giuliano

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IL TOMO

martedì 28 gennaio 2020

SECESSIONE ovvero un Esame storico (22)














































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La grande intuizione (20/1)


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Diamanti di cristallo (per sempre persi?) (23)




















& Diamanti  &  Secessioni (24)














Proprio mentre Lincoln stava per insediarsi alla Presidenza degli Stati Uniti, Cavour   vedeva la sua opera quasi al culmine….

Di lì a tre mesi egli sarebbe sceso nella tomba.

Quattro anni dopo Lincoln avrebbe avuto un destino stranamente simile: quello di mancare al suo paese e al suo partito proprio nell’ora suprema, nella crisi di passaggio tra due ere; e, come Cavour, Lincoln avrebbe lasciato la direzione della politica nelle mani di uomini che (sotto l’aspetto di continuatori dell’opera sua) ne sarebbero stati in realtà i capovolgitori e gli eversori.…

Il processo di formazione della nazione americana era stato allora solo avviato: ed ora questa nazione doveva sorgere, salda, unita, omogenea, capace di armonizzare gli interessi del Mezzogiorno e del Settentrione, di adattare le vecchie strutture agrarie alla nuova realtà della rivoluzione industriale senza però sopprimerle.




Nella persona di Lincoln il Medio Ovest aspirava a divenire arbitro tra i due mondi ‘l’uno contro l’altro armato’. Ma il Sud aveva fatto ricorso alla secessione: ora l’Unione doveva essere salvata, se il processo di formazione della nazione americana doveva andare avanti.  E’ uno dei grandi drammi storici che i due moti, per la formazione di una nazione americana omogenea da una parte, e per l’indipendenza di un’autonoma nazione sudista dall’altra, si siano così tragicamente incontrati su un’area ove dei due ideali doveva venire inesorabilmente sacrificato.

E’ chiaro che nel pensiero di Lincoln il Sud doveva avere un posto, e un grande posto, nella nuova nazione: ma l’indipendentismo sudista doveva essere irrimediabilmente bandito. Abbiamo citato prima il nome di Cavour e non a caso… Perché Lincoln era veramente il Cavour di questo nuovo risorgimento americano le cui battaglie stavano per combattersi. E come per Cavour il processo di unificazione nazionale italiana doveva portare non ad un’Italia qualunque, ma ad un’Italia liberale e parlamentare, così per Lincoln la ‘grande Repubblica’ doveva essere essenzialmente fondata su uno sviluppo ulteriore della democrazia.

Questo doveva essere l’Unione: questo, o nulla!




Lincoln non era un nazionalista… Per lui si trattava di salvare l’unità ove un governo del popolo si era potuto stabilire ed ove, se pure ancora sopravvivevano (e probabilmente sarebbero sopravvissute a lungo) disuguaglianze e ingiustizie, la strada era tuttavia aperta per il pacifico progresso verso un’età in cui tali disuguaglianze e ingiustizie sarebbero state eliminate per sempre. La democrazia doveva ‘elevare le condizioni dell’uomo, scaricare da ogni spalla i pesi inutili, aprire per tutti il cammino verso lodevoli imprese, garantire a tutti un punto di partenza senza intralci ed una onesta possibilità di riuscire nella gara della vita…’.

Ma questo non era possibile accettando la secessione: ‘Il nostro governo popolare è spesso stato definito un esperimento. Due suoi capisaldi il nostro popolo ha già definitivamente stabilito: la possibilità di fondarlo con successo e di amministrarlo con successo. Uno ancora ne rimane: la possibilità di mantenerlo con successo di fronte ad un formidabile tentativo di rovesciarlo… E in questa lotta è in gioco ben più che il destino di questi Stati Uniti….





Essa infatti pone all’intera famiglia umana il problema se una repubblica costituzionale, o una democrazia, – un governo del popolo, per opera del popolo, – può o no mantenere la sua integrità territoriale contro i suoi nemici interni…

Ciò ci costringe a chiederci: una debolezza su questo punto è forse inerente e fatale a tutte le democrazie?’.




Così il suo sguardo si levava a dominare prospettive politiche immense, ben di sopra e di là dagli orizzonti di tutti i suoi conterranei, e spaziava oltre i confini degli Stati Uniti, sul mondo. Da quando i patrioti dell’indipendenza avevano fondato l’Unione, essa era parsa una sfida all’intera Europa feudale e assolutista e di là dall’Atlantico monarchi e tiranni ne avevano atteso con impazienza la caduta.  Essi, per il vero, avevano irriso alla pretesa democratica di lasciare i destini dello stato nelle mani del popolo: e avevano profetizzato il prossimo crollo di quella grande comunità in cui gli uomini avevano osato tentare di vivere liberi ed eguali!

Ora, la democrazia non poteva reggersi che sul rispetto della volontà della maggioranza: se si consentiva alla minoranza di andarsene a fondare un’altra unione, allora la democrazia era morte e non rimaneva ai monarchi e ai tiranni che seppellirla, dopo aver dimostrato che solo piegando il popolo sotto la sferza si poteva mantenere l’unità dello Stato. I sudisti che avevano fatto la secessione amavano la democrazia non meno di Lincoln ed erano pronti per i suoi principi a dare la vita: ma la loro visione pareva piuttosto ‘locale’, mentre quella del grande Presidente spaziava sul mondo intero (oltre i piccoli e meschini interessi della piccola o grande borghesia di provincia) ove le sorti stesse della democrazia erano in gioco.




Un giorno, parlando al suo segretario John Hay, Lincoln ebbe a dire senza riserve:

‘per parte mia, io penso che l’idea base di questa lotta consista nel provare che il governo popolare non è un’assurdità. Noi dobbiamo chiarire ora questo problema: se, in un governo libero, la minoranza ha il diritto di spezzare in due lo stato quando meglio crede. Se noi falliremo, ciò sarà portato come prova dell’incapacità del popolo a governarsi da solo. Ci può essere una sola considerazione  da fare per obiettare ad un tale giudizio: che cioè nel caso nostro si è in presenza di un vasto e ramificato elemento perturbatore tale che non si troverà mai nella storia di alcun’altra nazione libera. Questo tuttavia non lo dobbiamo dire ora. Prendendo il governo come lo abbiamo trovato, vedremo se la maggioranza può preservarlo’.




La vittoria della secessione avrebbe però significato per lui non solo la disfatta morale della democrazia, ma lo spezzettamento del Nord America in potenze ostili, a somiglianza dell’Europa: contese senza fine, un milione di uomini incessantemente in armi dalle due parti del Potomac, e da qui, militarismo, convulsioni interne, reazione sociale. La vittoria dell’Unione avrebbe non solo salvato la democrazia americana per l’oggi, ma l’avrebbe preservata per i tempi futuri, ed essa avrebbe potuto allora passare all’offensiva e dare il suo aiuto ai popoli d’Europa il giorno in cui nel Vecchio Continente si dovessero combattere le decisive battaglie per la disfatta delle tirannidi e l’avvento della libertà…

Così Lincoln si levava, con l’impressionante realismo dei visionari, a spingere lo sguardo non solo al di là dai confini del suo Continente, ma addirittura oltre il tempo, verso i secoli venturi.




Portandosi ad un’altezza infinita ponderava il futuro e tracciava le direttrici della politica americana per un secolo a venire. Certo non poteva valutare appieno il continente misterioso che da quell’altezza riusciva a intravvedere: in esso vi erano specchi e foreste e su molte aree gravava pauroso l’ignoto; forze oscure e latenti vi si sarebbero scatenate, che egli non poteva per anco misurare. Ma l’audacia e l’immensità della sua prospettiva lo elevavano sopra tutti i politici della sua era, sopra il dignitoso e prestigioso Jefferson Davis, sopra l’abile e astuto Seward, sopra il Sud e il Nord, nella visione della grande Democrazia capace di guarire da sé con pazienza e perseveranza le sue piaghe e di porgere al mondo una mano fraterna.

Al servizio di questa causa Lincoln recava le sue doti rare di carattere: la schiettezza e l’onestà, la bontà profonda, la sincerità, la fermezza. Paziente e comprensivo ma saldo; umile e modesto ma pieno di dignità; portato istintivamente a valutare con esattezza la natura umana e capace di trarre da ogni individuo il meglio, egli era il più indicato per trattare con gli uomini, il più adatto ad amalgamare e far lavorare assieme persone diverse e che talora si detestavano. Se Davis fu mai  capace di creare un vero governo ‘di gabinetto’, Lincoln invece non lavorò mai che sulla base di una scelta équipe.




A differenza del suo grande avversario, non fuggiva gli uomini di saldo carattere e di forte personalità, ma cercava di averli vicini a sé; sapeva come prendere ciascuno per il suo verso, soggiogarlo e porlo al lavoro; non imponeva mai: argomentava, discuteva e persuadeva. Pochi statisti furono come lui abili ed esperti conoscitori di uomini. Pronto a transigere su tutto, era inflessibile sulle questioni di principio; sapeva convincere, ma possedeva, sotto il guanto di velluto, un pugno d’acciaio. La gente semplice del suo Illinois lo amava. Egli era salito in alto senza staccarsi da loro, era rimasto ‘l’onesto Abe’, il buon avvocato della povera gente, il figlio del popolo nato nella capanna di tronchi, sulla selvaggia frontiera. Non era diventato una macchina politica, era rimasto un uomo. E in certi momenti la sua capacità di comprendere e di soffrire, che non si era lasciata ottundere dalla politica, lo assillava. Allora egli sentiva profondamente la misera e il mistero della condizione umana e cadeva in crisi profonda, inconsolabile malinconia.




Come tutti gli uomini capace di ironizzare, pronti alla battuta e allo scherzo, il suo animo celava una vena di tristezza, e spesso in lui il riso palese nascondeva, occulte, le lacrime… Egli aveva sognato una patria grande per la sua benevolenza e la sua bontà, ed ecco: era costretto a guidare un popolo che stava per impugnare le armi. Aveva amato la pace, e stava per divenire il condottiero di una tra le guerre più tremende e inesorabili. Aveva amato ed amava tutti gli uomini, e stava per scagliarne una parte contro un’altra. Sì, in certi momenti la tristezza lo assaliva e, forse, presentimenti oscuri si affacciavano ancora informi al suo animo pieno di infinita pietà per tutti gli esseri viventi.




Il cocchio si avvicinava al Campidoglio di cui ora era possibile vedere chiaramente la grande cupola in costruzione, con solo il basamento già terminato. Non era quello il simbolo dell’Unione, ancora soltanto per metà edificata e già minacciata di distruzione? I soldati vegliavano ai crocevia. Quando Lincoln era partito in treno da Springfield pioveva. La folla muta, ammassata attorno alle rotaie nel giorno tetro e grigio, aveva notato sul suo viso una espressione di tristezza sconfinata quasi tragica. Poi il treno si era avvicinato lentamente, si era allontanato. Giunto a Filadelfia, Lincoln era stato avvertito che in Baltimora, città sudista, si tramava per assassinarlo in occasione del suo passaggio. Già: oltre la Pennsylvania c’era la Linea Mason e Dixon, ed oltre quella linea c’era il Sud.

Washington stava là, come un posto avanzato in mezzo ad un territorio potenzialmente nemico. Così egli aveva dovuto traversare Baltimora in segreto e di notte, ed era arrivato a Washington quasi di nascosto alle sei del mattino. Ora il cocchio presidenziale era giunto al Campidoglio. Nel luogo classico ove tutti i Presidenti avevano prestato giuramento, sulla scalinata est, era stato costruito un palco; due batterie di artiglieria vigilavano l’edificio: tiratori scelti erano appostati alle finestre e sui tetti. Poi il Presidente trasse un fascio di carte e con voce chiara, limpida, senza enfasi, piena di fermezza, cominciò la lettura….



"Concittadini degli Stati Uniti; sembra esista un sentimento di apprensione tra la popolazione degli Stati del Sud, che, in seguito all’avvento di un Governo Repubblicano, la loro proprietà, la loro pace e la loro sicurezza personale abbiano ad essere minacciate. Non vi è mai stato alcun ragionevole motivo per simile preoccupazione… Io dichiaro che non ho alcuna intenzione di interferire, né direttamente né indirettamente, nell’istituzione della schiavitù in quegli Stati ove essa esiste. Credo di non avere alcun diritto legale di far ciò, e non ho alcuna inclinazione a farlo. Io, ritengo, però, che secondo la legge universale e la Costituzione, l’Unione di questi Stati sia perpetua. La perpetuità è implicita, anche se non espressamente citata, nella legge fondamentale di tutti i governi delle nazioni. E’ sufficiente dire che nessun governo correttamente stabilito ebbe mai nella sua legge istitutiva alcuna clausola alla Costituzione ed alle leggi, l’Unione è tuttora intatta; ed io farò tutto quanto sta in me, come la Costituzione stessa espressamente mi impone, affinché le leggi dell’Unione siano regolarmente applicate in tutti gli stati. Per far ciò non c’è bisogno di spargimento di sangue o di atti di violenza: e non ve ne saranno, a meno che l’autorità nazionale non vi si veda costretta. Il potere che mi è stato dato sarà usato allo scopo di tenere, occupare e possedere la proprietà e le località appartenenti al Governo, ma a parte ciò non vi sarà invasione, né uso della forza contro o tra la gente di alcuna località. Nelle vostre mani, miei concittadini scontenti, e non nelle mie sta la tremenda possibilità della guerra civile. Il Governo non attaccherà voi (anche se in questi giorni funesti io vedo lo spettro della schiavitù come un male…)"

(R. Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana)

(Prosegue...)













lunedì 20 gennaio 2020

Il Trònfero s’ammalvola in verbizie



















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Grande Intuizione..(senza età e nome)

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Aria Acqua Terra & Mare  (22)


Dacché ciò che ne deriva...:
























Fior secco (o seccato?) in libro vecchio e dimenticato [...]



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Nell'anno del Topo...















Prima di incamminarsi per Sentieri e Bivacchi - seri non men che dimenticati - giacché ognuno votato non men che veicolato indistintamente al domani, e disgraziatamente per genti più assennate precipitati sino a queste Grotte e Ripari, vorrei dedicare con tutta l’emozione che mi coglie e sorprende a tanta depressa vista - codesta Poesia - così da poter allietare e in qual tempo salutare la nuova progredita (o ridicola) venuta..

La quale, come ben esplicitato dallo Stoppani, avendo terminato nelle Elementari, e non più semplici Elementi, i brevi loro ed altrui accidenti, si dimenano in perfetto dialetto, sia romano che milanese con tutti i sottoaccenti derivati, fra la Galleria non men che più famose Vie, privi di certo corretto intelletto per come al meglio intendere lettura e breve comizio con relativo precetto.

Certo la risata per chi intende dovuta Licenza Poetica della bottega aperta, e non più solenne italiano, sarà accompagnata anche dalla più famosa pern… così come si addice ad ogni comizio convenuto - dicono arguto - del sindaco incaricato, accorto ed attento nel non prendersi cura del dovuto retro fortuna del suo portafolio, suo non men della corte con cui accompagnato.

Allora popolo affamato di Aria e Acqua, e nella stessa affogato e precipitato, cortesemente evitate di fumare le dovute scemenze all’aperto di quanto avvelenato, il veleno potrebbe risentirne e nell’offesa fondare solenne comandamento oppure elevato cogitato precetto, ed il Trònfero s’ammalvolerebbe in verbizie…






Il Trònfero s’ammalvola in verbizie  [1]
incanticando sbèrboli giocaci,  [2]
sbramìna con solènnidi e vulpizie  [3]
tra i tavoli e gli ortèdoni fugaci. [4]

Più raro più sinferbo più merconio
il Plòcrate dagli occhi a dragonetti  [5]
scocolla barcoluto e invereconio  [6]
all’ora dei morfegi e dei gorbetti.  [7]

Intorno convoltigiano le Sguince  [8]
allìcchere di giorcadi pornali  [9]
nel sole si smarmellano budrince  [10]
al neon s’affastigiano vetrali.  [11]





  

1. Il Trònfero: il pottone, il bauscia. Colui che pieno di sé (e spesso pieno di soldi mal guadagnati), si bea della propria condizione. …S’ammalvola in verbizie: racconta smargiassate stronzate dallo stronzio derivate come un pavone (ogni riferimento al noto padrone nonché sindaco del perenne ridicolo teatro di Roma & Milano è puramente casuale).

2. Incanticando sbèrboli: sorprendendo, facendo rimanere a bocca aperta, stuoli di giovani fans e codazzi di speranzosi discepoli. Ma attenzione a non confondere gli sbèrboli (Sbèrbolus vulgaris) con i più dannosi sbèrboli proletari (Sbèrbolus manescus) che sono quei giovani borgatari (soprattutto romani) che preferiscono la violenza dello stadio alle pièce teatrali.

3. …Solènnidi e vulpizie: ossequiosi e furbetti. Tipi comuni tra i tavoli di quei Bar, protesi nell’affannosa ricerca dell’occasione che li farà ‘svoltare’.

4. …Ortèdoni fugaci: adulatori di passaggio.

5. …Plòcrate… dragonetti: uomo politico esibizionista. Di solito non è un ministro, un segretario o un capocorrente, ma più semplicemente un neodeputato o aspirante sindaco in cerca di una foto sulle cronache rosa. Lo sguardo a dragonetti è quel particolare lampo d’imbecillità che illumina gli occhi d’ogni idiota in propria ed altrui incontrastata e votata ‘carriera’. I sottosegretari, invece hanno lo sguardo ‘busterigio’ che è meno vivo ma molto più maligno (è il modo di guardare e guardarsi durante le riunioni di ‘gabinetto’, cioè quando qualcun altro altrettanto imbecille lo trastulla con lo manico della dovuta mazzetta [abitudine consolidata ma più che taciuta] ).




6.Scocolla barcoluto e invereconio: sopravanza dondolando baldanzoso, senza la minima vergogna d’appartenere a questo o quel partito (ne cambia uno al giorno come le mazzette del proprio torna-conto!)

7. …Morfegi … gorbetti: i morfegi così chiamati solo in via del Corso alla Galleria e via Veneto, nel resto dell’Italia, secondo i posti, si chiamano ‘panuzzi’, ‘spunticelli’ o ‘tramezzuoli’; in certe periferie o tra baraccati si chiamano ancora ‘panini’. Diverso è il discorso per i gorbetti che sono universalmente conosciuti con lo stesso nome e, specie quelli con la bottarga, sono largamente preferiti ai sorpassati tranciarelli tanto amati dal cardinal Ratzinger e dalla Regina d’Olanda.

8.Convoltigiano le Sguince: ronzano tutt’intorno ‘signore’ piacenti e scollacciate. Sguancia (in portoghese: sguayalonas) è colei che, dopo la morte, dovrà essere sepolta in piedi per compensare il tempo che in vita ha passato sdraiata (avanti & dietro &) di qua e di là…

9.Allìcchere di giocardi pornali: come dicevasi prima. È evidente che una sguancia altolocata come la Pozzi Neri S.P.A. non si tira mai da retro, specialmente quando si parla di partecipare a festini e ammucchiate (giorcadi pornali). Ciò non la scuote affatto, anzi la stimola (o allìcchera).

10. …Smarmellano budrince: camminano facendo sballonzolare impudicamente i seni siliconati amarcord marmorei ma budrinosi (da ‘budrino’: budino di Budrio (BO) – 15.000 ab. Centro agricolo con annesso bracciante  che si dimena nelle dette smarmellate buduminose. Beduminose: leggere successivi approfondimenti…)

11.Al Neon s’affastigiano vetrali: va da sé che di sera l’abbigliamento delle sguince è  importante, più fastoso e più ‘leggero’. Molto spesso, tali femmine lussuriose la sera indossano capi talmente trasparenti (vetrali), che celano agli sguardi del maschio soltanto ciò ch’è nascosto dall’epidermide.

(F. Maraini)












PSICOLOGIA DELLA DEMOCRAZIA (breve parentesi storica) [...]





































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Circa Titolate Fanfole...















La ‘psicologia della democrazia’ va costantemente monitorata, anche e soprattutto da persone d’ogni specie e Natura anche se non qualificate o titolate, giacché l’esempio della Serbia ci ha consegnato orrori storici inaspettati (accompagnati da psichiatri titolati) quanto evidenti, introduzione di ben altri fatti e misfatti con dovute ‘pulizie’ i quali successivamente proseguiranno per il beneficio di tutti gli operatori del vasto e satellitare mondo economico connesso con la Guerra… con identico simmetrico orrore….  




Ma prima di questi, circa tal breve parentesi dedicata alla Natura, alla vera duratura Natura, mi soffermo al delicato peridio storico che regna giù per ogni valle, e non solo nella desolata pianura detta padana, ma anche ove pur l’apparenza, pensiamo o peggio immaginiamo sana democrazia, in realtà se pur incomprensibile pronunzia (non men del concetto in essa espresso) o accento… pur sempre dislessico ‘dialetto’.




Giacché le differenze difficili da scorgere nell’esplicitare determinati comportamenti non solo storici ma facenti parte, per l’appunto alla ‘difettevole’ natura dell’uomo, quando, in verità e per il vero, il vero fermento e pericolo in nome e per conto del populismo annunciare catastrofe ben nota alla Storia.

Per questo, non dilungandomi su ‘buffonate’ (non perdonando neppure il buffone di corte) a cui i politici affidano, come leggeremo, glorioso, loro e non certo altrui destino, volendosi da ambedue gli schieramenti al meglio distinguere non progredendo il senso Elementare come ben esplicitato dallo Stoppani.




Leggo insieme a voi alcune brevi note di uno psicologo, quando la psicologia non è caricatura né complice del Regime in ogni sua forma bensì isolata nell’analizzare quanto lo svolgimento, ed in qual tempo, dote d’ogni buona ‘materia’ esulare dal contesto, deduco che l’austriaco che andremo a definire non fu complice bensì esule. Non fu alleato traendo benefici bensì esiliato se non addirittura perseguitato.

Perseguitato da un irreversibile e graduale medesimo rigurgito storico…




Leggo brevissima lapidaria introduzione di un suo ben noto libro, ed altresì permettendomi pur non conoscendone l’Opera esposta da cui cito alcune note, semmai ho ben chiaro il periodo storico giacché dedotto dall’Arendt, circa medesima ‘banalità del male’, sia esso di destra quanto di sinistra; e come questo ben esplicitato nel processo ad Adolf Eichmann (uno dei tanti), al quale processo partecipò anche, in qualità di testimone, questa notevole personalità la quale mi riprometto di esaminare in maniera più approfondita, ora riporto a voi oltre la nota deducibile dall’enciclopedia in uso presso Intenet, anche ciò che al meglio ricavò da quel processo, per ciò che concerne la Storia di allora quanto l’odierna….




In questo caso tal strumento ci è di immenso valido aiuto per rapportare argomenti seri alla Ragion d’ognuno non offrendo pregiudizievoli inganni…

…Inganni sempre presenti per consolidare quel…




…Fascismo e il comunismo sono prodotti del nostro tempo, molti processi sociologici e psicologici, che erano necessarie per la democratizzazione del modo di vivere in Europa occidentale, hanno, in circostanze diverse, contribuito alla creazione di un totalitario modo di vivere. …

Gustave Mark Gilbert (30 settembre 1911 - 6 febbraio 1977) era uno psicologo americano noto per i suoi scritti contenenti osservazioni di alti dirigenti nazisti durante le prove di Norimberga. Il suo libro del 1950 The Psychology of Dictatorship fu un tentativo di profilare il dittatore tedesco nazista Adolf Hitler usando come riferimento le testimonianze dei generali e dei comandanti più vicini a Hitler. Il lavoro pubblicato da Gilbert è ancora oggetto di studio in molte università e college, specialmente nel campo della psicologia.




Nel 1945, dopo la fine della guerra, Gilbert fu inviato a Norimberga, in Germania, come traduttore del Tribunale militare internazionale per i processi ai prigionieri tedeschi della Seconda Guerra Mondiale. Gilbert fu nominato psicologo della prigione dei prigionieri tedeschi. Durante il processo delle prove Gilbert divenne, dopo Douglas Kelley, il confidente di Hermann Göring, Joachim von Ribbentrop, Wilhelm Keitel, Hans Frank, Oswald Pohl, Otto Ohlendorf, Rudolf Höss e Ernst Kaltenbrunner; tra gli altri.

Nel 1946, dopo i processi, Gilbert tornò negli Stati Uniti e rimase impegnato nell’insegnamento, nella ricerca e nella scrittura. Nel 1947 pubblicò parte del suo diario, costituito da osservazioni prese durante interviste, interrogatori, ‘intercettazioni’ e conversazioni con prigionieri tedeschi, con il titolo di Diario di Norimberga. (Questo diario è stato ristampato per intero nel 1961, poco prima del processo ad Adolf Eichmann a Gerusalemme).




Di seguito è un famoso scambio che Gilbert ebbe con Göring da questo libro:

“Ma è ovvio, la gente non vuole la guerra – disse Göring facendo spallucce – Perché mai un povero contadino zoticone vorrebbe rischiare la propria vita in guerra quando il meglio che gli possa succedere è tornare alla sua fattoria sano e salvo?

Naturalmente la gente comune non vuole la guerra.

Non la vuole in Russia né in Inghilterra né in America, e neanche in Germania, per quel che vale. Si capisce. Ma dopotutto sono i leader del Paese che determinano le politiche, ed è facile trascinare la gente dietro a tali politiche, sia tale Paese una democrazia o una dittatura fascista o un Parlamento o una dittatura comunista”.

“C’è una differenza – gli feci notare io [Gilbert, ndt] – In una democrazia la gente ha diritto di dire la propria sulla questione attraverso i suoi rappresentanti eletti, e negli Stati Uniti solo il Congresso può dichiarare guerre”.

“Oh, tutto questo è bellissimo, ma, che abbia o meno diritto a dire la propria, la gente può sempre essere trascinata dai propri leader. È facile. Tutto quello che c’è da fare è dire alla gente (sempre una menzogna l’ultima maggiore della prima!) che sta per essere attaccata (in ogni propria apparente pacifica sociale coesistenza), per poi denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e perché mettono in pericolo il Paese. Funziona allo stesso modo in ogni Paese”.

Insomma camuffare ogni possibile e più certa Verità!