giuliano

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IL TOMO

martedì 7 agosto 2018

LA FRECCIA DEL TEMPO (15)




















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…Il tempo, il luogo, la sostanza perdevano gli attributi che per noi ne costituiscono le frontiere; la forma non era più che la scorza scheggiata della sostanza; la sostanza non era il suo contrario; il tempo e l’eternità erano la stessa cosa, quale un’acqua nera che coli in un’immutabile pozza d’acqua nera.

Zénon si inabissava in siffatte visioni come un cristiano nella meditazione di Dio.

Anche le idee scivolavano via.

L’atto di pensare adesso lo interessava più dei dubbi prodotti del pensiero stesso. Si scrutava nell’atto di pensare, come avrebbe potuto contare col dito sul polso i battiti dell’arteria radiale o sotto le costole il va e vieni del proprio respiro. Tutta la vita s’era stupito della facoltà che hanno le idee di agglomerarsi freddamente a guisa di cristalli in strane figure vane, di crescere come tumori divoranti la carne che li ha concepiti, ovvero di assumere mostruosamente certi lineamenti della persona umana, come le masse inerti di cui si sgravano certe donne, e che altro non sono se non materia che sogna. Molti prodotti della mente non erano essi stessi che difformi aborti. Altre nozioni, più esatte e più nette, forgiate come da un abile artiere, erano di quegli oggetti che illudono a distanza; non ci si stancava mai di ammirarne gli angoli e le parallele; e nondimeno non erano che le sbarre entro le quali l’intelletto rinserra se stesso, e la ruggine del falso divorava già quegli astratti ferrami.

A momenti si avvertiva un tremito come al limite di una trasmutazione: un po’ d’oro sembrava nascere nel crogiolo del cervello umano; ma non s’approdava che a un’equivalenza; come negli esperimenti truccati grazie ai quali gli alchimisti di corte si sforzano di dimostrare ai loro principeschi clienti che qualcosa hanno trovato, l’oro in fondo alla storta era, ecco tutto, quello d’un banale ducato passato per le mani di tutti e che vi era stato messo dall’alchimista prima della fusione.

Le nozioni morivano al pari degli uomini: nel corso di mezzo secolo Zénon aveva visto varie generazioni di idee cadere in polvere.




Si andava insinuando in lui una metafora più fluida, frutto delle sue ormai lontane traversate marittime. Il filosofo, che si sforzava di considerare l’intelletto umano nel suo insieme, vedeva sotto di sé una massa assoggettata a curve calcolabili, striata di correnti di cui si sarebbe potuto tracciare la mappa, scavata in solchi profondi per le spinte dell’aria e la pesante inerzia delle acque. Accadeva, alle figure fatte proprie dallo spirito, come alle grandi forme nate dall’acqua indifferenziata, che si assaltano o si susseguono alla superficie dell’abisso; ogni concetto finiva per afflosciarsi nel proprio contrario, come due marosi che si urtino e si annullino in una sola e identica schiuma bianca.

Zénon guardava fuggire quel fiotto disordinato che si portava via, quali relitti di un naufragio, le poche verità sensibili di cui ci crediamo certi. A volte gli sembrava di intravedere sotto il flusso una sostanza immobile, che sarebbe stata rispetto alle idee ciò che queste sono rispetto alle parole. Ma nulla provava che quel sostrato fosse lo spessore ultimo, che la fissità non nascondesse un movimento troppo rapido per l’umano intelletto. Dacché aveva rinunciato a esporre a viva voce il proprio pensiero o a consegnarlo per iscritto al banco dei librai, quello svezzamento l’aveva indotto a calare più che mai a fondo nella ricerca di puri concetti. Adesso, a pro di un esame più accurato, rinunciava temporaneamente ai concetti stessi, tratteneva il pensiero, così come si trattiene il respiro, per meglio udire il fragore di ruote turbinanti tanto rapidamente che non ci si avvede che girano.




Dal mondo delle idee faceva ritorno nel mondo più opaco della sostanza contenuta nella forma, e dalla forma delimitata. Rincantucciato in camera sua, non consacrava più le proprie veglie allo sforzo di acquisire più esatte nozioni dei rapporti tra le cose, bensì a una non formulata meditazione sulla natura delle cose. In tal modo correggeva quel vizio dell’intelletto che consiste nell’impossessarsi degli oggetti al fine di servirsene, oppure nel rifiutarli, senza inoltrarsi a sufficienza nella sostanza individuata di cui sono fatti. Così, l’acqua era stata per lui una bevanda che disseta e un liquido che netta, parte costitutiva di un universo creato dal demiurgo cristiano su cui l’aveva intrattenuto il canonico Bartholommé Campanus parlando dello Spirito aleggiante sulle acque, l’elemento essenziale dell’idraulica di Archimede o della fisica di Talete, o ancora il segno alchemico di una delle forze che calano verso il basso. Aveva calcolato spostamenti, misurato dosi, atteso che goccioline si condensassero nel cannello degli alambicchi.

Adesso, rinunciando provvisoriamente all’osservazione che dall’esterno distingue e individualizza a favore della visione interna del filosofo ermetico, lasciava che l’acqua che è in ogni cosa invadesse la stanza come l’inondazione del diluvio. Il baule e lo sgabello galleggiavano; i muri crepavano sotto la pressione dell’acqua. Egli cedeva al flusso che sposa tutte le forme e rifiuta di lasciarsi comprimere da esse; sperimentava il cambiamento di stato della falda acquifera che si fa vapore e della pioggia che si fa neve; faceva suoi l’immobilità momentanea del gelo o lo scivolare della goccia chiara che inspiegabilmente obliqua sul vetro, fluida sfida alla scommessa dei calcolatori.




Rinunciava alle sensazioni di tepore e di freddo che sono legate al corpo; l’acqua lo rapiva, cadavere, con la stessa indifferenza di un ciuffo d’alghe. Rientrato nella propria carne, vi ritrovava l’elemento acquoreo, l’urina nella vescica, la saliva alla commessura delle labbra, l’acqua presente nel liquido del sangue. Poi, ricondotto all’elemento di cui si era sempre sentito particella, volgeva la meditazione verso il fuoco, avvertiva in sé quel calore moderato e beato che abbiamo in comune con le bestie che camminano e gli uccelli che solcano il cielo.

Pensava al fuoco divorante delle febbri che tante volte s’era invano sforzato di spegnere. Percepiva l’avido guizzare della fiamma nascente, la rossa gioia del braciere e il suo finire in nere ceneri. Osando spingersi oltre, faceva tutt’uno con quell’implacabile ardore che distrugge ciò che tocca; pensava ai roghi, come ne aveva visti in occasione di un autodafé in una cittadina del Le¢n, quand’erano periti quattro ebrei accusati di aver ipocritamente abbracciato la religione cristiana senza peraltro cessare dal compiere i riti ereditati dai padri, più un eretico che negava l’efficacia dei sacramenti. Si figurava quel dolore troppo atroce per l’umano linguaggio; era l’uomo avente nelle narici l’odore della propria carne che brucia; tossiva, avvolto da un fumo che non si sarebbe dissipato lui vivo. Vedeva una gamba annerita scattare tesa, le articolazioni leccate dalla fiamma, come un ramo che si contorca sotto la cappa d’un camino; e in pari tempo si compenetrava dell’idea che il fuoco e il legno sono innocenti.

Si rammentava, il giorno successivo all’autodafé celebrato ad Astorga, di essersi aggirato col vecchio monaco alchimista don Blas de Vela sull’area calcinata che gli ricordava quella dei carbonai; il dotto giacobita si era chinato a raccogliere con cura, tra i tizzoni spenti, ossicini leggeri e sbianchiti, cercando tra loro il luz della tradizione ebraica che resiste alle fiamme e funge da seme della resurrezione. Altre volte aveva sorriso di codeste superstizioni da cabalista. Madido d’angoscia, levava il capo e, se la notte era abbastanza chiara, scrutava attraverso i vetri, con una sorta di gelido amore, i fuochi inaccessibili degli astri. Qualunque cosa facesse, la meditazione lo riconduceva al corpo, suo principale oggetto di studio. Sapeva che il suo bagaglio di medico era composto in parti eguali di abilità manuale e di ricette empiriche, integrate da trovate del pari sperimentali che conducevano a loro volta a conclusioni teoriche sempre provvisorie: un’oncia di osservazione ragionata valeva, in quelle materie, più di una tonnellata di sogni. E tuttavia, dopo tanti anni passati a notomizzare la macchina umana, non si perdonava di non essersi avventurato con maggiore audacia nella esplorazione del reame dalle frontiere di pelle, di cui ci crediamo i principi e nel quale siamo prigionieri…





Leggo alcuni appunti dell’Eretico Filosofo…:

Ora in questa specifica condizione poniamo e formuliamo una probabile per quanto Eretica ma non certo ‘verità’ storica accertata, solo supposta nel vasto universo delle ipotesi, in quanto come sappiamo, e più volte detto, la Memoria difetta nella gravità specifica del Tempo e della materia di cui innumerevoli inquisizioni regimi disquisizioni e controversie nati e di taluni postumi fatti accertati o solo dedotti fors’anche tradotti da atroci e pur palesi sospetti… E della cui ‘vista’ abbisogniamo nella cronologia dei ‘documenti’ conservati per meglio illuminarli alla propria specificità cui la luce della vita (onda e particella) li ha condannati ‘colorati’ e destinati improrogabilmente al rogo. Quindi la comprensione prestata alla ‘deduzione’ della vista - come il Cusano di cui diremo - necessitiamo per ‘indagare’ quel ‘Dio nascosto’ o ‘Straniero’ che per taluni potrebbe essere solo un gene della Memoria stratificata e dimenticata nella quale possiamo e sappiamo, per l’appunto, decifrare e parlare lingue e con esse intuizioni perse e smarrite, o ancor peggio, barattate per altre supposte verità all’altare di un nuovo Dio.

Quindi farsi Dio e capire per meglio decifrare il suo segreto intento, significa, ereticamente parlando, non scaldarsi al calore della materia nell’‘Albergo’ della vita o chiesa che sia, ma al contrario, esiliarsi al freddo della contemplazione di angeli e Spiriti mai morti i quali ci conferiscono quel calore proprio nel quale possiamo, come loro, resuscitare lo Spirito e con esso un più probabile Dio. E come lui, non al caldo del calore donde dicono ed interpretano con la parola la vita nata, ma al contrario, al freddo di una ‘prima simmetria’, scorgere un intero Universo il quale attraverso l’Autunno conferisce l’illusione di smarrire la linfa principio di questa mentre il tronco e la radice riposano ad infinito ‘suo’ principio ed Elemento.

E questa di certo è pur sempre estensiva interpretazione di ciò che al medesimo confino fu enunciato dal vescovo Cusano nel lontano Quindicesimo secolo, ma per tale intento per medesima doppia vista i colori dobbiamo cronologicamente ricomporre alla stessa anche nella ‘casualità’ di cui la fisica specifica l’impossibilità del fotone della propria natura nel salto quantico di cui la materia… E noi nell’eterna incertezza ed impossibilità di intuirne verità e conseguente certezza spaziare nella teoria conferendo alla memoria probabile e ‘duale’ verità storica nel momento in cui, come appena enunciato, con l’intuito dell’osservazione interferiamo nella specifica Natura di un più probabile Dio ‘Straniero’ [Straniero ‘dualmente’ interpretato dalla stessa Memoria il quale lo ha composto Primo principio del bene, e successivamente ridotto, nella cronologia dei fatti conservati, Secondo inferiore quale essenza del male] per taluni, ‘nascosto’ per altri [ancora e lo ripeto nel ‘duale’ senso ed aspetto che il singolo termine ci riserva nelle scritture eretiche e non… sicché il Cusano forse al meglio ha posto il termine detto non rischiando l’uno e l’altro aspetto, i quali, per paradosso, contraddicono le specifiche e proprie premesse e nature storiche circa l’Eretica consistenza di questo] manifesto in Infinito aspetto rilevato e rivelato, disquisendo sul probabile ‘paradosso’… nominato Dio al confino cui posto e costretto nella geografia divenuta ‘ragione’ ‘regione’ e ‘stato’ della Memoria… rilevata nel difetto della rivelata e corretta sua interpretazione. Cui taluni per propria intuizione approdati nella vastità di quel ‘Nulla’ di cui per opposta circoscritta e disgiunta ortodossia fedeli alla propria dimensione conferiscono reciproca corrispondenza negli opposti interpretativi di cui, e lo ripeto, l’‘osservazione’ divenuta ingerenza modifica la stessa.

Quindi non possiamo che dar ragione a quell’Eckhart che forse fu l’eretico per eccellenza, perché, e son sicuro di questa teoria, intuì la verità ed il limite cui costretta… l’Eresia letta… nella ‘casualità’ degli eventi di cui accenneremo breve consistenza cronologica pur assenti dalla Memoria quale ‘prova accertata’ nasce l’atroce e conseguente dubbio di cui forniremo eretica deduzione logica. Come la luce la qual compone la vista del singolo fotone nella ‘dualità’ della propria natura divisa, per l’appunto, fra un onda ed una particella… e noi simmetricamente divisi ed uniti nel dubbio della sua vera essenza e consistenza… Sicché l’‘ortodosso’ diviene per opposto verso Eretico della propria scienza, e come abbiamo già espresso nel limite di ogni scienza vi è una metafisica condizione la quale disvela e rivela… rimuovendo e ponendo invisibile velo nella dimensione di cui la fisica impossibilitata, a differenza in questi opposti accertati, chi di eresia trattava ma in verità l’ortodosso verbo ripone nella propria ed altrui bisaccia spacciandolo per interpretazione avversa, giacché questa condizione la possiamo riconoscere nell’opposto così componiamo la vista ed i colori… dell’enunciato annunciato...


















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