giuliano

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IL TOMO

sabato 17 gennaio 2015

I NOSTRI PRIMI SOGNI I NOSTRI PRIMI PENSIERI (5)

















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I nostri primi sogni i nostri primi pensieri.... (4)

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Una roccia che si trova nell’emisfero nord e che possiede una magnetizzazione rimanente che punta verso il nord magnetico attuale e verso il basso è caratterizzata da una magnetizzazione normale, al contrario, se la magnetizzazione punta verso il sud attuale e verso l’alto, la roccia sarà caratterizzata da una magnetizzazione inversa o polarità magnetica inversa. Il legame che si delinea fra tragitti d’inversione, il flusso fluido nel nucleo esterno terrestre e la temperatura nel mantello lascia presagire una possibile correlazione tra processi del nucleo e quelli della litosfera.
(F. C. Wezel, Compulsare gli archivi storici della Terra)

 Ora analizziamo una disciplina parallela alla precedente, forse meno accreditata, ma sicuramente presente nella storia passata in maniera ricorrente. Anche se, come spesso succede, non si ha reale cognizione nel rapportarla nella giusta universalità che gli appartiene. Io la introduco, perché, per associazione culturale quando penso alla stratigrafia geologica, rimando le mie ‘intuizioni’ mentali anche a questo strato di verità poco conosciuta e percepita.

La radioestesia è la capacità di misurare le energie sottili, spiegabile anche come concetto di energia vitale. I primi personaggi a fare riferimento, fuori dal contesto specifico di singole mitologie, sono filosofi come Aristotele, Eraclito, Talete,  Anassimandro, Empedocle (nella stratigrafia dell’epoca specifica di appartenenza). Possiamo concepire che elettricità e magnetismo, così come altre forme di energia riconosciute, siano forme di espressione di energia vitale, una forza naturale vitale che in ultima analisi è ciò che noi definiamo totalità di una visione complessiva dell’universo. I popoli preistorici pensavano che l’energia vitale dipendesse fortemente dal rapporto con gli elementi della natura, secondo la specie dei loro effetti, degli dei o demoni, i quali avevano un grande significato. Abbiamo un elenco lungo di popoli che lasciarono una documentazione scientifica sulla energia vitale, ma traccia di essa la possiamo riscontrare anche in singole mitologie. Quindi la specifica attinenza di questa disciplina, piuttosto antica, è la capacità di misurare le energie sottili, energie chiamate in causa anche in specifici campi della geobiologia. Nella vita di tutti i giorni siamo esposti con vari campi di energia, dalla meccanica alla nucleare passando per quella elettrica, eolica termica. Tutte energie quantificabili e misurabili. Al contrario questa energia sottile non è rilevabile.
(Breve sunto di pagina web)




Che attinenza riscontriamo fra queste due materie? Come rapportare la specifica simmetria appartenente al campo dei loro studi nella logica disquisizione a proposito di un aspetto propriamente negativo o demoniaco dell’uomo, evidenziato in ‘maschi bestiali’?
Un filo di congiunzione c’è, anche se impercettibile, sottile appunto, ed apparentemente invisibile. Ho precedentemente detto la volontà di cercare quel punto non direzionale fuori dall’‘irreversibilità del tempo’, estraneo alle tendenze della vita, come condizione materiale. Ebbene nell’aspetto dell’Universo incarnato successivamente nella manifestazione della Terra sua figlia, abbiamo individuato energie imprescindibili a cui essa (la vita) sottostà. Con il confronto di due possibili concezioni di essa, una incline al moto più o meno infinito della spirale, da cui sono partito, l’altra ad una evoluzione non direttamente connessa con i principi primi e fondamentali della vita stessa. Ho anche evidenziato precedentemente come il ‘moto’ umano spesso non coincida con la progressiva ‘intelligenza’ non vista ma di cui godiamo il perfetto sviluppo di un disegno cui percepiamo le forme esteriori, ‘apparenze di altri mondi’. Delineo due vie, e con esse le fratture, non disgiungendo argomentazioni che mi riconducono nell’ambito di connessioni in cui taluni eventi, che rilevo volta per volta, si evidenziano nella loro apparente non uniformità.

Tra migliaia di anni, quando del passato si potranno scorgere solo le linee principali, le nostre guerre e le nostre rivoluzioni avranno ben poca importanza, se ancora se ne serberà memoria; ma della macchina a vapore, e di tutte le invenzioni che ne sono seguite, si continuerà a parlare forse come oggi parliamo del bronzo o della pietra levigata; servirà a definire un’ epoca. Se potessimo spogliarci di ogni orgoglio, se, per definire la nostra specie, ci attenessimo rigorosamente a ciò che la storia e la preistoria ci presentano come la caratteristica costante dell’uomo e dell’intelligenza, forse non diremmo ‘Homo sapiens’, ma ‘Homo faber’. In definitiva, l’intelligenza, considerata per quello che sembra essere il suo momento originario, è la facoltà di fabbricare oggetti artificiali e in particolare utensili atti a produrre altri utensili, e di variarne indefinitamente la fabbricazione. Ora, non è forse vero che anche un animale non dotato di intelligenza possiede tuttavia utensili e macchine? Sì, certamente; ma in questo caso lo strumento fa parte del corpo che lo utilizza. E in corrispondenza di questo strumento c’è un istinto che sa servirsene. Certo non tutti gli istinti consistono nella facoltà naturale di utilizzare un meccanismo innato. Molto spesso si è fatto notare che la maggior parte degli istinti sono il prolungamento, o meglio il compimento della stessa attività organica. Dove comincia l’attività dell’istinto? Dove finisce quella della natura? Non si sa.  Nella metamorfosi della larva in ninfa e in insetto perfetto metamorfosi che spesso richiedono, da parte della larva, movimenti appropriati e una specie di iniziativa. Così, considerando soltanto i casi limite in cui si assiste alla completa affermazione dell’intelligenza e dell’istinto, emerge una differenza essenziale: l’istinto compiuto è una facoltà di utilizzare e anche di costruire strumenti organici; l’intelligenza compiuta è la facoltà di fabbricare e usare strumenti inorganici. I vantaggi e gli inconvenienti di queste due forme di attività saltano agli occhi. L’istinto trova a portata di mano lo strumento adeguato  che si fabbrica e si ripara da sé, che presenta, come tutte le opere della natura, un’infinita complessità di particolari e una meravigliosa semplicità di funzionamento  esegue immediatamente, al momento giusto, senza difficoltà e con una perfezione spesso ammirevole quanto gli è richiesto. Per contro, conserva una struttura pressoché invariabile, in quanto modificarlo implicherebbe modificare la specie. L’istinto è dunque necessariamente specializzato, non essendo altro che l’utilizzazione di un determinato strumento per un determinato fine. Lo strumento fabbricato dall’intelligenza è invece uno strumento imperfetto, ottenuto solo a prezzo di uno sforzo, e quasi sempre difficile da maneggiare. Ma essendo fatto di materia inorganica, può assumere una qualsiasi forma, servire a qualsiasi uso, eliminare ogni nuova difficoltà che si presenti all’essere vivente e conferirgli una quantità illimitata di poteri. E’ meno efficace dello strumento naturale nel soddisfare i bisogni immediati, ma lo è di più quando, e nella misura in cui, il bisogno è meno urgente. E soprattutto reagisce sulla natura dell’essere che lo ha fabbricato perché chiamandolo a esercitare una funzione nuova, gli conferisce per così dire, una dimensione organica più ricca, essendo appunto un organo artificiale che prolunga l’organismo naturale. Per ogni bisogno che soddisfa, crea un bisogno nuovo; e invece di chiudere, come l’istinto, il cerchio d’azione in cui l’animale si muoverà automaticamente, apre a questa attività un campo illimitato, spingendola sempre più lontano e rendendola sempre più libera. ISTINTO E INTELLIGENZA RAPPRESENTANO DUNQUE DUE SOLUZIONI, DIVERGENTI E UGUALMENTE ELEGANTI, DI UN SOLO E IDENTICO PROBLEMA.
(H. Bergson, L’evoluzione creatrice)




Non (apparentemente) compatibili con il dispiegarsi della spirale e conseguente evoluzione da cui sono partito, fino agli eccessi di una probabile ‘intelligenza’ e conseguente divergenza in seno al contesto della vita. Intelligenza che muta istinti e miti, in un crescendo che culmina nell’avvento della rivoluzione industriale del 1750 circa. Queste due differenti visioni della vita e conseguenti  mitologie che ne scaturiscono come portatrici di nuovi messaggi e simboli, creano uno terremoto di dorsali che si scontrano tra loro. Sono fonte e concetto di confronto con la soluzione in un pensiero terminale, dove il pensiero termina e diviene guerra. Condizione sempre esistita nella dinamica sociale umana, ma oggi incarnata in diverse dimensioni nel momento in cui si vuole mantenere integri i privilegi che l’intelligenza diversifica. Diversifica questa specifica e innata condizione dell’uomo nelle differenti ramificazioni tecnologiche quali apparenti risultati evolutivi. Benefici apparenti, appunto, che lo differenziano dall’animale suo simile (come abbiamo visto in Plutarco). Intensificando il concetto di guerra frazionandolo poi in altra veste. Tutte convergenti con una singola soluzione, violenta, atta a mantenere consolidate determinate prerogative non confacenti con gli elementi fondamentali della vita stessa. Fondamentale è la condizione di come ci dovremmo rapportare con l’ambiente circostante, di cui il primitivo nella ‘bestiale’ condizione apparente, e nella sua visione mitologica ‘povera di mondo’, conserva quella specifica appartenenza ad esso ed concreta dipendenza. Mutando ciò che non deve essere mutato, si intacca il mito stesso, la Creazione. La Creazione diventa sacrificio, assassinio, crocefisso, esilio, e molti altri nomi diversi. La fine è inesorabile per tutti (i pochi  - cioè - che vivono la vita entro il moto originario).
Nel capitolo precedente, il destino della fine di un popolo che adorava il serpente piumato Quetzalcoatl si profila attraverso l’errata interpretazione di una mitologia, errata nella realtà civilizzatrice e conquistatrice di un popolo che mutò il mito e se ne servì per annientare per mano di Cortés e delle sue soldatesche iberiche, l’impero  maya ed azteco. La visione civilizzatrice e colonizzatrice con una visione dei fatti rispondente alla realtà storica di allora non dissimile da quella attuale con il suo messaggio cristiano ne ha sancito la definitiva scomparsa. In realtà conosciamo in quella civiltà una raffinata percezione della realtà di cui conserviamo tesoro.  Il mito diventa oggetto di controversia attraverso la nascita dello stesso in seno alla cultura di un popolo. A secondo della potenza sull’immaginario dell’inconscio collettivo corrispondente ai desideri, sogni, ricchezze, di una società. La misura di questi fattori mitologici determinano il grado di partecipazione a determinate ‘violenze’, che giustificano la sopravvivenza del mito, talvolta esse possono essere anche pacifiche, ma della stessa natura di quelle che consacrarono Cortés quale colonizzatore ed estirpatore di immensi tesori.
Secondo la presenza di questi (miti), nell’irrazionalità o razionalità di una società si può misurare il grado o la capacità di ‘fuoco’ che un gruppo sociale può disporre e al contrario subire. A mio avviso, non sono solo motivazioni di ordine economico a dettare le condizioni per una guerra, ma subentrano queste appena dette (potenza del mito), nel momento in cui una società deve condividere determinate scelte le quali hanno una prerogativa primaria sulle altre, in quanto debbono mantenere integri i miti cui poggiano i loro valori, da cui dipendono poi quelli di natura economica. Ed a proposito di essi……




Si possono citare per tutte le suggestioni avanzate da uno studioso di semiotica del folklore come Pierre Maranda, il quale basa il suddetto parallelismo sull’ipotesi che al di là delle apparenze, la moderna cultura di massa non faccia che rappresentare sotto nuova veste le stesse configurazioni semantiche affermatesi in ambito mitologico.  D’altro lato, in una società che ha scelto come suo metro quello del ‘futuro’ piuttosto che quello del ‘passato’, e in cui dunque anche la verità di una teoria scientifica viene più spesso misurata sulla sua capacità di predire il futuro anziché sulla sua conformità con gli eventi passati, il futuro tende ad essere investito da quella carica di fede che i preletterati ripongono nella verità delle loro narrazioni mitologiche. Per non uscire dall’argomento affrontato, basterà ricordare gli sforzi goffi e pedanteschi con i quali moltissimi autori di fantascienza hanno cercato e spesso inutilmente, di assicurare la verosimiglianza delle loro invenzioni,trasformando l’immaginario in anticipazione, legando il frutto della propria attività fantastica e dei segni che sarebbero presenti nel mondo reale, a delle ipotesi teoriche che potrebbero preannunciare, a delle invenzioni tecnologiche che potrebbero preludere, a degli eventi che potrebbero premonire. Tale operazione, in effetti, è ancora una volta tipica del mondo mitico.
(G. Ferraro, Il linguaggio del mito)

Per concludere il capitolo riporto un esempio storico a me caro per i concetti sopra espressi, che appare fonte e specchio per le valutazioni interdisciplinare della conoscenza e il mito, domandandoci - dove - la strada avrebbe condotto se evoluta in diversa direzione, e - chi - nel panorama culturale successivo ha incarnato l’apostasia dell’imperatore, e con essa tutte le ‘apparenti eresie’.
Cosa abbiamo imparato dalla breve ma intensa storia di Giuliano l’apostata? 
Lo scontro fra due diverse concezioni ed interpretazioni di un unico mito nel quale il filosofo ne aveva analizzato.....

(Fotografie di Robert and Shana ParkeHarrison)

(Prosegue....)














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