giuliano

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IL TOMO

domenica 27 gennaio 2019

ALLA NATURA GIUSTA RIMA (57bis)




















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Il trionfo della morte (......)
















Jack non più imperatore per altrui difettevole intelletto accompagnato da ugual piacevole antico diletto; così Jack di nuovo ho incontrato alla cima ove ogni antico Sentiero da pellegrino-trovator-ricercato-braccato… incamminato… Ed ogni Albero preservarne e raccontarne l’antica memoria persa linfa vilipesa offesa squartata dal degrado cui il vil Progresso incamminato - o peggio - degradato al vapore sulfureo di nobile merda in mostra di se stessa.

Odo le voci o meglio neppur quelle rumori ed amplessi di ferraglie antiche accompagnare ciò che fu’ e mai più sarà scalciare alle porte d’un Sentiero perduto nel traguardo ove l’idiota lucidato elmo e casco ciarla con il cavallo fedele compagno in due ruote alla zoccola assiso guardare e desiderarne il meccanico amplesso taciuto… Mentre la Natura nomina la Rima compone Poesia opera siffatta Pazzia nel perseguitato (ri)Quadro ove si compone la meccanica mosca d’una Parabola taciuta. Avversare tutto ciò che non sia nobile mer… Ed a Lei rinnovo antico amore (ri)trovato ed anche celebrato. Meglio la pazzia che cotal scempio avvistato. Meglio la radice saziare e sfamare la fame giacché lo sterco promette pugna e vendetta in nome della falsa ricchezza…

A loro dedico urli non meno di nobile Rime così rinvigorite antiche di chi ha profanato cotal castello come un Tempo smembrato al pari di Jack e il comandato oltraggio affinché il Pensiero possa liberamente circolare dal corpo precluso offuscato intelletto squartato e di rimando al cuore pulsare amore non ancor divorato da Jack così annunciato nell’indomato materiale appetito cui affidare Parabole non meno di numerate Gesta antiche dell’eterna conquista….





LA DAMA RECLAMA AMORE. La donna così difesa rafforza l’ardore… La Natura recita la Rima quando Jack imperator sorge dalla melma della propria eterna Pugna…

I. Nel mio fino cuore regna un sì fino amore, ch’io canterò, sebbene si diffonda il gelo invernale, poiché fiori, canto d’uccelli o foglia o verdura non mi debbono piacere, salvo soltanto le gioie d’amore. M’inspirerò dunque ad amore, che mi tien gaio, per i miei canti ed ho buoni motivi d’inspirarmi a lui. E chi si voglia faccia canzone o danza sopra i canti degli uccelli, che io non ho volontà di far versi se non del piacere d’amore, che senza amore non vi fu mai felicità.

II. E se la gioia è bandita dai maggiori e dai ricchi e se non esistono né lealtà né dirittura, e invece regnano avarizia e falsità per opera di orgoglio insieme con  ‘dismisura’, non pertanto mi lascerò dal cantare, poiché non bisogna accrescere il danno, che è grande. Se essi fanno male, ne sopportino le conseguenze sgradevoli, che io non sono colpevole e non voglio avervi parte; per contro voglio cantare d’amore e procurarmi gioia, del che mi lodo e ho, per di più, ancora fiducia.

III. Mi meraviglio di tutti i reclamatori che vanno protestando contro amore e se ne lamentano. Fra tutti i sinceri amanti mai non vi fu alcuno che meglio amasse senza falsità di quanto io stesso ho amato e amo e amerò. Orbene: se amore fosse tormento all’amante, io avrei dovuto aver sentore poco o molto di codesto tormento, tanto lungamente amore mi ha tenuto in suo potere; ma egli non mi ha dato mai dolore e, per contro, mi ha sempre fatto vivere in allegrezza.





OGNI SELVA RINNOVA AMOR TACIUTO E PERSEGUITATO DALL'ALTRUI VIL PASSO. Selva rinnova amor taciuto dalla Terra alla Radice e questa di rimando alla Foglia del Ramo proteso nella sintesi d’un più nobile Pensiero perseguitato, non dite a Jack di qual Amore si narra in codesta Rima. Jack l’Imperatore del Progresso un antica Pugna rinnovata e avvistarne le membra fra merli impauriti e mute rocce a difesa nella tutela di più nobile Poesia assisa nel proprio antico Regno… è un dovere antico. Ed ispirare volgare accenno da quanto da sempre annunziato nella lotta fra il bene ed il male così rimato che avanza…: nel ricorrente rinato andirivieni ugual cantato: salir e calar e di nuovo con tal agitato fiato calar e salir coprirsi l’elmo ed ancor d’un fiato dall’alto al basso e di rimando… L’inutile indistinguibile Pugna mima dilettevole arte antica in difetto del sano puro intelletto proteso in platonico gesto… a difesa dell’amata Natura così offesa…  

I. Non so se debbo cantare, tuttavia ne ho voglia, sebbene a voler essere giusti, non dovrei averne desiderio, perché conviene, per cantare, aver gioia, mentr’io non l’ho. Nondimeno non voglio tenermi dal cantare, che ben facilmente potrei guarire dal male d’amore (che temo molto che mi faccia soffrire) pel fatto che il canto adduce spesso un gran bene. Io non oso sperarlo, questo bene, tanto ne sono desideroso, ma tuttavia voglio cantare, perché ne ho comunque questo conforto: che se il cantare mi piace, esso non mi fa del male, quand’anche non riesce a farmi del bene.

II. Io mi pensava avere sufficiente saggezza e forza d’animo per poter guarire dagli assalti d’amore, ma in verità mi sono trovato ingannato, perché amore mi ha vinto e mi tiene in suo dominio. Ma io affermo che la colpa non è mia, anzi è tutta quanta dei miei falsi compagni, perché ho avversari [mentre dovrebbero essermi appunto compagni] gli occhi e il cuore. E chi, stando di fuori, si trova ad avere un avversario entro la propria casa, non può avere una lite più straordinaria.

III. Io era come una spessa selva, prima che i miei occhi mi avessero falsamente tradito per lei, che mi conquistò ridendo. Mi pareva di non dover paventare l’assalto d’amore, che la selva non avrebbe da temere l’ascia, qualora questa non fosse aiutata (nella sua opera di demolizione] dal maniaco di legno Jack. Ed io, o Amore, non vi avrei temuto, se i miei occhi non mi fossero stati avversi; ma essi, gli sleali, mi hanno tradito, come il legno dell’ascia tradisce la selva.

IV. Che voi entraste Amore, per i miei occhi, entro il mio cuore, e il cuore ebbe torto di albergarvi senza mio consenso. Ma dal momento che gli occhi, quieti, vi hanno compiaciuto, rallegrateli, per vostra cortesia, come si conviene a buona signoria. Non vi prego per me, so! che rendiate gioiosi questi traditori che mi hanno messo il desiderio in corpo. E, in verità, merito una ricompensa da Dio, per la ragione che intercedo per coloro che mi fanno un male da morirne.

V. Sebbene, o Amore, io sia tra i vostri sudditi un poco per forza, tuttavia oso chiedervi la mercé di non essere verso di me privo di pietà, che così come voi siete forte nel conquistare, io sarò forte, sia saggezza o follia, nel servirvi, e non darò ascolto al mio senno, che mi rimprovera; e non credo che nessuno sia mai stato più timoroso al vostro riguardo; ma ben sapete che siccome il servirvi procura agli uni dolore, così anche gli altri temono di averne a soffrire.

VI. Però, o Amore, dal momento che mi avete fatto innamorare della pili bella di tutto il mondo, di ciò sono soddisfatto, e la maggior gioia l’attendo da voi, o donna, perché non volete ancora rendermi con tento... — O falso, io ti rendo contento, perché non ti vedo mai senza sorriderti. — È vero, ma io temo che ci sia sotto un inganno. — Non temere, che questo dev’esserti di grande conforto... — Questo? che cosa? — Che il riso prende origine da cuore innamorato. — Certo, se viene però da donna leale, — O folle, tale sono io e non faccio sembiante menzognero.

VII. Buona donna, la vostra gentile risposta mi fa tanto piacere e mi ha reso tanto contento, che ho dimenticato il mio tormento e il mio male; ma non fatemi troppo aspettare la ricompensa, se Dio vi salvi.





IL DISPREZZARE IL LAVORO D’ALTRI: rami intelletti sparsi e coperti di nobile neve solo per rimembrare l’antico ardore di aver ispirato l’amore a cui ogni cantore alla propria diletta rimembra la Natura persa da tanta troppa villania… Non un urlo né la vista solo il disprezzo di chi profana tal Bellezza…. E anche avessi offeso o vilipeso codardi apostrofati e nominati per nome o cani sparsi mi duole giacché offendete il mio amore… Giacché profanate lo Spirito per sempre ammirato difettevoli di vista e Anima che meglio aggrada e nobilita degna Parola. Ad ogni vostra ed altrui merdata preferisco la radice di cotal Dottrina perseguitata…    

I. Saprei fare anch’io, se volessi, versi oscuri abili e ingegnosi; ma non conviene affilare il proprio canto con tanta fina maestria che non appaia chiaro come la luce del giorno; che il poetare ha poco valore se la chiarezza non gli dà splendore, poiché il poetare oscuro è tuttavolta considerato come morto, mentre rivive grazie alla chiarezza. Ond’io canto sempre chiaramente.

II. Altrettanto bene canto d’inverno quanto d’aprile, sol che ve ne sia il motivo, e apprezzo di più, chiunque sia che si attenga ad altra opinione, chiari detti ben lavorati che parole oscure strettamente legate; e non mi pare che abbia tanto onore, sebbene creda averlo maggiore, colui che lega e serra fra loro le parole del suo canto, quanto ne ha colui che lo rende gradevole con la chiarezza. Onde, quando canto, procuro di cantare in modo chiaro.

III. E chi per questo mi disprezzasse o me ne rimproverasse, so bene che su ciò non si troverebbe d’accordo con quattro uomini sopra mille; e dato che un sì gran numero d’uomini fosse del mio parere, se egli ne ricavasse disonore, dovrebbe incolpare la propria leggerezza; e questa è una ben grande follia: che alcuno, che non sa trarre acqua da un chiaro ruscello (che, cioè, non sa far nulla di bene), fa motti oscuri, come se avesse un intelletto superiore.

IV. Un’altra stoltezza, degna d’una femmina, e che nasce da invidia insieme con fellonia, fanno coloro che si danno villanamente a biasimare 1’opera altrui. Ma perché mai appunto colui, che non saprebbe farlo, disprezza il lavoro d'altri? Questa reputo una grave colpa e tale da non essere certo di mio gradimento, perché inspirata soltanto da animo malvagio; ond’io consiglio ciascuno di guardarsene.

V. Ma io amo una donna signorile, gaia e di bella affabilità, i cui atti sono chiari e gentili e nutriti di un fino pregio, che li inspira. Essa è tanto cortese che sempre quando mi vede mi soccorre, per amore, con un suo piacente sorriso. E il bacio, che essa mi accordò, mercé sua, mi ha già messo sulla via per conquistare la grande onorata gioia (di essere da lei amato).

VI. Di mia libera volontà e con umile cuore sono tutto sotto il suo dominio e non ho intenzione di distogliermene, campassi mill’anni ; che tanto verso lei m’inchino con umile dolcezza che mi terrei ricompensato del mio dolore, se anche non ottenessi nulla di meglio; ma la mia dama, che è saggia, con le sue belle virtù, mi esalti, dal momento che io tanto mi umilio.

VII. Donna Natura, canto di voi e d’amore, per la qual cosa i più mi considerano folle; ma non mi considererebbe tale chi sapesse donde viene la ispirazione al mio cantare, lo però desidero di più che mi si consideri folle (e non si conosca l’oggetto del mio canto).

VIII. Piacente donna, io evito ogni altra gioia e da voi mi vengono le gioie, delle quali vivo.











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