giuliano

giuliano
IL TOMO

giovedì 29 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (10)



















Precedente capitolo:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (9)

Prosegue in:

I nostri primi sogni i nostri primi pensieri (11)













Con le mani unte e il ventre pieno, ci ritroviamo sotto le tende; i primus fanno le fusa; le pipe sono accese. Mentre si pulisce i denti, uno racconta una storia; il mio vicino, bocconi sul suo sacco, rutta e vomita; ha le labbra ancora ricoperte di rimasugli di grasso. L’indomani uno dei cacciatori che, come tutti gli Esquimesi, sogna molto, mi racconta più o meno questo: “Ho visto questa notte una larga sala chiara, completamente ghiacciata, donne che andavano e venivano con delle specie di calze che aderivano alla pelle. Al mio passaggio fanno un leggero cenno di saluto con la testa, accompagnato da un sorriso. Estasiato, le guardo passare una ad una davanti a me. Al momento in cui una di loro, tendendo le braccia, sembra invitarmi a seguirla, una voce tonante mi chiama:
- ‘Esquimese! Ah! ah! ah! ah!….
sempre con le mani in tasca.
- Esquimese, Ah! ah! ah!…come puzzi.
- Non sai cos’è questo… Come, non lo sai? E’ il grande spaccio Qraslunaq…. Estremamente importante; niente a che vedere con l’emporio di Siorapaluk. Boutiken-Kasik! Un piccolissimo spaccio da niente… Qui, ma guardati intorno’.
Le donne, in grembiule bianco come le infermiere dell’ospedale di Thule, stanno appoggiate con i gomiti su tavoli puliti. Tutto è ricco e brillante… Cose appese e ammucchiate da tutte le parti.
- Ne vuoi?
Mi offre la voce…. Tendo gioiosamente le braccia per ricevere le scatole di conserva:
- Grazie, dico a una…
- Molte grazie, dico a quest’altra…
- E’ molto gentile da parte vostra…
Confuso guadagno l’uscita. Dietro i me ridacchiano, mi volto e improvvisamente le scatole vengono giù; ce ne sono da tutte le parti…. Ne sono coperto…. Le infermiere mi segnano a dito con mille risatelle!…. I ho tre occhi e enormi orecchie di lepre. Il sangue scorre da una profonda ferita alla mano destra. Non ho più le gambe; Esquimese grottesco, un Esquimese infermo, Esquimese kiffak, è finita. Pignartoq tamaq!”.

(J. Malaurie, Gli ultimi re di Thule)




Per l'ipotesi da noi fatta che l'Atlantico rappresenti una spaccatura, i cui bordi si trovavano un tempo riuniti, è necessario un severo controllo, quale è dato da un confronto della struttura geologica delle due parti. Ci si può infatti attendere di trovare in ognuna di esse alcune pieghe ed altre formazioni anteriori alla rottura, cioè che le loro estremità siano disposte dalle due parti dell'oceano in modo da apparire nella ricostruzione l'una come un prolungamento immediato dell'altra. Dato che questa ricostruzione segue le linee obbligate dei bordi dei continenti e non permette un adattamento alle ipotesi, abbiamo qui un criterio del tutto indipendente e molto importante per giudicare l'esattezza della teoria della deriva dei continenti. La spaccatura atlantica presenta la maggiore ampiezza nel sud, ove si produsse da principio e ove ammonta a 6220 Km. Tra il Capo San Rocco e il Camerun vi sono solo 4880 Km, tra la Nuova Zelanda e l'Inghilterra 2410, tra Scoresbysund e Hammerfest 1300, e tra la Groenlandia nord-orientale e lo Spitzberg 300 Km circa.
Sembra che la frattura si sia verificata in tempi molto recenti.
Cominciamo dal sud.
Molto al sud nell'Africa in direzione da est ad ovest si trova un gruppo di catene a pieghe, che risalgano al Permiano (monti Zwarten). Nella ricostruzione, il prolungamento di questa catena verso ovest va a colpire la parte a sud di Buenos Aires, che non presenta sulla carta alcun rilievo. Ora è molto interessante il fatto che Keidel nelle Sierre che si trovano in questa località, specialmente in quelle del sud fortemente corrugate, ha riconosciuto che per la loro struttura, per la successione delle rocce e per i fossili che contengono, non solo sono del tutto simili alle pre-Cordigliere delle province San Juan e Mendoza, che terminano alle Ande, ma soprattutto ai monti del Capo.
Nelle Sierre della provincia di Buenos Aires, specialmente nel tratto sud, noi troviamo un succedersi di strati molto simile a quello delle montagne del Capo. Una grande concordanza sembra esserci per lo meno in tre strati: nello strato inferiore di arenarie, formatosi per fenomeni di trasgressione nell'eo-Devoniano, negli scisti ricchi di fossili, che rappresentano il massimo di questa trasgressione, e in una forma caratteristica più recente, i conglomerati glaciali del Paleozoico superiore.... Sia i sedimenti della trasgressione devonica che il conglomerato glaciale sono fortemente ripiegati come le catene del Capo; e in ambedue i casi la direzione del movimento è volta verso nord. Ciò sta a dimostrare che qui si tratta di un antico piegamento di grande estensione, che attraversa la punta dell'Africa, passa per l' America meridionale a sud di Buenos Aires e quindi, piegando verso nord, va a raggiungere le Ande. Oggi i resti di questo piegamento sono separati da un oceano della larghezza di oltre 6000 Km.
Nella nostra ricostruzione, che non si presta ad alcun adattamento, le singole parti coincidono esattamente: le distanze del Capo San Rocco o dal Camerun sono uguali. Questa prova dell'esattezza della nostra ricostruzione è molto significativa e qui torna il paragone delle due metà di una carta da visita lacerata in segno di riconoscimento. E la concordanza è pregiudicata assai poco dal fatto che la catena del sud-Africa, raggiungendo la costa, si dirama verso nord nella catena dei monti Cedar, in quanto questo ramo, che poi si perde presto, ha i caratteri di una deviazione locale, che può essere dovuta a una qualche discontinuità prodottasi nel punto di una frattura successiva.
Diramazioni analoghe si osservano in misura ancora superiore in Europa nelle catene del Carbonifero e nel Terziario, e non per questo si trova qui un impedimento nel ragruppare queste pieghe in un sistema unico e nell'attribuirle ad un'unica causa. Anche se il piegamento africano si è protratto fino ai tempi più recenti, come hanno dimostrato studi ulteriori, non è il caso di parlare di epoche diverse. Ma questo prolungamento dei monti del Capo nelle Sierre di Buenos Aires non è la sola conferma che ricevano le nostre idee; molte altre prove si ritrovano lungo le coste dell'Atlantico. Anche ad un esame superficiale il grandioso tavolato di gneiss dell'Africa mostra grande somiglianza con quello del Brasile. E che questa somiglianza non si limiti solo ai caratteri generali è dimostrato sia dalla presenza delle rocce eruttive e dei sedimenti, sia dalle antiche direzione delle pieghe.

(Alfred Wegener, La formazione dei Continenti e degli Oceani)




Ora tornando sui miei passi, come spesso faccio per rendere il viaggio coerente nel suo insieme vado a quanto detto circa Pasteur, probabilmente inizio a scorgere dietro le spalle vette imbiancate di monti, e da lontano sembra apparirmi quel disteso e immenso mare calmo piatto e denso. Torno a quel concetto di chiralità  espresso all’inizio dello scritto. A proposito delle molecole.

I chimici chiamano emantioneri levogiri e destrogiri le molecole che sono immagini speculari l’una dell’altra. Questa simbologia è un retaggio degli studi di Pasteur sulla rotazione polarizzata. Forme enantioneriche si trovano in molte sostanze organiche e inorganiche e in quasi tutte le molecole fondamentali per lo sviluppo della vita: in particolare sono enantioneri le proteine, che sono responsabili della struttura e della regolazione chimica delle cellule viventi, e il DNA, la molecola depositaria dell’informazione genetica.

(Simmetria e realtà,  Le Scienze Quaderni) 
 
Una inevitabile per quanto importante domanda che formulo nella cartina di questa non facile geografia…:  ‘l’asimmetria ebbe origine prima o dopo la comparsa della vita primitiva della ‘prima cellula?’.
Alcuni ricercatori  sostengono che l’asimmetria chirale debba essersi originata non prima, ma dopo la comparsa della ‘prima cellula’. Le risposte alle questioni tutt’ora in sospeso sulla chiralità dei viventi dovranno attendere ulteriori chiarimenti dalla biologia dello sviluppo e dell’evoluzione.

In fasi prima istintive, poi coscienti, ho definito con chiarezza questa prima immagine di vita  nell’attimo della visione. I gradi di associazione richiedono più livelli di connessione, per comprendere il tipo di sentiero o via che sto percorrendo per la non facile cima ‘evolutiva’ che ci conduce a quell’ ‘Anima Mundi’ ove l’Uno si è sviluppato nella progressiva spirale della vita specchio di ugual forma in ogni essere vivente. Una analisi comparativa delle successive fasi al ‘primo istante’ (ove la geologia della Terra rispecchia quanto appena detto…), mi porta ad una fase introspettiva e non solo, che può spiegare e permettere le successive ipotesi evolutive fin qui valutate solo sperimentalmente, un po’ come ebbe modo di appurare e definire quel Carl Strehlow, di cui abbiamo già accennato.
Cosa centrano fattori apparentemente differenti tra loro come quelli fin qui citati. Tutte queste lingue sfrecciano creando a loro volta quelle spirali di cui ho accennato all’inizio dello scritto differenziandone di due tipi; portano, come vedremo ad un unico intento e parlano una sola lingua. Io cercherò di superare ed andare oltre quell’Uno, e dimostrare che ciò che appare nella sostanza e nella forma, è il frutto di una verità fisica occultata da una grande bugia storica, vestita da una interpretazione consequenziale degli eventi mitologici - antropologici, legati all’uomo e alle sue credenze evolute nei secoli, fino a prendere forma in unica o triplice essenza teologica, a cui ci dissetiamo di fronte all’apparente irrazionalità o mistero della vita.
La verità non ci appare ai nostri occhi chiara come qualcuno la vorrebbe raccontare. In realtà essa quasi sempre è nascosta a beneficio di altro che certamente non risiede nella razionalità, nell’intelletto, nella scienza, nell’opinione, nella sensazione, e neanche nel ragionamento che deve percorrere indistintamente queste fasi logiche.
Per condurci alla conoscenza.
L’irrazionalità, di contro, parente stretta del concetto di limite, può portarci ad una falsa conclusione, ed affrettata, aggiungerei, poiché l’albero della conoscenza  implica una infinita ramificazione di intenti, là dove si estende la vita e la relativa estensione del suo concetto. Non collegare il frutto con la terra che lo ha generato, il tipo di terreno che rende fertile la pianta, e l’acqua quale nutrimento fondamentale, riducono la visione dello stesso o della stessa, ad una percezione formale della realtà, realtà poi con tutti i suoi problemi (dei quali io ne ho enunciato uno, ‘depressione’). La quale ci riconduce erroneamente ad un simbolismo astratto per la sua comprensione. Un simbolo che mi astengo a ritenere falso, in quanto appartiene ad un grado di coscienza dell’uomo che è comune, come la radice ed il frutto dell’albero appartengono alla loro natura; e come già abbiamo visto comune denominatore di tutte le culture nelle costanti mitologiche che le caratterizzano.
Una natura, come vedremo in seguito, irrimediabilmente minacciata dal male. Un male interiore, di cui per esorcizzare la potente e demoniaca natura di appartenenza tentiamo di curare con il ricordo del male stesso che l’uomo riesce giornalmente a compiere sul prossimo. Non bastano croci, saggi, predicatori, moschee e molto altro ancora, per sconfiggere la nostra natura particolare, aggiungerei io. In quanto, da questo punto di vista, ci differenziamo notevolmente dagli animali da cui deriviamo non solo per il grado della nostra intelligenza, ma anche per come essa riesce a porci in una condizione al di sotto degli animali stessi.

(Fotografie di M. Schlegel)

(Prosegue....)

















Nessun commento:

Posta un commento