CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 11 novembre 2018

TU SEI LI’ E SEI TU! GLI ALTRI CHI SONO? (11)



















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...E gli altri... chi sono? (12)














Accade però che alla galleria dei trasporti segua l’atrio di Lavoisier, prospiciente il grande scalone che sale ai piani superiori….

Quel gioco di teche ai lati, quella sorta di altare alchemico al centro, quella liturgia da civilizzata macumba settecentesca, non erano effetto di disposizione casuale, bensì stratagemma simbolico.

Primo, l’abbondanza di specchi.

Se c’è uno specchio, è stadio umano, vuoi vederti.

E lì non ti vedi.

Ti cerchi, cerchi la tua posizione nello spazio in cui lo specchio ti dica ‘tu sei lì, e sei tu’, e molto patisci, e t’affanni, perché gli specchi di Lavoisier, concavi o convessi che siano, ti deludono, ti deridono: arretrando ti trovi, poi ti sposti, e ti perdi.

Quel teatro catottrico era stato disposto per toglierti ogni identità e farti sentire insicuro del tuo luogo. Come a dirti:

‘tu non sei il Pendolo, né nel luogo del Pendolo’.




…Così ero entrato infatti al Conservatoire des Arts et Métiers, a Parigi, dopo aver passato una corte settecentesca, ponendo piede nella vecchia chiesa abbaziale, incastonata nel complesso più tardo, come era un tempo incastonata nel priorato originario. Si entra e si viene abbagliati da questa congiura che accomuna l’universo superiore delle ogive celesti e il mondo ctonio dei divoratori di oli minerali.

A terra si stende una teoria di veicoli automobili, bicicli e carrozze a vapore, dall’alto incombono gli aerei dei pionieri, in alcuni casi gli oggetti sono integri, ancorché scrostati, corrosi dal tempo, e tutti insieme appaiono, all’ambigua luce in parte naturale e in parte elettrica, come coperti da una patina, da una vernice di vecchio violino; talvolta rimangono scheletri, chassis, disarticolazioni di bielle e manovelle che minacciano inenarrabili torture, incatenato come già ti vedi a quei letti di contenzione dove qualcosa potrebbe muoversi e rovistarti nelle carni, sino alla confessione.




E al di là di questa sequenza di antichi oggetti mobili, ora immobili, dall’anima arrugginita, puri segni di un orgoglio tecnologico che li ha voluti esposti alla reverenza dei visitatori, vegliato a sinistra da una statua della Libertà, modello ridotto di quella che Bartholdi aveva progettato per un altro mondo, e a destra da una statua di Pascal, si apre il coro, dove fa corona alle oscillazioni del Pendolo l’incubo di un entomologo malato - con le, mandibole, antenne, proglottidi, ali, zampe - un cimitero di cadaveri meccanici che potrebbero rimettersi a funzionare tutti allo stesso tempo - magneti, trasformatori monofase, turbine, gruppi convertitori, macchine a vapore, dinamo - e in fondo, oltre il Pendolo, nell’ambulacro, idoli assiri, caldaici, cartaginesi, grandi Baal dal ventre un giorno rovente, vergini di Norimberga col loro cuore irto di chiodi messo a nudo, quelli che un tempo erano stati motori di aeroplano - indicibile corona di simulacri che giacciono in adorazione del Pendolo, come se i figli della Ragione e delle Luci fossero stati condannati a custodire per l’eternità il simbolo stesso della Tradizione e della Sapienza.




E i turisti annoiati, che pagano i loro nove franchi alla cassa ed entrano gratis la domenica, possono dunque pensare che dei vecchi signori ottocenteschi con la barba ingiallita di nicotina, il colletto sgualcito e unto, la cravatta nera a fiocco, la redingote puzzolente di tabacco da fiuto, le dita imbrunite di acidi, la mente acida di invidie accademiche, fantasmi da pochade che si chiamavano a vicenda cher maître, abbiano posto quegli oggetti sotto quelle volte per virtuosa volontà espositiva, per soddisfare il contribuente borghese e radicale, per celebrare le magnifiche sorti e progressive?

No, no, Saint-Martindes- Champs era stato pensato, prima come priorato e poi come museo rivoluzionario, quale silloge di sapienze arcanissime e quegli aerei, quelle macchine automotrici, quegli scheletri elettromagnetici stavano lì a intrattenere un dialogo di cui mi sfuggiva ancora la formula.




Avrei dovuto credere, come mi diceva ipocritamente il catalogo, che la bella impresa era stata pensata dai signori della Convenzione per rendere accessibile alle masse un santuario di tutte le arti e i mestieri, quando era così evidente che il progetto, le stesse parole usate, erano quelle con cui Francesco Bacone descriveva la Casa di Salomone della sua Nuova Atlantide?

Possibile che solo io - io e Jacopo Belbo, e Diotallevi - avessimo intuito la verità?

Quella sera forse avrei saputo la risposta.

Occorreva che riuscissi a rimanere nel museo, oltre l’ora di chiusura, attendendo la mezzanotte. Da dove essi sarebbero entrati non lo sapevo - sospettavo che lungo il reticolo delle fogne di Parigi un condotto legasse qualche punto del museo a qualche altro punto della città, forse vicino alla Porte-St-Denis - ma certamente sapevo che, se fossi uscito, da quella parte non sarei rientrato. E dunque dovevo nascondermi, e rimanere dentro. Cercai di sfuggire alla fascinazione del luogo e di guardare la navata con occhi freddi. Ora non stavo più cercando una rivelazione, volevo un’informazione. Immaginavo che nelle altre sale sarebbe stato difficile trovare un luogo dove avrei potuto sfuggire al controllo dei guardiani (è il loro mestiere, al momento di chiudere, fare il giro delle sale, attenti che un ladro non si acquatti da qualche parte), ma qui nella navata, affollata di veicoli, quale luogo migliore per allogarsi come passeggero da qualche parte?




Nascondersi, vivo, in un veicolo morto.

Di giochi ne avevamo fatti anche troppi, per non tentare ancora questo. Orsù, animo, mi dissi, non pensare più alla Sapienza: chiedi aiuto alla Scienza.

 …E non ti senti solo incerto di te ma degli stessi oggetti collocati fra te e un altro specchio.

Certo, la fisica sa dirti che cosa e perché avviene: poni uno specchio concavo che raccolga i raggi emanati dall'oggetto - in questo caso un alambicco su di una pignatta in rame - e lo specchio rinvierà i raggi incidenti in modo che tu non veda l’oggetto, ben delineato, dentro lo specchio, ma lo intuisca fantomatico, evanescente, a mezz’aria, e rovesciato, fuori dallo specchio.




Naturalmente basterà che tu ti muova di poco e l’effetto svanisce. Ma poi di colpo vidi me, rovesciato, in un altro specchio. Insostenibile. Che cosa voleva dire Lavoisier, che cosa volevano suggerire i registi del Conservatoire? E dal medioevo arabo, da Alhazen, che conosciamo tutte le magie degli specchi. Valeva la pena di fare l’Enciclopedia, e il Secolo dei Lumi, e la Rivoluzione, al fine di affermare che basta flettere la superficie di uno specchio per precipitare nell’immaginario?

E non è illusione quella dello specchio normale, l’altro che ti guarda condannato a un mancinismo perpetuo, ogni mattina quando ti radi?

Valeva la pena di dirti solo questo, in questa sala, o non è stato detto per suggerirti di guardare in modo diverso tutto il resto, le vetrinette, gli strumenti che fingono di celebrare i primordi della fisica e della chimica illuminista?

Maschera in cuoio per protezione nelle esperienze di calcinazione.




Ma davvero?

Davvero il signore delle candele sotto la campana si metteva quella bautta da topo di chiavica, quella parure da invasore ultraterreno, per non irritarsi gli occhi? Oh, how delicate, doctor Lavoisier. Se volevi studiare la teoria cinetica dei gas, perché ricostruire così puntigliosamente la piccola eolipila, un beccuccio su una sfera che, riscaldata, ruota vomitando vapore, quando la prima eolipila era stata costruita da Erone, al tempo della Gnosi, come sussidio per le statue parlanti e gli altri prodigi dei preti egizi?

E cos’era quell’apparecchio per lo studio della fermentazione putrida, 1781, bella allusione ai puteolenti bastardi del Demiurgo?

Una sequenza di tubi vitrei che da un utero a bolla passano per sfere e condotti, sostenuti da forcelle, entro due ampolle, e dall’una trasmettono qualche essenza all’altra per serpentine che sfociano nel vuoto... Fermentazione putrida? Balneum Mariae, sublimazione dell’idrargirio, mysterium conjunctionis, produzione dell’Elisir!




E la macchina per studiare la fermentazione (ancora) del vino? Un gioco di archi di cristallo che va da atanòr ad atanòr, uscendo da un alambicco per finire in un altro? E quegli occhialini, e la minuscola clessidra, e il piccolo elettroscopio, e la lente, il coltellino da laboratorio che sembra un carattere cuneiforme, la spatola con leva d’espulsione, la lama di vetro, il crogiolino in terra refrattaria di tre centimetri per produrre un homunculus a misura di gnomo, utero infinitesimale per minuscolissime donazioni, le scatole d’acajou piene di pacchettini bianchi, come cachet di ipotecario di villaggio, avvolti in pergamene vergate di caratteri intraducibili, con specimen mineralogici (ci si dice), in verità frammenti della Sindone di Basilide, reliquiari col prepuzio di Ermete Trismegisto, e il martello da tappezziere lungo ed esile per battere l’inizio di un brevissimo giorno del giudizio, un’asta di quintessenze da svolgersi tra il Piccolo Popolo degli Elfi di Avalon, e l’ineffabile piccolo apparecchio per l’analisi della combustione degli oli, i globuli di vetro disposti a petali di quadrifoglio, più quadrifogli collegati l’un l’altro da tubi d’oro, e i quadrifogli ad altri tubi di cristallo, e questi a un cilindro cupreo, e poi – a picco in basso – un altro cilindro d’oro e di vetro, e altri tubi, a discesa, appendici pendule, testicoli, glandole, escrescenze, creste...













ta è la chimica moderna? 

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