giuliano

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IL TOMO

martedì 8 maggio 2018

SUL COMMERCIO DELL'ANIMA E DEL CORPO (30)









































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Il villaggio gli parve piuttosto grande; due boschi, uno di betulle e uno di pini, come due ali, una più scura e l'altra più chiara, stavano alla sua destra e alla sua sinistra; nel mezzo si vedeva una casa di legno con un mezzanino, il tetto rosso e i muri grigio-scuri, o meglio grezzi - una casa sul genere di quelle che da noi costruiscono per gli insediamenti militari e per i coloni tedeschi. Si notava che nel costruirla l'architetto aveva lottato continuamente col gusto del proprietario. L'architetto era un pedante e voleva la simmetria, il proprietario la comodità, e, come  si vedeva, in conseguenza di ciò aveva sprangato tutte le finestre che davano su un lato e al posto loro ne aveva aperta un'unica piccolina, resasi probabilmente necessaria per un ripostiglio buio. Anche il frontone non era riuscito affatto in mezzo alla casa, per quanto si fosse battuto l'architetto, perché il proprietario aveva fatto eliminare una colonna da un lato e perciò non erano risultate quattro colonne, com'era previsto, ma solo tre. Il cortile era circondato da una recinzione di legno robusta e grossa oltre misura. Il possidente sembrava essersi preoccupato molto della solidità. Per le scuderie, i granai e le cucine erano state utilizzate travi pesanti e grosse, destinate a durare per secoli. Anche le izbe dei contadini del villaggio erano costruite a meraviglia: non c'erano pareti di legno piallato, intagli decorativi e altri vezzi, ma tutto era incastrato insieme saldamente e come si deve. Perfino il pozzo era rivestito di legno di quercia così robusto, come se ne usa solo per i mulini e per le navi. In una parola, qualsiasi cosa guardasse era ben appoggiata, senza tentennamenti, disposta in un suo ordine saldo e goffo. 





Avvicinandosi all'ingresso, egli notò due volti che si erano affacciati alla finestra quasi contemporaneamente: uno femminile, con la cuffietta, stretto e lungo come un cetriolo, e uno maschile, rotondo, largo come quelle zucche moldave, chiamate gorljanki, con cui in Rus' si fanno le balalajke, dele balalajke leggere a due corde, ornamento e svago dell'intraprendente giovanotto ventenne, ammiccante ed elegante, che strizza l'occhio e fischia alle ragazze dal bianco seno e dal bianco collo, radunatesi per ascoltare il suo sommesso strimpellare. Dopo essersi affacciati, entrambi i volti si nascosero nello stesso istante. Sul terrazzino uscì un lacchè in giacca grigia con il colletto rigido azzurro e condusse Èièikov nel vestibolo, dove il padrone in persona lo aspettava già. Nel vedere l'ospite, disse bruscamente: ‘Prego!’ e lo condusse nelle stanze interne. Quando Èièikov guardò di sbieco Sobakeviè, costui stavolta gli parve assai simile a un orso di media grandezza. Per completare la somiglianza, portava un frac di un perfetto color orso, maniche lunghe, pantaloni lunghi, e camminava con i piedi di traverso, calpestando continuamente i piedi altrui. La sua faccia era del colore arroventato, acceso, che hanno le monetine di rame da cinque copeche. Si sa che al mondo esistono molte facce per rifinire le quali la natura non è andata troppo per il sottile, non ha usato alcuno strumento fine, come lime, succhielli e simili, ma ha semplicemente tagliato giù di grosso: un colpo d'accetta - ed è uscito il naso, un altro - sono uscite le labbra, con un grosso trapano ha fatto gli occhi, e, senza neanche piallare l'opera, l'ha mandata nel mondo, dicendo: ‘Vive!’. 




La stessa faccia robusta e squadrata a meraviglia aveva Sobakeviè: la teneva più verso il basso che verso l'alto, il collo non lo muoveva affatto e a causa di tale fissità guardava raramente il suo interlocutore, ma sempre o l'angolo della stufa, o la porta. Èièikov gli diede un'altra occhiata di sbieco mentre attraversavano la sala da pranzo: un orso! un autentico orso! Non ci mancava che questa strana coincidenza: si chiamava perfino Michail Semënoviè. Conoscendo la sua abitudine di pestare i piedi, Èièikov muoveva i propri con grande cautela e lo lasciava passare per primo. Il padrone di casa sembrava consapevole di questa sua pecca, e gli domandò subito: ‘Non l'ho per caso infastidita?’. Ma Èièikov ringraziò, dicendo che, finora, non c'era stato alcun fastidio. Entrato in salotto, Sobakeviè indicò una poltrona, dicendo di nuovo: ‘Prego!’ Sedendosi, Èièikov lanciò un'occhiata alle pareti e ai quadri che vi erano appesi. Raffiguravano tutti giovanotti in gamba, condottieri greci in incisioni a tutta figura: Maurocordato in pantaloni rossi e uniforme, con gli occhiali sul naso, Miaulis, Canaris. Tutti questi eroi avevano cosce così grasse e baffi così madornali, che un brivido ti passava per il corpo. Fra i robusti greci, non si sa in che modo e perché, era finito anche Bagration, sparuto, magrolino, con sotto bandierine e cannoni e una cornice stretta stretta tutt'intorno. Poi di nuovo seguiva l'eroina greca Bobelina, una sola gamba della quale pareva più grande di tutto il tronco di quei damerini che affollano i salotti di oggidì. A quanto pare il padrone di casa, essendo egli stesso un uomo sano e robusto, aveva voluto che anche la sua stanza fosse ornata da persone robuste e sane. 





Accanto a Bobelina, proprio davanti alla finestra, era appesa una gabbia dalla quale guardava un tordo scuro a puntini bianchi, che assomigliava molto anche lui a Sobakeviè. Ospite e padrone di casa non avevano avuto il tempo di tacere due minuti, che la porta del salotto si aprì ed entrò la padrona di casa, una signora molto alta, in cuffietta con nastri tinti con colori fatti in casa. Entrò solennemente, tenendo la testa eretta come una palma. ‘Questa è la mia Feodulija Ivanovna!’ disse Sobakeviè. Èièikov si accostò alla manina che Feodulija Ivanovna quasi gli ficcò in bocca, e in quell'occasione ebbe modo di notare che le mani erano state lavate in salamoia di cetrioli. ‘Tesoro, ti presento Pavel Ivanovic Cièikov!’ proseguì Sobakeviè. ‘Ho avuto l'onore di conoscerlo dal governatore e dal direttore delle poste’. Feodulija Ivanovna lo pregò di accomodarsi, dicendo anche lei: ‘Prego!’ e facendo un cenno col capo come quello delle attrici che interpretano le regine. Poi si sedette sul divano, si coprì col suo scialle di lana merinos e non mosse più né occhio, né ciglio. Èièikov di nuovo alzò gli occhi e di nuovo vide Canaris con le grasse cosce e i baffi interminabili, Bobelina e il tordo nella gabbia. Quasi per cinque minuti interi tutti rimasero in silenzio; si udiva solo il picchiettio del becco del tordo contro il legno della gabbia, sul fondo della quale pescava dei chicchi di grano. Èièikov abbracciò ancora la stanza con lo sguardo, e ogni cosa in essa era solida, goffa al massimo grado e aveva una certa strana somiglianza con il padrone di casa; in un angolo del salotto c'era un panciuto scrittoio di noce su quattro sgraziatissime gambe, un autentico orso. Il tavolo, le poltrone, le sedie, tutto era del tipo più pesante e scomodo - insomma, ogni oggetto, ogni sedia pareva dire: ‘E anch'io sono Sobakeviè!’ oppure: ‘E anch'io assomiglio tutto a Sobakeviè!’. 




‘Abbiamo parlato di lei a casa del presidente del tribunale, da Ivan Grigor'eviè’ disse alla fine Èièikov, vedendo che nessuno si disponeva ad attaccare discorso, ‘giovedì scorso. Vi abbiamo passato il tempo molto piacevolmente’. ‘Sì, quella volta non c'ero dal presidente’ rispose Sobakeviè. ‘Che ottima persona!’. ‘Chi?’ chiese Sobakeviè, guardando l'angolo della stufa. ‘Il presidente’. ‘Be', forse le sarà sembrato: ma non è altro che un massone, e il peggior imbecille che il mondo abbia mai prodotto’. Èièikov restò un po' interdetto da quella definizione piuttosto brutale, ma poi, ripresosi, continuò: ‘Naturalmente, ognuno ha le sue debolezze, ma in compenso il governatore è una persona così meravigliosa!’. ‘Il governatore una persona meravigliosa?’. ‘Sì, non è vero?’. ‘Il più gran bandito del mondo!’. ‘Come, il governatore un bandito?’ disse Èièikov e assolutamente non riusciva a capire come il governatore potesse essere annoverato fra i banditi. ‘Confesso che non l'avrei mai pensato’ riprese. ‘Ma mi permetta, però, di osservare che le sue azioni non sono assolutamente tali, anzi direi piuttosto che in lui c'è molta dolcezza’. E come prova citò persino i borsellini ricamati con le sue stesse mani, ed elogiò l'espressione affettuosa del suo viso. ‘Anche il viso è da bandito!’ disse Sobakeviè. ‘Dategli solo un coltello e mettetelo sulla strada maestra: sgozzerà, per una copeca sgozzerà! Lui e anche il vice-governatore: Gog e Magog!’. ‘No, con loro non è in buoni rapporti’ pensò fra sé Èièikov. ‘Adesso allora gli parlo del capo della polizia: mi sembra che sia suo amico’. ‘Del resto, per quel che mi riguarda’ disse, ‘confesso che più di tutti mi piace il capo della polizia. Un carattere così diretto, aperto; una franchezza che gli si legge in faccia’. ‘Un imbroglione!’ disse Sobakeviè molto freddamente. ‘Vi tradirà, vi ingannerà, e poi pranzerà insieme a voi! Io li conosco tutti: sono una massa d'imbroglioni, tutta quanta la città è così: un imbroglione ne cavalca un altro e ne usa un terzo come frusta. Tutti falsi come Giuda. Là c'è un'unica persona perbene: il procuratore: e anche quello, se vogliamo dire la verità, è un porco’. 





Dopo così laudative, ancorché un po' succinte biografie, Èièikov vide che non era il caso di nominare gli altri funzionari, e si ricordò che Sobakeviè non amava parlar bene di nessuno. ‘Allora, tesoro, andiamo a pranzo’ disse a Sobakeviè la consorte. ‘Prego!’ disse Sobakeviè. 

Quindi, avvicinatisi al tavolo degli antipasti, l'ospite e il padrone di casa bevvero come si conviene un bicchierino di vodka, accompagnandolo con gli antipasti con cui l'accompagna tutta la vasta Russia per città e villaggi, cioè con ogni genere di conserve salate e altre stuzzicanti leccornie, poi tutti rifluirono in sala da pranzo: davanti a loro, come un'oca ondeggiante, fluttuò la padrona di casa. La piccola tavola era apparecchiata per quattro. Al quarto posto si presentò ben presto... difficile dire con sicurezza chi fosse: se dama o fanciulla, parente, governante o semplicemente un'ospite della casa: qualcosa senza cuffietta, sui trent'anni, con uno scialle variopinto. Ci sono personaggi che esistono al mondo non come oggetti, ma come puntini o macchioline estranee su un oggetto. Siedono sempre allo stesso posto, tengono la testa allo stesso modo, verrebbe quasi da prenderli per un mobile, e si pensa che da quando son nati dalle loro labbra non sia mai uscita una parola; senonché da qualche parte nella stanza della servitù o in dispensa si rivelano per quello che sono e: apriti cielo! 





‘La minestra di cavoli, anima mia, oggi è molto buona!’ disse Sobakeviè, quando ebbe sorbito un cucchiaio di minestra e si fu scaraventato nel piatto un enorme pezzo di njanja, ben noto piatto che si serve con la minestra di cavoli e consiste in stomaco di agnello ripieno di polenta di grano saraceno, cervello e piedini. ‘Una njanja così’ riprese rivolgendosi a Èièikov, ‘non la mangia in città, là chissà che diavolo le serviranno!’. ‘Dal governatore, però, non si mangia male’ disse Èièikov. ‘Ma lo sa con che cosa fanno tutta quella roba? Non mangerà più, quando lo saprà’. ‘Non so come si cucina, di questo non posso giudicare, ma le braciole di maiale e il pesce lesso erano eccellenti’. ‘Le sarà sembrato. Ma io lo so che cosa comprano al mercato. Quella canaglia là del cuoco, che ha imparato da un francese, ti compra un gatto, lo scuoia, e te lo serve in tavola al posto della lepre’. ‘Puah! Che cose sgradevoli dici’ disse la consorte di Sobakeviè. ‘Perché, tesoro? È così che si fa da loro, non è colpa mia se fanno tutti così, quelli là. Tutti gli scarti possibili e immaginabili, che la nostra Akul'ja butta via, con licenza parlando, nel bidone delle immondizie, loro li mettono nella minestra! Giù nella minestra! là dentro!’. ‘A tavola racconti sempre queste cose!’ ribatté di nuovo la consorte di Sobakeviè. ‘Perché, anima mia’ disse Sobakeviè, ‘un conto se lo facessi io, ma te lo dico anche in faccia che io le porcherie non le mangio. Anche se me la ricopri di zucchero, una rana io non l'assaggio, e neanche le ostriche: lo so io a che cosa assomiglia un'ostrica. Prenda il montone’ continuò rivolgendosi a Èièikov, ‘questo è un quarto di montone con la kaša! Non una di quelle fricassee che si preparano nelle cucine dei signori con la carne di montone che è rimasta al mercato per quattro giorni! Hanno inventato tutto i dottori tedeschi e francesi, io per questo li impiccherei dal primo all'ultimo! Hanno inventato la dieta, la cura con il digiuno! Perché hanno quel loro fiacco fisicuzzo tedesco, s'immaginano di mettere a posto così anche lo stomaco russo! No, è tutto sbagliato, sono tutte invenzioni, sono tutte...’. 



(Prosegue...)

















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