CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 11 febbraio 2020

LA PESTE (39) (Racconti d'Archivio) [11]















Precedente capitolo:

Lo sterco del Diavolo & i segreti del mestiere (38)

Prosegue in:

La peste (40)










Questo inizio, pieno di orrori, sarà per voi, come per chi sta camminando,
una montagna aspra e ripida, dopo la quale si trova un bellissimo pianoro,
tanto piacevole quanto più sono state faticose la salita e la discesa.
E come il dolore sopraggiunge nell'eccesso dell'allegria, così le miserie si
concludono con il sopraggiungere della gioia. A questa breve sensazione
dolorosa (dico breve perché si limita a poche parole), seguiranno subito
la dolcezza e il piacere che prima vi ho promesso e che, forse, dopo un si-
mile inizio, non vi aspettereste.
A dire il vero, se avessi potuto condurvi a quel che desidero attraverso una
strada meno aspra di questa, l'avrei fatto volentieri; ma mi sento quasi co-




stretto a cominciare con una rievocazione dal momento che, senza di essa,
non è possibile spiegare la causa per cui avvenne quel che si leggerà in se-
guito.
Dico, quindi, che erano già passati 1348 anni dall'Incarnazione del Figliolo
di Dio, quando a Firenze, la più straordinaria e nobile delle città italiane,
arrivò la mortale pestilenza (ma non solo lì...).
A inviarla fu forse l'influenza dei corpi celesti, o forse la giusta collera del
Signore per le nostre azioni malvagie. Essa era incominciata molti anni pri-
ma in Oriente, da dove, dopo avere sterminato innumerevoli esseri viventi,
senza sosta si propagò di luogo in luogo, fino a diffondere in Occidente le
sue terribili conseguenze.




In questa situazione, non servirono a nulla né accortezza né provvedimenti
presi dagli uomini e neppure le umili suppliche dei devoti a Dio.
Speciali incaricati ripulirono la città di tutte le immondizie.
Fu impedito l'ingresso in città a qualsiasi malato.
Furono dati pubblici consigli per la tutela della salute. Non una volta soltan-
to, ma molto spesso folle di fedeli, in processione, pregarono. Fu tutto inu-
tile: quasi all'inizio della primavera di quell'anno, la peste cominciò a far sen-
tire in modo orribile i suoi dolorosi effetti.
Non avvenne come in Oriente, dove le emorragie del naso erano state chiaro
 segno di morte inevitabile. Da noi, all'inizio della malattia, tanto gli uomini




quanto alle donne si manifestavano certi gonfiori all'inguine o sotto le ascelle,
gonfiori che crescevano di più o di meno e che potevano avere arrivare alle
dimensioni di una mela o di un uovo.
La gente li chiamava 'gavaccioli'.
In breve tempo, da inguine e ascelle il mortale gonfiore si diffondeva in ogni
altra parte del corpo. Poi, la malattia si manifestava con macchie nere o blua-
stre che comparivano dovunque, in particolare su bracce e cosce, in alcuni
poche e grandi, in altri piccole numerose.
E come il 'gavicciolo' prima era stato ed era ancora segno sicuro di morte,
così lo erano queste macchie.




Nessun consulto medico, nessun medicinale sembrava essere in grado di ap-
portare anche soltanto un piccolo miglioramento. Pochissimi guarivano, la
maggior parte moriva entro il terzo giorno dalla comparsa dei sintomi, chi
più rapidamente, chi meno, quasi tutti senza febbre o altro.
Ciò era causato o dalla natura stessa della malattia, davvero incurabile, o dal-
l'ignoranza dei curatori. Il loro numero era diventato grandissimo e compren-
deva, oltre ai medici veri e propri, uomini e donne, senza alcuna nozione di
medicina.
Nessuno, comunque, riusciva a individuare le cause del male e, quindi, non
era in grado di prendere i provvedimenti necessari. Questa pestilenza fu par-




ticolarmente virulenta per il fatto che essa, tramite contatto, dai malati si av-
ventava sui sani, come il fuoco fa sulle cose secche o unte che gli siano molto
vicine.
Più si andava avanti e peggio era.
Non solo il parlare con i malati e lo stare a contatto con loro contagiava i sa-
ni e li conduceva alla morte, ma anche il semplice sfiorare i vestiti e qualun-
que altro oggetto che fosse toccato o usato dai contagiati, sembrava trasferire
il morbo agli altri.
Quel che sto per aggiungere, ha davvero dell'incredibile.
Io stesso, se non l'avessi visto con i miei occhi, non oserei crederlo, figuriamo-




ci riferirlo, anche se a raccontarmelo fossero state persone degne di fede.
Dico dunque che la pestilenza fu talmente contagiosa che non soltanto si tra-
smise da uomo a uomo, ma spesso ebbe effetti ancor più sorprendenti: gli og-
geti appartenuti ai malati o ai morti, se toccati da un animale, non solo lo con-
taminavano, ma lo uccidevano in brevissimo tempo.
Di questo i miei occhi ebbero, come ho già detto prima, numerose prove e, fra
 le altre, questa: i vestiti di un poveraccio, morto di peste, erano stati gettati
in strada e due maiali, avvicinatasi ad essi, li afferrarono, come sempre fanno
questi animali con tutto quel che trovano, e li scossero, prima con il muso, poi
con i denti; nello spazio di nemmeno un'ora, le due bestie cominciarono a con-




torcersi, come se fossero state avvelenate, e stramazzarono morte al suolo, so-
pra quei panni incautamente buttati via.
Questi fatti e molti altri, simili o persino peggiori, fecero nascere diverse paure
e strane scelte nei sopravvissuti. Tutti questi, in modo disumano badavano sol-
tanto a evitare i malati e a fuggire lontano da essi e dalle loro case.
Così facendo, pensavano di conservare la salute.
Vi erano alcuni che ritenevano che il vivere con misura, rinunciando a tutto il
superfluo, fosse l'unico modo per scampare a quella calamità. Costruito una spe-
cie di gruppo, vivevano separati da ogni altro.
(Prosegue...)
(L. Corona, Decameron di Boccaccio)
















Nessun commento:

Posta un commento