giuliano

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IL TOMO

sabato 7 novembre 2015

JULES VERNE


















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Jules Verne (2)














 Al cinquantasettesimo minuto secondo la porta del salone si aprì e il pendolo non aveva battuto il sessantesimo secondo, che Phileas Fogg comparve, seguito da una folla delirante che aveva forzato l’ingresso del Club, e con la sua voce calma: ‘Eccomi, o signori’, diss’egli…

Tutto questo avveniva alle…, sotto la cupola con i vetri azzurri sorretta da venti colonne ioniche di porfido rosso del Reform Club di Londra. L’imperturbabile gentiluomo londinese ritornava dopo 80 giorni esatti ad annunciare di aver vinto l’audacissima scommessa in cui aveva arrischiato metà della sua fortuna, contro i banchieri John Sullivan e Samuel Fallentin, l’ingegner Andrew Stuart, Gualtiero Ralph, amministratore della Banca d’Inghilterra e il birraio Tommaso Flanagan.
…O almeno si immagina avvenisse nell’episodio conclusivo del celebre romanzo di Jules Verne che era uscito appunto in quell’anno. E lo spiritoso e avvincente racconto del Verne non era tanto sorprendente per le prodezze del signor Phileas Fogg e del suo domestico parigino Gianni Gambalesta, ex sergente dei pompieri, quanto per il fatto che il piano di viaggio proposto dal Morning Chronicle era, più o meno, praticamente realizzabile: da una dozzina di anni era aperto alla navigazione il Canale di Suez, nel 1867 era stato inaugurato il collegamento ferroviario transamericano dell’Atlantico al Pacifico, nello stesso 1872 era stato realizzato il collegamento dei due tronchi del ‘Great Indian Peninsular Railway’ da Bombay a Calcutta, regolari servizi marittimi celeri con i moderni ‘pacchetti a eliche’ univano l’Europa all'America, l'America all’Asia, l’Asia all’Europa.
Il vapore e il telegrafo avevano unificato il mondo.




Se oggi possiamo sorridere dell’entusiasmo di Verne e dei suoi contemporanei per i Cunarder che valicavano l’Atlantico alla velocità di 11 miglia marine all’ora, o degli espressi con carrozze-letto che attraversavano l’America in una settimana, v’è da dubitare se il passo più grande in materia di celerità di comunicazioni, con tutto quel che consegue nell’assetto del mondo e della vita, l’umanità l’abbia fatto dall’epoca del viaggio di Phileas Fogg alla nostra dell’aereo supersonico, o non piuttosto nei trenta o quarant’anni che precedettero e che videro l’instaurarsi della civiltà del vapore.
In quegli anni la macchina del progresso tecnico ha iniziato una fase di movimento a velocità progressivamente crescente. E il momento della partenza è sempre quello che richiede le maggiori energie e suscita le più intense emozioni. Ecco perché l’eccentrico gentiluomo inglese che non viaggiava, descriveva soltanto una circonferenza, era un corpo grave che percorreva un’orbita intorno al globo terrestre secondo le leggi della meccanica razionale più che un remoto antenato, ci sembra un nostro fratello, di poco più anziano, con le idee un pochino antiquate e soprattutto dotato di una dose di ottimismo superiore alle nostre abitudini.




Questo educato gentiluomo, nel romanzo stesso più simbolo che personaggio, che parte per il giro del mondo armato soltanto d’un makintosh, del Bradshaw (orario e guida generale delle ferrovie continentali e dei battelli a vapore), di un fascio di banconote della Banca d’Inghilterra e della serena certezza che l’imprevisto non esiste, rappresenta bene l’entusiastico ottimismo del suo tempo, la convinzione che il mondo camminasse con l’ordinata regolarità di un espresso transcontinentale, su una linea verso l’avvenire che bastava prolungare all’infinito, aggiungendo con concorde operosità sempre nuovi tratti di binari rilucenti...




La prima volta che venne circondata tutta la balla del mondo, per dirla con il Ramusio, fu soltanto poco più di quattro secoli, fa’. Fu una impresa grande e tragica che procurò al suo sfortunato protagonista fama di essere stato il più grande navigatore di tutti i tempi.
Ferdinando Magellano, portoghese, era partito con navi spagnole e al servizio della Spagna il 20 settembre 1519 dal porto di San Lucar di Barrameda. Diciannove mesi dopo il capitano generale moriva in combattimento all’isola di Mactan. E appena il 6 settembre 1522, una sola delle cinque navi della spedizione, la Victoria, un guscio di noce, con a bordo diciotto superstiti dei 239 marinai e ufficiali partiti, ritornava al porto di San Lucar guidati da Sebastiano del Cano.
Il viaggio era durato poco meno di tre anni ed era stato compiuto seguendo il cammino del sole, da oriente  verso occidente, seguendo la costa dell’America meridionale, percorrendo lo stretto che porta ancora il nome del valoroso capitano generale, attraversando l’Oceano Pacifico e riguadagnando l’Europa dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza.




La spedizione, che fu probabilmente la più importante impresa geografica dopo la prima navigazione di Colombo, diede, a conti fatti, anche un utile commerciale. I 533 quintali di garofani portati in Spagna, nella stiva della Victoria, dalle isole delle spezie, bastarono a ripagare, con ampio margine, le perdite di beni e di navi. Fra i 18 superstiti della Victoria v’era anche quell’Antonio Pigafetta, patrizio vicentino e cavalier di Rodi, che diè conto per iscritto del viaggio notando anche il singolare fenomeno dello spostamento della data, che permise al Verne di architettare il finale a sorpresa del suo romanzo e al suo eroe di vincere la grossa scommessa che l’ottusa solerzia del poliziotto sembrava avergli fatto perdere per dieci minuti.
Giunto alle Isole di Capo Verde il Pigafetta, che aveva compiuto il giro del globo verso occidente, si accorse che il calendario di bordo era in ritardo di un giorno rispetto a quello degli isolani.
‘Incaricammo i nostri del battello di chiedere, quando andavano a terra, che giorno fosse: e ci dissero che per i Portoghesi era giovedì. Ci meravigliammo molto perché per noi era mercoledì e non potevamo capire come mai avessimo errato...’.




Se oggi a qualche altro gentiluomo libero di disporre del suo tempo come Fogg venisse in capo di seguirne le orme, percorrendone lo stesso itinerario per mare e per ferrovia, non v’è dubbio che porterebbe a termine la sua impresa in un tempo alquanto inferiore.
Per la sua traversata dell’Atlantico da Nuova York all’Inghilterra il piano di viaggio di ottant’anni fa prevedeva dieci giorni, mentre poche settimane fa’ il transatlantico americano United States ha conquistato il Nastro Azzurro attraversando l’Atlantico in tre giorni, dieci ore e 40 primi. Infinitamente minor tempo impiegherebbe poi se, fedele allo spirito di Fogg, usasse dei mezzi più veloci del suo tempo.
Il signor Tom Lamphier, nel 1949, ha compiuto il giro del mondo servendosi di aerei di linea in 4 giorni, 23 ore e 47 minuti. Tom ha seguito più o meno l’itinerario del gentiluomo britannico: Londra-Siria-India-Hong-Kong-Tokio-San Francisco-Nuova York-Londra, volando per 35.488 Km sui clippers della Panamerican e della United Air Lines.




Oggi chi volesse provarsi ad imitare Tom Lamphier impiegherebbe cinque giorni e 22 ore, via Manila, perché le compagnie aeree hanno allargato i tempi di sosta agli aeroporti. Il viaggio costerebbe 1700 dollari: una bella sommetta, ma certo di molto inferiore alle 19.000 sterline profuse da Fogg, per portare a termine il suo viaggio. Se poi si trovasse qualcuno disposto a ripetere esattamente il cammino e le avventure di Fogg e del fido Gambalesta, incontrerebbe serie difficoltà organizzative non fosse altro nel trovare indiani Sioux disposti ad attaccare l’espresso intercontinentale e yankees che gli offrano di attraversare la prateria in slitta a vela....
















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