giuliano

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IL TOMO

venerdì 3 agosto 2018

IMPARARE DI NUOVO A CAMMINARE (9)




















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La guerra degli Elementi (8/1)

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Imparare di nuovo a camminare (10)














Come avevo capito molto tempo prima in un altro deserto, camminare è il modo in cui il corpo si misura con la Terra.

Ma dove era cominciato?

(Era cominciato con un breve accenno e rimando: lui a me ed io a lui qual invisibile Dialogo fra due pazzi… Ragion per cui proseguiamo…)




…Rousseau pensava che la vera natura dell’umanità si potesse trovare nelle sue origini e che comprendere le origini volesse dire capire chi siamo e chi dovremmo essere. Il problema delle origini dell’uomo ha subito una grande evoluzione da quando Rousseau ha abbozzato una descrizione di qualche usanza extraeuropea cucendola con teorie sul ‘buon selvaggio’. Ma con il tempo la teoria secondo cui ciò che eravamo in origine – che in origine significhi nel 1940 o tre milioni di anni fa – corrisponde a chi siamo o dovremmo essere ora si è soltanto irrobustita.

I testi divulgativi e gli articoli scientifici continuano a dibattere se apparteniamo a una specie violenta e assetata di sangue oppure a una specie sociale, e quale tipo di differenza tra i generi sia inscritto nei nostri geni. Spesso si tratta soltanto di storie senza fondamento su chi siamo, potremmo essere o dovremmo essere, raccontate da chiunque: dai conservatori che si chiedono se la tradizione sia adeguata, ai salutisti, che pensano che dovremmo adottare una qualche dieta alimentare primordiale appena scoperta. Ovviamente, questo tipo di dibattito dà un’impronta fortemente politicizzata al problema delle origini. Gli scienziati che studiano le origini dell’umanità (così come quelli – aggiunge l’autore del blog – che disquisiscono sul Clima…) disputano sulla questione della natura umana e negli ultimi anni la deambulazione è diventata uno dei temi centrali del dibattito.




Mentre i filosofi non hanno granché da dire sul significato della deambulazione, di recente gli scienziati hanno avuto da dire moltissimo. Paleontologi, antropologi e anatomisti hanno dato vita a una discussione appassionata e spesso partigiana su quando e perché la scimmia ancestrale si drizzò sulle zampe posteriori e cominciò a camminare, e lo fece per tanto tempo che il suo corpo si trasformò nel nostro corpo, assumendo la stazione eretta e diventando bipede. Quelli che stavo cercando erano i filosofi della deambulazione, coloro che non cessavano di indagare come ogni forma corporea possa spiegarne la funzione e come, alla fine, le forme e le funzioni si siano sommate a formare la nostra umanità (anche se è ugualmente oggetto di dibattito in cosa consista tale umanità).

L’unico dato certo è che camminare eretti è il primo segno distintivo di ciò che sarebbe diventato umanità. Quali che siano le cause, esso è stato causa di molto di più: ha aperto nuovi e vasti orizzonti di potenzialità e, tra l’altro, ha creato quel paio di arti di riserva, le braccia, che pendono dal corpo eretto alla ricerca di qualcosa da impugnare o da fare o da distruggere, e che furono liberate perché potessero evolversi fino ad acquisire la capacità di manipolare il mondo materiale in modo sempre più sofisticato.




Secondo alcuni studiosi, il bipedismo è il meccanismo che ha regolato l’espansione del nostro cervello, altri invece vedono in esso la struttura che ha determinato la nostra sessualità. Così, sebbene il dibattito sulle origini del bipedismo rigurgiti di descrizioni dettagliate di articolazioni dell’anca e di ossa del piede e di metodi di datazione geologica, in fin dei conti ruota sempre sul sesso, sul paesaggio e sul pensiero.

In genere, l’unicità dell’essere umano viene rappresentata in termini di coscienza. Eppure anche il corpo dell’uomo è diverso da ogni altra cosa sulla Terra e, in un certo senso, ha dato forma alla coscienza. Non c’è niente che nel regno animale somigli a quella colonna di carne e di ossa sempre sul punto di cadere, a quella torre instabile e superba. Le poche altre specie a due zampe – come gli uccelli o i canguri – sono dotate di una coda o di altre strutture anatomiche che servono loro per restare in equilibrio, e la maggior parte di questi bipedi più che camminare saltella.




Il lungo passo alternato che ci sospinge in avanti è unico, forse perché si tratta di una soluzione molto precaria. Con le quattro zampe appoggiate sul terreno, i quadrupedi sono stabili quanto un tavolo, mentre gli esseri umani in piedi su due gambe sono in equilibrio instabile già prima di cominciare a muoversi. Anche fermi in piedi sono un trionfo dell’equilibrio, come sa chiunque abbia visto un ubriaco o sia stato a propria volta ubriaco.

Quando si legge una relazione sulla deambulazione umana può accadere che la Caduta faccia pensare alle altre cadute, agli innumerevoli capitomboli di una creatura che, diventata eretta all’improvviso, per muoversi deve equilibrare tutto il proprio mobile peso su un piede solo.

Ha scritto John Napier in un suo saggio sulle origini remote della deambulazione: ‘La deambulazione umana è un’attività unica nella quale, passo dopo passo, il corpo vacilla sull’orlo della catastrofe […]’.

Il bipedismo dell’uomo appare potenzialmente catastrofico perché l’unica cosa che impedisce all’essere umano di cadere a faccia in giù è il movimento ritmico in avanti prima di una gamba e poi dell’altra.

Questo fenomeno si riscontra più facilmente nei bambini piccoli, nei quali i molti aspetti, che con la crescita si concateneranno senza soluzione di continuità per diventare deambulazione, sono ancora goffi e distinti. I bambini imparano a camminare civettando con i capitomboli: prima inclinano il corpo in avanti e poi si spostano lesti per far tornare le gambe sotto il corpo. Sembra che le loro gambette paffute e arcuate indugino sempre o riguadagnino il tempo perduto, così che spesso il bambino vive ripetute frustrazioni prima di riuscire a padroneggiare quest’arte. I bambini cominciano a camminare per inseguire desideri che nessuno realizzerà per loro: il desiderio di raggiungere quello che si trova oltre la loro portata, il desiderio di libertà, di indipendenza dai confini sicuri dell’Eden materno.




Così camminare comincia come una caduta rinviata, e la caduta incontra la Caduta.

Si può pensare che in un dibattito scientifico la Genesi sia fuori posto, ma sono stati spesso gli scienziati a trascinarsela dietro più o meno inconsapevolmente. Come i miti della creazione, gli articoli scientifici si sforzano di spiegare chi siamo, tanto che alcuni sembrano rifarsi al mito cruciale della cultura occidentale, quello di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden.

Mentre, il giorno prima, Pat stava facendo una scalata per puro piacere, io mi ero stesa all’ombra e, sfogliando pigramente la sua guida, mi ero divertita a leggere il nome di alcune vie di arrampicata su e giù per le migliaia di giganteschi massi del parco: ‘Filo interdentale presbiteriano’ si trovava vicino a ‘Stuzzicadenti episcopale’, mentre ‘Demonietti su un paralume’ ironizzava sull’arrampicata elegantemente chiamata ‘Figure in un paesaggio’; poi c’era un gran numero di giochi di parole sui cani barboni o che alludevano alla politica o all’anatomia per indicare altre vie verticali su per le rocce.

Quella sera, mentre gli leggevo la teoria del bipedismo e la quaglia passeggiava per il cortile posteriore e il sole al tramonto allungava le ombre delle colline nella valle, Pat giurò che avrebbe costretto gli amici che avevano scoperto e battezzato molte delle vie di scalata del parco a chiamare la prossima ‘Vigilanza copulatoria’, oscuro monumento a una teoria su come avevamo perduto la capacità di arrampicarci e, a suo parere, una di quelle di più ampio respiro sulle origini dell’uomo.




 [….Quando le condizioni ambientali variano e si rincorre per piacere o per istinto, per riposo o per salute, tutte gli stati di quiete che offre la montagna, dobbiamo saper distinguere per gradi gli intenti che motivano ciascuno di noi a quelle particolari condizioni di stato d’animo. Poi in base a questo, capire e decifrare i gradi di coscienza in ciascuno. Quando l’atto diventa (poi) puro istinto, allora possiamo dire che la fuga verso la fonte del nostro - io originario - ha raggiunto un alto grado di sensibilità e simmetrica consapevolezza con tutti gli elementi che ci circondano. Una empatia riclassificata per altra ed estranea patologia, taciuta alla normale comprensione dell’essere alla natura e con essa al mondo, soffocata e piegata alla materiale consistenza della presunta civiltà. Posta negli scaffali della grande biblioteca della storia dell’uomo come antico ‘dèmone’ da sconfiggere per una croce o una filosofia mai compresa ed accettata. Per taluni saremmo regrediti ad uno stato pre-umano e quindi animalesco e istintivo da selvaggi. Per altri, avremmo raggiunto un livello di simmetria con tutti gli elementi esterni che ci rapportano ad una percezione sicuramente differente da come solitamente siamo portati a misurare e comprendere le nostre emozioni. Sembra che ogni singolo elemento scorra in noi… e noi in loro. G. Lazzari L’Eretico Viaggio]




Sussman disse: Quando cominciammo questo lavoro, e non credo sia immodesto parlarne, quasi tutti quelli che si occupavano del problema sostenevano che l’evoluzione umana si fosse svolta nella savana, nei campi aperti del veldt sudafricano o nelle savane dell’Africa orientale. Io credo che sia un mucchio di sciocchezze. Penso invece che l’afarensis abbia vissuto nella foresta e nei campi aperti a mosaico come quelli che si trovano oggi nel Congo francese o lungo i fiumi dove ci sono molti alberi. A parer mio è probabile che per milioni di anni un animale che si arrampicava e un apprendista bipede siano convissuti. Aggiunse che i vecchi disegni che ricostruivano questa fase dell’evoluzione rappresentavano creature che camminavano per la prateria, ma nessuno le aveva mai rappresentate in un habitat molto più composito, e gli articoli più recenti del National Geographic erano corredati da illustrazioni che le rappresentavano nelle foreste e, alcune, sugli alberi.

Il fatto che le creature abitassero nella foresta e si arrampicassero sugli alberi era diventato talmente ovvio, disse Stern, che nessuno si era dato la pena di riconoscere a Stern stesso e a Sussman il merito di essere stati i primi ad avanzare questa ipotesi. Le loro argomentazioni si mangiavano la coda: gli ominidi avevano imparato a camminare per avventurarsi nella savana ed erano sopravvissuti nella savana perché erano camminatori competenti. E la savana appariva come un’immagine di libertà, di spazio illimitato in cui anche le opportunità erano illimitate, uno spazio più nobile della foresta primordiale, meno simile alla foresta aperta dei camminatori solitari di Rousseau che alle giungle in cui Jane Goodall e Dian Fossey avevano condotto i loro studi sui primati.

Più tardi Stern disse: Quello che mi dà più da pensare è il modo in cui camminavano. Ho scritto un articolo in cui dicevo che non è possibile che camminassero come noi. Non è né rapido né efficiente sotto il profilo energetico… Abbiamo torto?

In realtà, il loro modo di camminare era invece ottimale?

Intervenne Sussman: ‘Oppure coniugavano un eccellente modo di arrampicarsi sugli alberi con un bipedismo merdoso e le proporzioni si invertirono a poco a poco […]’.






















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