giuliano

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IL TOMO

mercoledì 1 luglio 2020

DUE CANI (lungo la strada)

















































Precedenti capitoli per chi...:

Transita in velocipede... 

Prosegue con il...:

Dialogo... (2)  &

Alla morte di don Chisciotte (con il capitolo... quasi completo) (3)













Alla morte di don Chisciotte…

…il paese cominciava a svegliarsi e non si sentiva né una voce, né un rumore di passi, né gli zoccoli dei cavalli sulla pietra, né il ravvicinato zampettare delle capre, come sfilacciato.

Niente!

Solo i galli…

…Rimase in vita… se può dirsi vita, solo qualche cane, li vedono li additano, li indicano, li odono parlare, solo qualche cane può ancor testimoniare la Novella della vita a voi narrata…:




Scipione mio, quante te ne potrei raccontare, di ciò che vidi in quella compagnia di comici e buffoni (di corte...) ed in altre due nelle quali entrai più tardi (sì Scipione, perché i poeti erano esclusi dal teatro regio dei Regnanti, un teatro dove questi buffoni sono soliti inscenare le secolari meschine rappresentazioni..., ed il popolo o la nutrita corte assistere ai loro spettacoli, volente o nolente applaude a vuote o colme mani, certo quando non sono occupati in ben altre faccende. Certo quando non sono occupati nel letame del loro misero reame...).

Poi sì…

A metà mattina si sentono le campane… per i futuri remoti passati e presenti abbruscati o ancor da abbruscare *




[ * Essendosi fatto un palco grande, & ben fabricato per l’effetto che si fece in la piazza maggiore di Valladolid, appresso la casa del Concistoro, & acconcia la stanza dove haveano da stare le persone Regali in la detta Casa, & altri Palchi, & stanze per li Conseglieri, Tribunali, Cavalieri, & altre persone di quella Corte, & Cancellaria della detta Terra, & di molti altri luochi del Regno, che qui concorsero, di maniera, che tutta la piazza, finestre, tetti, e strade stavano piene di gente per vedere l’atto. In quello mezzo uscirno di Palazzo innanzi le dieci hore la Serenissima Prencipessa, donna Giovanna Governatrice di questi Regni, & Don Carlo Prencipe di Spagna, accompagnati dall’Arcivescovo di S. Giacopo, il Contestabile d’Almirante di Castiglia, il Marchese d’Astorga, il Conte Miranda, il Marchese di Denica, il Mastro di Montesa, il Marchese Sarria, il Maggiordomo maggiore della Prencipessa, Don Garzia di Toledo, il Mastro di creanza del Prencipe, il Conte di Osorno, il Conte di Nieva, il Conte di Modica, il Conte di Saldagna, il Conte di Zibadeo, il Conte di Andrada, & molti altri Cavallieri, oltre quelli delle case di sue Altezze. Venivano innanzi a sue Altezze due balestrieri di mazza, & duoi d’arme con l’insegne reali, & il...




Conte di Bondia con lo stocco, & innanzi che sue Altezze arrivassero nella piazza stavano in suoi palchi, & stanze, l’Arcivescovo di Siviglia Inquisitor generale, & quelli del Consiglio della santa Inquisitione, & con esso il Vescovo di Ciuidad Roderigo, & il Conseglio Real, l’Inquisitori, & il Vescovo di Valentia, come ordinario, & con essi il Vescovo di Ories & tutti gli altri Consegli. Et poi che arrivorno sue Altezze, venne la processione delli prigioni penitenti, con il Clero, & Croce coperta di tela nera, & con la Bandiera del santo Officio, tutti ordinatamente per una confratella, ò valle, che si fece dalla Casa della Inquisitione fino al palco della piazza, perché li penitenti caminassero per mezzo con li famigliari della Inquisitione, & non l’impedissero la quantità delle genti ch’erano per le strade. Arrivati tutti al Palco, si assettarono, & subito predicò il Maestro fra Melchior Cano, il Vescovo che fu di Canaria, dell’Ordine di santo Domenico, & fece una predica molto dotta, prudente, & solenne, come in tal tempo, & luoco si ricercava. Finita la predica, l’Arcivescovo di Siviglia andò dove stavano sue Altezze, & li fece giurare sopra una Croce, & un Messale, sopra che posero sue reali mani in questo modo. 




Perché, per decreti Apostolici, & sacri Canoni è ordinato, che li Re giurino di favorire la santa fede Catholica, & religion Christiana, per tanto conforme a questo, vostre Altezze giurano per Dio, per santa Maria, per li santi Evangeli, & per il segno della Croce, dove han posto sue Reali mani, che daranno tutto il favor necessario al santo Offitio dell’Inquisitione, & a suoi ministri contra li heretici, & apostati, & contra tutti quelli che li favoriranno, & defenderanno, & contra qual si vogliano persone, che directe, o indirecte impediranno le cose di questo santo Officio, & che astrengeranno tutti suoi Suditi, & naturali, ad obedire, & osservare le constitutioni, & lettere Apostolice, date, & promulgate in difensione di nostra santa fè catholica contra li heretici, & contra quelli che li crederanno, recettaranno, favoriranno, & E difenderanno, sue Altezze risposero. Cosi giuramo; & l’Arcivescovo li disse, & per questo nostro Signore prosperi per molti anni le Real persone, & stati di vostre Altezze. Finito di giurare sue Altezze, uno delli Relatori, che li stavano disse alli circonstanti, se giuravano il medesimo quanto fosse il loro, & tutti risposero, che si: Et allhora cominciarono a leggere le sentenze delli detti condennati, che sono gli infrascritti. ]



Non raro, prima della morte del Don e di chi lo ha così ben creato: Cavaliere senza scudi e denaro grotta o solido immobile riparo che non sia un bosco una selva o un cortile per cani rifugiati, inciampati e precipitati nella fosca irrealtà specchio d’una più profonda verità negata e sepolta; assistere all’esercizio, o meglio che dico, all’artifizio del potere non meno quello della Legge… per nome e conto di  accreditati Dotti & Saccenti… innominati Ignoranti…:

Nel periodo di cui parliamo Valladolid era un paese importante che sarebbe giunto ad essere corte e capitale del Regno, contava numerosi conventi e chiese che all’epoca di cui narriamo era sempre indice di prosperità. Nella prosperosa Valladolid si calcola vi fossero circa quarantacinquemila abitanti e un migliaio di palazzi. I Cervantes giunsero a Valladolid seguendo colui che fungeva da capo della casa, ma le cose non andarono bene, la concorrenza del mestiere di chirurgo salassatore era molta, e il denaro di Maria de Cervantes, ottenuto nella maniera che si sa, non era sufficiente a soddisfare tutte le necessità.




Fu questo il cammino attraverso cui Rodrigo cadde nelle mani degli usurai di stato, costoro, uomini senza scrupoli, non esitarono a mandare il padre del romanziere in galera per non aver pagato debiti contratti con dubbi personaggi… Il chirurgo tentò di difendersi, ma a nulla valsero le attestazioni di indulgenza predisposte dai suoi avvocati per evitargli le sbarre e scongiurare il pignoramento…

Conosciamo la lista dei beni pignorati ed a leggerla suscita compassione: sono gli averi di una famiglia povera: in tutta la casa - dai numerosi sopralluoghi - non si trovano che un caminetto, vecchie sedie, e due panche…

Quando si consultano le cronache dell’epoca si ha l’impressione che i membri della società passassero la vita a farsi causa gli uni contro gli altri, a mandarsi in carcere, a sfuggire la giustizia ( se regnava giustizia…), a nascondersi dai suoi ufficiali, ad eludere la fame come la sfortuna, e a disputare miseria, onore e morte.

Per rendere il ‘quadro storico’ ancor più reale e degno della tavola che adorna suddetti commensali, aggiungiamo anche brevi fugaci ‘antipasti’ consumati prima e dopo i banchetti a danno dei ‘protestati  protestanti’, giacché rileviamo là ove regna sana democrazia non men del diritto ogni avversa protesta vien consumata e successivamente dovutamente ‘abbruscata’…:



 Il Dottor Agostino de Cazaglia, capellano, & prædicatore di Sua Maesta, habitatore di Valladolid, degradato, & abbrusciato in persona per Lutherano, mastro, & prædicatore della detta setta di Luthero, con confiscation de beni. Francesco de Vivero, prete suo fratello, habitator di Valladolid, degradato, & abbrusciato in persona per Lutherano, & mastro della detta setta, con confiscatione de beni. Donna Beatrice de Vivero, monaca, sorella delli sopradetti abrusciata in persona per lutherana, e maestra della detta Setta con confiscation de beni. Donna Leonora de Vivero, madre delli sopradetti morta, habitatrice che fu in Valladolid, condennata sua memoria, & fama abrusciata in statua per lutherana, con confiscation de beni, & comandossi, che fosse rovinata la sua casa, perche in essa si ragunavano alcune persone à predicare, & insegnare la detta Setta pestifera di Luthero, & che nel suolo di essa fosse posta una colonna, o marmo, à perpetua memoria, con lettere, che dichiarino, perche fu rovinata. Il mastro Alons Perez, prete, habitator di Palentia degradato, & abrusciato per lutherano con confiscation de beni. Il Baccillieri Antonio de Herezzuolo, habitator de Toro abbrusciato in persona per lutherano pertinace, con confiscation de beni. Christophoro di Ocampo, habitator di Zamora, abbrusciato in persona per lutherano, con confiscation de beni. Il licentiato Francesco di Errera, nativo di Pegnaranda, abbrusciato in persona per lutherano, con confiscation de beni. Gionan Garsia argentiero, habitator di Valladolid, abbrusciato in persona per lutherano, con confiscation de beni. Christophoro di Padiglia, habitator di Zamora, abbrusciato in persona per lutherano, dogmatizator, & come Heresiarcha della detta Setta, con confiscation de beni.  




Alla morte di cotal sogno per taluni… incubo per altri…

la casa si riempì d’un grande silenzio, che solo i sei agnelli rimasti nel recinto si azzardarono a rompere, e date le circostanze avevano dimenticato di riportarli dalle madri, e loro belavano, tristi e affamati guardati a vista dai fidi cani…:

Ogni mattina, come spuntava l’alba, trovavo seduto, al piede di un melograno, dei tanti che c’erano nell’orto, un giovanotto, studente all’apparenza, vestito di baietta, non tanto nera né tanto pelosa da non parere grigia e rasata.

…S’affannava a scrivere in un certo scartafaccio, e di tanto in tanto si percuoteva la fronte col palmo della mano e si mordeva le unghie, restando a guardar fisso il cielo; altre volte restava tanto immerso nei suoi pensieri, che non moveva né piede né mano e non batteva ciglio, tant’era il rapimento in cui cadeva.




Una volta m’accostai a lui senza che s’accorgesse di me; lo sentii borbottare tra i denti, e dopo un pezzo sbottò in un gran grido dicendo: ‘Vivaddio è l’ottava più bella che abbia fatto in tutta la mia vita!’. E scrivendo in tutta fretta nel suo scartafaccio, si mostrava soddisfatto…

Il che mi fece capire che quel disgraziato era un (vero) poeta.

Gli feci le mie solite moine per dimostrargli la mia mansuetudine; mi stesi a terra ai suoi piedi, ed egli, rassicurato, s’immerse di nuovo nei suoi pensieri, e tornò a grattarsi la testa, a cadere in estasi e a scrivere poi quel che aveva pensato.

Mentre era così occupato, entrò nell’orto un altro giovanotto, garbato e ben vestito, con certe carte in mano, nelle quali di tanto in tanto leggeva. Giunse dov’era il primo, e gli domandò:

‘Avete finito il primo atto e anche lo scatto....?’.




‘L’ho finito or ora’,

rispose il poeta,

‘nel modo migliore che immaginar si possa’.

‘E come?’,

…domandò il secondo.

‘Così’,

rispose il primo:


‘Entra Sua Santità il papa in abito pontificale, con dodici cardinali tutti vestiti di violetto, perché quando accadde il fatto che costituisce l’intreccio della mia commedia, era il tempo della mutatio capparum, nel quale i cardinali non vestono di rosso ma di violetto; e perciò bisogna a ogni modo rispettare la situazione, che questi miei cardinali entrino in scena con i mantelli paonazzi. E questo è un particolare della massima importanza per la mia commedia, e di certo qui gli altri avrebbero sbagliato, poiché ad ogni passo commettono mille errori ed improprietà. Ma io in questo non ho potuto sbagliare, perché mi son letto tutto il cerimoniale romano, solamente per imbroccarla a proposito di questi vestiti’. 













domenica 7 giugno 2020

una grande invenzione ovvero: IL TRICICLO VELOCIMANO (33)




















Precedenti capitoli:
















Della depressione 

(prima e dopo i Ciukki)  [32/1]


Sottinteso che prosegua in...:

















Bicicletta (34)













Il Decimonono secolo, che può   veramente dirsi benemerito nella storia dei popoli, poiché vide sorgere ed affermarsi le maggiori e le più utili concezioni del genio umano, comprende certamente tutto il periodo storico del ‘velocipedismo’.

Il ciclismo, nel senso preciso della parola, venne assai più tardi, e si affermò come sport e come abitudine solo dopo l’invenzione della bicicletta. L’invenzione del ‘velocipiede’, per quanto ci è noto, data da tempo relativamente non lontano. Nulla ci conforta a ritenere che nei tempi antichi alcuno abbia avuta l’idea di creare un veicolo direttamente posto in azione dalla forza muscolare dell’uomo, né gli archeologi hanno voluto darsi fino ad oggi pensiero di ricercare nella notte dei tempi la prova ipotetica di un simile avvenimento, affatto trascurabile da molti punti di vista, e soprattutto da quello… archeologico.




E poiché nessuno papiro fino a noi giunse e nessun venerabile monumento rimase ad attestare l’esistenza di un ‘velocipiede’ assiro o egizio, o semplicemente greco o romano, noi dobbiamo pure, risalendo a traverso i tempi, arrestarci a poco più di due secoli da oggi, al 1693, per ritrovare la prima notizia attendibile di una velleità a ribellarsi al tardigrado destino che la misura impose all’homo sapiens, mentre tanti altri animali della creazione nacquero e nascono dotati di mezzi sufficienti a concedere loro naturalmente una facile e  notevolissima rapidità di moto.

E se dalla antica invidia dell’uomo primitivo per l’aquila dal volo maestoso e per la gazzella agilissima possono aver tratto origine, a traverso infinite creazioni e trasformazioni, anche il pallone dirigibile e l’aeroplano che già oggi afferma la meravigliosa possibilità di un principio che sovrasta – è veramente il caso di dirlo – alla vita intensa del ventesimo secolo, è non meno certo che nella istoria del ‘velocipedismo’ il primo timido tentativo può essere paragonato anche alla più modesta delle attuali biciclette come la catapulta e lo specchio ustorio agli odierni formidabili mezzi di offesa e di distruzione.




Nel 1300-1600 poche ed incerte sono le notizie che risalgono a quell’epoca. Si tratta generalmente di vetture primitive a forza di braccia, con bastoni o rudimentali congegni di corde e leve. Certo è che i primi tentativi non sopravvissero ai loro inventori specialmente per l’enorme peso e l’eccessiva complicazione. Tuttavia nella biblioteca di Wolfenbuttel, in Germania, si conserva un manoscritto, che farebbe risalire fino al XIV secolo, e che descrive una specie di ‘velocipiede’ a quattro ruote, guidato per mezzo di un manubrio. 

E nella cronaca della città di Meiningen esumata dal dott. Schozer, si ricorda che al 9 di gennaio del 1447…

 Venne per la Kalchsthor fino al mercato, e di nuovo se ne andò, una carrozza perfetta nelle sue parti, non tirata da cavallo o da bue; essa era coperta, e dentro vi si vedeva il ‘maestro’ che l’aveva costruita e che con meccanismo interno la dirigeva.




Del 1625 abbiamo, più che una memoria, una leggenda. Secondo l’inglese Henry Fetherstone, il gesuita Ricius avrebbe discesa la riva del Gange, da Chinchiang-fu a Checkiang-ham-tcheu, a cavalcioni di un apparecchio da lui inventato, composto di tre ruote ineguali complicate con leve e barre.

Una cronaca di Norimberga ricorda pure che verso il 1649 un tal Hans Hautsch abbia inventato un congegno mosso da ingranaggi che percorreva duemila passi l’ora e poteva arrestarsi e mettersi in moto a capriccio di chi lo guidava. Si dice pure che tale congegno sia stato venduto a Stoccolma al principe Carlo Gustavo e che l’inventore abbia provvista anche una berlina di gala, del sistema medesimo, alla Corte Danese.




Sembra al contrario veramente storico il tentativo di certo dott. Richard, francese, medico alla Rochelle, nato nel 1645 e morto nel 1706, vittima della sua medesima invenzione. L’illustre Ozanam, membro della  Academie Royale des Sciences, citava, in un suo rapporto alla Accademia medesima una sorta di macchina, sufficientemente pesante, che aveva in compenso il difetto di non potersi muovere che se un terreno liscio e piano.

Della moderna automobile questo apparecchio può dirsi precursore – ben che azionato dalla sola forza umana – poiché la storia dice che esso finì fracassato, in fondo a una ripida discesa, in uno col suo inventore.

Vogliamo riportare testualmente la descrizione di questa macchina, data da Ozanam nella relazione citata:

Un valletto, collocatosi sulla parte posteriore della vettura, la spingeva avanti appoggiando i piedi alternamente su due pezzi di legno, collegati a due ruote che agiscono sull’asse della vettura stessa.




Si ha poi una vaga nozione di uno Stefano Farfler o Tarflersh orologiaio d’Aldorft che nel 1703, essendo sciancato, avrebbe costruito per recarsi alla chiesa una specie di ‘triciclo velocimane’. Si dice che l’arcivescovo abbia concesso molte indulgenze al pio inventore. Ma anche questa notizia deve accogliersi con ogni riserva, non essendo essa provata o suffragata da disegni o documenti attendibili.

Bachaumont ricorda pure i  tentativi fatti da altri, in Francia, al principiare del XVIII secolo, con vetture e congegni diversi, mossi dalla sola forza muscolare dell’uomo, e narra che allora gli inventori richiesero al Reggente il permesso di farne…. una esposizione! Il permesso fu loro negato, ma non per questo diminuirono le smanie e il numero degli inventori, imbevuti di false teorie e legati alla utopia dei congegni inutili, complicati e pesanti.




Nondimeno, sotto Luigi XVI, qualche altro parto mostruoso e informe degli inventori poté, se bene fuggevolmente interessare la frivola Corte di Versailles. Altre esperienze, in questo volger di tempo, si sarebbero fatte in Italia: a Genova, Padova e Bologna; però nessun nome e nessuna memoria precisa pervenne sino a noi. L’Inghilterra, che tanta parte e tanto cospicua ebbe poi nella costruzione dei velocipedi, ricorda la macchina di certo John Vevers, ed altri minori e trascurabili tentativi.

D’altronde, di tutte queste curiose invenzioni nulla è rimasto. Nulla che potesse dirsi utile e geniale, non un avantreno articolato e libero, non un ingranaggio, non un principio di meccanica anche rozza e infantile che la scienza moderna abbia potuto, sia pure trasformandolo e migliorandolo, studiare e applicare!




Ogni pagina della storia del velocipedismo, nel primo periodo storico, dimostra luminosamente l’assoluta esattezza di un assioma principe della scienza meccanica, oggi da tutti riconosciuto: una invenzione non vale e non dura che per la sua semplicità.

Tutti i tentativi che abbiamo finora numerati ci presentano solo dei veicoli a tre, quattro o più ruote. La costruzione di macchine a due ruote collocate l’una dietro l’altra veniva a sopprimere molti dei gravi inconvenienti dei precedenti modelli, quali l’eccessivo peso e i numerosi attriti, ed apriva la via a quella serie di modificazioni per cui i velocipedi giunsero alla perfezione odierna.

A chi per primo sia venuta questa idea non è ben certo.




I célerifères, le draisiennes e gli hobby-horses ne rappresentano però indubbiamente le prime applicazioni. Il periodo veramente storico ha pertanto inizio nel 1790, con la creazione di un nuovo tipo di macchina che tutti gli autori sono d’accordo nel ritenere il capostipite del velocipedismo. Ne fu inventore, a quanto si afferma e si ripete, un signor de Livrac o de Civrac, francese, che la battezzò celerifero.

I celeriferi si componevano di due ruote di legno poste l’una dietro l’altra e collegate mediante spranghe su cui era appoggiato una specie di rozzo cavalluccio, o un leone; il cavaliere lo inforcava e a forza di spinte alternate dei piedi sul terreno riusciva a mettere in moto la pesante macchina di legno. L’equilibrio era in certo modo ottenuto appoggiandosi con le mani alla testa del cavallo o del leone: si dice tuttavia che le cadute non mancassero. Per lungo tempo il celerifero non subì altri cambiamenti che quello d’aver trasformato il nome in velocifero (mentre era detto ‘velocipede’ la persona che lo montasse), e lo ritroviamo nelle caricature degli ultimi anni della rivoluzione francese, e sotto l’Impero.


Nel 1800 abbiamo ricordate – e la data e l’avvenimento meritano veramente di esserlo – le prime corse velocipedistiche, fatte con celeriferi, ai Campi Elisi di Parigi. La cronaca parla di vere e proprie scommesse; la modernità si avvicinava evidentemente a gran passi, con i bookmakers e i totalizzatori… 

(Prosegue con la Bicicletta!)













sabato 6 giugno 2020

LA GRANDE 'DEPRESSIONE' (italiana) & L'INCONTRO CON I CIUKKI (31)




















Precedenti capitoli dei...:

Cercatori d'oro (29/30)


Prosegue con...:












L'incontro con i Ciukki (32)














La mattina di martedì 9 agosto 1887, mentre penetrava con passo lento nella campagna subito fuori Verona – oggi quell’area è stata mangiata dalla città – lo sguardo stanco del comandante Giacomo Bove fu richiamato dai lunghi lari di gelsi che delimitavano i campi di stoppe.

…Con il passo indebolito dalla malattia superò il fosso con un salto e atterrò nella terra nuda, di proprietà della cascina Casetta del conte Giovanni Pellegrini. Di fronte, come tirata da un righello, partiva la lunga sequenza dei gelsi.

Si mise a camminare contandoli uno per uno.

Uno, due, tre, cinque, nove.

Finché scelse il suo.

E lo toccò con il palmo della mano, come per presentarsi. Il vento leggero tra i rami faceva tremare allegramente le foglie. Si sbottonò il cappotto color caffelatte, si tolse il cappello e lo appese a un ramoscello nella parte bassa della pianta. Si accomodò appoggiandosi delicatamente al tronco. La corteccia del gelso è dura, bruna e fessurata, sembra lava solidificata. La sentì dietro la schiena.




E attese qualche istante.

Chissà quanto?

Per lui dovrà essere stata un’eternità. Il tempo, si sa, non unisce sempre uguale a se stesso: le attese lo dilatano. E questa era l’attesa delle attese. Infilò la mano destra nella tasca della giacca. Cavò fuori un pacchetto di lettere tenute da uno spago. Le contò facendole passare a una a una, di costa, sul pollice. Cinque. Sì, ci sono tutte, pensò. Osservò anche le due fotografie e di sua moglie Luisa, con al fianco la figlioletta adottiva di otto anni Maddalena Giuseppina. Poi ripose ogni cosa ordinatamente nella tasca.

Lì le avrebbero trovate.

Tutto era calmo. Oltre il volo di una farfalla, la campagna infuocata esplodeva nella forza vitale dell’estate. Il canto degli uccellini che volteggiavano intorno alla chioma del gelso si mischiava al primo frinire delle cicale del giorno. Presto sarebbe esploso il caldo. Estrasse dalla tasca la rivoltella. La guardò. Tolse la sicura. Sparò in aria per provare. E la puntò alla tempia destra.




Nessuno udì i due colpi di pistola che deflagrarono nel silenzio… Fu diverse ore dopo, verso mezzogiorno, quando il sole spioveva a picco, che qualcuno si accorse.

Un contadino che passò sui campi ad oriente dalla cascina casetta fu attratto da una macchia chiara alla base dei filari di gelso. Si avvicinò incuriosito. E di colpo si fermò! Sgomento! Poi corse da dove era venuto per dare l’allarme. I primi ad accorrere furono due carabinieri a cavallo. Il contadino tornò con un medico, alcuni curiosi e il fattore a servizio del conte Pellegrini. Ben presto intorno al gelso macchiato di sangue si assiepò una dozzina di persone.

Non fu difficile definire l’identità dell’uomo, né ricostruire i fatti che lo avevano condotto alla morte, dovuta inequivocabilmente a quel foro rosso sulla tempia destra.

Anche a quest’uomo in tasca avevano trovato cinque lettere e due fotografie che ritraevano una donna giovane ed elegante, che portava una crocchia spessa come una fune sulla nuca.

L’ultima lettera delle cinque, aperta, indirizzata alla Pubblica sicurezza di Milano. La parola ‘Milano’, sulla busta, era stata però cancellata da due righe a matita e corretta con ‘Verona’.

Evidentemente c’era stato un cambio di programma.

Uno dei carabinieri si sentì autorizzato ad esaminarne il contenuto lì sul posto.

Lesse.

‘Ringrazio Dio di avermi spinto al triste passo. Meglio il Nulla che Niente!’.




Alla fine della lettera il carabiniere si imbatté in un post scriptum aggiunto a matita. Così recitava con tono sorprendentemente ironico, che lasciò ulteriormente di stucco i presenti:

‘Aneddoto: quando ieri mattina andai a prendere la rivoltella, da un armaiolo della città, mi disse: - Signore, con quest’arma ammazzerebbe un bove -. Fatalità! Ed io sono Bove’.




Tre anni dopo la sua morte gli esperti locali deliberarono la linea del percorso per un tracciato (alpinistico) a lui dedicato….

Il giorno della sua morte, invece…, ecco arrivare in bicicletta un giovane dall’aria attenta e circospetta, che non sarebbe passato inosservato. Lo conoscevano tutti in città. Era l’inviato dell’Arena.

Il suo nome era Emilio Salgari…

Leggiamo nella stessa Arena…

Tra i primi ad accorrere sul corpo esanime alle porte di Verona fu Emilio Salgari, all’epoca giovane reporter dell’Arena.

Davanti a sé, quella mattina, Salgari si ritrovò l’uomo che lui stesso avrebbe voluto essere e nel quale si sarebbe immedesimato per il resto della vita viaggiando con la fantasia nei luoghi più remoti del pianeta.




Bove aveva navigato su tutti gli oceani, mentre Salgari – come ben noto - non si muoverà mai dalla sua fumosa stanzetta adibita a studio. Eppure Salgari, come Bove, si farà chiamare ‘Capitano’ e ‘Lupo di mare’. E dichiarerà in un’intervista rilasciata a un giornalista:

‘Ho viaggiato molto, arrivando fino allo Stretto di Bering’, proprio lo stretto attraversato per la prima volta da Giacomo Bove.

E non è finita…

Bove era stato uno dei primi italiani a conoscere e descrivere il lussureggiante incanto di Labuan e del Borneo? Salgari ambienterà proprio lì i suoi romanzi più fortunati.

Bove era rimasto intrappolato nell’inverno artico?

Salgari scriverà almeno sei romanzi sui ghiacci del Polo Nord.

Bove aveva esplorato la Patagonia e si era spinto giù in Terra del Fuoco? Ed ecco uscire il romanzo La stella dell’Araucania ambientato esattamente in quegli stessi luoghi.




L’immagine di Bove inseguirà Salgari fino al suo stesso suicidio. Avvenuto, anch’esso, fuori da una grande città, Torino, sotto gli alberi di Villa Rey, tagliandosi il ventre con un rasoio.

Dopo fruttuose ricerche da parte dello studioso salgariano Cristiano Calcagno, sono emerse sorprendenti coincidenze tra il ‘vero’ Capitano (Bove) e il ‘finto’ Capitano (Salgari). Corrispondenze e analogie che abbondano in modo impressionante, come in un gioco di specchi contrapposti.

Bove era nato in Piemonte ed era morto a Verona: Salgari era nato a Verona e morto in Piemonte.

Salgari era nato ad agosto e morto a fine aprile: Bove era morto ad agosto ed era nato a fine aprile.

L’uno l’opposto dell’altro.

Entrambi finiti a vivere per un certo periodo nel quartiere di Sampierdarena a Genova, in case tra loro vicine. Ma il ‘vero’ Capitano era alto, slanciato, di presenza imponente, un uomo charmant abituato a usare francesismi a tutto spiano, come la moda del tempo suggeriva.