giuliano

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IL TOMO

martedì 18 giugno 2019

L'IDENTITA' DELLA NATURA (salvare la natura per salvare noi stessi) (33)


































Precedenti capitoli:

Il Direttore generale (della Spet.le Compagnia) (32)

Dall'identità della Natura (27)

Prosegue nella...

Variante della Vita (34)  & (con il)






















Dialogo con lo Straniero (11/1)













(1) Resta infatti il problema del sé.

Cos’è ciò in cui bisogna aver fiducia?

Chi siamo noi?

È questa problematica che ci consente di considerare Emerson un vero Filosofo, e la sua opera una grande domanda rivolta al lettore.

Poiché Emerson psicologia e filosofia sono una cosa sola, se avremmo fatto più luce sulla concezione emersoniana del Sé, ci saremo forse avvicinati al centro del suo pensiero. Nel tentativo di indagarla, oltre a non poter prescindere dal tutto relazionale in cui è costantemente implicato il Sé, e da quella che Emerson chiamò ‘Storia naturale dell’intelletto’, si deve scendere fino al nucleo antilogico, paradossale ed enigmatico della sua opera, e, quindi di noi stessi.

Questo Sé può essere avvicinato solo facendo riferimento alle metafore del Sé di cui Emerson fa uso esplicito (e talora implicito). La qualità e varietà di queste metafore veicola un’idea del Sé di tipo non-sostanzialista, non fissa e inequivocabile, ma proteiforme. Non è intensione di Emerson offrire una immagine definitiva: il divenire delle cose coinvolge il Sé in una spirale di metamorfosi di Identità ed un ideale visione multiprospettica.

È dunque impossibile cogliere cognitivamente un’entità dinamica e misteriosa, universale eppure radicalmente individuale, quale quella che chiamiamo istinto o intuizione, ‘l’ultimo fatto al di là del quale l’analisi non può andare’.




(2) Autorità e giustificazione non vengono più dall’esterno (cultura e istituzione), ma dal fondo istintuale/intuitivo del soggetto, in cui giace qualcosa di normativo e normativamente regolato che coincide con le (superiori) Leggi della Natura e la Natura.




(3) Emerson intuisce che la cultura occidentale, nelle sue più importanti manifestazioni, ha contribuito alla repressione (se non addirittura, aggiungo, alla sistematica ‘persecuzione’…)…di questa Natura. E prende molto sul serio l’idea propria dell’idealismo tedesco, per cui la Natura individuale è diretta espressione delle (superiori) Leggi dell’Universo e può dar voce ad esse. La conseguente fiducia in se stessi è vissuta come fiducia nel Divino.





(4) Emerson parla insistentemente di un ruolo ‘ricettivo’ del Sé. Per esempio si spinge a dire che il Poeta ‘sa di non aver fatto il suo Pensiero, ma il suo Pensiero ha fatto lui’. Agli eventi devo riconoscere ‘un’origine più alta della volontà che chiamo ‘mia’ ’.  Emerson concepisce il Sé primariamente come strumento e ‘uditore’ che ‘adora’ questa sorgente, ‘ricevendo il suo influsso con gioia e obbedendo ad essa, divenendo passivo dinanzi a essa per amore di essa’.





(5) In Self-Reliance, è detto che ‘noi giaciamo nel grembo di quell’immensa intelligenza che ci rende organi della sua attività e recettori della Verità. Quando individuiamo la giustizia e discerniamo la Verità, noi non facciamo niente da noi stessi, ma permettiamo il passaggio dei suoi raggi’.  È dunque in ultima istanza una ‘immensa intelligenza’, la ‘Mente Universale’ quella di fronte a cui il soggetto si deve porre in ascolto. Secondo questa epistemologica teologia della rivelazione ‘il divino parla all’uomo’, gli si rileva in ogni istante, oltre che per mezzo delle intuizioni, degli istinti, dei sogni, dei processi relazionali, di ogni fatto della mente, anche tramite ogni realtà tangibile e naturale, tramite tutto ciò che esiste. Ciò nonostante, l’uomo per lo più resta chiuso e tante eccellenti e ‘forti intelligenze ancora non osano ascoltare direttamente Dio, a meno che egli non parli con le frasi convenzionali di una presunta dottrina rivelata dedotta e/o imposta qual unico Verbo interpretativo circa la presunta Natura (e) Dio’.





(6) Riguardo alla ‘Mente Universale’, o ordine cosmico, non sembra si possa saperne molto di più. Il problema psicologico, allorquando ci si propone di scrutare nelle profondità di questa fonte del Sé, si trasforma in quello stesso enigma cosmologico-teologico che fa dire a Eraclito che ‘i limiti dell’Anima, per quanto si andrà cercando, non si troveranno’.





(7) I Sogni, secondo Emerson, possiedono non solo ‘una integrità poetica e una verità’, ma anche una logica stringente. Quel ‘limbo e cestino del pensiero’ che il sogno ‘è presieduto da una certa razionalità. La sua stravaganza rispetto alla Natura appartiene nondimeno ad una più elevata Natura’. Emerson profetizzò il surrealismo in poesia: ‘Nei sogni siamo dei veri poeti; possiamo creare le persone del dramma; possiamo dare loro figure appropriate, volti, costumi; essi sono perfetti nei loro organi, negli atteggiamenti, nelle maniere: inoltre parlano anche secondo il loro carattere, non secondo il nostro; ci parlano e noi ascoltiamo con sorpresa ciò che essi dicono’.





(8) Emerson come gli antichi vede la Natura come un ordine Divino da riprodurre ed in un certo senso da imitare, soprattutto in virtù dei nostri istinti e delle nostre intuizioni. Non distingue tra istinti e intuizioni e talora non fa differenza neppure tra tipi d’istinti, mentre in certi contesti parla di istinti ‘elevati’ distinguendoli da quelli ‘bassi’. Quelli ‘elevati’ di per sé rappresentano buona parte del corredo di norme morali, buona parte ma non tutta, in quanto per Emerson i soli istinti non esauriscono mai del tutto il corredo etico-morale umano: educazione e cultura rappresentano l’altro piatto della bilancia: ‘la società non progredisce mai. Se da un lato avanza, dall’altro torna indietro. Acquista nuove arti e perde vecchi istinti’.





(9) Per Emerson il Sé appare un principio creativo o dinamico che non può essere posseduto né può semplicemente risiedere in noi. Esso non va confuso con una sorta di misteriosa monade, o con un punto che produce dal nulla realtà mai viste: coincide semmai con la presenza della Natura presso se stessa. Il Sé creativo equivale all’oltrepassamento di un Sé ‘iperstoricizzato’ e mimetico, che è ampiamente diffuso tanto nella cultura del tempo di Emerson quanto nella nostra. Emerson vede in atto un’involuzione culturale – definita dal concetto di ‘retrospettività’ – consistente nell’interposizione, fra l’uomo e la realtà, di una barriera linguistica fatta di parole e concetti che mancano di riferirsi direttamente agli enti, e che costituisce l’alienazione del linguaggio e dell’uomo che abita quel linguaggio. Il linguaggio, nel tentativo (tipico della modernità) di astrarsi dalla prospettiva ‘quotidiana’, e in quello di liberarsi del suo originario carattere metaforico, oltre al rischiare di non toccare più le corde del sentimento e dell’emozione, si impaluda in un gioco quasi esclusivamente autoreferenziale. 





(10) In Emerson si può anche intravedere un ‘pragmatismo poetico-estetico’, il Poeta prefigura l’avvento di un Individuo la cui retorica filosofica-poetica ‘detta legge’. Si può aspettare che ciò comporterebbe la negazione della self-reliance: l’umanità si assoggetterebbe ai nuovi simboli e alle nuove mitologie create del Poeta-legislatore, verrebbe manipolata. A controbilanciare questa tendenza interviene l’enunciazione dei cardini della self-reliance, che ha come obiettivo polemico proprio l’onnipervasiva retorica, tanto quella della maggioranza quanto delle autorevoli minoranze. Il Poeta deve dunque creare il linguaggio ed i simboli della self-reliance, che in senso pragmatico sono il farmaco retorico che risveglia la coscienza e gli istinti più elevati…

(B. Soressi, Il Pensiero e la Solitudine)







…Leggiamo da Natura di Emerson….



La nostra età è retrospettiva. Costruisce i sepolcri dei padri. Scrive biografie, storie, e critica. Le generazioni passate hanno contemplato Dio e la natura faccia a faccia; noi attraverso i loro occhi. Perché non dovremmo sperimentare anche noi un rapporto originale con l’universo? Perché non dovremmo avere anche noi una poesia una filosofia che vadano alle cose direttamente e non attraverso la tradizione, e una religione a noi rivelata, piuttosto che la sua storia? Avvinti per una stagione alla natura, la cui corrente vitale fluisce attorno a noi e attraverso noi e ci invita, mediante il suo potere, ad un agire proporzionato alla natura, perché dovremmo brancolare attraverso le ossa secche del passato o indurre la generazione attuale a mascherarsi con il suo scolorito guardaroba? Il sole risplende anche oggi. C’è più lana e più lino nei campi. Ci sono nuove terre, nuovi uomini, nuovi pensieri. Domandiamoci allora quali debbano essere le nostre opere, le nostre leggi e il nostro culto. Senza dubbio non ci poniamo domande destinate a rimanere senza risposta. Dobbiamo avere fiducia nella perfezione del creato sino al punto di credere che l’ordine delle cose potrà soddisfare qualunque curiosità l’ordine delle cose abbia destato in noi. La condizione di ogni uomo è una soluzione in geroglifico a quelle domande che vorrebbe porre. 





Questa soluzione egli la pratica nella vita, prima di apprenderla come verità. Allo stesso modo, la natura, nelle sue forme e tendenze, sta già tracciando il suo proprio disegno. Interpelliamo la straordinaria apparizione che risplende così pacificamente attorno a noi. Cerchiamo di scoprire a che scopo esiste la natura. Tutta la scienza ha un unico scopo: trovare una teoria della natura. Noi abbiamo teorie delle razze e delle funzioni, ma a stento riusciamo a mettere insieme un sia pure remoto approccio a un’idea di creazione. Siamo ora così lontani dalla strada che porta alla verità, che i maestri di cose religiose discutono tra di loro e si odiano l’un l’altro, mentre chi si dedica alla speculazione è considerato corrotto e frivolo. Ma, a un retto giudizio, la verità più astratta è proprio la più pratica. Dovunque appare una teoria vera, non avrà bisogno di dimostrazioni. La sua verifica è quella di riuscire a spiegare tutti i fenomeni. Ora molti fra questi vengono ritenuti inspiegati e anzi inspiegabili; come ad esempio il linguaggio, il sonno, la follia, i sogni, gli animali, il sesso. Da un punto di vista filosofico, l’universo è composto dalla Natura e dall’Anima. In senso stretto, perciò, tutto quello che è separato da noi, tutto quello che la Filosofia distingue come NON IO, cioè sia la natura che l’arte, tutti gli altri uomini e il mio corpo, deve essere classificato sotto questo nome, NATURA.





Nell’enumerare i valori della natura e nel sommare i loro risultati, userò la parola in entrambi i sensi, cioè nel suo significato comune come in quello filosofico. In indagini così generali come la presente, l’imprecisione non riguarda la materia; eviteremo ogni confusione di pensiero. La Natura, nel senso comune, si riferisce ad essenze non modificate dalla mano dell’uomo; lo spazio, l’aria, il fiume, la foglia. L’Arte si riferisce alla mescolanza della volontà umana con i medesimi oggetti, come avviene con una casa, un canale, una statua, un quadro. Ma le sue operazioni, prese tutte insieme, sono così una statua, un quadro. Ma le sue operazioni, prese tutte insieme, sono così insignificanti, un piccolo intervento con lo scalpello, una cottura al forno, un rammendo, un lavaggio, che, dinanzi a un’impressione grandiosa come quella prodotta dal mondo sulla mente umana, esse non modificano il risultato.






Per stare in solitudine l’uomo ha bisogno di ritirarsi tanto dalla sua camera quanto dalla società. Non vivo in solitudine finché leggo o scrivo, anche se nessuno è con me. Ma se un uomo vuole essere solo, che guardi alle stelle. I raggi che vengono da quei mondi celesti introdurranno una barriera tra lui e le cose volgari. Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creata trasparente allo scopo di mettere l’uomo, nei corpi celesti, alla perpetua presenza del sublime. Come sono straordinari, visti nelle strade delle città! Se le stelle apparissero una notte ogni mille anni, come potrebbero gli uomini credere e adorare e preservare per molte generazioni il ricordo dell’apparizione della città di Dio! Ma sorgono ogni notte, questi messaggeri della bellezza, e illuminano l’universo con il loro sorriso ammonitore. Le stelle risvegliano una certa reverenza perché, pur essendo sempre presenti, sono sempre inaccessibili; ma tutti gli oggetti naturali fanno un'impressione simile, quando la mente è aperta alla loro influenza. La Natura non veste mai una mediocre apparenza. Né l’uomo più saggio può strapparle i suoi segreti e perdere ogni curiosità scoprendo tutta la sua perfezione. La Natura non è mai diventata un giocattolo per uno spirito saggio. I fiori, gli animali, le montagne riflettono tutta la saggezza dei suoi momenti migliori, così come hanno rallegrato la semplicità della sua infanzia. 





Quando parliamo della natura in questi termini, abbiamo in mente un sentimento preciso, ma sommamente poetico. Intendiamo l’integrità dell'impressione procurata da molteplici oggetti naturali. E questo che distingue il pezzo di legno del tagliaboschi dall’albero del poeta. L’incantevole paesaggio che ho visto questa mattina è senza dubbio costituito da venti o trenta fattorie. Miller possiede questi terreni, Locke quelli, e Manning il terreno boschivo che sta oltre. Ma nessuno di essi possiede il paesaggio. C’è una proprietà nell’orizzonte che nessun uomo possiede se non chi riesce con il proprio occhio a integrare tutte le parti, vale a dire, il poeta. Questa è la parte migliore delle fattorie di questi uomini, eppure ad essa i contratti di proprietà non danno un diritto. In verità, pochi adulti possono vedere la natura. La maggior parte delle persone non vede il sole. Oppure ne una visione molto superficiale. Il sole illumina solamente l’occhio dell’uomo, ma risplende dentro l’occhio e nel cuore del bambino. L’amante della natura è colui i cui sensi interni ed esterni sono ancora in pieno accordo tra di loro; chi ha saputo conservare lo spirito dell’infanzia perfino nell’età adulta. Il suo rapporto con il cielo e con la terra diventa parte del suo cibo quotidiano. 





In presenza della natura una fiera beatitudine penetra nell’uomo, nonostante i dolori reali. La Natura dice: ‘E la mia creatura e, malgrado tutti i suoi impertinenti dolori, sarà felice con me’. Non il sole o l’estate come tali, ma ogni ora e stagione rendono il loro omaggio di beatitudine; poiché ogni ora e ogni cambiamento corrispondono a un diverso stato di mente e lo autorizzano, dal mezzogiorno irrespirabile alla mezzanotte più cupa. La Natura è uno scenario che si adatta ugualmente bene ad un’opera comica o tragica. Nella buona salute, l’aria è come un liquore dall’incredibile virtù. Attraversando un terreno spoglio, sguazzando nella neve che si scioglie, nel crepuscolo, sotto un cielo nuvoloso, senza avere nei miei pensieri alcun presagio di speciale buona fortuna, ho assaporato una perfetta letizia. Quasi ho paura a pensare quanto sono felice. Anche nei boschi un uomo elimina i suoi anni come il serpente la sua pelle, e in qualunque periodo della vita è sempre un bambino. Nei boschi è la perpetua giovinezza. In queste piantagioni di Dio regnano un decoro e una santità, una perenne festa viene allestita, e l’ospite non vede come potrebbe stancarsene in mille anni. 





Nei boschi ritorniamo alla ragione e alla fede. Lì sento che niente mi può capitare nella vita, nessuna disgrazia, nessuna calamità (purché mi lasci la vista), che la natura non possa riparare. Stando sulla nuda terra, il capo immerso nell’aria serena e sollevato nell’infinito spazio, tutto l’egoismo meschino svanisce. Divento un trasparente bulbo oculare, non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere universale circolano attraverso me; sono una parte o una particella di Dio. Il nome dell’amico più vicino suona allora straniero e accidentale: essere fratelli, o conoscenti, padroni o servi, diventa allora un’inezia fastidiosa. Io sono l’amante dell’irresistibile e immortale bellezza. Nella solitudine trovo qualcosa di più caro e connaturale che nelle strade o nei villaggi. In un paesaggio sereno, e specialmente nella lontana linea dell’orizzonte, l’uomo contempla qualcosa di bello quanto la sua stessa natura. La più grande beatitudine offerta dai campi e dai boschi è la suggestione di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione. Non sono solo e sconosciuto. Essi mi mandano segnali e altrettanto faccio io. L’ondeggiare dei rami nella tempesta è nuovo e al tempo stesso antico per me. Mi sorprende, e pure non è sconosciuto. L’effetto che produce è quello di un più nobile pensiero o di una più elevata emozione che mi raggiunse nel momento in cui ero convinto di pensare esattamente o di operare rettamente. Pure è certo che il potere di produrre una simile gioia non risiede nella natura, ma nell’uomo, o nell’armonia di entrambi. E necessario fare uso di questo tipo di piacere con grande temperanza. Poiché la natura non è sempre vestita con l’abito della festa, ma la stessa scena che ieri mandava il suo profumo e risplendeva come per la festa delle ninfe può oggi essere ricoperta di malinconia. La Natura veste sempre i colori dello spirito. Per un uomo oppresso dalla sventura il calore stesso del focolare ha qualcosa di triste. Vi è allora un certo disprezzo del paesaggio percepito da chi ha appena perso un amico, morto. Il cielo che si stende a ricoprire uomini mediocri è meno grandioso…













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