giuliano

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IL TOMO

giovedì 27 marzo 2014

LA DIVISA NERA (Lo Straniero) (5)

















Precedenti capitoli:

Lo Straniero (1)  (2)  (3)  (4)

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La divisa nera (6)













                                 LA DIVISA NERA
 (l’immagine in primo piano riflessa nel mondo della materia)                                              

                                     (Lo Straniero)       

    
       
                                  
                         

Da tempo l’amico Arrigo insisteva perché si facesse insieme un viaggio nella repubblica di Belora, di là della grande Cortina, dove la catena dei Kunzi (Ganzi e Bulli) ha le sue vette più alte.
Come tutti sanno, su queste montagne, per un fenomeno non ancora spiegato, la neve, anziché bianca come da noi, è di colore nero. Sciare sulla neve nera, diceva Arrigo, doveva essere una esperienza elettrizzante che nessun uomo colto, umanista o poeta che sia aveva ancora provato, essendo la Belora un paese fuori di mano e di difficile accesso.
Ma lui, attraverso chissà quali maneggi, era riuscito ad ottenere il visto diplomatico per entrambi; Arrigo è un uomo abile e intraprendente. Si partì in aereo, con due grosse valigie e due paia di sci. Di scalo in scalo, atterrammo infine all’aeroporto di Seorca vicino a Amor, la capitale della divisa nera,… scusatemi neve nera….




Ivi giunti, prendemmo alloggio all’Eskurus Hotel, stabilimento di impianto sontuoso ma ormai degradato. All’inizio del secolo i monti della Belora erano prediletti dalla aristocrazia dell’Europa colta e raffinata orientale ed occidentale. Mutato regime e ivi annesso e compreso principio ed ideale politico (ogni quindici giorni…), gli apprestamenti per gli ozi e gli svaghi dei ricchi erano stati confiscati dallo Stato, con le conseguenze del caso.
Restavano i fregi, i tappeti, i tendaggi, i mobili intarsiati, i ruderi; ma i bagni in condizioni pietose, le lenzuola di lino piene di toppe e di buchi; e di notte era un continuo andirivieni di topi… di fogna…. Si constatò subito la difficoltà di intendersi. Il beloro è un idioma a sé, con influssi slavi, ungheresi, brostici e perfino arabi. Pochi gli abitanti che conoscessero l’inglese o il tedesco, nessuno il francese.
Ma in pochi giorni Arrigo riuscì a farsi una certa infarinatura. Da Seorca bisognava raggiungere in treno il villaggio di Paralif e di qui in macchina risalire la lunga valle dello Smir o Valle Nera. Evitando il treno, prendemmo a nolo una macchina di fabbricazione locale, e partimmo. La gente, vedendoci, non sembrava affatto incuriosita.




Percorrendo l’antica e famosa Valle Nera, incontrammo dapprima numerosi paesini che parevano abbandonati perché non si vedeva anima viva. Più avanti cessò ogni traccia umana, eccezion fatta per la strada, stranamente larga e asfaltata. Cominciarono i boschi, la pendenza si accentuò, le curve si fecero più frequenti e più strette.
Non ci eravamo imbattuti finora in altre vetture finché ci fu dato di superare una macchina gialla, tipo giardinetta. A bordo scorsi soltanto il guidatore, che mi parve uomo d’età, coi baffi spioventi, singolarmente curvo; mi stupì che non si voltasse a guardarci.
Dopo circa tre chilometri, un’altra macchina ci comparve dinanzi; anch’essa gialla e procedeva lentamente nella stessa nostra direzione. La superammo senza fatica; c’era a bordo il solo guidatore, un uomo d’età, coi baffi spioventi e la schiena curva.
Possibile che fosse la stessa vettura di prima?
E come aveva fatto a superarci senza che noi la vedessimo? Forse per una scorciatoia il cui imbocco ci era sfuggito?




La cosa era strana e complessivamente sgradevole.
Arrigo però rise delle mie inquietudini….
Di che cosa avevo paura?
A parte l’impossibilità che le due macchine fossero la stessa, era assurdo pensare fosse stato disposto un servizio di polizia per controllarci.
Egli rise, dopo un’altra decina di chilometri, ci trovammo dinanzi, per la terza volta, una giardinetta di colore giallo che saliva a bassa andatura (piccola portatile… rivestimenti in nero….). Confesso di avere avuto un brivido nel constatare che la targa era la stessa di prima: Pass 65 A conn. 1.
Da scartare l’ipotesi di una scorciatoia; nell’ultimo tratto non esistevano deviazioni. Allora una ‘macchina’ fantasma (con interni neri…)? Oppure la polizia segreta aveva sub-appaltato il lavoro a qualche terrorista? Oppure la stessa, a scopo di intimidazione, sguinzagliava a controllare gli Stranieri varie macchine del medesimo tipo, colore e targa, guidate da autisti gemelli che si assomigliano come gocce d’acqua? Anche il terzo conducente infatti era un uomo d’età, coi baffi e con la schiena curva come quella… di Andreotto… un famoso crociato… ma questa è un'altra storia….




Una sensazione di allarme e disagio ci avvelenò quindi l’ultima parte dell’interminabile viaggio perché la macchina gialla (e nera) ci tagliava e controllava la via…
Mehraklya, la nostra meta, con nostro grande stupore si rivelò non già un paesetto di montagna, bensì una città moderna di stampo industriale. Si seppe poi che il governo le aveva dato un grande impulso per lo sfruttamento delle vicine miniere. Essa ci apparve sul tramonto, usciti dalla Valle (anch’essa) Nera, nell’ultima concavità di un ennesima valle… come un miraggio. Intorno si levavano gli erti pendii di maestose montagne completamente nere per la neve che le copriva, quello che a noi ci fece altrettanto impressione furono taluni cartelloni pubblicitari issati come urla inneggianti con motti alla maniera del Grande Fratello….

(Prosegue...)


















martedì 25 marzo 2014

L'INDICE (l'Inquisizione in Italia) (3)


















Precedenti capitoli:

L'Indice  (1)   &  (2)

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I frutti degli altri














Nella seconda metà del Cinquecento la Chiesa cattolica iniziò in Italia e in Spagna un processo di controllo della stampa che non aveva precedenti nella storia, in connessione alla ‘rivoluzione inavvertita’ che questo nuovo mezzo di comunicazione della cultura aveva prodotto.
Per dare un’idea generale della nuova situazione prodotta dall’avvento della stampa a caratteri mobili, gli studiosi stimano che alla metà del Quattrocento ci fossero in Europa 2-3.000 manoscritti, che alla fine del secolo fossero stati prodotti 10-20 milioni di libri e che nel Cinquecento venissero stampati 200-300 milioni di volumi, con tirature medie di 1.000 copie, in certi casi di 2-3.000, mentre gli incunaboli ebbero tirature di 250-500 copie.
La popolazione europea era di 70-90 milioni, con una bassissima alfabetizzazione limitata alle classi medio-alte. Le decisioni prese dalla Santa Sede vanno commisurate al grande cambiamento avvenuto: gli Indici del libri proibiti e soprattutto la loro applicazione rivelano un progetto di disciplinamento e irregimentazione delle letture vasto e coinvolgente, non solo per le opere di argomento religioso ma anche per quelle di altro genere.




Il progetto risultò tuttavia così ampio che i suoi autori dovettero in parte rinunciarvi, anche se non lo abbandonarono mai formalmente. Gli effetti delle proibizioni dei libri protestanti o considerati affini alla Riforma – come quelli di Erasmo – e di vari altri generi, i processi inquisitoriali per vendita, detenzione e lettura di tali opere, combinati con lo sviluppo della nuova religiosità richiesta dal concilio e dalle alte gerarchie, trasformarono lentamente il clima culturale in Italia (e lo condizionarono per altri quattro secoli…). Non solo venne ridotta e quasi bloccata la circolazione e la lettura dei libri contenenti dottrine teologiche e perfino della Bibbia, ma ci furono notevoli cambiamenti nella stessa produzione libraria, con un forte aumento di opere devozionali, vite di santi, catechismi.
Questi sviluppi sono indicati dagli storici che hanno analizzato i dati editoriali complessivi, ma erano percepiti all’epoca in particolare dai librai, in Italia, il sorgere di nuove stamperie in molte località fece aumentare la produzione libraria, mentre al contrario l’emporio editoriale veneziano perse alla fine del Cinquecento la supremazia in Europa per i condizionamenti dovuti alla censura ecclesiastica, ma anche per altri fattori, tra i quali il calo della popolazione cittadina.




In effetti i libri religiosi vennero stampati in percentuale crescente. Si trattava di operette all’istruzione ed edificazione dei fedeli, come i catechismi, usati nelle Scuole della dottrina cristiana, opuscoli agiografici e devozionali a basso costo, libri di rime sacre o penitenziali, relazioni delle missioni gesuitiche in Oriente, libri di esaltazione delle imprese di Lepanto e della notte di San Bartolomeo, fogli volanti con preghiere, indulgenze, rogazioni, norme per la quaresima, nonché un interessante opuscolo edito dai francescani sull’uso ed il gioco della palla corda e relativi salmi da recitarsi in occasione di roghi e supplizi. 
Ma furono prodotti anche testi per il clero e per l’alta cultura: manuali per confessori, opere dei Padri della Chiesa – versioni tuttavia spesso incomplete o scorrette, tanto che alti prelati e conventi le compravano dagli editori protestanti – edizioni dei decreti tridentini, Indici, breviari, messali. La nuova stagione propositiva della Chiesa cattolica andò di pari passo con la repressione. I processi del Sant’Ufficio e l’applicazione degli Indici produssero un certo numero di elenchi di libri sequestrati, che permettono ora di studiare gli effetti della censura, rivelandone successi e limiti (per un’intera cultura…).




La censura ecclesiastica non fu una macchina perfetta, come riconoscevano gli stessi cardinali dell’Inquisizione e dell’Indice. Utilizzare tuttavia questi elenchi per dimostrare che nonostante tutto i libri proibiti circolavano e quindi c’era una certa libertà di lettura, è un modo un po’ contorto per stravolgere il significato dei sequestri (e la relativa rovina degli Eretici…): il documento che mostra il ritiro di un’opera diventerebbe così una prova della sua circolazione, dimenticando il contesto generale e gli effetti complessivi della censura.
Da un punto di vista logico è un sofisma analogo a quello di chi sostiene che il fumo non fa male, dato che alcuni fumatori sopravvivono fino a tarda età. La proibizione dei libri era generalizzata: la si poteva eludere a proprio rischio e pericolo leggendo ugualmente un’opera proibita, ma la si poteva anche evitare lecitamente ottenendo un permesso di lettura concesso dal Sant’Ufficio centrale o dal maestro del Sacro Palazzo. Tale permesso in teoria aveva una validità di tre anni e all’inizio era accordato a severe condizioni.




Nei primi decenni del Seicento veniva richiesto soprattutto da preti curiali, vescovi e cardinali, canonici, teologi, monaci, medici, giuristi e diversi nobili. Poi in pratica divenne una licenza a tempo indeterminato e conseguibile senza eccessive difficoltà, ma sempre dietro esplicita richiesta. I libri erano soggetti inoltre a permesso di stampa che implicavano una censura preventiva, talvolta esercitata dallo Stato, com’era il caso per esempio della Repubblica di Venezia.
La censura non si limitò alle opere teologiche eretiche, ma investì dopo l’Indice del 1559 anche le opere letterarie che risultassero ‘offensive alla pie orecchie’ dei cattolici, proibite di solito fino a quando non fossero state espurgate. Le manipolazioni dei testi letterari per limarne ogni critica alla Chiesa e agli ecclesiastici e per renderle appetibili all’intransigenza ortodossa cattolica erano cominciate spontaneamente nel primo Cinquecento: notoria la poderosa e allucinante trasformazione del Canzoniere del Petrarca fatta da fra Girolamo Malipiero nel ‘Petrarca spirituale’, stampato nel 1536. Anche Dante fu soggetto o costretto, secondo taluni, ad un linguaggio ‘velato’ per celare contenuti di natura eretica…..




Dopo l’Indice tridentino del 1564 e l’istituzione nel 1572 di una apposita congregazione dell’Indice dei libri proibiti per rendere più efficace la censura (e vita più agevole ai delatori….), il controllo della stampa si complicò. La preparazione dei nuovi elenchi e il controllo dei testi stampati o da stampare passò a questa Congregazione, ma quella del Sant’Ufficio non rinunciò ovviamente alle proprie prerogative al riguardo.
Perché avrebbe dovuto farlo?
Tale scelta non rientrava nei comportamenti dell’epoca. I cardinali inquisitoriali bloccarono la promulgazione di un Indice sistino nel 1590 e di quello sisto-clementino nel 1593, entrambi già stampati. Finalmente nel marzo del 1596 per decisione di Clemente VIII fu pubblicato un nuovo Indice, il primo veramente predisposto dalla Congregazione dell’Indice, ma anche questa volta ci furono dei forti contrasti da parte della Congregazione dell’Inquisizione per la mancata presenza di alcune proibizioni e per una disposizione più permissiva nei confronti delle traduzioni in volgare della Bibbia.
L’Indice del 1596, che riprendeva le proibizioni del 1564 (1.168 tra libri e autori) e ne aggiungeva 1.143 di nuove, venne applicato in modo capillare e sistematico, come mai era successo in precedenza….  

(Andrea Del Col, L'Inquisizione in Italia) 















  

venerdì 21 marzo 2014

L'INDICE



















Prosegue in:

L'Indice (2)













1) Inquisitori (sosta a Roma)

2) Inquisitori (sosta a Roma)

3) Inquisitori (sosta a Roma)

4) Inquisitori (sosta a Roma)

5) Una 'bolla' per il Paradiso

6) Una 'bolla' per il Paradiso

7) Una 'bolla' per il Paradiso

8) Una 'bolla per il Paradiso

9) Sosta ad Avignone

10) Sosta ad Avignone (denaro & guerra)

11) Sosta ad Avignone (denaro & guerra)

12) Sosta ad Avignone (denaro & guerra)

13) L'eresia del lettore

14) L'eresia del lettore

15) Tra eresia e ortodossia

16) Tra eresia e ortodossia

17) Nummus non parit Nummos

18) Nummus non parit Nummos

19) Fra Ubertino da Casale

20) Fra Ubertino da Casale

21) Desiderio di carne

22) Desiderio di carne

23) Il ritorno dei Papi

24) Il ritorno dei Papi: il recinto

25) Fuori dal recinto

26) I frutti degli altri

27) Vegio ch'è tolto l'ordene e lo bene

28) Vegio che arde qui il grande fuogo

29) E morì come visse: urlando e bestemmiando

30) E morì come visse urlando e bestemmiando

31) Ogni infamia sarà cancellata

32) Ogni infamia sarà cancellata

33) I pellegrini di Dio

34) I pellegrini di Dio

35) La sua Rima

36) La sua Anima

37) Lo sterco del Diavolo

38) Lo sterco del Diavolo

39) La peste

40) La peste

41) Satana

42) Satana

43) I ciarlatani

44) I ciarlatani

45) La notte vagabonda



(Prosegue.....)

















CANI DI PASSAGGIO: i comici regi (o regnanti...) (87)



































Precedente capitolo:

Gente di passaggio: la polizia dell'anima (86)

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Cani di passaggio: i comici regi (o regnanti) (88)












Siccome il mio padrone era miserabile e tacccagno, come son tutti quelli
della sua razza, mi manteneva con pan di miglio e con qualche avanzo di
polenta di sorgo, loro comune alimento; ma il cielo m'aiutò a sopportare
quella miseria in un modo stranissimo che ora ascolterai.




Ogni mattina, come spuntava l'alba, trovavo seduto, al piede di un melo-
grano, dei tanti che c'erano nell'orto, un giovanotto, studente all'apparen-
za, vestito di baietta, non tanto nera né tanto pelosa da non parere grigia
e rasata.
S'affannava a scrivere in un certo scartafaccio, e di tanto in tanto si per-
cuoteva la fronte col palmo della mano e si mordeva le unghie, restando
a guardar fisso il cielo; altre volte restava tanto immerso nei suoi pensie-
ri, che non moveva né piede né mano e non batteva ciglio, tant'era il ra-
pimento in cui cadeva.
Una volta m'accostai a lui senza che s'accorgesse di me; lo sentii borbot-
tare tra i denti, e dopo un pezzo sbottò in un gran grido dicendo: 'Vivad-
dio è l'ottava più bella che abbia fatto in tutta la mia vita!'.




E scrivendo in tutta fretta nel suo scartafaccio, si mostrava soddisfatto;
il che mi fece capire che quel disgraziato era un (vero) poeta.
Gli feci le mie solite moine per dimostrargli la mia mansuetudine; mi ste-
si a terra ai suoi piedi, ed egli, rassicurato, s'immerse di nuovo nei suoi
pensieri, e tornò a grattarsi la testa, a cadere in estasi e a scrivere poi
quel che aveva pensato.
Mentre era così occupato, entrò nell'orto un altro giovanotto, garbato
e ben vestito, con certe carte in mano, nelle quali di tanto in tanto leg-
geva.
Giunse dov'era il primo, e gli domandò: 'Avete finito il primo atto e
anche lo scatto....?'.
'L'ho finito or ora', rispose il poeta, 'nel modo migliore che immaginar
si possa'. 'E come?', domandò il secondo. 'Così', rispose il primo:
'Entra Sua Santità il papa in abito pontificale, con dodici cardinali tut-
ti vestiti di violetto, perché quando accadde il fatto che costituisce l'-
intreccio della mia commedia, era il tempo della mutatio capparum,
nel quale i cardinali non vestono di rosso ma di violetto; e perciò bi-
sogna a ogni modo rispettare la situazione, che questi miei cardinali
entrino in scena con i mantelli paonazzi.
E questo è un particolare della massima importanza per la mia com-
media, e di certo qui gli altri avrebbero sbagliato, poiché ad ogni pas-
so commettono mille errori ed improprietà. Ma io in questo non ho
potuto sbagliare, perché mi son letto tutto il cerimoniale romano, so-
lamente per imbroccarla a proposito di questi vestiti'.




'Ma dove volete', replicò l'altro, 'che il mio capocomico abbia abiti
paonazzi per dodici cardinali?'. 'Ebbene, se me ne toglie anche uno
soltanto', rispose il poeta, 'io gli darò la mia commedia tanto facil-
mente come potrei mettermi a volare. Corpo di Bacco! E vorreste
mandare in rovina una scena così grandiosa? Immaginate un po', di
qua, che figura farà in teatro un sommo pontefice con dodici solen-
ni cardinali e con tutto il seguito che per forza si devon tirar dietro.
Giuro al cielo che sarà uno dei più grandi e solenni spettacoli che
mai si sia visto in una commedia, foss'anche quella del Mazzolino di
Daraja!'.




A questo punto mi persuasi del tutto che il primo era un poeta e il
secondo un attore.
L'attore consigliò al poeta di tagliare un pochino sui suoi cardinali,
se non voleva rendere impossibile al capocomico la rappresenta-
zione del lavoro; al che il poeta rispose che doveva ringraziarlo se
non ci aveva messo dentro tutto il conclave ch'era riunito durante
i memorabili fatti che voleva richiamare alla memoria della gente
nella sua magnifica commedia; il comico rise, e lo lasciò alle sue
occupazioni per andare a fare il mestiere, ch'era quello di studiare
una parte per una nuova commedia.
Il poeta dopo aver scritto qualche altra strofa del suo capolavo-
ro, con molta compostezza e molto tono tirò fuori di tasca alcuni
tozzi di pane e una ventina di chicchi d'uva passa, che a quel che
mi pare, gli contai a uno a uno, e sono ancora in dubbio se fosse-
ro proprio tanti, perché insieme con essi c'erano, a far numero,
certi bricioline di pane che li accompagnavano.




Ci soffiò sopra e fece cadere le briciole e poi, uno alla volta, si
mangiò i chicchi d'uva con tutti i gambi, giacché non gliene vidi
buttar via nemmeno uno, spingendoli giù con i tozzi di pane che,
colorati com'erano dalla fodera della tasca, sembravano ammuf-
fiti, ed erano talmente duri di indole che, sebbene egli cercasse
di ammorbidirli girandoseli in bocca molte e molte volte, non riu-
scì a smuoverli dalla loro ostinazione.
Il ché ridondò infine a mio vantaggio, perché me li tirò dicendo:
'TOH! TOH! PRENDI, E BUON PRO TI FACCIANO!.
'Guarda un po'', dissi tra me, 'che nettare e che ambrosia mi dà
questo poeta, sebbene sogliano dire che di ciò si mantengono
gli Dèi e il loro Apollo, sù in cielo!'.




In realtà, almeno per la maggior parte, la miseria dei poeti è gran-
de; ma il mio bisogno era più grande ancora, se mi costrinse a
mangiar quello ch'egli buttava via.
Finché durò la composizione della sua commedia, egli non trala-
sciò un sol giorno di venire nell'orto, né a me vennero a mancare
tozzi di pane, perché egli li divideva con me con grande liberalità;
poi ce ne andavamo alla noria, dove, io a quattro zampe ed egli
con il secchio, ci si toglieva la sete come due re.
Ma poi il poeta non venne più, ed in me la fame giunse a tal pun-
to che decisi di abbandonare il mio amico e di andarmene in cit-
tà a tentare la sorte, ché chi cerca trova.....'.

(Prosegue...)

(M. de Cervantes, Novelle esemplari, Colloqui dei cani;
 Fotografie di: Zack Secklers)














lunedì 17 marzo 2014

L'ASSEDIO DI NAMUR


















Prosegue in:

L'assedio di Namur (2)














Ho cominciato il nuovo libro, nella speranza di aver spazio a sufficienza per spiegare la natura della perplessità da cui era preso zio Tobia di fronte alle molte domande e supposizioni sull’assedio di Namur, dove era stato ferito.
 Rendo noto al lettore che uno dei più memorabili attacchi avvenuti durante questo assedio fu quello condotto dagli inglesi e dagli olandesi contro quella punta della controscarpa avanzata, posta di fronte alla porta di San Nicola, che racchiudeva la grande chiavica o dell’acqua stagnante: qui gli inglesi si trovarono pericolosamente esposti alle cannonate della controguardia incaricata della difesa del semibastione di San Rocco; il risultato dello scontro, in breve, fu questo: gli olandesi ebbero il sopravvento sul drappello di guardia al bastione e gli inglesi si impossessarono della galleria scavata intorno alle fortificazioni poste dinnanzi alla porta di San Nicola, nonostante lo strenuo coraggio degli ufficiali francesi, che si buttarono alla sbaraglio sullo spalto, in una lotta corpo a corpo.




Siccome questo fu il principale attacco di cui zio Tobia fu testimone oculare a Namur, poiché l’armata degli assedianti era divisa dalla confluenza dei fiumi Mosa e Sambre ed era impossibile per lui vedere altre operazioni belliche, è logico che parlasse più spesso e volentieri di questo assalto che di ogni altro. Quanto poi alle perplessità in cui si trovava, bisogna dire che erano tutte causate dalla difficoltà di esporre i fatti in maniera accessibile a tutti dando, per esempio, un’idea chiara della differenza esistente fra scarpa e controscarpa, fra spalto e trincea, fra mezzaluna e rivellino, così da far capire agli ascoltatori il punto preciso in cui si trovava e come si erano svolti i fatti.
Gli scrittori stessi si confondono fin troppo facilmente su questi termini; non dovreste quindi preoccuparvi se, nello sforzo di spiegare ogni cosa, in lotta con le molte cognizioni errate che aveva in proposito, lo zio Tobia finiva il più delle volte per confondere le idee non solo ai suoi interlocutori ma anche a se stesso.




A dire il vero, a meno che i visitatori che mio padre aveva condotto su per le scale avessero una certa perspicacia e una intelligenza aperta o che zio Tobia fosse in una giornata particolarmente felice, era piuttosto difficile per lui fare una relazione dell’avvenimento senza lasciare qualche punto oscuro o comunque inspiegabile.
Quello che rendeva la spiegazione ancora più complicata e imbarazzante per zio Tobia era che nell’assalto a quella controscarpa di fronte alla porta di San Nicola – controscarpa che si estendeva dalla riva del fiume Mosa fin quasi alla grande chiavica – il terreno era tagliato e attraversato da una tale quantità di trincee, canali, drenaggi e corsi d’acqua, che durante il discorso si sentiva disorientato al punto da non sapere più fare un passo, né avanti né indietro; e così, caro lettore, mio zio era il più delle volte costretto ad abbandonare l’assalto alla cittadella proprio sul più bello….




La tavola, alla quale zio Tobia stava seduto, nella sua stanza, circondato dalle mappe eccetera, il giorno precedente la partenza, era troppo piccola per l’infinità dei minuscoli e grandi strumenti di ricerca che abitualmente la ricoprivano; cosicché gli accadde, cercando la sua tabacchiera, di urtare nei compassi facendoli cadere a terra; nell’atto di afferrare al volo i compassi urtò con la manica la cassetta degli arnesi e lo smoccolatoio; siccome quel giorno ogni cosa andava al contrario, nell’impedire allo smoccolatoio di cadere gettò giù dal tavolo Blondel e il conte di Pagan.
Era impossibile a un uomo malato come lo zio di porre rimedio da solo a tutti quei disastri, per cui suonò il campanello per farsi aiutare da Trim…. ‘Trim’ disse zio Tobia, ‘guarda un po’ che razza di confusione ho fatto! Dammi una mano per fare un po’ di ordine!... Anzi, Trim, dovresti prendere la riga e misurare la larghezza e la lunghezza di questo tavolo e poi correre a ordinarne uno più grande'.



 
‘Senz’altro, a Vostro Onore piacendo’, rispose Trim sprofondandosi in un inchino, ‘ma spero che Vostro Onore si sentirà presto tanto in forze da poter raggiungere la sua casetta in campagna, dove sarà possibile a Vostro Onore svolgere il suo lavoro e i suoi studi sulle fortificazioni come meglio gli piacerà’. Devo qui informarvi che il servitore di zio Tobia, Trim, era stato caporale nella stessa compagnia dello zio; il suo vero nome era Giacomo Butler, ma al reggimento gli avevano appioppato quel soprannome e zio Tobia, a meno che non fosse adirato con lui, non lo aveva  mai chiamato se non così.
Il povero ragazzo era inabile al servizio militare per una ferita al ginocchio sinistro, cagionatagli da una palla di fucile durante la battaglia di Landen, due anni prima dell’assedio di Namur. Era molto ben visto al reggimento e, per soprappiù era davvero bravo e intelligente; così zio Tobia lo prese volentieri al suo servizio. Il buon giovane gli fu sempre valido al campo, al distretto e più tardi come valletto, cameriere, barbiere, cuoco, sarto e infermiere; dal principio alla fine lo assistette con grande fedeltà di un servo affezionato....

(Prosegue...)