CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

venerdì 16 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (3)

































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La nostra civiltà senza più miracoli (2)

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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (4)














Riprendo a scrivere, nella certezza che queste nostre ‘epistole’ possano esserci di aiuto per meglio comprenderci, ed inoltre, possano offrire la possibilità per quel confronto, per adoperare un linguaggio a te più familiare, ‘terapeutico’ di cui la società ha estremo bisogno, oggetto di un ultimo tuo libro, che fa della ‘depressione’ (‘pre’ e ‘post’ industriale) il calvario su cui l’uomo ‘detto’ evoluto si deve misurare. Un male, mi pare di capire e forse intuire, che poggia le sue salde radici su quella società così ‘evoluta’ e ‘civile’, e di cui, io, adopero (parafrasando Giuliano… ‘buon vino stagionato in otri nuove di sapere’…) un suo specifico aspetto che ne determina il progresso specchio del contesto evolutivo umano che tanto sta cambiando i termini della nostra ‘comunicazione sociale’. Se in meglio o in peggio, questo non sta a me deciderlo, potrei portare a mio sostegno grafici dimostranti, oltre ai grandi cambiamenti climatici, anche simmetricamente, processi ‘involutivi’ che caratterizzano questo nostro ‘essere’ ed ‘appartenere’ alla società, fintanto che, fedeli al proprio credo Gnostico, ci estraniamo da essa, sottraendoci da quei rapporti conflittuali e paradossali che generano quei mali antichi di cui la tua disciplina si occupa.
Ragion per cui, ecco che la tua ‘scienza’ persegue un obiettivo giusto e quasi ‘teologico’ in seno ad un contesto difficile e problematico, nel momento in cui è ‘sdoganata’ da taluni principi che, ‘maestri’ ‘dottori’ e ‘ricercatori’ di una moderna scienza ‘psicologica’ hanno ereditato da un passato stratificato nella nostra comune ‘evoluzione’, passato in cui la ‘possessione’ l’‘ossessione’ (rami dell’albero della schizofrenia) ed altri mali antichi e moderni venivano interpretati e curati con ugual principio ‘teologico’, di chi, convinto di ‘espellere’ il presunto male nell’anima malata, compiva e compie errori parenti di quell’ortodossia scientifica non per nulla dissimile da quella ‘teologia’ che affidava la propria capacità ‘terapeutica’ nella specificità della ‘confessione’ quale sacramento e rimedio adatto a convogliare, in modi e maniere confacenti all’epoca ed alle esigenze spirituali del Tempo, una caratteristica umana cui il nostro passato ‘oracolare’ o ‘sciamanico’ ci ha tramandato una ben specifica tradizione, correggendo ‘doti divine’ imperscrutabili rivelatesi nel saldo terreno del ‘Tempio’ della fede e non solo, per convogliarle nelle paludi dell’assolutismo interpretativo: tristi ricordi nella cultura dell’Eterno colono di questa Terra…., e di cui vado combattendo ormai da tempo i nuovi aspetti moderni ereditati da un passato antico ma non per nulla mutato  (niente e nessuno quale io sono…).




… Ed ugualmente, abdicare alla scienza, parente generazionale di quel Cartesio che considerava la ‘macchina uomo’ quale elemento finale di quella evoluzione cui le parti possono essere ‘studiate’ ‘curate’ e ‘riparate’ (dal microcosmo al macrocosmo della loro appartenenza all’Universo del corpo umano cui è facente parte, un altro micro-macro cosmo ancora in fase di studio che è appunto il cervello umano, con le sue specifiche funzioni che sovrintendono, oltre il corpo, anche quei principi dell’anima talvolta malata che ne caratterizzano le funzioni…) fino ai minimi dettagli del loro sviluppo affidando alla conoscenza ed al sapere delle specifiche conoscenze-connessioni, che sì, imprescindibili, ma impossibili per recuperare gli aspetti soggettivi e oggettivi di una stratificazione ‘culturale’ ed anche ‘sociale’ in cui l’uomo si è formato specchio della Terra nella ‘spirale’ dell’Universo cui affida la sua ‘formazione’.
In pratica, possiamo studiare la foglia malata, il frutto della pianta che presenta dei danni alla genetica che risale alla struttura della sua origine, ma sappiamo che l’intero ‘ecosistema’ si è evoluto in maniera inadeguata alle esigenze dell’uomo; di contro possiamo pensare di modificare il prodotto, che, in origine era biologicamente ‘puro’ con uno derivato e ‘geneticamente modificato’, ma i risultati, se pur nella breve economia favorevoli e i guadagni notevoli, alla lunga presentano dei risvolti inaspettati per l’organismo che ne fa uso, convinto di sfamare e saziare il suo ‘normale’ appetito. Non ci è sufficiente studiare la foglia o l’albero malato, ma rendere compatibile e ‘invariata’ la struttura su cui poggiano le sue ‘secolari’ radici e l’ecosistema con il quale collabora alla nostra comune ‘vita’. Il ‘mutatis-mutandis’ oggetto della nostra conversazione, posta in più ambiti discorsivi quale comune denominatore per un dibattito che non investe solo la ‘pianta malata’, nel momento in cui siamo noi i frutti di quel secolare albero della ‘vita’, è quello di confrontarci con le comuni radici, cui tutti, ‘indistintamente’, apparteniamo, bagaglio dei nostri ‘geni’, i quali se posti in condizioni ‘inverse’ rispetto a quella ‘comune spirale di vita’ da cui deriviamo, tendono a sovrintendere una ‘macchina difficilmente controllabile e certamente non più affidabile se non per quella società Orwelliana così cara a tutti quei dittatori del libero pensiero, i quali hanno anche la grande caratteristica di fraintendere l’originario concetto, così come fu per Darwin ed i suoi principi, abdicati ad un capitalismo malsano che adottò leggi e scoperte per adattarli ad una forma sociale aberrante al servizio del più forte.
In attesa di inserire pagine scelte dai tuoi saggi, ti ripropongo frammenti di alcune pagine che rendono più illuminante questo principio o pensiero, in questo Viaggio che stiamo facendo assieme….




La pace primordiale delle vette di cui solo e per bocca di famosi alpinisti ho riportato le emozioni che suscitano e similmente descrivono in quelle primitive sensazioni, possono farci comprendere le nostre prime visioni oniriche. I nostri primi sogni, i nostri primi pensieri.
Dopo sessanta e più anni di studi nel campo dell’antropologia ci siamo evoluti nella  ricerca fino ai risultati fin qui conseguiti nei vari ambiti, dove fonti di sapere appagano la mia e l’altrui sete. Questa è una condizione imprescindibile per continuare l’evoluzione da cui sono partito nei termini di confronto con più discipline, anzi sperimentare ciò che nessuno prima aveva tentato di fare, porre in essere tutte quelle connessioni che non sono visibili nella logica delle dimensioni accertate. Non è solo un campo circoscritto ad una singola dimensione, ma confrontarsi con più realtà non evidenti ed a cui mi sono ispirato, le stesse che regolano il formarsi della vita nell’Universo.
Un pensiero comune alla matematica dell’universo: una spirale.
Nel contesto dove essa evolve esistono anche tutte quelle dimensioni a noi invisibili che potrebbero essere le reali portatrici di dinamiche che non conosciamo. Ragione per cui, trovare probabili legami là dove apparentemente non ci sono. Anche i sassi parlano, anche loro hanno una lunga storia, così ho scoperto parte della mia che prima mi era sconosciuta o conosciuta solo attraverso un ambito specifico. La citazione di ‘fonti’ è indispensabile, non è solo esercizio di un erudito in cerca di facili elogi, ma al contrario è l’opera corrente di un ricercatore che attraverso la propria voce e quella altrui cerca di ‘affermare’ per (conquistare e…) superare il difficile passo alla mèta. Più volte debbo ripetere tale ‘mea culpa’ non perché amo adularmi o farmi adulare, oppure ripetere o ripetermi nella mia e ‘altrui opera’, ma affinché il mare solcato del ‘sapere’ possa scorgere un faro sicuro come principio di navigazione così che la burrasca non (ci) mi faccia naufragare sugli scogli di singole e monolitiche certezze, ed in ciò penso che l’umiltà debba giocare un ruolo determinante affinché i risultati possano essere conseguiti con serenità, di modo che, l’ignoranza, la superstizione, l’irrazionalità, la calunnia, la falsità, ed anche l’antico dèmone della certezza, limite della ricerca, possano essere sconfitti.
Purtroppo i nostri nemici anche dopo secoli di persecuzione sono questi ed altri personaggi che ancora si aggirano a difesa di inutili interessi e talvolta sfuggono al grande vocabolario della vita, per correre e rincorrere favole antiche.




Gli gnostici avrebbero avuto il merito, secondo Jung, di porre il problema del male e dell’ignoranza come radice del male.
(G. Antonelli, La profonda misura dell’anima)

 Cos’altro significa l’ignoranza, se non un’estraniazione dai concetti ideali che sono propri dell’essenza dell’anima? E la conoscenza non è nient’altro che una ‘anamnesi’, cioè un ritornare alla propria vera essenza, da cui si era allontanata con la sua inclinazione verso l’‘esteriore’.
(C. Steel, Il Sé che cambia)

Ragione per cui, affinare l’ambito della ricerca è il linguaggio nuovo dell’espressione non solo del vero, ma l’‘Odissea’ dell’uomo in tutte le verità nascoste. Cioè, come direbbe Jung, lo scavare come archeologi sempre più a fondo nelle fondamenta della nostra memoria collettiva per arrivare all’origine di quei comportamenti, i quali sono statici nella natura umana. Cioè vengono rilevati costantemente in qualsiasi epoca e socialità. Sono parte imprescindibile del nostro bagaglio genetico con il quale ci troviamo a confrontarci ogni giorno. Compresi tutti i limiti dell’umano che tende a frapporsi fra l’opera discorsiva e analitica, e una  costruzione che poggia le sue fondamenta sull’irrazionale, anche se esso è parte imprescindibile della nostra cultura, ma che va letto o riletto secondo schemi consoni ad interpretazioni che ne svelano i motivi. Se trascuro questo aspetto specifico del problema, ritenendolo superfluo, mi allontano dal nostro orizzonte di conoscenza evidenziando solo i limiti umani. L’uomo  nell’apparenza sembra aver raggiunto un grado di evoluzione notevole, questa è misurata, però, su una scala di valori tecnologici. Nella realtà dei fatti, gli stessi sono adoperati unitamente per conseguire scopi conformi alla sua stessa natura ‘bestiale’, non posso sorprendermi, allora, se forme ‘irrazionali’ di pensiero continuano a prefigurare stati, leggi, istituzioni, religioni, che muovono masse a guerre che credevamo appartenute alla storia. Il grado di evoluzione può misurarsi su altri valori, i quali appaiono solo in maniera graduale.




L’evoluzione non è l’occhio satellitare o la bomba intelligente, quelle esistevano già millenni fa, perché sempre facenti parte della natura umana, sviluppata nel contesto ‘intelligenza’. Senza la vita non avremmo l’intelligenza, oppure, al contrario, la vita manifesta il limite di ciò che erroneamente pensiamo illimitato attraverso la facoltà dell’intelletto, facoltà che conferisce l’arroganza della superiorità su ogni essere animato e non; il grado della sua misura è quindi la specifica capacità dei risultati conseguiti in termini collettivi (organizzazione sociale). Adotto due esempi: se da un lato è appurata la capacità della medicina di allungare la vita media, rispetto alla stessa di tre secoli fa, il suo valore è inteso nullo nel momento in cui nell’arco di un anno in paesi del terzo mondo abbiamo un numero di decessi raddoppiato rispetto all’anno prima. Così è per la guerra. Anche se presunti valori identificati con il bene debbono confrontarsi con il suo opposto, le divergenti visioni della realtà portano un numero di morti che non allunga di certo i valori della vita media di un individuo. Perché se noi sommiamo il numero dei bambini e donne deceduti per denutrizione, aids e guerre, a quelli per calamità naturali, sottraendoli poi, a coloro che in buona salute riescono a raggiungere una vita di 80 anni, avremmo nella configurazione del grafico attestante l’andamento della vita media, un risultato non diverso da quello che lo stesso poteva rilevare all’epoca dell’antico Impero Romano. E’ proprio l’utilizzo corretto della ‘tecnica’ riflessa nei sistemi di ricerca della vita e dell’uomo che può preservarci dalla stessa natura da cui siamo nati per nulla dissimile da una paurosa calamità batterica a cui sembriamo destinati e farvi ritorno, per apportare una nuova complessità non conforme con le leggi della vita.

Disidratati dal caldo secco, vivendo nelle ostili regioni desertiche, in luridi accampamenti provvisori, alla ricerca della verità e della gloria, i paleontologi sono stati fortunati, perché le testimonianze fossili degli antenati degli esseri umani degli ultimi 4,5 milioni di anni sono tra le migliori mai trovate. Sono talmente chiare, infatti, che perfino i creazionisti ormai accettano i fatti basilari. Tutti concordano nel ritenere che alcuni fossili sono più antichi...



















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