CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

mercoledì 15 agosto 2018

IL FIGLIO DEGLI DEI (22)

















































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Il problema della menzogna (21)

Prosegue in:

Tra gli Alberi... cosa c'è? (23) &

Un cimitero Funerario (24) &

Relatività Spirituale (25)














Follia (s.f.) - Quel dono e facoltà divina la cui creativa e sovrana energia ispira la mente umana, guida le azioni dell’uomo e impreziosisce la sua vita.  

Idiota (s.m.) - Membro di una grande e potente tribù che nel corso dei tempi ha sempre esercitato un assoluto dominio sulle cose umane.





Una giornata ventilata e un paesaggio assolato.
Aperta campagna a destra, a sinistra e davanti; una foresta, dietro. Ai margini di questa foresta, di fronte all’aperta campagna, ma senza avventurarsi in essa, lunghe schiere di truppe, ferme.

La foresta brulica di soldati, e risuona di rumori confusi: lo sporadico crepitio di ruote, ogni volta che una batteria di artiglieri si mette in posizione per coprire l’avanzata; i borbottii e i sussurri dei soldati intenti a conversare; il suono di innumerevoli passi sulle foglie secche che ricoprono gli spazi vuoti tra gli alberi; gli ordini bruschi pronunciati dagli ufficiali. Gruppi isolati di soldati di cavalleria sono in prima linea, non completamente allo scoperto; molti di loro osservano con attenzione la cima di una collina a un chilometro e mezzo di distanza, nella direzione in cui si è interrotta la loro avanzata.

Il fatto è che questo esercito potente, attraversando la foresta nello schieramento di battaglia, si è imbattuto in un ostacolo insormontabile: l’aperta campagna.

La cima di quel lieve pendio, a un chilometro e mezzo di distanza, ha un aspetto sinistro; sembra dire: attenti!




È percorsa da una parete di pietra che si estende per un lungo tratto verso sinistra e verso destra. Dietro c’è una siepe; dietro la siepe si vedono le cime degli alberi in ordine sparso.

Tra gli alberi… cosa c’è?

Bisogna saperlo.

Ieri, e per molti giorni e per molte notti addietro, abbiamo combattuto qua e là; ci sono stati bombardamenti continui, intervallati da sporadici colpi secchi di moschetto, che si confondevano con le grida di gioia, ora nostre, ora dei nemici – raramente riuscivamo a distinguerle – che testimoniavano un vantaggio momentaneo. Stamattina all’alba, i nemici erano scomparsi. Siamo avanzati attraverso i loro terrapieni, che così spesso in passato avevamo cercato invano di superare invano, attraverso i resti del loro accampamento abbandonato, tra le tombe dei loro caduti, e nella foresta al di là. Con quanta curiosità abbiamo osservato ogni cosa! Come tutto ci è parso strano! Non abbiamo visto nulla di familiare; gli oggetti più comuni – una vecchia sella, una ruota in frantumi, una borraccia abbandonata – ci raccontavano qualcosa della misteriosa personalità di quegli uomini sconosciuti che avevano mietuto vittime nelle nostre file.




I soldati non si abituano mai davvero all’idea che i nemici siano uomini come loro; non riescono a sbarazzarsi della sensazione che appartengano a un’altra specie, che vivano in condizioni diverse, in un ambiente non proprio terrestre. Le più piccole tracce dei nemici tengono inchiodata la loro attenzione e suscitano il loro interesse. Li considerano inavvicinabili; e quando inaspettatamente riescono a scorgerli, sembrano lontani, e di conseguenza più grandi di quanto siano in realtà, simili a oggetti nella nebbia.

Provano una sorta di terrore reverenziale nei loro confronti.

Dal limitare della foresta che conduce sul pendio ci sono orme di cavalli e segni di ruote… le ruote dei cannoni. L’erba secca è stata calpestata dai piedi dei soldati di fanteria. Evidentemente sono passati di qui a migliaia; non si sono ritirati attraverso le strade di campagna. Questo è significativo: segna la differenza tra la ritirata e il ripiegamento. Quel gruppo di soldati di cavalleria è composto dal nostro comandante, dal suo stato maggiore e dalla sua scorta.
Il comandante è di fronte alla cima lontana, regge il binocolo davanti agli occhi con entrambe le mani, ha i gomiti inutilmente sollevati. È una posa: sembra conferire dignità a quell’azione; tutti noi siamo soliti farlo. A un tratto l’ufficiale abbassa il binocolo e dice qualcosa alle persone che gli stanno intorno. Due o tre aiutanti di campo si allontanano dal gruppo e se ne vanno al galoppo nella foresta, rasentando le linee in entrambe le direzioni. Non abbiamo udito le sue parole, ma le conosciamo:

‘Dite al generale x di far avanzare le prime file’.




Quelli di noi che non erano al loro posto tornano in posizione; gli uomini a riposo si rialzano e, senza aver bisogno di un ordine, si riformano i ranghi. Alcuni di noi ufficiali di stato maggiore smontano da cavallo e controllano il sottopancia della sella; quelli che si trovano già a terra montano di nuovo a cavallo.
Un giovane ufficiale arriva galoppando in tutta fretta lungo il margine dell’aperta campagna in groppa a un cavallo bianco come la neve.
Ha la gualdrappa scarlatta.
Che pazzo!
Chiunque sia stato in guerra sa che tutti i fucili puntano istintivamente sugli uomini in groppa a un cavallo bianco; chiunque ha avuto modo di notare che il rosso fa andare su tutte le furie il toro della battaglia. Il fatto che colori del genere siano in voga nell’ambiente militare deve essere considerato la manifestazione più sorprendente della vanità umana. Sembra che siano stati inventati per aumentare l’indice di mortalità.




Questo giovane ufficiale è in alta uniforme, come se si fosse preparato per una parata. È tutto un luccichio di metalli preziosi, un’edizione rilegata in blu e in oro delle Poesie di Guerra. Uno scroscio di risate di scherno percorre tutto il fronte al suo passaggio.
Ma com’è bello!
Con che grazia istintiva monta il suo cavallo!
Si arresta a una distanza riguardosa dal comandante del corpo e fa il saluto militare.
Il vecchio soldato risponde con un cenno familiare; evidentemente lo conosce.
Tra i due è in corso un breve colloquio; il giovane sembra avanzare delle richieste che il più anziano non è disposto a soddisfare.

Avviciniamoci un po’.

Ah! Troppo tardi… la conversazione è finita.

Il giovane ufficiale saluta di nuovo, fa voltare il cavallo e si precipita verso la cima della collina! Ora una sottile linea di soldati dell’avanguardia, composta da uomini schierati a circa sei passi di distanza uno dall’altro, si spinge dal bosco all’aperta campagna. Il comandante parla al trombettiere, che si porta lo strumento alle labbra. Trallalà! Trallalà!
L’avanguardia si ferma.




Nel frattempo il giovane soldato di cavalleria ha proseguito per un centinaio di metri. Cavalca a ritmo di marcia, fila dritto su per il pendio senza mai voltarsi.
Che splendore!
Per tutti gli dèi!
Cosa non daremmo per essere al suo posto… per avere il suo coraggio!
Non sguaina la spada; la mano destra gli penzola con disinvoltura lungo il fianco. La piuma del suo cappello viene sollevata dalla brezza che la fa svolazzare con eleganza. I raggi del sole indugiavano teneramente sulle sue spalline, come una benedizione tangibile.
Tira dritto.
Diecimila paia di occhi lo fissano con un’intensità che non può non avvertire; diecimila cuori battono al ritmo dei passi impercettibili del suo candido destriero.
Non è solo: si trascina dietro le anime di tutti gli altri.
Ma ci ricordiamo di averlo deriso!




Continua a cavalcare in direzione della parete fiancheggiata da siepi. Non si guarda mai alle spalle. O, se solo si voltasse… se solo potesse vedere l’amore, l’adorazione, il pentimento! Non parla nessuno; le voci delle moltitudini di soldati, nascosti e incapaci di vedere, fanno vibrare i popolosi recessi della foresta, ma lungo tutto il suo margine regna il silenzio.
L’imponente comandante sembra la statua equestre di se stesso.
Gli ufficiali di stato maggiore a cavallo, con i binocoli davanti agli occhi, sono tutti immobili. Lo schieramento di battaglia sul limitare della foresta sta su un nuovo tipo di “attenti”, ogni uomo è nella posizione in cui si trovava quando è stato colto dalla consapevolezza di ciò che sta succedendo. Tutti questi assassini incalliti e impenitenti, per i quali la morte nelle sue forme peggiori è uno spettacolo quotidianamente familiare, che dormono sulle colline scosse dal rombo di potenti cannoni, consumano i loro pasti sotto il fuoco delle pallottole vaganti e giocano a carte accanto ai visi esanimi dei loro più cari amici… tutti osservano con il fiato sospeso e il cuore in gola l’esito di un’azione che coinvolge la vita di un solo uomo.
Tale è il magnetismo del coraggio e della devozione.

Se adesso vi voltaste, vedreste un movimento simultaneo tra gli spettatori – un sussulto, come se avessero ricevuto una scossa elettrica – e se guardaste di nuovo in avanti verso il soldato di cavalleria ormai lontano, vedreste che in quel momento ha cambiato direzione e sta cavalcando in diagonale rispetto al suo percorso precedente.... 

















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