giuliano

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IL TOMO

lunedì 14 gennaio 2019

LA VENDETTA (nel lento inesorabile declino) 43




































Precedenti capitoli:

Il lento inesorabile declino (41)  &  (42)

Prosegue nel...

Sogno di Saturo (44)  &

L'armatura aliena (o... alienata...) (45)












Il Dio biblico che dice:

‘Mia la vendetta, mia la retribuzione (ed aggiungo mia la giustizia…)’. Ha trovato nei poteri dell’Europa (come del resto assistiamo in questi giorni con la cattura di un noto latitante…) cristiana coloro che hanno avuto il ‘monopolio’ della vendetta e lo hanno esercitato in nome suo.

Nel passato dei Paesi europei la pena di morte ha conosciuto una fase generale di diffusione e di pratica abituale per la quale si può risalire al mondo antico mediterraneo e delle culture germaniche: l’avvento del cristianesimo come religione esclusiva del lungo Medioevo europeo ha cancellato questa realtà.

Il risultato del patibolo come strumento abituale di una giustizia terrificante si è fatto particolarmente intenso proprio nei secoli in cui ha preso forma su fondamenti cristiani l’assetto dei moderni stati nazionali, cioè approssimativamente dal Trecento al Settecento. Nelle città italiane ed europee si è svolta allora abitualmente una scena di grande suggestione: quella della pena capitale, detta anche ‘vendetta’. La regola della ‘vendetta’ governava allora le relazioni di tutta la vita sociale: non nasceva da un moto spontaneo, da un impulso vendicativo. Nei tempi di cui parliamo,  com’è stato giustamente scritto, ‘la legge della vendetta di sangue vige come dovere’ e impone l’obbligo di vendicare il padre al ‘fanciullin che giace nella culla, che ancor non può pronunciar parola’.

Era un obbligo morale e giuridico o di reciprocità che legava le persone col filo dell’onore e con la voce del sangue fino a disegnare un sistema dove i gesti e i comportamenti obbedivano a regole non scritte ma chiarissime per tutti. Una ricerca sulle ragioni dei delitti descritti nelle domande di grazia al re di Francia ha mostrato che nella maggior parte dei casi il delitto nasceva da un’offesa subita in precedenza, un affronto che bisognava lavare col sangue.

‘Vendetta propriamente è infliggimento di pena per saziamento d’ira’, scriveva Francesco da Buti nel suo commento alla ‘Divina Commedia’. Non per niente lo stesso Dante, che aveva avuto in famiglia la morte violenta di Geri del Bello, cugino di suo padre, lo rappresentò nel poema come un’anima irata per la mancata vendetta che pesava come un’onta sull’intera famiglia. La regola della vendetta privata era profondamente radicata nel costume e tradizionalmente prevista negli statuti comunali. La si trova ancora in quello fiorentino del 1415 anche se a quella data nei trattatisti di morale e nei libri di famiglia si coglie l’avanzare di una tendenza a eliminarne la pratica a favore di forme di riconciliazione o almeno di mediazione pacifica da parte delle magistrature pubbliche. Ma ne rimase a lungo una presenza nel costume: era il modo obbligato di reagire ad un’offesa o a un danno ricevuto, non solo quello riguardante la famiglia e il nome, ma prima ancora quello alla comunità, al sovrano e prima di tutto a Dio.

La sentenza del giudice che condannava a morte colpiva il ribelle, il traditore e soprattutto l’Eretico.

Nel Cinquecento Andrea Alciato raccolse la tradizione che parlava di ‘divina vindicta’ per le condanne dei seguaci di dottrine ereticali (ma vi aggiunse una maliziosa nota critica per far presente che nella chiesa primitiva gli Eretici erano lasciati alla vendetta divina, non a quella del potere ecclesiastico).

Di fatto, come ha osservato un grande storico spagnolo del diritto, quasi mai si accedeva alle istituzioni giudiziarie per denunziare un delitto o per collaborare col giudice del castigo del colpevole: la vendetta privata era la regola. E anche la giustizia penale di un antico regime si chiamava vendetta. L’esecuzione capitale era la forma estrema della vendetta. L’uccidere era solo una componente e non certo la più dolorosa della pena, che si completava con gli ‘aggravamenti’. C’era la violenza morale dell’esposizione pubblica, da vivo o da morto; e c’erano le mutilazioni fatte lungo il percorso del corteo della giustizia o sulla pubblica piazza: la lingua mozzata al bestemmiatore o all’Eretico, la mano tagliata al ladro o all’assassino, le tenaglie infuocate per artigliare il corpo del condannato che diventava così il terreno dove tradurre in realtà il processo evangelico – tagliare la parte del corpo che è l’occasione del peccato.

Il reo per sua parte aveva già subito la tortura giudiziaria nel corso del processo e doveva affrontare ora una prova ancora più penosa e disperata. L’aspetto privato del vendicarsi vi si combinava con quello pubblico. Diversamente da quello che accade oggi nelle esecuzioni capitali di alcuni degli Stati Uniti d’America dove i parenti delle vittime sono invitati a godere lo spettacolo dell’assassinio che viene assassinato, allora la giustizia come vendetta era collettiva e pubblica. Ogni volta che gli storici hanno tentato di raccontare quelli che Huizinga definì ‘i toni crudi della vita’ nell’autunno del Medioevo, si sono affacciati i termini come ‘teatro’ e ‘spettacolo’: era uno spettacolo dedicato ad educare i molti col terrore della sofferenza di uno.




Riporto a questo punto un esempio giudiziario a me caro perché compone e nel qual tempo scompone i termini di bellezza ordine e natura così come abituati ad ammirarli là ove sovente esposti (anche e soprattutto nei dettagli più impercettibili in grado di certificare bravura e tecnica qual sintassi di medesima lingua…) immaginando e decifrando  una realtà non sempre corrisposta ed interpretata nella corretta e tradotta dovuta interpretazione ‘grammaticale’ sovente dagli artisti ‘crittografata’. Cioè, se una determinata ‘grammatica’ tende a comporre (quindi anche nel suo procedimento inverso decifrandone lingua e costume…) una o più lingue ‘pittografiche’ quando pensiamo scorgere e quindi ‘leggere’ nelle visioni di costumi e bellezza riprodotte non una rozza condizione sociale, ma al contrario, 





...una pacifica evoluta realtà del (antico…) tempo rappresentato… nonostante i secoli trascorsi, talvolta ed inaspettatamente ci troviamo di fronte ad un linguaggio ed alla sua pittografia rappresentazione all’inusuale porto di una diversa visione, diversa pur medesima rappresentazione di ugual violenza. E questo può essere vero non solo per le opere sovente ammirate ma anche per il fatto giudiziario da cui il ‘teatro’ offerto in medesimi stati e nazioni e di cui l’Arte ci ha tramandato una vasta testimonianza di nobiltà, e al contrario, ‘rarità pittografiche’ circa le consuetudini sociali più scabrose, quindi, un linguaggio anche se appropriato nei propri ‘termini discorsivi’ sicuramente violento rispetto medesima prospettiva ove ugual lingua dell’Arte conosce la propria funzione quali la bellezza anche nella violenza coniugate con episodi biblici trascrivere ed...





 ...assolvere ad una funzione sociale ben precisa nel componimento e compimento di una Verità quale testimonianza in cui rileggere, per l’appunto, i fatti o precetti di cui il versetto all’apertura del capitolo circa la vendetta. In poche parole la ‘grammatica pittografica’ - sacra e non - ha sempre assolto ad una specifica condizione e funzione sociale comporre la lingua ufficiale il credo univoco a cui sottomettere bellezza e ragione, ed in cui esercitare i termini evoluti e di paragone nella capacità di riprodurla e nei soggetti in cui questa testimonianza di Dio comporre l’immagine a cui l’artista così come il letterato o il religioso si debbono adeguare per non incorrere nei limiti e regole dell’indice. 





Quando invece ci troviamo di fronte alla verità storica adeguatamente rappresentata nella cruda realtà di cui specchio tendiamo ad avere un conflitto interno per quanto ‘letto’. Il patibolo con le varie esecuzioni nei secoli è stato sempre testimone e teatro per medesime funzioni grammaticali o pittografiche così come cruente scene di ‘conflitti’ interiori e esteriori ma mai con la solitaria crudezza riprodotta fuori dall’usuale contesto come sempre rappresentata e come abituati ad assumere quanto glorificare la legittima violenza della guerra. Una esecuzione facente parte di un ‘rito’ ben definito un linguaggio universale nell’esposizione della guerra ogni guerra interiore o esteriore, ma nel nostro caso nella posa composta non della vittima da cui il conseguente teatro offerto, bensì i... 





...tratti ‘invisibili’ composti e smembrati pur l’ordine di medesimo ‘costume’ della vittima quanto della colpevole con cui nascondere le membra torturate quindi un celato martirio. Cioè se medesimi abiti abituati ad ammirarli nei volti composti nei quadri quali araldi di eleganza sobrietà e bellezza nonché ricchezza, medesimi coprono - nel caso giudiziario rappresentato - un volto abdicato alla morte senza diritto di appello e con medesima eleganza e compostezza di corte sovente rappresentato e indossato. All’occhio attento concentrato nel profilo della prospettiva comporre la lingua detta, i tratti similmente ed orrendamente simmetrici ma qui è la povertà e sofferenza nel suo libero sfogo circa la vendetta la quale vittima di ciò che propriamente o impropriamente offerto. 





Quindi entrano in gioco la condizione sociale della disgraziata la quale ha offerto la propria piena confessione, ed inoltre l’incapacità giuridica non solo della dovuta comprensione ma anche dell’impossibilità di poter esercitare un proprio diritto sociale. Cosicché per concludere la premessa, i ‘costumi’ nel senso letterale della ‘grammatica pittografica’ testimoniano non un’epoca ma anche ciò che nell’ordine composto compongono ed in qual tempo celano alla vista una più violenta ‘sintassi’ con cui risolvere Diritti Doveri Pene e Castighi tutti quei divari di un mondo nascosto e celato dai propri apparenti ‘costumi’ di Teatro per sempre rappresentato nelle varie pose che lo caratterizzano ed in cui lo ammiriamo qual universale ‘lingua’ ‘scritta e parlata’. È per questo che chi sa ‘leggere’ come colui... 





...che sa ‘scrivere’ quindi dipingere non prova medesimo sentimento di fronte alla morte così rappresentata, se ci fossimo trovati nel bel mezzo di un campo di battaglia con immagini più atroci non avremmo sofferto uguale  amletico dilemma non avremmo letto quanto dovevamo leggere giacché le guerre come i morti come il diritto d’offesa e difesa così come rivoluzioni esecuzioni e molto altro fanno parte della realtà sociale a cui in maniera generazionale abituati, cioè mondi di eroi martiri pionieri nobili… e Dio rappresentati nell’atto e contesto di una universale linguaggio ‘mitologico’ in cui la società scrive e si specchia e glorifica in medesimi costumi e linguaggi nella ‘Divisa’ rappresentazione con il senno del successivo ‘con’… a cui ogni linguaggio abituato. ‘Divisa’ dico ripeto e confermo (come una volta ebbe a dire Cecco…), perché la realtà rappresentata così come la lingua ‘con-divisa’ e celata negli aspetti più rappresentativi e marginali in cui la stessa dismessa la nobiltà abdicata entrando nell’odierno ove il costume cela i tratti di medesima compostezza rilevata...  





L’occhio così vede codifica interpreta nei secoli di Memoria trascorsa ricomposta dall’artista, la cruda scena di un patibolo ove nel 1664 avvenne una esecuzione capitale. I motivi dell’esecuzione offrono un aspetto in cui la Società del Seicento - in questo caso olandese - esercitava la giustizia e come questa espone i propri ‘trofei’ alla vista di tutti come la scena di un teatro. L’occhio del pittore in questo caso ci è prezioso perché lo sguardo interessato composto e discreto di come l’Arte traduce il tormento contraccambiato dalla società nell’esercizio delle proprie funzioni. In questo caso l’occhio ricompone le membra offerte qual vigile monito, non ci è rimasta testimonianza dei sentimenti dell’Autore forse li possiamo cogliere nella autobiografia successiva all’evento narrato qual semplice ‘reporter’ di una violenza. Oppure, al contrario, occhio iconoclastico con cui incidere testimonianza della Storia. Dei sentimenti provati poco o nulla ci è rimasto forse come ripeto li possiamo solo decifrare nei successivi passi artistici del pittore.





Talune considerazioni con ugual occhio vanno fatte soprattutto quando negli odierni accadimenti assistiamo a medesima violenza affissa e celebrata e dove l’occhio non più dell’artista tende a celebrare un procedimento mediatico di ‘inusuale-usuale’ motivo. La violenza, cioè, compone ed esercita attraverso l’immagine una sua consolidata mediatica caratteristica, offrendo nel suo immediato componimento in tempo reale una funzione attiva ove ognuno può se solo vuole esercitare tale funzione non più privata ma pubblica ed immediata; di conseguenza socialmente siamo esposti ed abituati o meglio assuefatti dalla violenza. Non solo, cioè, i moderni mezzi di comunicazione, ma anche e soprattutto tutto ciò facente parte con l’intrattenimento e purtroppo anche con la cultura del linguaggio quindi con il sapere e questo con la conoscenza e la propria corretta evoluzione. 





Quanta violenza attraverso la finction attiva e passiva dei moderni mezzi di svago e cultura. Quanta violenza nei moderni mezzi di animazione e non parlo solo dei film in cartello comporre le stelle di questo improprio creato. Quanta violenza esercitata attivamente e passivamente e di rimando contraccambiata. E quanta violenza ognuno in grado di offrire e rappresentare. In pratica possiamo affermare che la violenza compone l’odierno vivere e mai sia detto il contrario, quanti esempi a tal proposito, una Poesia non fa testo un cruente smembramento o un messaggio annesso compongono il comune denominatore ed il linguaggio proprio con cui siamo abituati a condividere i cosiddetti ‘social’ nell’oltraggio avverso ad ogni Pensiero ed a una più antica e moderna cultura del Sapere, compresa tutta quella informazione fagocitata la quale indirettamente con i propri mostri di prima pagina esercitano una costante contro-informazione in quanto sollecitata e non rimossa una pratica e consuetudine antica e dalla Storia sempre esercitata e mai evoluta.




Quindi tornando a quanto detto da Prosperi all’apertura della presente riflessione, abdichiamo cotal ‘mia vendetta’ e adottiamo ‘il perdono’ giacché solo questo ravvedimento può assolvere l’uomo dalla propria manifesta secolare incapacità quale essere istintivo soggetto alla vendetta non innalzandolo di un solo gradino certamente più consono con la saggezza, giacché anche quanto appena detto facente parte di un messaggio nei termini di colui che al meglio discusse la legge, parlo cioè di quel Dio ucciso dal suo stesso popolo. Parlo cioè di quel Profeta rappresentante di un più vasto Regno ove cotal nuova Parola suonò come una bestemmia o peggio eresia o ancor peggio terrorismo…

Fu tutto ciò e nulla di questo!

Fu tutta l’Anima-Mundi comporre un più profondo Spirito ad ogni essere vivente dalla roccia all’uomo donato facente parte di una globale evoluzione, o meglio di un ‘linguaggio’ non certamente correttamente letto visto ed interpretato giacché pur tutti credenti e fedeli ognuno vittima di per sé quanto con il prossimo ciò di cui il Filosofo perì non con-Diviso…





Il 28 aprile 1664 la diciottenne Elsje Christiaens fu interrogata per la prima volta. Aveva ucciso la sua padrona di casa con un’ascia. L'interrogatorio è registrato in un libro di confessione. Elsje Christiaens ha confessato durante un’interrogatorio del 28 aprile 1664, la sua padrona di casa infatti ha avuto il tempo di  chiamare un poliziotto e la rea successivamente ha confessato l’accaduto. La diciottenne Elsje era venuta ad Amsterdam dallo Jutland due settimane prima, in cerca di lavoro come domestica. Ha affittato una stanza come ‘domestica’. Quando non riuscì a pagare l'affitto alla fine del mese, iniziò a litigare con la padrona di casa. Dapprima l’ha colpita con una scopa. Elsje poi uccise la padrona di casa con un’ascia. Fuggì e saltò nel Damrak, ma fu arrestata. Elsje ha negato di aver rubato gioielli e denaro alla donna. Nel ‘Libro di confessione’ le deposizioni a Elsje Christiaens, del 28 e 29 aprile e il 1 maggio 1664, sono registrate in un libro di confessione che è conservato nell'archivio dell'ufficiale giudiziario e degli assessori. Un tal libro di confessioni contiene le dichiarazioni dei sospetti arrestati. L'imputata ha risposto ai sospettati in presenza di due assessori. Un segretario ha scritto le confessioni nel libro di confessione. Dopo ulteriori indagini e testimoni dell’accaduto, il verdetto arrivò improrogabile: il 1 maggio 1664, a Elsje Christiaens fu letto il verdetto: morte per strangolamento al palo e squartamento della testa con l'arma del delitto, l'ascia. Quindi il suo corpo con l'ascia sopra la sua testa sarebbe stato esposto sul Volewijk, il campo di forche a nord dell'IJ, fino a quando non fu consumato dall'aria e dagli uccelli. Il verdetto probabilmente fu eseguito sabato 3 maggio. Rembrandt fece due disegni del corpo senza vita di Elsje, su un palo sul Volewijk con l'ascia sopra la sua testa. La vice archivista Isabella van Eeghen scoprì nel 1969 che la ragazza raffigurata era Elsje Christiaens. Gli storici dell’arte avevano datato il disegno prima intorno al 1655. Ma ‘Miss Van Eeghen’ scrutò i libri di confessione per un periodo di 25 anni e giunse alla conclusione che poteva essere solo Elsje dallo Jutland.






A codesto punto dello spettacolo è doveroso anche se non gradita aprire breve parentesi per evidenziare un aspetto non certo trascurato per la ricerca della dovuta Verità affine alla Verità e congiunta alla stessa.

Traduco: ricercare la Verità implica un rapporto ben stretto con la Giustizia e questa con la Legge.

Dacché traduciamo ancora che quando avviene un episodio deplorevole in seno all’assetto societario di qual si voglia natura ed entità, dalla più piccola alla più grave, entrano in gioco determinati fattori inerenti alla Verità stessa. Coloro che hanno violato i termini di tale vincolo interpretandolo in diversa maniera contravvengono alla Verità con cui si è soliti interpretare e regolare la Vita di ciascuno. Se la Verità per tramite della Legge dice: ‘non rubare e non uccidere’ è perché questi principi sovrintendono regole ben precise a cui attenersi sottintendendo in essi una Verità incontrovertibile.

E tutto ciò più che vero!

‘Nessuno’ lo nega!

È vero, cioè, che arrecare offesa all’ultrui libero intendimento preclude il nostro raggio di dominio nel vasto mondo libero. Coloro che intendono interpretare diversamente cardini e principi di un determinato Credo sia questo scritto in un Tempio sia nel Parlamento o Senato di medesima civiltà  premettono sempre una Verità intesa a legiferare uno stato di diritto ed appartenenza a cui sottostare per tutto ciò che intende la società stessa.

Fin qui nulla da ridire…

…Eccetto quando intendiamo esporre un più ampio concetto in riferimento alla Verità detta e questa rapportata alla Legge, dobbiamo di rimando fare alcuni riflessioni.

Rubare è un reato così come l’uccidere soprattutto quando i due termini di paragone coniugati fra loro. A questo punto entra in gioco il concetto detto di Verità a cui chi chiamato a far rispettare la Legge cerca al meglio di applicare. Ossia senza Verità non è legittimo condannare qual si voglia imputato. Anche quando ci fossero dei testimoni. La Storia abbonda di casi di esercizio fraudolento di delatori.

Proseguo.

La Legge simmetrica alla Verità, ma quando questa sovvertita ed approdata all’ultimo porto quale legittima difesa divenuta offesa allora la Verità assume una prospettiva differente così come celebrata in seno alla Legge.

Violare questo enunciato fu gesto di limitata comprensione in cui la Legge del Tempo a cui assuefatti e nell’odierno ripetuta in medesimo ‘teatro’ comporta sempre l’agnello da cui il sacrificio, il capro espiatorio in cui celare e camuffare la Verità stessa.

Quindi di rimando esporre Verità e Giustizia su un diverso piano concettuale e discorsivo far evolvere fin quanto ora esercitato, in quanto se pur il teatro odierno nella rappresentazione di una farsa sappiamo molti Barabba liberi di violare medesima legge. Se pur la Legge applicata da questo stato sappiamo che questo non si astiene dalla consuetudine del commercio della violenza nelle armi tradotta. Sappiamo inoltre che con l’errata ‘rappresentazione’ di cotal teatro molti ancor in grado e in tempo reale commettere i peggiori reati di quanto rappresentano e da cui possiamo riscontrare e risolvere l’inganno.

Da qui meditiamo l’icona offerta qual gogna rappresentata nella quale astengo più elevata arte e Dio.

Sappiamo quindi e per concludere che il teatro offerto non certo evoluto quanto un tempo rappresentato al Primo e Secondo atto non avendo mai visto letto e neppure interpretato il Terzo giacché qualcuno disse: mia la Verità la Via e la Vita, giacché l’imperatore ogni imperatore assiso nell’esercizio fraudolento della Verità nella più ingannevole sua rappresentazione…

(Giuliano)














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