giuliano

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IL TOMO

giovedì 12 ottobre 2017

I VIVI AL SERVIZIO DEI MORTI (17)



















Precedenti capitoli:

I morti in vita (16)  &  Il ladro di cadaveri (15)

Prosegue in:

I vivi al servizio dei morti (18)














Disperati e carichi d’odio, quei morti precipitati nelle braccia del demonio erano destinati a incombere sui viventi con tutto il minaccioso influsso della propria ostilità….
E dunque, poiché il condannato era posto nella condizione di morire disperato come il suicida, bisognava confortarlo, secondo san Bernardo che pensava alla sorte dell’Anima. Bisognava allontanare l’incubo dello spirito vendicativo di chi moriva di morte violenta (sia per chi la riceveva e chi l’arrecava) sul patibolo (di medesima morte…).

Ma bisognava anche decidere che fare del suo corpo… (giacché la prospettiva della vicenda giudiziaria e non solo di questi due personaggi - Burke e Hare - va analizzata nella duplice essenza e lettura della propria criminalità al servizio di una ‘dubbia’ scienza del futuro nonché ‘dubbio’ progresso, e per ora lo scontato lo lasciamo alla cella frigorifera dei troppi morti traghettati per questo mare se pur la scienza al servizio della vita, l’economica consistenza detta ed impone una diversa genetica alla Natura cui narrare i risultati nel luogo comune soggetto alla globale critica di una società cieca nei propri traguardi; quindi saper leggere non solo lo scontato nella metafora riportata, mi sembra ovvio, ma scendere nel cratere proprio di ogni coscienza e corpo di questa abisso nominato ‘materia’…).

Ora, pochi aspetti della cultura materiale sono stati così importanti nella storia delle società preindustriali come quelli della sepoltura dei cadaveri (giacché la scena del crimine si svolge in questo sacro terreno proseguendo sino al confine ove vita e morte si scambiano rispettivi ruoli sovvertendo l’ordine proprio della Natura…). E nella vita quotidiana delle società occidentali del lungo Medioevo questo fu un problema che occupò le menti in modo speciale.




La cultura cristiana della morte ha ereditato quella dell’Egitto antico. Lo ha dimostrato molto chiaramente lo storico dell’arte Erwin Panofsky quando per ricostruire la storia della cultura funeraria dell’Occidente cristiano ha collocato la cultura egizia alle origini dell’evoluzione che porta fino al Bernini. Legava le due culture una comune contrapposizione tra una vita terrena breve e dolorosa e una sopravvivenza nell’aldilà come la vera vita. Di fatto l’immagine offerta dall’Occidente medievale è come quella dell’antico Egitto: una società dei vivi al servizio dei morti. Naturalmente ogni tentativo di racchiudere in un’epoca definita del passato una materia come quella dell’atteggiamento umano verso i morti deve fare i conti con la Natura stessa di un rapporto che, come ha ricordato giustamente proprio Erwin Panofsky, si presta come nessun altro alla coesistenza tenace di ‘credenza razionalmente incompatibili’ grazie alla forza incoercibile di ‘sentimenti prelogici, potremmo quasi dire metalogici’ capaci di sopravvivere tenacemente anche ‘in periodi di avanzata civilizzazione’.

Di fatto dietro riti e devozioni dedicati apparentemente ad onorare la memoria dei morti si cela spesso un sentimento di paura teso a esorcizzare il pericolo del ritorno vendicativo dei ‘morti viventi’.




Questo sentimento ha luogo specialmente nei casi di morti sul patibolo (ed in questo caso come forse già enunciato per ‘patibolo’ intendiamo non solo quello disposto dalla giustizia in nome e per conto della società asservita, ma propriamente quello concesso dalla vita…, in cui la ‘giustizia’ pur esercitando il proprio ruolo circa lo svolgimento degli eventi e altresì manifestando un principio di disciplina nella ‘materia’ detta, incapace comunque sia di oggettivare la natura del male nel corretto svolgimento degli stessi, punendo la ‘mano’ e non colui che l’ha motivata nel medesimo istinto privo di coscienza, ma 'parziale e cieca' circa i motivi e le ‘intelligenze’ che la stessa ‘mano’ hanno ‘armato’ di basso istinto circa le finalità conseguite - ancor più basse al limite del baratro in cui nella volontà apparente di un presunto ‘bene’ si annida il male - nel possedere e controllare la vita altrui privandola ad altri inermi disgraziati cavie di più ‘illuminati’ laboratori per il fine che giustifica i mezzi con i conseguenti risultati. Certo allo spettacolo del patibolo non meno delle successive disposizioni nella 'materia' disciplinata sarà ‘ressa e folla’ [anche per i giornali che giocano un aspetto certamente non meno secondario come poi vedremo] ma quantunque cieca dinnanzi  ad una verità ben più profonda circa i principi, non solo in questo caso della medicina, ma della vita. Il capro espiatorio nella figura di due delinquenti nasconde lo specchio di una società intenta alla ‘ritualizzazione’ della punizione scordando di punire i colpevoli. Giacché vi è differenza nella propria ricerca conseguente ad affine alla vita ed in nome e per conto di questa, e ripeto mi astengo nel trattare un vasto argomento il quale chiama in causa un dibattito filosofico ampiamente disquisito…ma comunque sia di una portata ‘globale’ dove ugual ‘folla’ difficilmente scorge i pericoli che…




Come due avvoltoi che piombano sull’agnello morente, Fettes e Macfarlane si avventavano su di una tomba di quel verde e tranquillo luogo di eterno riposo. La moglie di un fattore, una donna che era vissuta per sessant’anni senza essere conosciuta altro che per il suo buon burro e per la timida conversazione, stava per essere sradicata dalla sua tomba a mezzanotte e portata, morta e nuda, in quella città lontana che aveva sempre onorato col suo miglior vestito; il posto accanto alla sua famiglia sarebbe rimasto vuoto fino al giorno del giudizio; le sue membra innocenti e quasi venerande sarebbero state esposte a quell’ultima curiosità dell’anatomista…




Qui si tratta di vite improvvisamente e crudelmente troncate per responsabilità collettiva…

(medesima responsabilità odierna viceversa  motivata da indistinta cieca volontà a qual si voglia etica e/o principio circa ugual vita studiata e sezionata sottostante ai principi della Natura – ad appannaggio di interessi ‘collettivizzati’ al servizio ed in funzione della ‘vita’ appunto, ma propriamente facenti parte di una sfera di nuovi e più pericolosi interessi economici che forse con la stessa [vita] ed i suoi principi regolatori poco o nulla hanno a che spartire, manifestando medesimo bisogno di ‘cadaveri’ o ‘dubbie ricerche’ su nuove sale anatomiste per sfidare e ricreare la vita: il 26 luglio 1974, 11 fra i maggiori esponenti del nuovo campo della biologia molecolare pubblicarono una lettera aperta nella quale chiedevano ai loro colleghi di autoimporsi una moratoria sulla condizione di esperimenti ad alto rischio con il Dna ricombinante: questo per avere il tempo necessario a preparare una discussione sulle questioni di sicurezza insite nella nuova ricerca. Durante una conferenza di aggiornamento tenutasi ad Asilomar, in California, nel febbraio del 1975, 140 biologi provenienti da 17 paesi si riunirono per considerare i rischi ambientali e sulla salute che sarebbero potuti derivare dagli esperimenti di Dna ricombinante. La stampa scientifica riportò che molti, se non tutti, i partecipanti all’incontro erano intenzionati a continuare le loro ricerche opponendosi a qualsiasi regolamentazione. Un articolo apparso su ‘Science News’ descriveva l’atteggiamento tenuto dagli scienziati ad Asilomar come ‘inflessibile, autoindulgente e conflittuale’. Verso la fine della conferenza, si aveva la sensazione che la moratoria non sarebbe stata mai applicata. Ma lo stato d’animo mutò bruscamente il terzo giorno, quando alcuni avvocati illustrarono le responsabilità giuridiche di quei ricercatori che... 




...avrebbero creato un ‘rischio biologico’. L’ultimo relatore il professor Harold Green della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Gorge Washington, attirò l’attenzione dei partecipanti con un intervento intitolato ‘Come la legge, e i suoi aspetti più convenzionali, possono incastrarti in una causa multimiliardaria’. Le preoccupazioni finanziarie… ebbero la meglio… L’idea di ricombinare i materiali viventi in un numero infinito di nuove possibilità è così straordinaria che la mente umana a malapena si rende conto dell’enormità di tale svolta. Questi primi processi e prodotti sono l’equivalente biotecnologico dei primi oggetti forgiati dai nostri antenati migliaia di anni fa, quando cominciarono per la prima volta a fare esperimenti con la tecnologia del fuoco. Dal momento in cui il nostro avo neolitico bruciò materia tratta dalla terra, trasformandola in nuove forme, l’umanità si è  incamminata in un lungo viaggio culminato nell’èra industriale. Adesso l’umanità ha concentrato lo sguardo sul mondo vivente, decisa a riplasmarlo in forme nuove, e le lontane conseguenze di questo nuovo viaggio sono insondabili agli odierni biotecnologi così come lo spettro della società industriale deve esserlo stato per i primi pirotecnologi. La grande trasformazione biotecnologica va di pari passo con una trasformazione filosofica ugualmente significativa (di cui possiamo rintracciarne un progresso nel pensiero di Cartesio). L’umanità sta cominciando a rivedere il concetto di esistenza, in modo da farlo coincidere con i suoi rapporti con la Terra. Il modo migliore per comprendere questa rivoluzione concettuale è quello di utilizzare due metafore cariche di significato. Per la maggior parte dell’èra della pirotecnologia, l’alchimia è servita sia come cornice filosofica sia come guida concettuale alle manipolazioni tecnologiche.... 




....del mondo della natura da parte degli esseri umani. Ancora nel XVIII secolo, Isaac Newton, uno dei fondatori della scienza moderna, sperimentava l’arte dell’alchimia (anche Cartesio nei suoi scritti giovanili accenna a qualcosa di molto simile). Oggi si stanno ponendo le premesse per far emergere un nuovo tipo di coscienza, che rifletta le ispirazioni e gli obiettivi delle nuove arti biotecnologiche. L’‘algenia’ molto probabilmente costituirà una nuova prospettiva filosofica e la metafora dominante del secolo della biotecnologia. Il termine fu coniato per la prima volta da Joshua Lederberg, biologo vincitore del premio Nobel, già presidente della Rockefeller University… E io negli anni 80 ne ho personalmente ridefinito il significato. Algenia significa cambiare l’essenza di una cosa vivente. Le arti algeniche sono rivolte al ‘miglioramento’ degli organismi viventi già esistenti e alla progettazione di organismi interamente nuovi con l’intento di perfezionarne le prestazioni. Ma l’algenia è molto di più. E’ il tentativo dell’umanità di dare un significato metafisico ai suoi emergenti rapporti tecnologici con la Natura [meccanizzandola così come nell’idea originaria di Cartesio]. …Il rapporto pirotecnologico con la natura a un rapporto biotecnologico con la stessa, emerge una nuova metafora concettuale…). Un algenitista considera il mondo vivente una realtà ‘in potentia’. A questo riguardo, l’algenitista non pensa a un organismo come a un’entità distinta e separata, ma piuttosto come a una serie di rapporti temporanei posti in un contesto in movimento, in procinto di diventare qualcosa d’altro. Per l’agenitista, i confini di specie sono soltanto delle comode etichette atte a identificare una condizione biologica o una relazione che ci è familiare, non sono muri impenetrabili che separano le varie piante e i vari...




...animali. Thomas Eisner, professore di Biologia e direttore dell’Istituto di ricerca sull’ecologia chimica della Cornell University a Itacha,  New York, propone di ripensare la nostra idea di ‘specie’. Dopo i recenti progressi registrati sul terreno dell’ingegneria genetica (una specie biologica) deve essere vista come un contenitore di geni potenzialmente trasferibili. Una specie non è semplicemente un volume rilegato della biblioteca della natura. E’ anche un libro ad anelli, le cui singole pagine, i geni, possono essere trasferiti da una specie all’altra. Gli algenetisti sostengono che tutte le cose viventi sono riconducibili a un materiale biologico di base, il Dna, che può essere estratto, manipolato, ricombinato e programmato mediante una serie di elaborate procedure da laboratorio, in un infinito numero di combinazioni. Rielaborando i materiali biologici con l’ingegneria genetica, l’agenetista può creare ‘imitazioni’ di organismi biologici già esistenti che reputa dotati di natura superiore rispetto a quelli copiati. Lo scopo finale dell’algenitista è quello di costruire l’organismo ‘perfetto’. Lo ‘stato aureo’ è lo stato dell’efficienza ottimale. La natura per lui è un ordine gerarchico di sistemi viventi sempre più efficienti. L’algenitista è l’estremo ingegnere. Il suo scopo è quello di ‘accelerare’ il processo naturale, programmando nuove creazioni più ‘efficienti’ di quelle già esistenti allo stato naturale. L’algenia (il secondo gradino della rivoluzione cartesiana) è filosofia e processo. E’ allo stesso tempo un modo di percepire la natura (e con essa purtroppo l’intera …realtà…) e un modo di agire su di essa. Ci stiamo spostando dalla metafora dell’alchimia a …quella dell’algenia. I vantaggi a breve termine di questo straordinario nuo-vo potere sono allettanti. Tuttavia la storia ci ha insegnato che ogni nuova rivoluzione tecnologica porta con sé non solo benefici, ma anche costi. Più la tecnologia è in grado di espropriare e di controllare le forze della natura, più alto è il prezzo che dovremo pagare in termini di sconvolgimento e di distruzione degli ecosistemi sociali che sostengono la vita… - J. Rifkin -)….





















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