giuliano

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IL TOMO

giovedì 29 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (10)



















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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (9)

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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (11)













Con le mani unte e il ventre pieno, ci ritroviamo sotto le tende; i primus fanno le fusa; le pipe sono accese. Mentre si pulisce i denti, uno racconta una storia; il mio vicino, bocconi sul suo sacco, rutta e vomita; ha le labbra ancora ricoperte di rimasugli di grasso. L’indomani uno dei cacciatori che, come tutti gli Esquimesi, sogna molto, mi racconta più o meno questo: “Ho visto questa notte una larga sala chiara, completamente ghiacciata, donne che andavano e venivano con delle specie di calze che aderivano alla pelle. Al mio passaggio fanno un leggero cenno di saluto con la testa, accompagnato da un sorriso. Estasiato, le guardo passare una ad una davanti a me. Al momento in cui una di loro, tendendo le braccia, sembra invitarmi a seguirla, una voce tonante mi chiama:
- ‘Esquimese! Ah! ah! ah! ah!….
sempre con le mani in tasca.
- Esquimese, Ah! ah! ah!…come puzzi.
- Non sai cos’è questo… Come, non lo sai? E’ il grande spaccio Qraslunaq…. Estremamente importante; niente a che vedere con l’emporio di Siorapaluk. Boutiken-Kasik! Un piccolissimo spaccio da niente… Qui, ma guardati intorno’.
Le donne, in grembiule bianco come le infermiere dell’ospedale di Thule, stanno appoggiate con i gomiti su tavoli puliti. Tutto è ricco e brillante… Cose appese e ammucchiate da tutte le parti.
- Ne vuoi?
Mi offre la voce…. Tendo gioiosamente le braccia per ricevere le scatole di conserva:
- Grazie, dico a una…
- Molte grazie, dico a quest’altra…
- E’ molto gentile da parte vostra…
Confuso guadagno l’uscita. Dietro i me ridacchiano, mi volto e improvvisamente le scatole vengono giù; ce ne sono da tutte le parti…. Ne sono coperto…. Le infermiere mi segnano a dito con mille risatelle!…. I ho tre occhi e enormi orecchie di lepre. Il sangue scorre da una profonda ferita alla mano destra. Non ho più le gambe; Esquimese grottesco, un Esquimese infermo, Esquimese kiffak, è finita. Pignartoq tamaq!”.

(J. Malaurie, Gli ultimi re di Thule)




Per l'ipotesi da noi fatta che l'Atlantico rappresenti una spaccatura, i cui bordi si trovavano un tempo riuniti, è necessario un severo controllo, quale è dato da un confronto della struttura geologica delle due parti. Ci si può infatti attendere di trovare in ognuna di esse alcune pieghe ed altre formazioni anteriori alla rottura, cioè che le loro estremità siano disposte dalle due parti dell'oceano in modo da apparire nella ricostruzione l'una come un prolungamento immediato dell'altra. Dato che questa ricostruzione segue le linee obbligate dei bordi dei continenti e non permette un adattamento alle ipotesi, abbiamo qui un criterio del tutto indipendente e molto importante per giudicare l'esattezza della teoria della deriva dei continenti. La spaccatura atlantica presenta la maggiore ampiezza nel sud, ove si produsse da principio e ove ammonta a 6220 Km. Tra il Capo San Rocco e il Camerun vi sono solo 4880 Km, tra la Nuova Zelanda e l'Inghilterra 2410, tra Scoresbysund e Hammerfest 1300, e tra la Groenlandia nord-orientale e lo Spitzberg 300 Km circa.
Sembra che la frattura si sia verificata in tempi molto recenti.
Cominciamo dal sud.
Molto al sud nell'Africa in direzione da est ad ovest si trova un gruppo di catene a pieghe, che risalgano al Permiano (monti Zwarten). Nella ricostruzione, il prolungamento di questa catena verso ovest va a colpire la parte a sud di Buenos Aires, che non presenta sulla carta alcun rilievo. Ora è molto interessante il fatto che Keidel nelle Sierre che si trovano in questa località, specialmente in quelle del sud fortemente corrugate, ha riconosciuto che per la loro struttura, per la successione delle rocce e per i fossili che contengono, non solo sono del tutto simili alle pre-Cordigliere delle province San Juan e Mendoza, che terminano alle Ande, ma soprattutto ai monti del Capo.
Nelle Sierre della provincia di Buenos Aires, specialmente nel tratto sud, noi troviamo un succedersi di strati molto simile a quello delle montagne del Capo. Una grande concordanza sembra esserci per lo meno in tre strati: nello strato inferiore di arenarie, formatosi per fenomeni di trasgressione nell'eo-Devoniano, negli scisti ricchi di fossili, che rappresentano il massimo di questa trasgressione, e in una forma caratteristica più recente, i conglomerati glaciali del Paleozoico superiore.... Sia i sedimenti della trasgressione devonica che il conglomerato glaciale sono fortemente ripiegati come le catene del Capo; e in ambedue i casi la direzione del movimento è volta verso nord. Ciò sta a dimostrare che qui si tratta di un antico piegamento di grande estensione, che attraversa la punta dell'Africa, passa per l' America meridionale a sud di Buenos Aires e quindi, piegando verso nord, va a raggiungere le Ande. Oggi i resti di questo piegamento sono separati da un oceano della larghezza di oltre 6000 Km.
Nella nostra ricostruzione, che non si presta ad alcun adattamento, le singole parti coincidono esattamente: le distanze del Capo San Rocco o dal Camerun sono uguali. Questa prova dell'esattezza della nostra ricostruzione è molto significativa e qui torna il paragone delle due metà di una carta da visita lacerata in segno di riconoscimento. E la concordanza è pregiudicata assai poco dal fatto che la catena del sud-Africa, raggiungendo la costa, si dirama verso nord nella catena dei monti Cedar, in quanto questo ramo, che poi si perde presto, ha i caratteri di una deviazione locale, che può essere dovuta a una qualche discontinuità prodottasi nel punto di una frattura successiva.
Diramazioni analoghe si osservano in misura ancora superiore in Europa nelle catene del Carbonifero e nel Terziario, e non per questo si trova qui un impedimento nel ragruppare queste pieghe in un sistema unico e nell'attribuirle ad un'unica causa. Anche se il piegamento africano si è protratto fino ai tempi più recenti, come hanno dimostrato studi ulteriori, non è il caso di parlare di epoche diverse. Ma questo prolungamento dei monti del Capo nelle Sierre di Buenos Aires non è la sola conferma che ricevano le nostre idee; molte altre prove si ritrovano lungo le coste dell'Atlantico. Anche ad un esame superficiale il grandioso tavolato di gneiss dell'Africa mostra grande somiglianza con quello del Brasile. E che questa somiglianza non si limiti solo ai caratteri generali è dimostrato sia dalla presenza delle rocce eruttive e dei sedimenti, sia dalle antiche direzione delle pieghe.

(Alfred Wegener, La formazione dei Continenti e degli Oceani)




Ora tornando sui miei passi, come spesso faccio per rendere il viaggio coerente nel suo insieme vado a quanto detto circa Pasteur, probabilmente inizio a scorgere dietro le spalle vette imbiancate di monti, e da lontano sembra apparirmi quel disteso e immenso mare calmo piatto e denso. Torno a quel concetto di chiralità  espresso all’inizio dello scritto. A proposito delle molecole.

I chimici chiamano emantioneri levogiri e destrogiri le molecole che sono immagini speculari l’una dell’altra. Questa simbologia è un retaggio degli studi di Pasteur sulla rotazione polarizzata. Forme enantioneriche si trovano in molte sostanze organiche e inorganiche e in quasi tutte le molecole fondamentali per lo sviluppo della vita: in particolare sono enantioneri le proteine, che sono responsabili della struttura e della regolazione chimica delle cellule viventi, e il DNA, la molecola depositaria dell’informazione genetica.

(Simmetria e realtà,  Le Scienze Quaderni) 
 
Una inevitabile per quanto importante domanda che formulo nella cartina di questa non facile geografia…:  ‘l’asimmetria ebbe origine prima o dopo la comparsa della vita primitiva della ‘prima cellula?’.
Alcuni ricercatori  sostengono che l’asimmetria chirale debba essersi originata non prima, ma dopo la comparsa della ‘prima cellula’. Le risposte alle questioni tutt’ora in sospeso sulla chiralità dei viventi dovranno attendere ulteriori chiarimenti dalla biologia dello sviluppo e dell’evoluzione.

In fasi prima istintive, poi coscienti, ho definito con chiarezza questa prima immagine di vita  nell’attimo della visione. I gradi di associazione richiedono più livelli di connessione, per comprendere il tipo di sentiero o via che sto percorrendo per la non facile cima ‘evolutiva’ che ci conduce a quell’ ‘Anima Mundi’ ove l’Uno si è sviluppato nella progressiva spirale della vita specchio di ugual forma in ogni essere vivente. Una analisi comparativa delle successive fasi al ‘primo istante’ (ove la geologia della Terra rispecchia quanto appena detto…), mi porta ad una fase introspettiva e non solo, che può spiegare e permettere le successive ipotesi evolutive fin qui valutate solo sperimentalmente, un po’ come ebbe modo di appurare e definire quel Carl Strehlow, di cui abbiamo già accennato.
Cosa centrano fattori apparentemente differenti tra loro come quelli fin qui citati. Tutte queste lingue sfrecciano creando a loro volta quelle spirali di cui ho accennato all’inizio dello scritto differenziandone di due tipi; portano, come vedremo ad un unico intento e parlano una sola lingua. Io cercherò di superare ed andare oltre quell’Uno, e dimostrare che ciò che appare nella sostanza e nella forma, è il frutto di una verità fisica occultata da una grande bugia storica, vestita da una interpretazione consequenziale degli eventi mitologici - antropologici, legati all’uomo e alle sue credenze evolute nei secoli, fino a prendere forma in unica o triplice essenza teologica, a cui ci dissetiamo di fronte all’apparente irrazionalità o mistero della vita.
La verità non ci appare ai nostri occhi chiara come qualcuno la vorrebbe raccontare. In realtà essa quasi sempre è nascosta a beneficio di altro che certamente non risiede nella razionalità, nell’intelletto, nella scienza, nell’opinione, nella sensazione, e neanche nel ragionamento che deve percorrere indistintamente queste fasi logiche.
Per condurci alla conoscenza.
L’irrazionalità, di contro, parente stretta del concetto di limite, può portarci ad una falsa conclusione, ed affrettata, aggiungerei, poiché l’albero della conoscenza  implica una infinita ramificazione di intenti, là dove si estende la vita e la relativa estensione del suo concetto. Non collegare il frutto con la terra che lo ha generato, il tipo di terreno che rende fertile la pianta, e l’acqua quale nutrimento fondamentale, riducono la visione dello stesso o della stessa, ad una percezione formale della realtà, realtà poi con tutti i suoi problemi (dei quali io ne ho enunciato uno, ‘depressione’). La quale ci riconduce erroneamente ad un simbolismo astratto per la sua comprensione. Un simbolo che mi astengo a ritenere falso, in quanto appartiene ad un grado di coscienza dell’uomo che è comune, come la radice ed il frutto dell’albero appartengono alla loro natura; e come già abbiamo visto comune denominatore di tutte le culture nelle costanti mitologiche che le caratterizzano.
Una natura, come vedremo in seguito, irrimediabilmente minacciata dal male. Un male interiore, di cui per esorcizzare la potente e demoniaca natura di appartenenza tentiamo di curare con il ricordo del male stesso che l’uomo riesce giornalmente a compiere sul prossimo. Non bastano croci, saggi, predicatori, moschee e molto altro ancora, per sconfiggere la nostra natura particolare, aggiungerei io. In quanto, da questo punto di vista, ci differenziamo notevolmente dagli animali da cui deriviamo non solo per il grado della nostra intelligenza, ma anche per come essa riesce a porci in una condizione al di sotto degli animali stessi.

(Fotografie di M. Schlegel)

(Prosegue....)

















mercoledì 28 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (8)


















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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (7)

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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (9)













Sciamano della sacra tenda!
Forte, assai forte, forte sciamano!
Grande, grande sciamano!
Grande sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano, lo sciamano!
Sciamano che fuggi (gli spiriti)!
Che cosa ha detto, lo sciamano?
Che cosa ha detto, lo sciamano?
Che cosa dice, lo sciamano?
Che cosa dice, lo sciamano?
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano dell’azzurrognola lingua di terra!
Sciamano che canti!
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano che canti!
Sciamano dell’azzurrognola lingua di terra!
Che cosa chiede, lo sciamano?
Sciamano ricurvo!
Che cosa desidera lo sciamano,
il grande sciamano in persona?
Grande sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Dove va lo sciamano?
Sciamano del dorso della scure!
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Sciamano della sabbiosa lingua di terra!
Dove vuole andare lo sciamano?
Com’è in realtà, lo sciamano?
Che cosa dice, lo sciamano?
Com’è in realtà, lo sciamano?
Sciamano che cerchi!
Sciamano ricurvo!
Dove vuole andare lo sciamano?
Di quale città è lo sciamano?
Dove vuole andare lo sciamano?
Di quale città lo sciamano?
Che cosa cerca, lo sciamano?
Che cosa cerca questo sciamano?


Lo sciamano si rivolge poi agli spiriti-signori locali e del fuoco, alle grandi divinità ed allo spirito della malattia…

Signore del mio luogo, che hai otto vènti per vènti, aiuto!
Signore delle piante e delle erbe decorate, aiuto!
Madre-oceano, che hai per coperta sette mucchi di neve,
che hai per letto otto lastre di ghiaccio,
che hai per colletto delle volpi nere,
che hai per schiuma delle volpi artiche,
che hai per onde dei volpicini,
Signore Madre-oceano, aiuto!
Libera(ci)! Un invisibile reca oltraggio.
Nonno signore del fuoco, il tuo calore interno (respinga) questo
invisibile;
(con il tuo) calore interno, aiuta(ci)!
Pali inferiori intorno alla mia dimora, se ci sarà tempesta,
siate solidi!
Spiriti che mi avete fatto sciamano, aiutate(mi)!
Invisibile! Ascolta il mio grido! Ascolta le mie parole!
Abbandona quest’uomo, quest’uomo malato! questa terra!
Invisibile, il tuo luogo (ti) chiama!
Signore degli alberi e delle erbe decorate, aiuto!
Respingi quest’invisibile (con) il tuo soffio di luce!
Prolunga la vita di questa terra…

(Tret’ jakok, Sciamano, Siberia)



 
Accade raramente, dato lo stato ancora imperfetto delle nostre attuali conoscenze, che, nel riferirci al passato della terra, si giunga a risultati opposti, sia che si consideri il problema dal lato biologico sia da quello geofisico. I paleontologi concordano coi geologi e coi botanici nell'ammettere che i continenti, oggi separati da una larga estensione di mare profondo, fossero uniti nel passato geologico da tratti di territorio che resero possibile uno scambio ininterrotto e reciproco della fauna e della flora. I paleontologi traggono questa conclusione dalla presenza di numerose specie identiche, che nel passato della terra vissero sugli uni e sugli altri continenti e per le quali sembra inverosimile ammettere un'apparizione contemporanea. E che la percentuale di casi identici sia limitata, si spiega facilmente con il fatto che solo una parte degli organismi a quei tempi si è conservata allo stato fossile ed è stata trovata fino ad ora.
Ed anche se l'intero mondo organico fosse stato un tempo identico su tali continenti, la limitatezza delle nostre conoscenze non potrebbe avvalorare tale ipotesi; e d'altra parte, anche ammessa una completa possibilità di scambio, può darsi che il mondo organico non sia stato completamente identico, così come oggi l'Europa e l'Asia hanno una flora e una fauna loro particolari. Allo stesso risultato giunge anche lo studio comparato dell'attuale regno animale e vegetale. Le specie attualmente viventi sui due continenti sono sì diverse, ma i generi e le famiglie sono ancora gli stessi, ciò che oggi è il genere o la famiglia fu in altri tempi la specie. Allo stesso modo le affinità esistenti tra la fauna e la flora d'oggi portano a concludere che anche la fauna e la flora del passato geologico fossero identiche e che perciò debbano aver avuto luogo degli scambi. Solo dopo che venne a mancare questo collegamento si sarebbe determinata una separazione nelle varie specie oggi viventi. Non si ripeterà mai a sufficienza che, se non si ammettono queste unioni tra i continenti, tutto lo sviluppo della vita sulla terra e l'affinità degli attuali organismi, pur viventi in continenti lontani, sono desinati a restare per noi un enigma insolubile. 




(....) Nelle pagine precedenti ci siamo fermati con intenzione un po' a lungo sulle obbiezioni mosse alla teoria della contrazione, perché in una parte dello svolgimento seguito da queste idee ha radici un'altra teoria oggi diffusa, soprattutto tra i geologi americani, indicata come teoria della permanenza.
Willis così si è espresso: 'I grandi bacini oceanici sono delle formazioni permanenti della superficie della terra e, all'infuori di piccole variazioni nei loro contorni, si sono trovati sin dalla prima raccolta delle acque nello stesso luogo ove si trovano ora'.
In realtà, già in precedenza, a proposito della provenienza dei sedimenti marini dai mari superficiali, eravamo giunti alla conclusione che nella storia della terra le masse continentali come tali debbono essere state permanenti. La impossibilità che deriva dalla teoria dell'isostasia di considerare gli attuali fondi oceanici come dei continenti intermedi sprofondati, si completa con l'idea di una permanenza generale dei fondi dei mari e delle aree continentali. E poiché anche qui si è mossi all' ipotesi che la posizione relativa delle aree continentali non abbia subito alcun cambiamento, il modo in cui Willis ha espresso la sua teoria della permanenza appare come la conseguenza logica delle nostre osservazioni geofisiche, che portano a non tener conto di antichi collegamenti continentali.

(Fotografie di M. Schlegel)


















lunedì 19 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (7)






















.... Accumulo di eccedenze produttive. Nella prima ondata di conquista, molti dei luoghi sacri aborigeni vennero saccheggiati e violati, e molti degli originari abitanti di pelle un po’ più scura furono trasformati in profughi, privati purtroppo per sempre, di uno scopo di vita.
‘La nostra Terra è stata trasformata in un deserto dagli insensati bianchi’, solevano dirmi trent’anni fa molti degli Aranda più anziani, indirizzando lo sguardo ad un territorio tristemente privato del suo precedente stato di fertilità da anni e anni di siccità e da accumuli di eccedenze senza precedenti. Commentando con amarezza la rapida distruzione delle piante alimentari selvatiche e la quasi completa estinzione di molte specie di marsupiali, che prima abbondavano, essi dicevano tristemente: ‘Gi anziani che conoscevano il modo di chiamare a raccolta le nubi della pioggia, far moltiplicare gli animali e mantenere verde la Terra, adesso sono morti, e anche la nostra Terra sta morendo’.
Il Tempo ha attenuato molti dei più foschi colori di questo sgradevole quadro – il quadro di sedicenti esseri umani ‘avanzati’ che infangano (ed infrangono..) i loro stessi ideali di condotta civile e cristiana quando vengono a contatto con un popolo ‘primitivo’, la cui agonia è stata liquidata come stolta resistenza all’avanzata della Cultura del Progresso da parte di selvaggi fermi all’Età della Pietra. Sfortunatamente per gli abitanti dell’Australia centrale, l’uomo bianco invase per primo il loro territorio, nel momento in cui il flusso crescente del colonialismo europeo stava soffocando ovunque la resistenza dei non-europei, e il tronfio orgoglio dell’uomo bianco era al culmine della sua arroganza. Molti osservatori contemporanei delle vicende mondiali ritengono che la ‘hybris’ degli Europei del XIX secolo abbia avuto la sua degna ricompensa nel XXI secolo; e ovunque, nell’attuale era atomica, seri dubbi su molti aspetti della propria cultura tradizionale invadono la mente degli intellettuali progressisti.




… A noi che viviamo in Australia sembra di dover fronteggiare un nuovo paradosso. Gli abitanti originari di questo paese hanno vissuto per centinaia di anni in uno stato di amorevole vicinanza con la Natura, accontentandosi dei più scarni e poveri possessi materiali. Nella loro lotta per l’esistenza questi uomini si sentivano sicuri del fatto che, nonostante le malattie, la siccità e le catastrofi naturali, l’esistenza continua di uomini, animali e piante sarebbe stata salvaguardata per tutta l’Eternità, poiché essi credevano che tutti gli organismi viventi fossero parte globale della vita di questa Terra, vivente ed eterna. Quando gli europei vennero in Australia, portarono con sé piante da coltivare e animali da addomesticare. Inaugurarono un’epoca moderna di alto progresso tecnologico e di grandi lavori ingegneristici. Nel giro di poche generazioni a partire dai primi insediamenti bianchi, l’Australia divenne una nazione con una cultura materiale pienamente novecentesca, e poté gloriarsi di possedere ‘uno dei più elevati standard di vita’ del mondo.
La fede cristiana e una visione scientificamente accurata dell’Universo sostituirono quella che, a molti dei primi invasori bianchi, era dovuta sembrare una massa confusa di ‘grossolane superstizioni’ generate dalle ‘infime menti’ della ‘più miserabile razza sulla faccia della Terra’. Eppure questi cambiamenti rivoluzionari e nel complesso molto redditizi, che oggi assicurano a tutti gli australiani contemporanei, sia neri che bianchi, abbondante cibo, un buon standard di salute, nonché la rinnovata promessa del più gratificante progresso materiale in ogni campo, non sembrano aver portato con sé un ‘aumento proporzionale di felicità umana’. E’ un fatto che, sfortunatamente, tutti gli australiani oggi sono arrivati a condividere i timori, i dubbi, e il forte senso di disillusione tipici di quella comoda costruzione fittizia moderna che è l’‘Uomo Comune’, ovunque su questa Terra egli si trovi.




La nostra età moderna manca, tristemente, di quel senso vitale e di quella profonda convinzione di essere in comunicazione con delle verità e dei valori che si credono eterni. Di conseguenza molti di noi, se non tutti, sentono di aver perso qualcosa che i nostri progenitori un Tempo possedevano – una fiducia che cominciava là dove la conoscenza, derivata dai sensi e dall’intelletto, aveva raggiunto il suo limite massimo, una fiducia che può appropriatamente essere descritta come ‘la fede nelle cose in cui si spera, la certezza della realtà che non si vedono’. Sembra certo che sia stata la battaglia tra Scienza e Religione, cominciata nel XIX secolo, a rendersi responsabile in larghissima misura del senso di malessere psicologico che caratterizza le società del XX secolo. Proprio quando religione e scienza cominciano a scontrarsi, ogni comunità perde il senso dell’integrazione con l’Universo circostante. Per quanto i critici, sentendosi superiori, possano sorridere dei semplici concetti religiosi del ‘popoli primitivi’, resta il fatto che i numerosi tentativi moderni di elevare il progresso materiale a più alto e nobile obiettivo gli sforzi umani, e di fornire un sostituto del tutto adeguato e soddisfacente della religione sotto forma di spiegazioni dell’Universo formulate in termini di mere equazioni matematiche, hanno finora dato a pochissimi senso di sicurezza nel presente, o speranza di un mondo più umano nel futuro.
L’uomo civilizzato contemporaneo è circondato di beni materiali di una ricchezza non mai neppure sognata dalle civiltà precedenti, e il suo futuro è protetto dalla complessità delle macchine dell’assistenza sociale tipica dei moderni Stati assistenziali. Ma, benché la sua immaginazione corra il rischio di venire accecata dal bagliore delle batterie dei riflettori scientifici, che cercano di alzare il velo da tutti i misteri  della mente, della materia, dell’energia, che erano  avvolti nell’oscurità per i nostri progenitori, l’uomo civilizzato moderno non sembra aver conquistato un reale sentimento di sicurezza (compresa quella sicurezza psicologica, oggetto e motivo di queste ‘epistole’…), nello Splendido Mondo Nuovo di sua creazione. In verità, dietro il luccichio delle conquiste umane giace il timore persistente che la Terra su cui l’uomo vive, quella Terra nata da una stella all’inizio dei Tempi, possa un giorno, alla semplice pressione di un bottone per opera della mano di un folle, dissolversi in una polvere stellare radioattiva, in un’inimmaginabile catastrofe di calore, esplosioni e fuoco.




Forse persino l’uomo civilizzato potrebbe migliorare le sue prospettive di un futuro più sicuro adottando alcuni dei concetti di tolleranza e cooperazione su cui gli aborigeni australiani basavano il loro sistema sociale e politico. Sembra certo che l’uomo moderno riconquisterebbe molta della perduta pienezza emotiva, se gli si potesse ancora una volta mostrare il modo di mettere in contatto la sua esistenza temporalmente limitata con le ricchezze e le verità insite nell’Eterno, attraverso una fede che fosse formulata in termini capaci di armonizzarsi con una visione scientificamente corretta dell’Universo. I cinici, guardando indietro alle pagine macchiate di sangue che narrano la storia del sorgere e dell’affermarsi delle grandi religioni del mondo, avranno poche difficoltà a trarre da esse una serie di argomentazioni contro l’atroce fanatismo e l’intolleranza che tanto spesso sono stati partoriti da organizzazioni umane costituitesi al fine di prorogare e conservare anche le convinzioni più nobili (di contro ugual fanatismo di quel fondamentalismo religioso con medesimi intenti ed obiettivi…).
Eppure, può la scienza da sola penetrare realmente i misteri fondamentali e vitali dell’Anima, della materia, dell’energia, che determinano il benessere umano?
Possono le nozioni di bene e male venir determinate, definite, pesate e misurate attraverso astratte formule, siano esse matematiche, fisiche o chimiche?
E’ possibile dimostrare attraverso il solo ragionamento logico, o con equazioni matematiche, che gli uomini e le donne sono ‘esseri liberi’ nelle loro azioni più determinanti?
E’ forse l’Universo, nel quale passiamo per un breve lasso di Tempo, il mero risultato del cieco caso, o sarebbe forse più corretto definirlo come un ‘Universo Teologico’, governato da precise leggi logiche?
(T. G.H. Strehlow, I sentieri dei Sogni)




Trovare la ‘soluzione’, cercare una probabile ‘terapia’, o una ‘semplice equazione universale’ per malesseri comuni come hai formulato nella tua analisi è cosa Teologica con un fine umanitario nel quale non solo la gratificazione economica può sollecitare e motivare ulteriormente il tuo senso di ricerca, ma anche, per opposta visione, trovare quella giusta connessione che tale motivazione ti ha suscitato scoprendo verità ‘Invisibili’ nella loro immutata Prima Sostanza, Immateriali, e talvolta o molto spesso, Incomprensibili ad un linguaggio cui pensiamo affidare la comprensione della grammatica della vita, compreso quel Dio che tanto cerchiamo fuori.. o dentro di noi, verità con le quali ti devi misurare e confrontare per rendere il tuo obiettivo più… Divino che Umano.
Ed a un Trovatore, affido, qual Straniero io sono, un barlume di Poesia che la Rima della vita ci accompagni in questa Preghiera Antica….




Volto non aveva, come un Libro Grande tomo senza titolo di giacenza nello scaffale della storia: biblioteca di oscura memoria. Ed anche mai si era udita la sua strana lingua. Una fitta nebbia è il ricordo della storia purgata dell’immonda Eresia. Forse perché convinta del sole che dopo illumina l’intera vallata essere la sola via, e con essa la vita.
Certo è, io che ho scrutato e letto ogni libro, io che ho adorato ogni profumo antico di un prato, di un fiore, un albero appena fiorito mentre la sua preghiera si nascondeva…: ho visto il vero Dio Infinito senza alba… e quell’uomo comporre la Prima nebbia.
Non avrei certo goduto il mio sogno incompiuto nella materia caduto. Ogni muschio di quella primavera, ogni foglia e frutto, giammai avrebbe sfamato… il mio spirito arguto. Sono un Trovatore, ed ora che gli anni son passati mi appoggio al mio bastone, un tempo fui anche scienziato botanico e geologo. Nella ragione e nel raziocinio ho costruito il mio inchino alla stessa alba di quel mattino. Poi a nuova vita, tornato dal mio strano peccato di spiare ogni elemento del creato, in poesia mutai la mia Dèa.




Lei era atea, a nulla credeva, eccetto che, ad un numero senza uno Spirito, ad una equazione senza un’anima, per scoprire poi ad un principio di mattina, fra una cifra ed una parentesi, che anche se l’equazione può spiegare l’elemento, in realtà vi è un caso costante che rende ogni numero imperfetto.
Uno scherzo, uno strano segno di un sogno ancora non letto. Un sovrano strano che rende la mia scienza suo diletto, per burlarsi del mio… Dio. Così, quando nel tramonto della mia ora volsi gli occhi ad una diversa parola, ad un diverso principio, rinacqui all’alba di un nuovo mattino.  La poesia in questa vita divoro come fossi un animale in cerca di cibo, con solo l’istinto principio del suo stomaco che chiede nutrimento… per saziare lo spirito.
Poi, ho compreso, su un letto di fiume, quando la stagione mutò il suo corso, che ogni strofa dovevo ricomporre dalla nebbia di quella prima mattina di una fame antica che mi divora. Non è solo una crosta di Terra che sazia la mia memoria, oppure una conchiglia con cui compongo e ascolto l’intera storia. Ma un frammento, una parola, una poesia, una visione antica, fuggita…. all’alba di una mattina.
In una vallata forse l’ho trovata, un tempo, quando Dio mi ha sussurrato parte del frammento… da lui creato. Ebbi la certezza di capire ogni cosa. Ebbi la presunzione di intuire e vedere ogni elemento, prima e dopo, quel poco avvistato. Scavai la memoria di quel torrente, vidi ghiaccio e fuoco e pensai di essere padrone di ogni elemento, ed il sogno ricomponevo nel segreto di un… laboratorio. Pensai di conoscere il mistero della vita, ciò che vedo, non accorgendomi che in realtà ero più cieco di prima. Ogni esperimento confermavano la potenza del mio Dio. Forse perché pensavo di vedere o intuire la sua forma, il suo pensiero, riflesso nello specchio della mia breve ora. Forse perché pensavo di scorgere il mistero non ancora svelato dell’intero Creato. Addirittura ebbi la presunzione, nell’ora che volge al tramonto, di udire la parola, la musica antica, come un boato dal nulla della mia ora.




Dopo di quello scorgevo la grammatica della vita: milioni di ère a cui diedi un nome, fondai la mia disciplina.
Nulla vi era eccetto quello che vedevo.
Nulla vi era oltre il breve frammento della vita.
In quella vita, fui ateo, senza spirito, eccetto la conoscenza del mio arbitrio, scienza saggia, fors’anche priva di poesia, poi, quando ancora non era tramontata (la stagione ora … non ricordo…), la luce pensai vedere, cercando di spiare più da vicino l’occhio di un Dio.
Ho scomposto il suo mistero, il suo occhio, e vi lessi ogni segreto: onda e particella del creato, poi un caso… cambiò il mio destino. Il sole si oscurò, il giorno si spense, come un pozzo senza fondo, un buco nero senza contorno.
Così compresi che ciò che non si vede… è artefice e mente.
Così capii che nell’occhio di quel Dio si nasconde un ‘delirio’ antico, non appartiene alla divina luce del Creato.
Anche se questa è illusione di vita, il principio della realtà divina regna nella nebbia di una Prima Mattina, dopo una scura notte, dove a stento ci sembra di scorgere il Giorno della Vita…. Certo è, che questa fu ed è Eresia, perché, benché ateo, tutta la mia scienza dimorava su un libro, quasi fosse una Bibbia, e se pur il mio Dio creò il mondo in millenni di sudore, era in un certo modo parente, non dico stretto, di uno stesso Dio Straniero al suo verbo alla luce di uno stesso mattino.
Io e quel prete, o Papa che sia, adoriamo la vita così come fu concepita in funzione dell’uomo suo signore e padrone. Possiamo nutrire divergenze, ma il resto di quanto pregato dell’intero Creato, da me.. e quel prete, è materia ed elemento su cui debbo porre la mia legge.
Ogni cosa creata fu a noi donata non solo per studiare occhio e pensiero del mio Dio… non detto, ma per scrutare cammino e sentiero da qui fino su… in quell’azzurro cielo solo appena accennato… Per questo la notte osservo le stelle, sì certo… noi veniamo da quelle, vi scorgo la mente del Creato, per il prete è Dio l’artefice di tanto spettacolo. Ogni altra magia o antica alchimia, scienza arcana… eresia o strega che sia.., spiriti inquieti di altri misteri, appartengono ad un mondo confuso di una mente malata fors’anche approssimata… Confusi nell’ignoranza pagana di uno Sciamano futuro ciarlatano e di una superstizione antica che vuole ogni cosa viva….
      
     

sabato 17 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (5)

















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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri.... (4)

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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (6)













Una roccia che si trova nell’emisfero nord e che possiede una magnetizzazione rimanente che punta verso il nord magnetico attuale e verso il basso è caratterizzata da una magnetizzazione normale, al contrario, se la magnetizzazione punta verso il sud attuale e verso l’alto, la roccia sarà caratterizzata da una magnetizzazione inversa o polarità magnetica inversa. Il legame che si delinea fra tragitti d’inversione, il flusso fluido nel nucleo esterno terrestre e la temperatura nel mantello lascia presagire una possibile correlazione tra processi del nucleo e quelli della litosfera.
(F. C. Wezel, Compulsare gli archivi storici della Terra)

 Ora analizziamo una disciplina parallela alla precedente, forse meno accreditata, ma sicuramente presente nella storia passata in maniera ricorrente. Anche se, come spesso succede, non si ha reale cognizione nel rapportarla nella giusta universalità che gli appartiene. Io la introduco, perché, per associazione culturale quando penso alla stratigrafia geologica, rimando le mie ‘intuizioni’ mentali anche a questo strato di verità poco conosciuta e percepita.

La radioestesia è la capacità di misurare le energie sottili, spiegabile anche come concetto di energia vitale. I primi personaggi a fare riferimento, fuori dal contesto specifico di singole mitologie, sono filosofi come Aristotele, Eraclito, Talete,  Anassimandro, Empedocle (nella stratigrafia dell’epoca specifica di appartenenza). Possiamo concepire che elettricità e magnetismo, così come altre forme di energia riconosciute, siano forme di espressione di energia vitale, una forza naturale vitale che in ultima analisi è ciò che noi definiamo totalità di una visione complessiva dell’universo. I popoli preistorici pensavano che l’energia vitale dipendesse fortemente dal rapporto con gli elementi della natura, secondo la specie dei loro effetti, degli dei o demoni, i quali avevano un grande significato. Abbiamo un elenco lungo di popoli che lasciarono una documentazione scientifica sulla energia vitale, ma traccia di essa la possiamo riscontrare anche in singole mitologie. Quindi la specifica attinenza di questa disciplina, piuttosto antica, è la capacità di misurare le energie sottili, energie chiamate in causa anche in specifici campi della geobiologia. Nella vita di tutti i giorni siamo esposti con vari campi di energia, dalla meccanica alla nucleare passando per quella elettrica, eolica termica. Tutte energie quantificabili e misurabili. Al contrario questa energia sottile non è rilevabile.
(Breve sunto di pagina web)




Che attinenza riscontriamo fra queste due materie? Come rapportare la specifica simmetria appartenente al campo dei loro studi nella logica disquisizione a proposito di un aspetto propriamente negativo o demoniaco dell’uomo, evidenziato in ‘maschi bestiali’?
Un filo di congiunzione c’è, anche se impercettibile, sottile appunto, ed apparentemente invisibile. Ho precedentemente detto la volontà di cercare quel punto non direzionale fuori dall’‘irreversibilità del tempo’, estraneo alle tendenze della vita, come condizione materiale. Ebbene nell’aspetto dell’Universo incarnato successivamente nella manifestazione della Terra sua figlia, abbiamo individuato energie imprescindibili a cui essa (la vita) sottostà. Con il confronto di due possibili concezioni di essa, una incline al moto più o meno infinito della spirale, da cui sono partito, l’altra ad una evoluzione non direttamente connessa con i principi primi e fondamentali della vita stessa. Ho anche evidenziato precedentemente come il ‘moto’ umano spesso non coincida con la progressiva ‘intelligenza’ non vista ma di cui godiamo il perfetto sviluppo di un disegno cui percepiamo le forme esteriori, ‘apparenze di altri mondi’. Delineo due vie, e con esse le fratture, non disgiungendo argomentazioni che mi riconducono nell’ambito di connessioni in cui taluni eventi, che rilevo volta per volta, si evidenziano nella loro apparente non uniformità.

Tra migliaia di anni, quando del passato si potranno scorgere solo le linee principali, le nostre guerre e le nostre rivoluzioni avranno ben poca importanza, se ancora se ne serberà memoria; ma della macchina a vapore, e di tutte le invenzioni che ne sono seguite, si continuerà a parlare forse come oggi parliamo del bronzo o della pietra levigata; servirà a definire un’ epoca. Se potessimo spogliarci di ogni orgoglio, se, per definire la nostra specie, ci attenessimo rigorosamente a ciò che la storia e la preistoria ci presentano come la caratteristica costante dell’uomo e dell’intelligenza, forse non diremmo ‘Homo sapiens’, ma ‘Homo faber’. In definitiva, l’intelligenza, considerata per quello che sembra essere il suo momento originario, è la facoltà di fabbricare oggetti artificiali e in particolare utensili atti a produrre altri utensili, e di variarne indefinitamente la fabbricazione. Ora, non è forse vero che anche un animale non dotato di intelligenza possiede tuttavia utensili e macchine? Sì, certamente; ma in questo caso lo strumento fa parte del corpo che lo utilizza. E in corrispondenza di questo strumento c’è un istinto che sa servirsene. Certo non tutti gli istinti consistono nella facoltà naturale di utilizzare un meccanismo innato. Molto spesso si è fatto notare che la maggior parte degli istinti sono il prolungamento, o meglio il compimento della stessa attività organica. Dove comincia l’attività dell’istinto? Dove finisce quella della natura? Non si sa.  Nella metamorfosi della larva in ninfa e in insetto perfetto metamorfosi che spesso richiedono, da parte della larva, movimenti appropriati e una specie di iniziativa. Così, considerando soltanto i casi limite in cui si assiste alla completa affermazione dell’intelligenza e dell’istinto, emerge una differenza essenziale: l’istinto compiuto è una facoltà di utilizzare e anche di costruire strumenti organici; l’intelligenza compiuta è la facoltà di fabbricare e usare strumenti inorganici. I vantaggi e gli inconvenienti di queste due forme di attività saltano agli occhi. L’istinto trova a portata di mano lo strumento adeguato  che si fabbrica e si ripara da sé, che presenta, come tutte le opere della natura, un’infinita complessità di particolari e una meravigliosa semplicità di funzionamento  esegue immediatamente, al momento giusto, senza difficoltà e con una perfezione spesso ammirevole quanto gli è richiesto. Per contro, conserva una struttura pressoché invariabile, in quanto modificarlo implicherebbe modificare la specie. L’istinto è dunque necessariamente specializzato, non essendo altro che l’utilizzazione di un determinato strumento per un determinato fine. Lo strumento fabbricato dall’intelligenza è invece uno strumento imperfetto, ottenuto solo a prezzo di uno sforzo, e quasi sempre difficile da maneggiare. Ma essendo fatto di materia inorganica, può assumere una qualsiasi forma, servire a qualsiasi uso, eliminare ogni nuova difficoltà che si presenti all’essere vivente e conferirgli una quantità illimitata di poteri. E’ meno efficace dello strumento naturale nel soddisfare i bisogni immediati, ma lo è di più quando, e nella misura in cui, il bisogno è meno urgente. E soprattutto reagisce sulla natura dell’essere che lo ha fabbricato perché chiamandolo a esercitare una funzione nuova, gli conferisce per così dire, una dimensione organica più ricca, essendo appunto un organo artificiale che prolunga l’organismo naturale. Per ogni bisogno che soddisfa, crea un bisogno nuovo; e invece di chiudere, come l’istinto, il cerchio d’azione in cui l’animale si muoverà automaticamente, apre a questa attività un campo illimitato, spingendola sempre più lontano e rendendola sempre più libera. ISTINTO E INTELLIGENZA RAPPRESENTANO DUNQUE DUE SOLUZIONI, DIVERGENTI E UGUALMENTE ELEGANTI, DI UN SOLO E IDENTICO PROBLEMA.
(H. Bergson, L’evoluzione creatrice)




Non (apparentemente) compatibili con il dispiegarsi della spirale e conseguente evoluzione da cui sono partito, fino agli eccessi di una probabile ‘intelligenza’ e conseguente divergenza in seno al contesto della vita. Intelligenza che muta istinti e miti, in un crescendo che culmina nell’avvento della rivoluzione industriale del 1750 circa. Queste due differenti visioni della vita e conseguenti  mitologie che ne scaturiscono come portatrici di nuovi messaggi e simboli, creano uno terremoto di dorsali che si scontrano tra loro. Sono fonte e concetto di confronto con la soluzione in un pensiero terminale, dove il pensiero termina e diviene guerra. Condizione sempre esistita nella dinamica sociale umana, ma oggi incarnata in diverse dimensioni nel momento in cui si vuole mantenere integri i privilegi che l’intelligenza diversifica. Diversifica questa specifica e innata condizione dell’uomo nelle differenti ramificazioni tecnologiche quali apparenti risultati evolutivi. Benefici apparenti, appunto, che lo differenziano dall’animale suo simile (come abbiamo visto in Plutarco). Intensificando il concetto di guerra frazionandolo poi in altra veste. Tutte convergenti con una singola soluzione, violenta, atta a mantenere consolidate determinate prerogative non confacenti con gli elementi fondamentali della vita stessa. Fondamentale è la condizione di come ci dovremmo rapportare con l’ambiente circostante, di cui il primitivo nella ‘bestiale’ condizione apparente, e nella sua visione mitologica ‘povera di mondo’, conserva quella specifica appartenenza ad esso ed concreta dipendenza. Mutando ciò che non deve essere mutato, si intacca il mito stesso, la Creazione. La Creazione diventa sacrificio, assassinio, crocefisso, esilio, e molti altri nomi diversi. La fine è inesorabile per tutti (i pochi  - cioè - che vivono la vita entro il moto originario).
Nel capitolo precedente, il destino della fine di un popolo che adorava il serpente piumato Quetzalcoatl si profila attraverso l’errata interpretazione di una mitologia, errata nella realtà civilizzatrice e conquistatrice di un popolo che mutò il mito e se ne servì per annientare per mano di Cortés e delle sue soldatesche iberiche, l’impero  maya ed azteco. La visione civilizzatrice e colonizzatrice con una visione dei fatti rispondente alla realtà storica di allora non dissimile da quella attuale con il suo messaggio cristiano ne ha sancito la definitiva scomparsa. In realtà conosciamo in quella civiltà una raffinata percezione della realtà di cui conserviamo tesoro.  Il mito diventa oggetto di controversia attraverso la nascita dello stesso in seno alla cultura di un popolo. A secondo della potenza sull’immaginario dell’inconscio collettivo corrispondente ai desideri, sogni, ricchezze, di una società. La misura di questi fattori mitologici determinano il grado di partecipazione a determinate ‘violenze’, che giustificano la sopravvivenza del mito, talvolta esse possono essere anche pacifiche, ma della stessa natura di quelle che consacrarono Cortés quale colonizzatore ed estirpatore di immensi tesori.
Secondo la presenza di questi (miti), nell’irrazionalità o razionalità di una società si può misurare il grado o la capacità di ‘fuoco’ che un gruppo sociale può disporre e al contrario subire. A mio avviso, non sono solo motivazioni di ordine economico a dettare le condizioni per una guerra, ma subentrano queste appena dette (potenza del mito), nel momento in cui una società deve condividere determinate scelte le quali hanno una prerogativa primaria sulle altre, in quanto debbono mantenere integri i miti cui poggiano i loro valori, da cui dipendono poi quelli di natura economica. Ed a proposito di essi……




Si possono citare per tutte le suggestioni avanzate da uno studioso di semiotica del folklore come Pierre Maranda, il quale basa il suddetto parallelismo sull’ipotesi che al di là delle apparenze, la moderna cultura di massa non faccia che rappresentare sotto nuova veste le stesse configurazioni semantiche affermatesi in ambito mitologico.  D’altro lato, in una società che ha scelto come suo metro quello del ‘futuro’ piuttosto che quello del ‘passato’, e in cui dunque anche la verità di una teoria scientifica viene più spesso misurata sulla sua capacità di predire il futuro anziché sulla sua conformità con gli eventi passati, il futuro tende ad essere investito da quella carica di fede che i preletterati ripongono nella verità delle loro narrazioni mitologiche. Per non uscire dall’argomento affrontato, basterà ricordare gli sforzi goffi e pedanteschi con i quali moltissimi autori di fantascienza hanno cercato e spesso inutilmente, di assicurare la verosimiglianza delle loro invenzioni,trasformando l’immaginario in anticipazione, legando il frutto della propria attività fantastica e dei segni che sarebbero presenti nel mondo reale, a delle ipotesi teoriche che potrebbero preannunciare, a delle invenzioni tecnologiche che potrebbero preludere, a degli eventi che potrebbero premonire. Tale operazione, in effetti, è ancora una volta tipica del mondo mitico.
(G. Ferraro, Il linguaggio del mito)

Per concludere il capitolo riporto un esempio storico a me caro per i concetti sopra espressi, che appare fonte e specchio per le valutazioni interdisciplinare della conoscenza e il mito, domandandoci - dove - la strada avrebbe condotto se evoluta in diversa direzione, e - chi - nel panorama culturale successivo ha incarnato l’apostasia dell’imperatore, e con essa tutte le ‘apparenti eresie’.
Cosa abbiamo imparato dalla breve ma intensa storia di Giuliano l’apostata? 
Lo scontro fra due diverse concezioni ed interpretazioni di un unico mito nel quale il filosofo ne aveva analizzato.....

(Fotografie di Robert and Shana ParkeHarrison)

(Prosegue....)














venerdì 16 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (3)

































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La nostra civiltà senza più miracoli (2)

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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (4)














Riprendo a scrivere, nella certezza che queste nostre ‘epistole’ possano esserci di aiuto per meglio comprenderci, ed inoltre, possano offrire la possibilità per quel confronto, per adoperare un linguaggio a te più familiare, ‘terapeutico’ di cui la società ha estremo bisogno, oggetto di un ultimo tuo libro, che fa della ‘depressione’ (‘pre’ e ‘post’ industriale) il calvario su cui l’uomo ‘detto’ evoluto si deve misurare. Un male, mi pare di capire e forse intuire, che poggia le sue salde radici su quella società così ‘evoluta’ e ‘civile’, e di cui, io, adopero (parafrasando Giuliano… ‘buon vino stagionato in otri nuove di sapere’…) un suo specifico aspetto che ne determina il progresso specchio del contesto evolutivo umano che tanto sta cambiando i termini della nostra ‘comunicazione sociale’. Se in meglio o in peggio, questo non sta a me deciderlo, potrei portare a mio sostegno grafici dimostranti, oltre ai grandi cambiamenti climatici, anche simmetricamente, processi ‘involutivi’ che caratterizzano questo nostro ‘essere’ ed ‘appartenere’ alla società, fintanto che, fedeli al proprio credo Gnostico, ci estraniamo da essa, sottraendoci da quei rapporti conflittuali e paradossali che generano quei mali antichi di cui la tua disciplina si occupa.
Ragion per cui, ecco che la tua ‘scienza’ persegue un obiettivo giusto e quasi ‘teologico’ in seno ad un contesto difficile e problematico, nel momento in cui è ‘sdoganata’ da taluni principi che, ‘maestri’ ‘dottori’ e ‘ricercatori’ di una moderna scienza ‘psicologica’ hanno ereditato da un passato stratificato nella nostra comune ‘evoluzione’, passato in cui la ‘possessione’ l’‘ossessione’ (rami dell’albero della schizofrenia) ed altri mali antichi e moderni venivano interpretati e curati con ugual principio ‘teologico’, di chi, convinto di ‘espellere’ il presunto male nell’anima malata, compiva e compie errori parenti di quell’ortodossia scientifica non per nulla dissimile da quella ‘teologia’ che affidava la propria capacità ‘terapeutica’ nella specificità della ‘confessione’ quale sacramento e rimedio adatto a convogliare, in modi e maniere confacenti all’epoca ed alle esigenze spirituali del Tempo, una caratteristica umana cui il nostro passato ‘oracolare’ o ‘sciamanico’ ci ha tramandato una ben specifica tradizione, correggendo ‘doti divine’ imperscrutabili rivelatesi nel saldo terreno del ‘Tempio’ della fede e non solo, per convogliarle nelle paludi dell’assolutismo interpretativo: tristi ricordi nella cultura dell’Eterno colono di questa Terra…., e di cui vado combattendo ormai da tempo i nuovi aspetti moderni ereditati da un passato antico ma non per nulla mutato  (niente e nessuno quale io sono…).




… Ed ugualmente, abdicare alla scienza, parente generazionale di quel Cartesio che considerava la ‘macchina uomo’ quale elemento finale di quella evoluzione cui le parti possono essere ‘studiate’ ‘curate’ e ‘riparate’ (dal microcosmo al macrocosmo della loro appartenenza all’Universo del corpo umano cui è facente parte, un altro micro-macro cosmo ancora in fase di studio che è appunto il cervello umano, con le sue specifiche funzioni che sovrintendono, oltre il corpo, anche quei principi dell’anima talvolta malata che ne caratterizzano le funzioni…) fino ai minimi dettagli del loro sviluppo affidando alla conoscenza ed al sapere delle specifiche conoscenze-connessioni, che sì, imprescindibili, ma impossibili per recuperare gli aspetti soggettivi e oggettivi di una stratificazione ‘culturale’ ed anche ‘sociale’ in cui l’uomo si è formato specchio della Terra nella ‘spirale’ dell’Universo cui affida la sua ‘formazione’.
In pratica, possiamo studiare la foglia malata, il frutto della pianta che presenta dei danni alla genetica che risale alla struttura della sua origine, ma sappiamo che l’intero ‘ecosistema’ si è evoluto in maniera inadeguata alle esigenze dell’uomo; di contro possiamo pensare di modificare il prodotto, che, in origine era biologicamente ‘puro’ con uno derivato e ‘geneticamente modificato’, ma i risultati, se pur nella breve economia favorevoli e i guadagni notevoli, alla lunga presentano dei risvolti inaspettati per l’organismo che ne fa uso, convinto di sfamare e saziare il suo ‘normale’ appetito. Non ci è sufficiente studiare la foglia o l’albero malato, ma rendere compatibile e ‘invariata’ la struttura su cui poggiano le sue ‘secolari’ radici e l’ecosistema con il quale collabora alla nostra comune ‘vita’. Il ‘mutatis-mutandis’ oggetto della nostra conversazione, posta in più ambiti discorsivi quale comune denominatore per un dibattito che non investe solo la ‘pianta malata’, nel momento in cui siamo noi i frutti di quel secolare albero della ‘vita’, è quello di confrontarci con le comuni radici, cui tutti, ‘indistintamente’, apparteniamo, bagaglio dei nostri ‘geni’, i quali se posti in condizioni ‘inverse’ rispetto a quella ‘comune spirale di vita’ da cui deriviamo, tendono a sovrintendere una ‘macchina difficilmente controllabile e certamente non più affidabile se non per quella società Orwelliana così cara a tutti quei dittatori del libero pensiero, i quali hanno anche la grande caratteristica di fraintendere l’originario concetto, così come fu per Darwin ed i suoi principi, abdicati ad un capitalismo malsano che adottò leggi e scoperte per adattarli ad una forma sociale aberrante al servizio del più forte.
In attesa di inserire pagine scelte dai tuoi saggi, ti ripropongo frammenti di alcune pagine che rendono più illuminante questo principio o pensiero, in questo Viaggio che stiamo facendo assieme….




La pace primordiale delle vette di cui solo e per bocca di famosi alpinisti ho riportato le emozioni che suscitano e similmente descrivono in quelle primitive sensazioni, possono farci comprendere le nostre prime visioni oniriche. I nostri primi sogni, i nostri primi pensieri.
Dopo sessanta e più anni di studi nel campo dell’antropologia ci siamo evoluti nella  ricerca fino ai risultati fin qui conseguiti nei vari ambiti, dove fonti di sapere appagano la mia e l’altrui sete. Questa è una condizione imprescindibile per continuare l’evoluzione da cui sono partito nei termini di confronto con più discipline, anzi sperimentare ciò che nessuno prima aveva tentato di fare, porre in essere tutte quelle connessioni che non sono visibili nella logica delle dimensioni accertate. Non è solo un campo circoscritto ad una singola dimensione, ma confrontarsi con più realtà non evidenti ed a cui mi sono ispirato, le stesse che regolano il formarsi della vita nell’Universo.
Un pensiero comune alla matematica dell’universo: una spirale.
Nel contesto dove essa evolve esistono anche tutte quelle dimensioni a noi invisibili che potrebbero essere le reali portatrici di dinamiche che non conosciamo. Ragione per cui, trovare probabili legami là dove apparentemente non ci sono. Anche i sassi parlano, anche loro hanno una lunga storia, così ho scoperto parte della mia che prima mi era sconosciuta o conosciuta solo attraverso un ambito specifico. La citazione di ‘fonti’ è indispensabile, non è solo esercizio di un erudito in cerca di facili elogi, ma al contrario è l’opera corrente di un ricercatore che attraverso la propria voce e quella altrui cerca di ‘affermare’ per (conquistare e…) superare il difficile passo alla mèta. Più volte debbo ripetere tale ‘mea culpa’ non perché amo adularmi o farmi adulare, oppure ripetere o ripetermi nella mia e ‘altrui opera’, ma affinché il mare solcato del ‘sapere’ possa scorgere un faro sicuro come principio di navigazione così che la burrasca non (ci) mi faccia naufragare sugli scogli di singole e monolitiche certezze, ed in ciò penso che l’umiltà debba giocare un ruolo determinante affinché i risultati possano essere conseguiti con serenità, di modo che, l’ignoranza, la superstizione, l’irrazionalità, la calunnia, la falsità, ed anche l’antico dèmone della certezza, limite della ricerca, possano essere sconfitti.
Purtroppo i nostri nemici anche dopo secoli di persecuzione sono questi ed altri personaggi che ancora si aggirano a difesa di inutili interessi e talvolta sfuggono al grande vocabolario della vita, per correre e rincorrere favole antiche.




Gli gnostici avrebbero avuto il merito, secondo Jung, di porre il problema del male e dell’ignoranza come radice del male.
(G. Antonelli, La profonda misura dell’anima)

 Cos’altro significa l’ignoranza, se non un’estraniazione dai concetti ideali che sono propri dell’essenza dell’anima? E la conoscenza non è nient’altro che una ‘anamnesi’, cioè un ritornare alla propria vera essenza, da cui si era allontanata con la sua inclinazione verso l’‘esteriore’.
(C. Steel, Il Sé che cambia)

Ragione per cui, affinare l’ambito della ricerca è il linguaggio nuovo dell’espressione non solo del vero, ma l’‘Odissea’ dell’uomo in tutte le verità nascoste. Cioè, come direbbe Jung, lo scavare come archeologi sempre più a fondo nelle fondamenta della nostra memoria collettiva per arrivare all’origine di quei comportamenti, i quali sono statici nella natura umana. Cioè vengono rilevati costantemente in qualsiasi epoca e socialità. Sono parte imprescindibile del nostro bagaglio genetico con il quale ci troviamo a confrontarci ogni giorno. Compresi tutti i limiti dell’umano che tende a frapporsi fra l’opera discorsiva e analitica, e una  costruzione che poggia le sue fondamenta sull’irrazionale, anche se esso è parte imprescindibile della nostra cultura, ma che va letto o riletto secondo schemi consoni ad interpretazioni che ne svelano i motivi. Se trascuro questo aspetto specifico del problema, ritenendolo superfluo, mi allontano dal nostro orizzonte di conoscenza evidenziando solo i limiti umani. L’uomo  nell’apparenza sembra aver raggiunto un grado di evoluzione notevole, questa è misurata, però, su una scala di valori tecnologici. Nella realtà dei fatti, gli stessi sono adoperati unitamente per conseguire scopi conformi alla sua stessa natura ‘bestiale’, non posso sorprendermi, allora, se forme ‘irrazionali’ di pensiero continuano a prefigurare stati, leggi, istituzioni, religioni, che muovono masse a guerre che credevamo appartenute alla storia. Il grado di evoluzione può misurarsi su altri valori, i quali appaiono solo in maniera graduale.




L’evoluzione non è l’occhio satellitare o la bomba intelligente, quelle esistevano già millenni fa, perché sempre facenti parte della natura umana, sviluppata nel contesto ‘intelligenza’. Senza la vita non avremmo l’intelligenza, oppure, al contrario, la vita manifesta il limite di ciò che erroneamente pensiamo illimitato attraverso la facoltà dell’intelletto, facoltà che conferisce l’arroganza della superiorità su ogni essere animato e non; il grado della sua misura è quindi la specifica capacità dei risultati conseguiti in termini collettivi (organizzazione sociale). Adotto due esempi: se da un lato è appurata la capacità della medicina di allungare la vita media, rispetto alla stessa di tre secoli fa, il suo valore è inteso nullo nel momento in cui nell’arco di un anno in paesi del terzo mondo abbiamo un numero di decessi raddoppiato rispetto all’anno prima. Così è per la guerra. Anche se presunti valori identificati con il bene debbono confrontarsi con il suo opposto, le divergenti visioni della realtà portano un numero di morti che non allunga di certo i valori della vita media di un individuo. Perché se noi sommiamo il numero dei bambini e donne deceduti per denutrizione, aids e guerre, a quelli per calamità naturali, sottraendoli poi, a coloro che in buona salute riescono a raggiungere una vita di 80 anni, avremmo nella configurazione del grafico attestante l’andamento della vita media, un risultato non diverso da quello che lo stesso poteva rilevare all’epoca dell’antico Impero Romano. E’ proprio l’utilizzo corretto della ‘tecnica’ riflessa nei sistemi di ricerca della vita e dell’uomo che può preservarci dalla stessa natura da cui siamo nati per nulla dissimile da una paurosa calamità batterica a cui sembriamo destinati e farvi ritorno, per apportare una nuova complessità non conforme con le leggi della vita.

Disidratati dal caldo secco, vivendo nelle ostili regioni desertiche, in luridi accampamenti provvisori, alla ricerca della verità e della gloria, i paleontologi sono stati fortunati, perché le testimonianze fossili degli antenati degli esseri umani degli ultimi 4,5 milioni di anni sono tra le migliori mai trovate. Sono talmente chiare, infatti, che perfino i creazionisti ormai accettano i fatti basilari. Tutti concordano nel ritenere che alcuni fossili sono più antichi...