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IL TOMO

martedì 25 marzo 2014

L'INDICE (l'Inquisizione in Italia) (3)


















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I frutti degli altri














Nella seconda metà del Cinquecento la Chiesa cattolica iniziò in Italia e in Spagna un processo di controllo della stampa che non aveva precedenti nella storia, in connessione alla ‘rivoluzione inavvertita’ che questo nuovo mezzo di comunicazione della cultura aveva prodotto.
Per dare un’idea generale della nuova situazione prodotta dall’avvento della stampa a caratteri mobili, gli studiosi stimano che alla metà del Quattrocento ci fossero in Europa 2-3.000 manoscritti, che alla fine del secolo fossero stati prodotti 10-20 milioni di libri e che nel Cinquecento venissero stampati 200-300 milioni di volumi, con tirature medie di 1.000 copie, in certi casi di 2-3.000, mentre gli incunaboli ebbero tirature di 250-500 copie.
La popolazione europea era di 70-90 milioni, con una bassissima alfabetizzazione limitata alle classi medio-alte. Le decisioni prese dalla Santa Sede vanno commisurate al grande cambiamento avvenuto: gli Indici del libri proibiti e soprattutto la loro applicazione rivelano un progetto di disciplinamento e irregimentazione delle letture vasto e coinvolgente, non solo per le opere di argomento religioso ma anche per quelle di altro genere.




Il progetto risultò tuttavia così ampio che i suoi autori dovettero in parte rinunciarvi, anche se non lo abbandonarono mai formalmente. Gli effetti delle proibizioni dei libri protestanti o considerati affini alla Riforma – come quelli di Erasmo – e di vari altri generi, i processi inquisitoriali per vendita, detenzione e lettura di tali opere, combinati con lo sviluppo della nuova religiosità richiesta dal concilio e dalle alte gerarchie, trasformarono lentamente il clima culturale in Italia (e lo condizionarono per altri quattro secoli…). Non solo venne ridotta e quasi bloccata la circolazione e la lettura dei libri contenenti dottrine teologiche e perfino della Bibbia, ma ci furono notevoli cambiamenti nella stessa produzione libraria, con un forte aumento di opere devozionali, vite di santi, catechismi.
Questi sviluppi sono indicati dagli storici che hanno analizzato i dati editoriali complessivi, ma erano percepiti all’epoca in particolare dai librai, in Italia, il sorgere di nuove stamperie in molte località fece aumentare la produzione libraria, mentre al contrario l’emporio editoriale veneziano perse alla fine del Cinquecento la supremazia in Europa per i condizionamenti dovuti alla censura ecclesiastica, ma anche per altri fattori, tra i quali il calo della popolazione cittadina.




In effetti i libri religiosi vennero stampati in percentuale crescente. Si trattava di operette all’istruzione ed edificazione dei fedeli, come i catechismi, usati nelle Scuole della dottrina cristiana, opuscoli agiografici e devozionali a basso costo, libri di rime sacre o penitenziali, relazioni delle missioni gesuitiche in Oriente, libri di esaltazione delle imprese di Lepanto e della notte di San Bartolomeo, fogli volanti con preghiere, indulgenze, rogazioni, norme per la quaresima, nonché un interessante opuscolo edito dai francescani sull’uso ed il gioco della palla corda e relativi salmi da recitarsi in occasione di roghi e supplizi. 
Ma furono prodotti anche testi per il clero e per l’alta cultura: manuali per confessori, opere dei Padri della Chiesa – versioni tuttavia spesso incomplete o scorrette, tanto che alti prelati e conventi le compravano dagli editori protestanti – edizioni dei decreti tridentini, Indici, breviari, messali. La nuova stagione propositiva della Chiesa cattolica andò di pari passo con la repressione. I processi del Sant’Ufficio e l’applicazione degli Indici produssero un certo numero di elenchi di libri sequestrati, che permettono ora di studiare gli effetti della censura, rivelandone successi e limiti (per un’intera cultura…).




La censura ecclesiastica non fu una macchina perfetta, come riconoscevano gli stessi cardinali dell’Inquisizione e dell’Indice. Utilizzare tuttavia questi elenchi per dimostrare che nonostante tutto i libri proibiti circolavano e quindi c’era una certa libertà di lettura, è un modo un po’ contorto per stravolgere il significato dei sequestri (e la relativa rovina degli Eretici…): il documento che mostra il ritiro di un’opera diventerebbe così una prova della sua circolazione, dimenticando il contesto generale e gli effetti complessivi della censura.
Da un punto di vista logico è un sofisma analogo a quello di chi sostiene che il fumo non fa male, dato che alcuni fumatori sopravvivono fino a tarda età. La proibizione dei libri era generalizzata: la si poteva eludere a proprio rischio e pericolo leggendo ugualmente un’opera proibita, ma la si poteva anche evitare lecitamente ottenendo un permesso di lettura concesso dal Sant’Ufficio centrale o dal maestro del Sacro Palazzo. Tale permesso in teoria aveva una validità di tre anni e all’inizio era accordato a severe condizioni.




Nei primi decenni del Seicento veniva richiesto soprattutto da preti curiali, vescovi e cardinali, canonici, teologi, monaci, medici, giuristi e diversi nobili. Poi in pratica divenne una licenza a tempo indeterminato e conseguibile senza eccessive difficoltà, ma sempre dietro esplicita richiesta. I libri erano soggetti inoltre a permesso di stampa che implicavano una censura preventiva, talvolta esercitata dallo Stato, com’era il caso per esempio della Repubblica di Venezia.
La censura non si limitò alle opere teologiche eretiche, ma investì dopo l’Indice del 1559 anche le opere letterarie che risultassero ‘offensive alla pie orecchie’ dei cattolici, proibite di solito fino a quando non fossero state espurgate. Le manipolazioni dei testi letterari per limarne ogni critica alla Chiesa e agli ecclesiastici e per renderle appetibili all’intransigenza ortodossa cattolica erano cominciate spontaneamente nel primo Cinquecento: notoria la poderosa e allucinante trasformazione del Canzoniere del Petrarca fatta da fra Girolamo Malipiero nel ‘Petrarca spirituale’, stampato nel 1536. Anche Dante fu soggetto o costretto, secondo taluni, ad un linguaggio ‘velato’ per celare contenuti di natura eretica…..




Dopo l’Indice tridentino del 1564 e l’istituzione nel 1572 di una apposita congregazione dell’Indice dei libri proibiti per rendere più efficace la censura (e vita più agevole ai delatori….), il controllo della stampa si complicò. La preparazione dei nuovi elenchi e il controllo dei testi stampati o da stampare passò a questa Congregazione, ma quella del Sant’Ufficio non rinunciò ovviamente alle proprie prerogative al riguardo.
Perché avrebbe dovuto farlo?
Tale scelta non rientrava nei comportamenti dell’epoca. I cardinali inquisitoriali bloccarono la promulgazione di un Indice sistino nel 1590 e di quello sisto-clementino nel 1593, entrambi già stampati. Finalmente nel marzo del 1596 per decisione di Clemente VIII fu pubblicato un nuovo Indice, il primo veramente predisposto dalla Congregazione dell’Indice, ma anche questa volta ci furono dei forti contrasti da parte della Congregazione dell’Inquisizione per la mancata presenza di alcune proibizioni e per una disposizione più permissiva nei confronti delle traduzioni in volgare della Bibbia.
L’Indice del 1596, che riprendeva le proibizioni del 1564 (1.168 tra libri e autori) e ne aggiungeva 1.143 di nuove, venne applicato in modo capillare e sistematico, come mai era successo in precedenza….  

(Andrea Del Col, L'Inquisizione in Italia) 















  

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