giuliano

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IL TOMO

martedì 8 settembre 2020

LETTERE (9)

 









     








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Caro signor Freud,

 

La proposta della Società delle Nazioni e del suo istituto internazionale di cooperazione intellettuale di Parigi d’invitare una persona di mio gradimento a un sincero scambio d’opinioni su un problema qualsiasi a mia scelta, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà.

 

Il problema è il seguente: c’è un modo per liberare gli uomini dalla minaccia della guerra?

 

È risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta; tuttavia, nonostante tutta la buona volontà, nessuna soluzione proposta ha mai portato a qualcosa.




 Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema in maniera professionale e pratica divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco.

 

Quanto a me, il normale oggetto dei miei pensieri non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo al problema che Le propongo, dovrò limitarmi a cercare di esporlo nei giusti termini, consentendole così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far luce sul problema.




 Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze della mente ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli. Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di risolvere tutt’i conflitti che sorgano tra loro.

 

Ogni Stato dovrebbe assumersi l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, d’invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutt’i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Ma già all’inizio s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione fatta di uomini che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni extragiudiziali.




 Vi è qui una realtà da cui non è possibile prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto si avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo d’imporre il rispetto del proprio ideale giudiziario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere un’organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti d’autorità incontestabile e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze.

 

Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a tale sicurezza. L’insuccesso, nonostante la loro manifesta sincerità, dei tentativi volti nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi.

 

Alcuni di questi fattori sono evidenti.




 La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i propri interessi personali e ampliare l’autorità personale.

 

Tuttavia, l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose.

 

Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda:

 

com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la volontà del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione, convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro razza e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa).




Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza al potere ha in mano la scuola e la stampa, e di solito anche la Chiesa.

 

Ciò le consente di organizzare e influenzare i sentimenti delle masse, rendendoli strumenti della propria politica.

 

Eppure, nemmeno questa risposta dà una soluzione completa, e fa sorgere un’ulteriore domanda:

 

com’è possibile che la massa si lasci infiammare con questi mezzi fino al furore e al sacrificio delle proprie vite?

 

Una sola risposta è plausibile:

 

perché l’uomo ha dentro di sé il desiderio di odiare e distruggere.




 In tempi normali questa passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva.

 

Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degl’istinti umani.

 

 Arriviamo così all’ultima domanda.

 

È possibile dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?




 Non penso qui affatto solo alle cosiddette masse incolte. L’esperienza prova che piuttosto la cosiddetta intellighenzia cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la cruda realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.

 

Concludendo:

 

ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze. (Penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali.)




 Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e folle di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l’occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati. So che probabilmente nei Suoi scritti possiamo già trovare risposte esplicite o implicite a tutti gl’interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e proficui modi d’azione. 

 

Cordiali saluti, 


A. Einstein


  (Prosegue...)







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