giuliano

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IL TOMO

mercoledì 20 novembre 2019

CENNI STORICI (6)




















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Il 4 ottobre 1946 Tago Mina, curatore del Museo Copto del Cairo, acquistò, con poca spesa, per il Museo uno scripto copto (oggi è il Cod. III); lo fece osservare da due studiosi francesi (F. Daumas e H. Corbin) che non ne compresero gran che, ma uno di essi ne parlò, a Parigi, con A. Guillaumont. Nell’ottobre dell’anno seguente T. Mina ricevette la visita di J. Doresse giunto in quei giorni dalla Francia, estrasse da un cassetto lo scritto copto e lo pose sotto gli occhi del visitatore domandandogli se era capace a identificarne il contenuto: i caratteri erano molto chiari, la disposizione elegante, Jean Doresse lesse, quasi incredulo:

‘Libro sacro degli Egiziani sul grande Spirito invisibile…’;

scorse altre pagine e lesse:

‘Il libro segreto di Giovanni…’;




proseguì imbattendosi in due testi quasi identici: la lettera di ‘Eugnosto, il beato…’ e ‘Sophia Jesu Christi’.

Fu così il primo studioso a scoprire un manoscritto gnostico di Nag Hammadi. Tra i primi a essere posti al corrente furono tre personalità di fama mondiale: il canonico É. Drioton, il prof. H.-Ch. Puech, W. C. Till. Quest’ultimo stava preparando l’edizione di un codice copto del Museo di Berlino.

Qual era la provenienza del codice in mano a T. Mina?




Le voci correnti indirizzavano in una regione a nord di Luxor, ma si diceva pure che a corto di materiale più adatto, nella famiglia dell’ignoto scopritore più volte si accese il fuoco con fogli sparsi di altri codici papiracei.

Era vero, oppure si trattava di una diabolica trovata di antiquari per sollecitare il mercato e far salire il prezzo di altri codici?

Nel giro di pochi giorni, gli antiquari, onnipresenti, ne sapevano già più del solerte T. Mina. E fu ancora il Doresse che, nello stesso anno, ebbe la prova tangibile di altri papiri provenienti dall’identica fonte.




Individuato il luogo della scoperta, sorsero spontanee due domande: quando furono nascosti e quali ne potevano essere state le ragioni, tanto più che colui, o coloro, che li nascose agì con molta cura.

La risposta alla prima domanda risultò la meno difficile.

L’esame attento del materiale usato per rendere più solida la parte interna della rilegatura in cuoio dei codici in più casi è costituita da lettere private, nelle quali sono leggibili nomi di luoghi e di persone, ricevute di merci, e spesso è possibile controllarne la datazione che varia dal 330 al 340; lo scarto di qualche studioso non è rilevante.

Per rispondere alla seconda domanda il discorso è alquanto più lungo.




Un nascondiglio così anonimo e accurato, i codici così straordinariamente eleganti, le rilegature intatte e le pagine pressoché intatte (ove non sono intervenute cause posteriori al ritrovamento alle quali, più che al tempo, sono attribuiti i maggiori guasti) sono argomenti che attestano come i proprietari non avevano alcuna intenzione di distruggere questi scritti, ma volevano conservarli né più né meno di come fecero gli Esseni di Qumran.




Leggiamo nel libro di Geremia (32, 14):

‘Prendi il contratto di compra, quello sigillato e quello aperto, e ponili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo’.

Quando, invece, il re volle distruggere gli scritti del Profeta, ne tagliava le pagine e le gettava nel fuoco (Ger., 36, 23). E, più o meno, questa è stata la prassi in tutti i secoli.




Nell’anno 367 il patriarca di Alessandria, Atanasio, inviò la XXXIX ‘lettera festale’ che si è potuta ricostituire quasi integralmente (da vari frammenti greci, siriaci, copti) e il cui interesse è universalmente  riconosciuto: elenca i libri canonici del Nuovo Testamento, quelli dell’Antico Testamento, tra i deuterocanonici inserisce la Didache e il Pastore di Erma giudicandoli validi per i neofiti; si scaglia duramente contro i libri ‘eretici’ per avere essi introdotto e diffuso opere spurie come divinamente ispirate.




La lettera fu tradotta dal greco in lingua copta da Teodoro, coadiutore e assistente di Orsieri successore di san Pacomio (che verso il 320 fondò il grande coenobium, o monastero, di Tabennesi ove era capo Teodoro, morto poi nel 368); la lettera fu diffusa in tutti i monasteri.

È ben nota la stretta relazione di Atanasio con questi monasteri nonché la sua strenua lotta in difesa della ortodossia. Libri sedicenti antichi che circolavano sotto il nome di apostoli li troviamo proprio nella biblioteca di Nag Hammadi; questa stessa situazione è attestata dalla vita di Pacomio (morto nel 346) ove è pure narrato che certi ‘filosofi’ vennero dalla vicina città di Akhmin per interrogarlo circa l’interpretazione delle Scritture sacre (impegno, questo, che come si è già visto, e ancor apparirà appresso, era preminente tra gli gnostici); anche nella Vita di Antonio (morto nel 357), scritta da Atanasio intorno al 355, nei ce. 72-78 si parla ancora di ‘filosofi’ andati a interrogare il santo solitario.




Ci troviamo dunque nella stessa regione, sostanzialmente, di fronte agli stessi problemi e nello stesso periodo: gli anni nei quali dilagano, specie nelle città, le campagne contro gli ‘eretici’ dirette dai rappresentanti della Grande Chiesa, i vescovi e i capi di comunità a loro legati; sono anche gli anni nei quali è illecito e reato il possesso di libri non conformi a quelli ufficiali della «ortodossia.

Gli anni nei quali la religione cristiana diventa di Stato e i suoi rappresentanti ufficiali perseguitano gli ‘eretici’, e i loro libri vengono bruciati e distrutti.

Una comunità cristiana di gnostici nella regione ove dominava sempre più il monachesimo, sotto l’energica protezione di Atanasio, nascose con cura i suoi libri riponendoli in quella giara dalla quale furono estratti quasi 2000 anni dopo?




Pare una conclusione ragionevole, almeno come ipotesi di lavoro.

Il quesito cronologico più problematico e discusso di questi manoscritti è costituito dalla datazione degli originali greci: tutti, infatti, sono versioni dal greco in copto. Alcuni tra i più antichi possono datare, pressoché certamente, tra il 120 e il 140. Al di là di quanto si vedrà, non si può dimenticare che Ireneo di Lione, scrivendo intorno al 180, si duole che scritti gnostici abbiano già ampia diffusione nell’Asia Minore, in Grecia, in Gallia e a Roma, cioè in tutte le regioni da lui conosciute (Adv.haer., Ili, n, 9).

Additare quali siano i più antichi e preparare una lista cronologica è quanto mai ipotetico (se non in rarissimi casi); perciò è meglio, e doveroso, evitare ogni generalizzazione a proposito dell’originale greco, e ricercare piuttosto una qualche cronologia della versione in uno o l’altro dei due dialetti - sahidico e bohairico - della lingua copta; e anche questo soltanto dopo un attento esame lessicale e sintattico di singoli testi.




Organizzati da James M. Robinson, nel 1966 iniziarono campagne di scavi e ricerche approfondite in tutta la regione della scoperta; ma, per motivazioni impreviste, dovettero venire sospese. La ripresa ebbe luogo nel 1975 e proseguì fino al 1978 (almeno per quello che qui ci interessa), con l’organizzazione del Robinson e la direzione di Torgny Sàve-Sòderberg e, in sua assenza, di Bastian Van Elderen, con l’assistenza del Dr. Labib Habachi, decano degli archeologi egiziani.

La prima campagna si limitò al Jabal al-Tarif e alle sue numerose grotte ove - a giudicare da resti di iscrizioni e da monete - si constatò che qualcuna delle grotte minori fu abitata da anacoreti cristiani; ma non si scoprirono indizi di costruzioni.

La seconda campagna (nel 1976) si accentrò sul luogo della basilica di san Pacomio, a Pabau nei pressi immediati di Chenoboskion; al di sotto delle rovine, fu accertata una piccola chiesa e al di sotto di questa un ampio deposito di giare; in uno strato inferiore apparvero tracce di un complesso edificio diviso in varie parti.




Le altre campagne limitate ancora al suolo della basilica e alle vicinanze confermarono l’esistenza, nel I secolo, di una colonia romana, e la straordinaria importanza del sito nei primi secoli del Cristianesimo. Si possono addurre ancora altre costatazioni.

È noto che nelle vicinanze della vicina Akhmin fu scoperto (nel 1886-87) il Vangelo e dell’Apocalisse di Pietro; dei codici Askewianus e Brucianus tuttora si ignora la precisa provenienza, così pure dei famosi papiri Bodmer. Le campagne di scavi confermarono, per questi ultimi, la congettura di alcuni studiosi, cioè la loro provenienza da questa regione.

‘Dalle (campagne) di scavi del 1976-78’

…scrive B. Van Elderen,

‘si ricavò un’ulteriore prova a proposito della provenienza della massa dei papiri Bodmer che finora era ignota; essa conferma la precedente congettura che anche questa collezione provenga dalle vicinanze del Jabal al-Tariff e Waw Qibli (=Pabau). In tal modo tre grandi indicazioni del Cristianesimo primitivo in Egitto sono localizzate nelle vicinanze di Nag Hammadi: i codici gnostici, i papiri Bodmer, e il movimento monastico di Pacomio’.













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