiere.
Lei lo sa, ho molte conoscenze; lei, invece, solo la fame da saziare, quella ingorda, abbonda in ogni stagione ed in ogni mese nella sua verde e prospera natura.
Lei solo la fame deve saziare quella ingorda della nostra natura, conosce ogni astuzia nel bosco della vita assieme all’arte di ingannare la gente,  conosce il frutto proibito di sedurre una contadina, illusa nel sogno di far un po’ di fortuna per una fame che spesso tortura.
Io sono l’astuto uomo di corte, politico di natura. Qual natura io qui non dico perché in lei io prego l’antico crocefisso, ricordo di un lontano antenato quando a lui il chiodo fu dato per macellarla come un agnello nel nome di un popolo ‘eletto’.
Or non ci dilunghiamo su questo mito strano, perché io con la parola mi vesto e quando l’adopero ogni essere seduco e incanto; c’è chi rimane stupito della mia cultura e chi estasiato della statura, anche se non ha compreso un fico del mio discorso greco e latino… perché il popolo è eterno contadino, ma di fronte a me fanno tutti l’inchino ed ognuno rimane stupito dell’arguto e saccente nonché dotto… mio sapere.
Favello in latino greco… e aramaico antico…, e quando si presenta l’occasione nella sala dell’albergo che domina la vallata mi trattengo con l’inglese arguto e il tedesco risoluto. Certo, non si vede, ma sono diplomatico di mestiere. Ogni affare è diletto perché servo del mio ricco signore e per sempre mio padrone, certo finché un nuovo intrigo non costringono il suo o il mio castigo. Dopo la pace sarà celebrata, un’alleanza stipulata, un nuovo matrimonio coronerà la speranza del popolo che partecipa alla comune mensa… nel ruolo che meglio alberga il suo destino, donato non certo da noi… ma dal nostro comune Dio.
Parteciperà al nostro umile banchetto, noi alla tavola, lui nella cantina a misurare la distanza cui bisogna tenere il volgo, e a condire ogni portata con il miglior vino perché il sangue del suo martirio è il nostro piatto preferito. Siamo uomini di corte e di regno (nonché arguto ingegno) e di astuto tradimento, l’intrigo è l’arte antica del politico, la religione detta le umili ore, il tempo  governa il nostro paradiso…
Giochiamo con la parola, perché quando vien detta, nessuno, nemmeno il dotto interlocutore del ricco e ben condito discorso, la intende nella giusta sua natura, forse perché inganniamo proprio quella. Per noi è solo un inutile contorno, fra un piatto di cacciagione ed un buon dolce; è una piacevole vista talvolta annebbiata fin dal primo mattino, colpa del buon vino.
La incorniciamo in tanti ricchi quadri commissionati e pagati dagli stessi viandanti, compaiono a frotte o in umili vesti, mentre ornano la pecunia del nostro mondo antico foderato tutto nel lusso del nobile palazzo antico; numerato come vuole e comanda la sorte sopra ogni portone, abbiamo composto anche il motto segreto araldo di ogni fiero discorso; cosìcché il gregge che prega e lavora abbia timore del nostro buon nome, vi abbiamo inciso anche un crocefisso per ricordare a tutti il martirio antico, nella cappella dove ogni mattino preghiamo il nostro buon Dio.
Quando stringo le mani accompagnate al mio sorriso rivolto agli ospiti esultanti, a loro può sembrare un invito: un sole caldo in un cielo limpido che promette ricchezza e fortuna, chi la mano stringe con ugual cortesia e stesso inchino, mai di certo potrà leggere il vero pensiero dell’uomo di Dio, pregato come dicevo… ogni mattino. Mai potrà capire quale arguzia e inganno si cela nel bosco di tal natura, quale finezza accompagnano il saporito piatto della  politica nominata diplomazia.
Il diletto dell’arte mia mi vien mangiando ogni delizia che la serva mi porge mostrandomi il suo frutto proibito fra un inchino ed un buon bicchiere di vino, io disdegno e la spio con l’astuzia del mio fiuto: uccell di bosco alla vista di ogni commensale per questa fiera cavalcata… di ogni ricca e saporita portata. Ad ognuna l’ho violentata e goduto, e aperto il suo nobile di dietro come al pollo che mi offre saporito cotto allo spiedo di un antico martirio, se prova qualche incertezza nominata trascuratezza nel non averlo ben condito, vi poso il burro del mio candido sorriso, e affondo il verbo del mio segreto piacere.
Lei mi guarda e mi fa di nuovo l’inchino mostrandomi il latte del bosco suo rigoglioso: seni promettenti e vesti trasparenti; quando si piega per raccogliere il tovagliolo della sua missione tutto lascia godere come la miglior vista della vallata dove ora bruca l’erba come la pecora servita; disapprovo il gesto e schifato chiedo altro vino, l’ho posseduta per tutto il banchetto certo parlando sempre di Dio. Alla fine del dolce, quasi pentita ed avvilita, si inchina a lavare la macchia della mia fatica, nel gesto compiuto di questa strana natura un sussulto ha scosso il modesto ed umile appetito e di bianco ho condito il prezioso abito del mio disgusto. Quasi schifato ho continuato il dotto dovere, la dialettica è il mio mestiere, lei si inginocchia e strofina l’eterna fatica, nulla si vede di ciò che non deve esser detto.
Finito il servizio provo pena per quella serva, l’ospite mio invece, intimorito dal dotto discorso, ha gradito la risoluta fermezza nel cacciare ogni servo al compito destinato da Dio, venerato e pregato ogni mattino assieme alla madre sua, nominata Madonna, nella cappella che orna la ricca dimora rifugio da ogni peccato… per questo immondo e lurido Creato….
Sono uomo di Dio, banchiere della sua Divina Parola, nonché custode del Sacro Regno. Quando inganno la natura lo faccio con il sorriso, quando preparo una guerra lo faccio con un bicchiere di vino, lo divoro con l’agnello, sono io il lupo nel folto del bosco. Lo perseguitiamo per insegnare al popolo chi è il Diavolo in codesto reame, e con lui anche l’uomo che forse l’ha nutrito, Diavolo o Bandito, qui tutto l’esercito schiero per debellare il male.
Tutto il popolo rassicuro quando osservo il panorama da questa grande loggia; la povera serva lo sa, per questo si aggrazia ogni mattina per non essere da meno della giumenta cui godo il latte della vita. Affinché ogni mia voglia desiderio e credo, si possano deliziare e soddisfare così come Dio intende  volere e piacere accompagnati all’istinto appagato, nel nome del peccato da me e per sempre perseguitato.
Sono anche Giudice, e quando condanno il pover’uomo sulla forca, quello che cercò la sua sposa in un’anima prigioniera della stessa sventura, e di lei si impossessò liberandola dalla tortura…, recito la mia preghiera affinché Dio allontani codesta malsana e deviata natura. Io lo giudicai reo di assassinio nei confronti di un contadino a cui aveva rubato il quotidiano peccato: moglie sposata o bestia accudita non fa differenza nell’arcana mia scienza, per la legge è serva di Dio e anche del villano nominato nella sentenza, mai di certo il cuore suo batteva per un Trovatore in cerca di una diletta.
Musa o intelligenza che ispira la sua strana sostanza, rima accompagnata alla strofa della vita, io giudico dove dimora la donna e la bestia accudita dal servo custode e pecunia della terra asservita alla dura fatica.
Mi han raccontato, testimoni timorati della parola di Dio, che la portò in una casa dove con lei divideva l’amore, e quando il marito tradito li colse con il frutto proibito dell’ansano et immondo peccato, il reo bandito lo scannò come un agnello imprecando e maledicendo Dio. Io che sono Giudice per conto e in nome di Dio, su una forca lo appesi come la mela del giardino proibito. Lei, poi, la promisi sposa e serva del Dio custode di codesto giardino, recitare le eterne preghiere nel circolo ristretto di un albero dove mai più le sarà consentito di assaporare il frutto della vita se in lei vuol scontare la vergogna e la colpa, altrimenti sarò costretto ad purgare il giovane suo corpo dal Demonio che ancora la divora.
Questo misero capitolo della vita ogni tanto mi divora, così quando posso prego con la mia serva iniziandola al frutto del peccato punito nel ricordo del martirio nel quale io fui Giudice di Dio!
Quando in separata sede cavalco e governo l’intero Creato le stringo bene i fianchi per farla meglio godere, le alzo la veste fin dove lei ha custodito il suo bel nido, poi come ogni cacciatore affondo la lancia nel profondo del ventre per spargere il seme della mia natura. Lei soffre e scalcia come fosse divorata o pentita di questa vita così mal nutrita. Poi spalanca il bosco suo ad un lupo, un assassino ben vestito cacciatore del Regno di Dio; così comanda e recita il versetto, ogni bestia fu da lui creata per soddisfare l’istinto della vita, ed ora l’agnello o la pecora che qui io sacrifico…, un urlo di godimento porterà all’altare del Dio così ben servito.
Ora però non perdiamoci in codesta sconcia natura, il politico del Regno è un uomo più che degno perché porta la parola di Dio ben scolpita nel gesto e nell’esempio. Come ho già detto, così è scritto nel Libro, questo il verbo e il miracolo scolpito assieme all’araldo del mio buon nome, ben visibile nella grande Cattedrale da me costruita rifugio di ogni anima dove il pastore è eterno custode.
Ognuno sia punito per il peccato commesso e l’adulterio è tradimento che conosce ugual punizione di Dio: povertà di un gesto dettato dall’istinto come i due amanti da me giudicati e trattati come lupi assatanati. Lui è sepolto senza una tomba, lei dimora nel Regno Sovrano di Dio senza memoria né storia, solo l’eterna preghiera per chiedere perdono del suo peccato.
Ora è una suora timorata della mia parola.
Lui è concime della terra, sia nutrimento per le bestie affinché la sua anima e le ossa siano di quelle!
Lei ha scoperto la sola legge del Creato, perché all’inganno confuso per amore si è abbandonata senza alcun timore. Che viva e si nutra nel ricordo e nel rimpianto della sua terra, quando da donna era poco più di una bestia, e il lavoro conosceva come sola ricchezza e preghiera.
Senza legge e disciplina, la mia parola, dopo questa cavalcata mattutina, non sarebbe il fertile seme della terra.
Il Creato è il mio regno.
Il concime è la strofa o la rima… di un Diavolo… nominato Eretico, da me sempre braccato e seppellito là dove la terra chiede il suo nutrimento e l’eterno sacrificio.
A me non resta che raccoglierne la ricchezza.
A me non resta che governare la fertile Terra.
Ma ora non divaghiamo in codesti tristi ricordi…, bella cameriera, perché dopo averti insegnato il segreto del peccato e spalancato le porte del vizio l’inferno non ti ho raccontato o forse non ancora spiegato: brucia la pelle e fa cenere le ossa mentre li guardo nell’ultima smorfia, poi rimane solo polvere al vento in eterna memoria della nobile preghiera incisa nella storia….
Questo il segreto componimento quando nella terra coltivo il mio seme.
Quando nel bosco bracco l’uomo ed il lupo con lui cresciuto.
Quando inseguo ogni preda con la bava alla bocca e l’istinto di uomo fedele al suo Dio.
Non mi bastava possederla e montarla come una bestia, voglio provare a farla godere…. fino a vederla soffrire e morire prigioniera e sazia del suo ingordo appetito. Perché io so ed insegno che ogni donna è come un Diavolo mal nutrito e con lei celebro il mio paradiso: gioco strano e perverso (che non sia né visto né udito): affrontare il demonio dal male partorito e poi braccarlo fino a sentirla godere nella grotta del suo segreto piacere; di lei farò cenere, dopo averla inondata del mio seme.
Per questo le stringo il collo come si è soliti con il pollo, per poi spennarlo e dividerlo alla mensa della mia legge perché nulla ha da pretendere… dal suo gregge. Ma il peccato punisce e confisca, privando dell’amore ogni essere, privando del piacere ogni semina, privando della terra ogni… uomo e donna, privando del raccolto abbrutiti dal duro lavoro con solo l’ignoranza da nutrire nella Chiesa dove predico e… recito… un Sermone nuovo.
Confisco ogni loro avere… se solo li vedo godere; confisco e punisco privando del dono della vita, dopo che l’ho così posseduta ed anche nutrita; perché dopo racconterò i patimenti e gli stenti che riserva Dio a chi dimora nella bestemmia, a chi dimora nella lussuria padrona di ogni peccato mai condannato.
A chi dimora nell’Eresia, a chi dimora… nell’ingordigia della carne, a chi pretende ricchezza, a chi desidera la donna di un altro fedele di codesta nobile Legge, perché son io il pastore del gregge, io la legge, io la voce e verità di Dio…
Nel pulpito ora dimora il Verbo della mia sacra dottrina, visione d’amore per il Cristo che un giorno fu crocefisso in cima al Teschio della Storia, conflitto apocalittico e mai capito nel quale io sono Scudiere di Dio: per Lui combatto e uccido, non è inganno o martirio quello che concedo, non è timore, non è perversione o potere, è l’apocalisse del mio dotto sapere che si sposa con la sola e vera fede a cui riservo il… Principio della Maestà della sua Divina Parola.
La poveretta certo non intende e comprende questo strano conflitto: non sa di essere un Diavolo solo ben fornito, non sa che quei frutti, quelle forme, quella pelle delicata è un peccato che striscia in uno strano giardino, timorato dalla parola di un… Secondo Dio…
Non poteva sapere la poveretta, che il Principio di ogni male incarnato è nel suo bosco incantato quale frutto del primo peccato, e passa dalla sua bocca da quando quell’uomo le ha donato il principio della parola. 
Così aveva imparato ogni mattina nel Divino Creato, bere il latte della sacra dottrina come fosse una bambina, e mentre lo faceva quel retto uomo la stringeva forte alla gola quasi a soffocarla… nella strana preghiera. Quando il latte sgorgava nella sua terra, l’uomo godeva fino all’ultima goccia, per poi di nuovo....

(Prosegue...)