CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 4 giugno 2024

IL DIGIUNO (del poeta)











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& Compagnie 


acrobatiche




  


BRAGANZA: Confesso che hai ragione, Scipione, fratello mio, e che sei più saggio di quanto credessi. Da ciò che hai detto mi induco a pensare e a credere che tutto quello che fin qua ci è intervenuto, e quel che ora ci accade, sia un sogno, e che in realtà noi siamo cani. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a godere questo bene della favella che ora possediamo e l’immenso privilegio di avere ragione umana, per tutto il tempo che ci sarà possibile. E perciò non ti seccare se ti racconto quel che mi accadde con gli zingari che mi avevano nascosto nella grotta. 

 

SCIPIONE: T’ascolto ben volentieri, anche per esser sicuro che tu ascolterai me quando ti racconterò, a Dio piacendo, gli avvenimenti della mia vita. 

 

BRAGANZA: Quel che feci con gli zingari, per tutto il tempo, fu l’osservare le loro molte malizie, i loro raggiri ed imbrogli, i furti che van commettendo tanto le zingare quanto gli zingari, dal momento, si può dire, che escon dalle fasce e imparano a camminare.

 

Vedi quanti ce ne sono, sparsi per tutta la Spagna?

 

Eppure si conoscon tutti e hanno notizie gli uni degli altri, e la refurtiva degli uni passa e si trasferisce agli altri, e così quella degli altri ai primi. Riconoscono come capo, più che se fosse il loro re, uno che essi chiamano ‘conte’, e a lui e a tutti quelli che gli succedono dànno il soprannome di ‘Maldonado’; e non già perché derivi dal cognome di questa nobile stirpe, ma perché un paggio di un gentiluomo di tal nome s’innamorò d’una zingara, la quale non volle concedergli il suo amore, a meno che non si facesse zingaro anche lui e non la prendesse in moglie.




Così fece il paggio, e seppe farsi tanto benvolere dagli altri zingari, che questi lo elessero loro capo e gli giurarono obbedienza. Come in segno di vassallaggio, gli versano una parte di ciò che rubano, sempre che si tratti di furti di una certa importanza. Per giustificare in qualche modo il loro ozio, si dedicano a fabbricare ferramenta, facendo strumenti che facilitano i loro furti; e così li vedrai sempre andare in giro per le strade a vendere tenaglie, trivelle e martelli; e, le donne, treppiedi e palette.

 

Tutte le zingare sanno fare da mammane, ed in ciò son superiori alle nostre donne, perché senza spese e senza parenti mettono al mondo i loro figli, e lavano i neonati con l’acqua fredda. Da quando nascono a quando muoiono, essi s’abituano e imparano a sopportare l’inclemenza e i rigori del cielo; e perciò tu vedi che son tutti vigorosi, saltatori, corridori e ballerini. Si sposano sempre tra loro, in modo che i loro brutti vizi non giungano a conoscenza degli altri; le donne rispettano i loro mariti, e poche ve ne sono che li ingannino con altri che non siano della loro razza.

 

Quando chiedon l’elemosina, la strappano piuttosto con chiacchiere e finzioni che con le preghiere; e, col pretesto che nessuno si fida di loro, non vanno a far le serve e diventano fannullone. Poche volte o mai, poi, se mal non ricordo, ho visto una zingara accostarsi all’altare per comunicarsi, sebbene spesse volte lo sia entrato in chiesa.




L’unico loro pensiero è quello di studiare in che modo possono ingannare e in che luogo posson rubare; e confrontano i loro furti e il modo tenuto nel compierli. Così, una volta, davanti a me, uno zingaro raccontò l’inganno e il furto che un giorno aveva commesso ai danni di un contadino: lo zingaro aveva un asino scodato, e al pezzo di coda spelacchiata che quello aveva, ne attaccò un altro con un bel ciuffo, che pareva proprio naturale. Portò la bestia al mercato, e un contadino gliela comprò per dieci ducati; poi, fatta la vendita e riscosso il prezzo, gli disse che se voleva comprare un altro asino, fratello del primo e altrettanto buono, gliel’avrebbe venduto più a buon mercato. Il contadino rispose che andasse a prenderlo e glielo conducesse, poiché l’avrebbe comprato; e che, mentre aspettava, avrebbe condotto il primo alla sua locanda.

 

Poi il contadino se ne andò, lo zingaro gli andò dietro e, in un modo o nell’altro, ebbe l’abilità di rubargli la bestia che gli aveva venduto; gli tolse subito la coda posticcia lasciandolo con la sua spelacchiata, gli cambiò il basto e la cavezza, ed ebbe la faccia tosta d’andare a cercare il contadino per offrirglielo in vendita: lo trovò, prima ancora che si fosse accorto della sparizione del primo asino, e in pochi tratti lo persuase a comprare il secondo. Andò alla locanda per eseguire il pagamento, e là la bestia scoperse che l’altra bestia era sparita; e, per bestia che fosse, sospettò che gliel’avesse rubata lo zingaro, e non voleva più pagarlo.




Lo zingaro corse a cercare testimoni, e condusse con sé quelli che avevan riscosso la tassa di vendita del primo giumento; e costoro giurarono che lo zingaro aveva venduto al contadino un asino fornito d’una lunghissima coda e completamente diverso dal secondo asino che intendeva vendere adesso. A tutto questo si trovò presente un bargello, il quale si schierò così apertamente dalla parte dello zingaro, che il povero contadino dovette pagare l’asino due volte. Raccontavano poi anche molti altri furti, tutti o quasi tutti di bestiame, che è il genere in cui sono veramente maestri e che esercitano più di frequente. A conti fatti, è una gran brutta razza, e sebbene molti e prudentissimi giudici abbiano infierito contro di loro, non per questo si correggono.

 

Al termine di venti giorni, volevano condurmi a Murcia; passammo da Granata, dove già si trovava il capitano nella cui compagnia il mio padrone era tamburo. Come gli zingari lo vennero a sapere, mi rinchiusero in una stanza dell’osteria in cui abitavano; sentii parlare del motivo della mia prigionia, e il viaggio che si stava facendo non mi piacque più.

 

E così decisi di, filarmela, e lo feci; uscendo da Granata, finii nell’orto di un Moro mai convertito che mi accolse benevolmente; e ancor più benevolmente io restai con lui, poiché mi pareva che mi volesse semplicemente per custodirgli l’orto, mestiere che mi pareva meno faticoso di quello di custodir bestiame. E siccome il c’era poco da discutere intorno al salario, il Moro convertito trovò facilmente un servo cui comandare, ed io un padrone da servire.




Rimasi con lui più d’un mese, non perché mi piacesse la vita che conducevo, ma perché m’interessava conoscere quella del mio padrone e, per suo mezzo, quella di tutti i Mori convertiti che vivono in Ispagna. Quante e quali cose potrei dirti, amico Scipione, di questa canaglia moresca, se non avessi paura di non esaurirle neanche in due settimane! Che se poi dovessi aggiungere i particolari, non mi basterebbero due mesi. Comunque, qualche cosa dovrò pur dirne; e così ascolta in generale quello che io in particolare vidi ed appresi di quella brava gente. È un miracolo se fra tanti se ne trova uno che creda sinceramente nella santa legge cristiana; non pensano ad altro che a coniare e ad accumulare denaro coniato; e, per riuscirci, sgobbano e non mangiano. Quando cade loro tra le unghie un reale, a patto che non sia solo, lo condannano al carcere perpetuo e all’eterna oscurità; di modo che, guadagnando sempre e non spendendo mai, mettono insieme ed accumulano la maggiore quantità di denaro che vi sia in Ispagna.

 

Essi sono, per il nostro paese, cassaforte, tarlo, gazza e donnola: tutto ammucchiano, tutto nascondono e tutto inghiottono. Pensiamo che sono tanti e che ogni giorno guadagnano e nascondono, poco o molto che sia; che una febbretta lenta stronca la vita come quella di un tifo mortale; e che, siccome vanno aumentando di numero, aumenta la turba degli occultatori che cresce e crescerà all’infinito, come lo dimostra l’esperienza. Tra di loro non esiste la castità, e non entrano in ordini religiosi né gli uomini né le donne: tutti si sposano, tutti si moltiplicano, perché la vita sobria accresce il potere di generare. Non li indebolisce la guerra né alcun altro esercizio che soverchiamente li affatichi; ci derubano a man salva, e coi frutti delle nostre terre, che essi ci rivendono, si fanno ricchi.




Non tengono servi, perché ognun di loro serve se stesso; non spendono per mantenere i figli agli studi, perché non hanno altra scienza che quella di derubarci. Dai dodici figli di Giacobbe che, a quanto ho sentito dire, entrarono in Egitto, allorché Mosè li liberò da quella cattività erano discesi seicentomila uomini, senza contare le donne e i bambini: da questo si può dedurre fino a che punto si moltiplicheranno costoro che fuor d’ogni paragone sono in numero maggiore. 

 

SCIPIONE: Si è cercato un rimedio per tutti i danni che hai elencato tratteggiandoli appena, sebbene io sappia che sono più numerosi e più grandi quelli che taci di quelli che racconti; eppure fino ad ora non si è potuto trovarne uno conveniente. Ma la nostra repubblica ha dei custodi prudentissimi, i quali, considerando che la Spagna alleva e mantiene nel suo seno tante vipere quanti sono i Mori convertiti, con l’aiuto di Dio troveranno a un simile danno un riparo pronto, sicuro ed efficace. Va’ avanti.

 



BRAGANZA: Siccome il mio padrone era miserabile e taccagno, come sono tutti quelli della sua razza, mi manteneva con pan di miglio e con qualche avanzo di polenta di sorgo, loro comune alimento; ma il cielo m’aiutò a sopportare quella miseria in un modo stranissimo che ora ascolterai. Ogni mattina, come spuntava l’alba, trovavo seduto, al piede di un melograno, dei tanti che c’erano nell’orto, un giovanotto, studente all’apparenza, vestito di baletta, non tanto nera né tanto pelosa da non parere grigia e rasata.

 

S’affannava a scrivere in un certo scartafaccio, e di tanto in tanto si percoteva la fronte col palmo della mano e si mordeva le unghie, restando a guardar fisso il cielo; altre volte restava tanto immerso nei suoi pensieri, che non moveva né piede né mano e non batteva ciglio, tant’era il rapimento in cui cadeva. Una volta m’accostai a lui senza che s’accorgesse di me; lo sentii borbottare tra i denti, e dopo un pezzo sbottò in un gran grido, dicendo: ‘Vivaddio, questa è l’ottava più bella che abbia fatto in tutta la mia vita!’. E, scrivendo in gran fretta nel suo scartafaccio, si mostrava soddisfatto; il che mi fece capire che quel disgraziato era un poeta.

 

Gli feci le mie solite moine per dimostrargli la mia mansuetudine; mi stesi ai suoi piedi, ed egli, rassicurato, s’immerse di nuovo nei suoi pensieri, e tornò a grattarsi la testa, a cadere in estasi e a scriver poi quel che aveva pensato.




Mentre era così occupato, entrò nell’orto un altro giovanotto, garbato e ben vestito, con certe carte in mano, nelle quali di tanto in tanto leggeva.

 

Giunse dov’era il primo, e gli domandò:

 

‘Avete finito il primo atto?’.

 

‘L’ho finito or ora’,

 

…rispose il poeta,

 

‘nel modo migliore che immaginar si possa’.

 

‘E come?’,

 

…domandò ancora il secondo.

 

‘Così’,

 

…rispose il primo:

 

‘entra Sua Santità il papa in abito pontificale, con dodici cardinali tutti vestiti di violetto, perché quando accadde il fatto che costituisce l’intreccio della mia commedia, era il tempo della mutatio capparum, nel quale i cardinali non vestono di rosso, ma di violetto; e perciò bisogna a ogni modo, per rispettare la situazione, che questi miei cardinali entrino in scena coi mantelli paonazzi.




E questo è un particolare della massima importanza, per la mia commedia, e di certo qui gli altri avrebbero sbagliato, poiché ad ogni passo commettono mille errori ed improprietà. Ma io in questo non ho potuto sbagliare, perché mi son letto tutto il cerimoniale romano, solamente per imbroccarla a proposito di questi vestiti’.


‘Ma dove volete’,

 

…replicò l’altro,

 

‘che il mio capocomico abbia abiti paonazzi per dodici cardinali?’.

 

‘Ebbene, se me ne toglie anche uno soltanto’,

 

…rispose il poeta,

 

‘io gli darò la mia commedia tanto facilmente come potrei mettermi a volare. Corpo, di bacco! E vorreste mandare in rovina una scena così grandiosa? Immaginate un po’, di qua, che figura farà in teatro un sommo pontefice con dodici solenni cardinali e con tutto il seguito che per forza si devon tirar dietro. Giuro al cielo che sarà uno dei più grandi e solenni spettacoli che mai si sia visto in una commedia, foss’anche quella del Mazzolino di Daraja!’.

 

A questo punto mi persuasi del tutto che il primo era un poeta e il secondo un attore. L’attore consigliò al poeta di tagliare un pochino sui suoi cardinali, se non voleva rendere impossibile al capocomico la rappresentazione del lavoro; al che il poeta rispose che doveva ringraziarlo se non ci aveva messo dentro tutto il conclave ch’era riunito durante i memorabili fatti che voleva richiamare alla memoria della gente nella sua magnifica commedia; il comico rise, e lo lasciò alle sue occupazioni per andare a fare il suo mestiere, ch’era quello di studiare una parte per una nuova commedia.




Il poeta dopo avere scritto qualche altra strofa del suo capolavoro, con molta compostezza e molto tono tirò fuori di tasca alcuni tozzi di pane e una ventina di chicchi d’uva passa, che, a quel che mi pare, gli contai a uno a uno, e sono ancora in dubbio se fossero proprio tanti, perché insieme con essi c’erano, a far numero, certi briciolini di pane che li accompagnavano.

 

Ci soffiò sopra e fece cadere le briciole e poi, uno alla volta, si mangiò i chicchi d’uva con tutti i gambi, giacché non gliene vidi buttar via nemmeno uno, spingendoli giù con i tozzi di pane che, colorati com’erano dalla fodera della tasca, sembravano ammuffiti, ed erano talmente duri di indole che, sebbene egli cercasse di ammorbidirli girandoseli in bocca molte e molte volte, non riuscì a smuoverli dalla loro ostinazione. Il che ridondò infine a mio vantaggio, perché me li tirò dicendo: ‘Toh! toh! prendi, e buon pro ti facciano!’.

 

‘Guarda un po’, dissi tra me, ‘che nettare e che ambrosia mi dà questo poeta, sebbene sogliano dire che di ciò si mantengono gli dèi e il loro Apollo, su in cielo!’. In realtà, almeno per la maggior parte, la miseria dei poeti è grande; ma il mio bisogno era più grande ancora, se mi costrinse a mangiar quello ch’egli buttava via.




Finché durò la composizione della sua commedia, egli non tralasciò un sol giorno di venire nell’orto, né a me vennero a mancare tozzi di pane, perché egli li divideva con me con gran liberalità; poi ce ne andavamo alla noria, dove, io a quattro zampe ed egli con il secchio, ci si toglieva la sete come due re. Ma poi il poeta non venne più, ed in me la fame giunse a tal punto che decisi di abbandonare il mio Moro convertito e di andarmene in città a tentare la sorte, ché chi cerca trova.

 

Al mio ingresso in città vidi il mio poeta che usciva dal famoso monastero di San Gerolamo, ed egli, come mi scorse, mi venne incontro a braccia aperte, mentre io correvo a lui con rinnovate manifestazioni della mia gioia, per averlo ritrovato. E subito egli cominciò a tirar fuori pezzi di pane, più teneri di quelli che soleva portar con sé quando veniva nell’orto, e ad affidarli ai miei denti senza bisogno di ripassarli coi suoi; la qual graziosa novità soddisfece la mia fame con rinnovato piacere.

 

Il fatto che il pane era tenero, e che il mio poeta usciva dal monastero che ho detto, mi fece entrare in sospetto che le sue muse fossero un po’ decadute, come quelle di tanti altri. Prese la via della città, ed io gli tenni dietro, con l’intenzione di assumerlo per padrone, se egli ne era contento, pensando che con gli avanzi del suo castello avrei ben potuto mantenere il mio accampamento; perché non v’è borsellino meglio fornito e più aperto di quello della carità, le cui generose mani non son mai povere, tanto che io non sono affatto d’accordo con quel proverbio che dice: ‘Dà più l’avaro che l’ignudo’, come se il duro avaro potesse dare qualche cosa, mentre in effetti il generoso, anche allorché è nudo, dà il suo buonvolere, quand’anche non possa dare altro.




Passin passino, andammo a finire in casa di un capocomico che, a quanto rammento, si chiamava Angulo il Cattivo, figlio di un altro Angulo, non capocomico, ma attore, che fu il più simpatico di quanti ne ebbero allora, ed oggi ne hanno, i teatri di commedia. Tutta la compagnia s’era radunata per ascoltar la commedia del mio padrone (tale almeno lo consideravo); ma a metà del primo atto, uno alla volta o a coppie, se l’andarono filando tutti quanti, eccezion fatta per me e per il capocomico, che costituivamo tutto l’uditorio.

 

La commedia era tale che, pur essendo io un perfetto asino in materia di poesia, ebbi l’impressione che l’avesse composta Satanasso in persona per totale rovina e perdizione del poeta stesso, il quale già aveva la gola stretta, nel veder la solitudine in cui l’uditorio l’aveva lasciato; e non c’era da far le meraviglie, se l’anima presaga gli sussurrava dentro la sventura che lo minacciava. Infatti, di lì a poco, tornarono tutti gli attori, che eran più d’una dozzina; senza far motto agguantarono il mio poeta e, se non fosse stato perché ci si mise di mezzo l’autorità del capocomico con preghiere e minacce, indubbiamente gli avrebbero fatto il gioco della coperta.

 

Io rimasi stupefatto per quell’incidente; il capocomico restò disgustato; i commedianti, tutti allegri, e il poeta, mortificato. Così, con santa pazienza, anche se un po’ a denti stretti, riprese la sua commedia e, riponendola in seno, borbottò fra sé e sé: ‘Non conviene dar pane a chi non ha denti’; con le quali parole se n’andò tutto impettito.




Io ero tanto infuriato, che non potei né volli seguirlo; e fu una santa cosa, perché il capocomico mi fece tante carezze, da costringermi a rimanere con lui, talché in meno d’un mese divenni un magnifico attore di intermezzi ed una magnifica comparsa di pantomima. Mi misero una museruola di nastri e mi insegnarono ad assalire sulla scena la persona che mi indicavano; e siccome gl’intermezzi finivano il più delle volte a legnate, nella compagnia del mio padrone, quasi sempre alla fine mi aizzavano, ed io mi lanciavo addosso a tutti, buttandoli a terra e facendo ridere gl’ignoranti, con gran guadagno del mio padrone.

 

Scipione mio, quante te ne potrei raccontare, di ciò che vidi in quella compagnia di comici ed in altre due nelle quali entrai più tardi. Ma poiché non sarebbe possibile ridurre tutto ad una narrazione breve e succinta, mi vedo costretto a rimandarlo ad un altro giorno, seppure ci sarà un altro giorno in cui ci sia possibile discorrere tra noi.

 

Vedi quant’è stato lungo il mio discorso?

 

Hai mai visto quanti e quanto svariati avvenimenti mi son capitati?

 

Ti sei fatto il conto dei miei viaggi e dei miei numerosi padroni?




Ebbene, tutto quel che hai udito finora è nulla, in confronto a quel che ti potrei raccontare su ciò che osservai, venni a sapere e vidi io stesso intorno a quella gente, ai suoi modi, alla sua vita, ai suoi costumi, ai suoi esercizi, al suo lavoro, al suo ozio, alla sua ignoranza ed alla sua ingegnosità, oltre ad un’altra infinità di cose, fatte le une per essere sussurrate all’orecchio, ed altre per essere conclamate in pubblico, ma degne tutte di ricordo e capaci di disingannare tutti coloro che idolatrano il teatro per le sue artificiose bellezze, per i suoi finti personaggi e per le sue infinite metamorfosi. 

 

SCIPIONE: Mi par d’intraveder bene, Braganza, il vasto campo che ti s’apriva davanti per allungare il tuo discorso, e son del parere che ti convenga lasciarlo da parte per un racconto separato e per un momento in cui godiamo d’una pace senza timori. 




BRAGANZA: Sia pure così, ed ascoltami. Con una compagnia teatrale giunsi in questa città di Valladolid, e qui, durante un intermezzo, mi ferirono in maniera da ridurmi quasi in fin di vita. Non mi potei vendicare allora, perché avevo la museruola, e dopo, a sangue freddo, non volli farlo, perché la vendetta meditata esige crudeltà ed animo cattivo.

 

Ma quel mestiere m’aveva stancato, e non perché fosse un brutto mestiere, ma perché esercitandolo vedevo troppe cose che meritavano al tempo stesso riprensione e castigo; e siccome a me toccava più il soffrirne che il porvi rimedio, decisi di non volerle più vedere, e così mi misi al sicuro, come fanno coloro che abbandonano il vizio quando non posson più esercitarlo, anche se, come si suoi dire, meglio tardi che mai.

 

Dico dunque che una sera, nel vedere come portavi la lanterna seguendo quel buon cristiano di Mahudes, riflettei che mi parevi contento di quella tua santa e giusta occupazione; così, pieno di onesta invidia, decisi di seguire la tua strada, e con questa lodevole intenzione mi feci incontro a Mahudes, che subito m’accolse come compagno tuo e mi condusse qui all’ospedale. Ciò che qui mi è accaduto non è cosa di tanto poco conto che non abbia bisogno del suo tempo per esser narrato; in particolare sarebbe interessante riferire quel che sentii dire da quattro ammalati, condotti in questo ospedale dalla sorte e dal bisogno, e messi tutt’e quattro assieme, in quattro letti vicini. Abbi pazienza, perché la storia è corta e non ammette rinvii, e per di più, cade a pennello, in questo punto.




SCIPIONE: Avrò pazienza; ma concludi, perché, a quanto credo, il giorno non dev’essere lontano. 

 

BRAGANZA: Dico dunque che nei quattro letti che sono all’estremità di questa corsia c’erano, in uno un alchimista, in un altro un poeta, nel terzo un matematico e nell’ultimo un di coloro che ai chiamano in Ispagna ‘arbitristi’. 

 

SCIPIONE: Rammento anch’io d’aver visto codesta brava gente. 

 

BRAGANZA: Ebbene, durante la siesta d’un pomeriggio estivo dell’anno passato, mentre le gelosie eran calate ed io me ne stavo sotto il letto d’un di loro a prendere una boccata d’aria, il poeta cominciò a lagnarsi amaramente della sua sorte; e quando il matematico gli chiese di che si lamentasse, gli rispose che si rammaricava della sua poca fortuna.

 

‘Come vuoi che non mi lagni giustamente’,

 

…proseguì,

 

‘dal momento che, avendo osservato il precetto che Orazio dà nella sua Poetica, che l’opera non deve veder la luce prima che siano passati dieci anni dalla sua composizione, ed avendone una che m’è costata vent’anni di lavoro e che giace lì da altri dieci, grandiosa per il soggetto, mirabile e nuova per la invenzione, grave nella versificazione, divertente negli episodi, meravigliosa per la divisione delle parti, giacché il principio corrisponde perfettamente al mezzo ed al fine, in modo che tutt’e tre assieme costituiscono un poema alto, sonoro, eroico, dilettevole e sostanzioso, non trovo tuttavia principe alcuno, al quale lo possa dedicare?




Un principe, intendo dire, che sia intelligente, liberale e magnanimo?

 

Misera età, la nostra, e secolo depravato!’.

 

‘E di che tratta, il libro?’,

 

…gli chiese l’alchimista.

 

‘Tratta di tutto quello che Turpino arcivescovo non scrisse intorno al re Artù di Inghilterra, con un supplemento riguardante la Storia della domanda del Santo Graal; ed è tutto scritto in verso eroico, parte in ottave e parte in versi sciolti, ma tutti sdruccioli, ed anzi sdruccioli terminanti in sostantivo, senza nemmeno l’eccezione di un verbo’.

 

‘Io’,

 

…rispose l’alchimista,

 

‘poco m’intendo di poesia; e per questo non saprei apprezzare a sufficienza la disgrazia di cui vossignoria si lamenta, per quanto sono certo che, foss’anche più grande, non potrebbe uguagliare la mia.

 

Io, sol perché mi mancano i mezzi e non trovo un principe che mi appoggi e mi metta a portata di mano i vari ingredienti che la scienza dell’alchimia richiede, non trasudo oro e non mi ritrovo con ricchezze più grandi di quelle di Mida, di Crasso e di Creso’.




‘E vossignoria, signor alchimista’,

 

…disse in quel punto il matematico,

 

‘ha mai fatto la prova di ricavare l’argento dagli altri metalli?’.

 

‘Io’,

 

…replicò l’alchimista,

 

‘non l’ho fatta fino a questo momento, ma so che in realtà è un esperimento possibile; però a me mancano solamente due mesi per trovare la pietra filosofale, e con quella si può benissimo ricavare oro ed argento dalle stesse pietre’.

 

‘Comunque, lorsignori hanno esagerato parecchio le loro disgrazie’,

 

…intervenne il matematico,

 

‘perché, in fin dei conti, l’uno ha un libro da dedicare e l’altro è ormai sul punto di trovare la pietra filosofale. Ma che posso dire io della mia disgrazia, che è tanto unica da non trovare ove appoggiarsi?




Son ventidue anni che mi lambicco il cervello per trovare il ‘punto fisso’, e prendo e lascio, e quando mi par proprio che non mi possa sfuggire in alcun modo, eccoti che mentre meno me lo aspetto, me ne ritrovo talmente lontano che mi pare di cadere dalle nuvole. E lo stesso mi capita con la ‘quadratura del cerchio’: sono arrivato tante volte lì lì per trovarla, che mi pare di doverla avere ormai in tasca. E così la mia pena è paragonabile a quelle di Tantalo, che sta vicino al frutto e muore di fame, e, prossimo all’acqua, crepa di sete. Ad ogni istante credo di dare nel segno della verità, e ad ogni minuto me ne ritrovo tanto lontano, che torno a salire il monte che ho appena disceso, portandomi sulle spalle il macigno del mio lavoro, come un altro novello Sisifo’.

 

L’arbitrista era rimasto in silenzio fino a questo momento, ma, arrivato a questo punto, non si trattenne più, e disse:

 

‘In quest’ospedale la miseria ha riunito quattro malcontenti della più bell’acqua; ma io mando al diavolo gli uffici e i mestieri che non divertono chi li esercita e tanto meno dan loro da mangiare. Io, signori miei, faccio l’arbitrista, e in diverse occasioni ho dato a Sua Maestà molti e svariati consigli, ridondanti tutti a suo profitto, e senza scapito per il reame. Ed ora ho pronto un memoriale nel quale lo supplico di indicarmi una persona di fiducia a cui io possa comunicare un nuovo progetto che ho formulato, tale che rappresenta la totale restaurazione delle sue pendenze.




Ma, da quel che mi è successo con altri memoriali, ho paura che anche questo finirà in sacco rotto. Tuttavia, affinché lorsignori non mi prendano per mentecatto, e sebbene così il mio espediente diventi pubblico fin da questo momento, lo voglio dire, ed è questo: si deve chiedere al Parlamento che tutti i vassalli di Sua Maestà, dall’età di quattordici a quella di sessant’anni, siano obbligati a digiunare una volta al mese a pane ed acqua, e questo nella giornata che sarà scelta e comunicata, e che tutto l’importo che ciascuno dovrebbe spendere in quella giornata in altre pietanze di frutta, carne, pesce, uova e legumi, nonché in bevande, sia ridotto in moneta sonante e sia dato a Sua Maestà senza defraudarla sia pure d’un quattrino, e questo sotto giuramento: con tal mezzo, in vent’anni il re diventerebbe libero d’ogni raggiro e senza più debiti.

 

Perché, se si fanno i conti come li ho fatti io, ci sono sicuramente in Ispagna più di tre milioni di persone della suddetta età, senza contare i malati, i più vecchi e i più giovani, e nessuno tra quelli non spenderà certo, come minimo, meno di un reale e mezzo al giorno; ma mettiamo pure che non sia più di un reale, e meno non può essere certo, se anche mangiasse trigonella. Ebbene, sembra forse a lorsignori che sarebbe cosa da buttar via l’avere ogni mese tre milioni di reali, come nulla?




Inoltre, questo sarebbe più di giovamento che di danno a chi digiunasse, perché col digiuno egli si farebbe merito col cielo e servirebbe il suo re; senza contare che l’essere obbligati a digiunare per molti potrebbe anche giovare alla salute. Questo mio, è un espediente semplice e chiaro, e si potrebbe fare la riscossione parrocchia per parrocchia, senza intervento di commissari appaltatori, che son quelli che mandano in rovina la cosa pubblica’.

 

 Tutti risero dell’espediente e dell’arbitrista, e persino lui finì col ridere delle loro fantasie; ed io rimasi attonito per averli ascoltati e perché vedevo che per lo più la gente così ricca di fanfaluche va sempre a morire all’ospedale. 


(Cervantes)

 



Non ho voluto tessere una biografia  in  queste pagine  troppo  brevi. Nella vita d’un uomo oscuro fin quasi  agli ultimi suoi anni, vita di travaglio senza riposo e  senza gioia, ho seguito semplicemente la linea del  destino che gravò sullo spirito di lui, foggiando la  segreta disciplina della sua anima e della sua arte. Dell’arte, Cervantes ha molto spesso dissertato teoricamente. E molto  spesso  anche ha  fatto  allusione  alle  tristezze  della  propria vita:  ora  involgendole  in  un  fine  sorriso  di humour, ora piegando il capo stanco sotto il loro peso. 

 

Raccogliendo qua e là alcune di quelle sue parole,  potremo conoscerlo meglio.

 

Che cosa è, per Cervantes, un poeta?  

 

Canti di  verità o di  finzioni, un poeta va con la  fantasia per le sfere alte dei cieli, senza pensare a  interessi  terreni:  tra  le  guerre e  gli  amori  passa  a  lui  come  in  sogno  la  vita, o  come  passa  il  tempo  ai  giuocatori. 

 

Assorto nelle sue chimere,  non  procura  di  giungere a  ricco  stato  ed  onorevole; invidia ed  ignoranza lo  persegue,  né  mai  ottiene  il  bene ch’egli  spera.  Tutto  ciò è detto senza enfasi, con serena sobrietà, nel ‘Viaggio al Parnaso’.




Signorilmente sobrio fu sempre, come uomo  e  come  artista. 

 

Chiama se  stesso  in quel  poemetto  ‘raro  inventore’ ed enumera le proprie  opere: la ‘hermosa  Galatea’,  la  commedia ‘confusa’  che  parve sul  teatro  ammirabile (ed  oggi  è  perduta), le altre commedie, il Don  Chisciotte col quale ha dato per  sempre un  passatempo  ‘al petto  malinconico  e crucciato’.

 

Ha composto infiniti romances.

 

La sua ‘Filena’ (anch’essa smarrita) ha risuonato per  le selve pastorali. Presto darà alle stampe il gran  Pérsiles,    l’ultimo romanzo, ‘col quale moltiplica il suo nome e le sue opere’.

 

Intanto si vede in piedi solo, senza un tronco a cui  appoggiarsi. I venti leggieri hanno disseminato per ogni dove le sue speranze. Non ha mai potuto trovarsi  in alto sulla ruota della  Fortuna, perché se tenta di salire la ruota si  ferma. Ma nemmeno ha  mai  posato il  piede là dove cammina la  menzogna, la frode, l’inganno, della santa virtù total ruina




Ama rappresentarsi la Poesia come una fanciulla  purissima e schiva che domanda la solitudine, e non  deve esser toccata da mani  vili. Ella è una scienza  universale, che  tutte le  altre scienze comprende in sé, e dilettando  ammaestra.  È simile al  sole che passa con  la sua luce per tutte le cose  immonde senza  macchiarsi: un vecchio paragone che prima di Cervantes avevano  trovato fra  gli  altri  Sant’Agostino  e  Guido  Guinizelli. In una visione celeste gli apparisce la Poesia splendente  fra il coro delle Arti liberali, divina nella sua beltà,  aurora che illumina l’orizzonte di liquide perle e di rose;  a lei servono devoti  i  mari e le erbe e le fonti e i fiori e i  frutti degli alberi,  e la virtù segreta delle  gemme; a  lei  danno tributo il santo amore, la dolce pace, l’amarissima  guerra; stanno  con  lei  la  Filosofia  divina  e  la  morale, ella  è  gloria  della  virtù,  pena  del  vizio. 

 

Questa è la Poesia  vera, la grave, l’elegante, l’alta, la sincera. Ma un’altra Poesia v’ha invece falsa, oscena,  vecchia, Poesia da osteria e da taverna, che bisogna  tenere lontana. Il fine etico dell’arte fu in ogni tempo  presente allo spirito di Cervantes, sebbene per buona ventura non riuscisse se non di rado a vincolarne la  libera ispirazione.




Nel prologo delle Novelle Esemplari scriveva: 

 

‘se in alcun modo la lettura di queste novelle potesse ispirare a chi legge qualche malo desiderio o pensamento, prima di  pubblicarle  mi taglierei  la  mano  che le ha scritte’. 

 

Il concilio di Trento distende ancora la sua ombra sulla coscienza del  secolo, e  tutta la letteratura europea  seguita a  fare esercizi spirituali per lavarsi l’anima e il corpo dalle impurità del Rinascimento. E in questa  disposizione Cervantes è sincero, come sempre. A lui non spiaceva l’Inquisizione contro  i nemici  della  fede: per ardere i nuovi infedeli avrebbe posto mano ad  accendere il rogo, così come invocava un severo ufficio di censura per reprimere l’eccessiva libertà dell’arte.  Eppure, era la sua più spesso una morale senza  violenze, temperata dall’esperienza umana e dal sorriso,  addolcita  dal contatto  ognora  presente  della  realtà,  e  soprattutto resa inoffensiva dal  diletto che il poeta  gustava nel contemplar  con  occhio  limpido e acuto la  varia  commedia  del  mondo.




Un altro canone che teoricamente fu in lui ben saldo  è quello dell’arte intesa come imitazione del  vero. Qui  sta, gli sembra, tutto il segreto dell’arte. Quando un  sogno troppo inconsueto gli  appare nel suo Viaggio  al Parnaso, dubita prima di narrarlo: Que à las cosas  que  tienen deimposibles siempre mi piuma se ha mostrado  esquiva. E continua affermando che il suo ‘corto ingegno’ non apre mai le porte a inutili (o superflue) stravaganze.

 

 Altrove sostiene che le storie inventate sono tanto  più piacevoli e ricche di pregio, quanto più s’accostano  alla verità o all’apparenza della verità: e le storie vere  tanto più  piacciono quanto più  vere. Il diletto dell’arte procede soprattutto dalla concordanza, ovvero da  un’armonia tra l’invenzione e l’esperienza. In tutte  queste idee non c’è naturalmente nulla di nuovo: sono le stesse che venivano  ripetendo da  lunghi  anni i teorici dell’arte spagnola. 

 

Ma egli ne fu intimamente persuaso, o per meglio  dire, credette di esserne  persuaso, senza  rendersi  conto d’avere in se stesso, nella perenne aspirazione romantica  della sua fantasia, qualcosa che non sapeva appagarsi del  vero e nemmeno del  verosimile. Odiò, senza dubbio, gran parte dei romanzi di cavalleria; odiò le commedie  contemporanee, ‘specchi di stravaganze, esempi di  stoltezze, immagini di lascivia’, eppure studiando le sue opere vedremo come la rigidità delle massime  imparate dai maestri si franga in un’arte libera e disuguale, che sgorga da sorgenti interne troppo profonde perché vi possa giungere la parola della teoria. 








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