IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 8 giugno 2022

GLI ANELLI DELL'ALBERO

 













































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Un uomo nasce nella... 


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Beccato!













Per un po’ giocai da solo nel cortile….

Parlavo coi paletti della staccionata, facevo cantare le erbacce, e in mezzo ci trovai tutti i barattoli vuoti di tabacco da fiuto che la famiglia London aveva buttato via nel corso degli ultimi dieci o quindici anni. Trovai anche un’asse piatta, ci caricai sopra tutti i barattoli e mi misi a camminare a quattro zampe; facendo finta che fosse un carro la spingevo in mezzo all’erba, dove tracciava un sentiero al suo passaggio. Arrivai a un punto dove il mio carro si insabbiava e i cavalli dovevano tirare più forte. Allora mi misi a sacramentare:

‘Iahhhhoooo, Judie! Forza Rhodie! Accidenti agli animali testardi! Piano adesso, piano! Così! E adesso tirate insieme! Issa! Judie! Rhodie!’.

Mi sentivo il migliore carrettiere del mondo, con la coppia di cavalli migliore del mondo, e il carro migliore del mondo. Poi feci finta di consegnare il carico, riscuotere i soldi, portare i cavalli e i muli al pascolo, e andare a trovare la mia gente. Mi lasciai scivolare sui massi pericolanti che stavano dietro casa mia, calpestai il mucchio della cenere sollevando un polverone bianco, e quando arrivai in cima alla collina vidi il bambino della porta accanto che se ne stava appollaiato sul suo mucchio di letame a osservare le mosche che ingrassavano su uno spicchio di pesca. Quando mi vide si lanciò in una corsa folle giù per il montarozzo, saltò su un cavalletto per segare la legna e disse:

‘Questo è il mio cavallo di battaglia!’.

Io mi arrampicai su una carriola rotta e gli urlai di rimando:

‘Questo è il mio carro armato da guerra!’.

Allora lui si fiondò giù dal cavalletto e corse di nuovo in cima al montarozzo di letame dicendo:

‘E questa è la mia nave da guerra!’.

‘I carri armati possono falciare intere navi da guerra’,

gli feci io.

‘I carri armati hanno mitragliatrici ultraveloci. Le navi da guerra invece funzionano solo nell’acqua. Io posso dare la caccia ai tedeschi anche sulla terraferma!’.

‘Ma al massimo ne potrai colpire un centinaio, di tedeschi. Il tuo carro armato da quattro soldi non ha tante pallottole come la mia nave da guerra’.

‘Facciamo che io mi nascondevo nel mio carro armato dietro una roccia, e quando uscivi dalla tua nave io ti uccidevo e tu eri morto!’.

Il bambino scese dal precipizio dal montarozzo, sgattaiolò dietro il fienile e dopo un po’ vidi la sua testa che sbucava dal piano di sopra, dove si caricava il fieno:

‘Questo è il mio forte militare’,

strillava.

‘E qui sotto c’è la nave con tutti i cannoni! Il tuo vecchio carro armato mi fa un baffo, adesso! Ah! Ah!’.

‘Ah! Ah! A te! Il tuo forte schifoso non vale una cicca’,

emersi da dentro la carriola arrampicandomi sul primo ramo d’un grosso albero di noce.

‘Adesso ho un aeroplano, e non immagini neppure che cosa ti posso fare!’.

‘Non puoi farmi un bel niente! Il tuo aeroplano non è neanche alto come il mio forte!’.

‘Posso andare più in alto!’.

‘Sono sempre più in alto io nel mio forte che tu sul tuo aeroplano! Le bombe non riesci a buttarmele!’.

Guardai in su e vidi che ero arrivato in cima all’albero. I rami ondeggiavano intorno a me, e la terra sotto mi sembrava un oceano in burrasca. Ma dovevo andare più in alto.

‘Io salgo quanto mi pare! E poi sgancio una bomba grossissima sopra il tuo stupido forte che ti farà tutto a pezzi, e ti staccherà la testa, le gambe, e sarai morto!’.

I pochi rami in cima all’albero erano grossi quanto un manico di scopa, e il vento lassù mi sbatacchiava come se fossi stato l’ultima noce della stagione.

La mamma uscì sbattendo la porta di servizio, e io stetti buono buono in modo che non vedesse che ero sull’albero. Anche la mamma dell’altro bambino uscì, con in mano un bidone di lattine e cartacce, e mamma le chiese:

‘Senta, sa mica che fine hanno fatto i nostri piccoli vagabondi?’.

Cosa hanno fatto i nostri piccoli vagabondi?






Cosa ne è di loro?

Cosa dei Profeti di questo ed ogni trascorso Secolo?

Cosa dei pazzi rimasti a guardia del proprio ed altrui Albero!?

Del proprio ed altrui Ramo!

Ove alta si scorge una foglia secca in Primavera e fiorita in Autunno quando ogni porta del cielo si dischiude al grigio umano appassire alla stagione visibile del Tempo rinascere e poi morire per ogni porta ove un Dio dimora!

Cosa è rimasto dei nostri cantori senza Memoria di cui la Storia preferisce una diversa Strofa!?

Cosa si scorge lassù da quell’Albero ove ci riconosciamo distinti Elementi accresciuti nello Spirito rimembrato e negato?

Ci scorgono da lontano viral Spirale d’un odio alla parabola rivenduto diluito distillato e spacciato per sana materia senza parola senza verbo cui confiscare e conficcare la nuova prodigiosa ‘vista’ di una dottrina sconosciuta ed aliena ove ognun connesso ed isolato in medesimo Albero non più congiunto alle radici della Terra quale più vasta ed invisibile antica condizione di sana appartenenza, ma al contrario, una parabola promettere futuro senza visione alcuna, promettere predominio sulla Terra, scordando che questa è pur Superiore per ogni sua venuta scalciare la furia.

Cosa ne è stato di cantori profeti e poeti?

Cosa dei loro miracoli!

Cosa dei loro Spiriti!

Rinati se pur sconfitti agli infiniti Elementi da cui il loro ma non certo nostro breve infinito Tempo scalciare motto e paura inutile materia limitata parola senza strofa alcuna!

Distillare monito e coraggio!

Ricordare ogni uomo inferiore al Dio che pur lo ha pensato dalla crosta sino alla cima dell’Universo ad una foglia pregato e rimembrato ad un Ramo proteso recitare il Verso per sempre braccato e transitato nel peccato di questo immondo imperfetto Creato…

Il Verso Suo taciuto se pur nell’orrendo di cui la Natura duplice Visione apostrofata: un Onda un Pensiero un volo una corsa risalire la cima dal fondo d’un mare risalire la crosta al gelo d’un antico peccato dall’uomo solo dall’uomo imperfetto consumato nominato e indicato…

Profeta ed apostolo d’un immondo peccato!

…Una Simmetria taciuta invisibile all’occhio ma non certo all’Anima quanto allo Spirito scomporre frammentare i colori da cui la vista scorgere prima ancor di vedere, intuire prima ancora della Ragione e del Pensiero cogliendo l’amaro frutto del Creato così come nato senza apparente pensiero e peccato…

…Sapere ancor prima di pensare, ammirare e pregare ancor prima dell’Oceano da una crosta di fuoco nato ancor prima della piaga d’un purulento batterio… ancor prima che ugual Frammenta immagine comporre ode e musica d’un diverso se più Perfetto Imperfetto Universo… divenuto…

Da una Poesia nato… e non ancora pregato…

…Solo per ricordare quanto piccolo quanto disgiunto quanto incapace quanto misero meschino volgare e precario…

…Solo un accenno solo un barlume della luce frammentata scomposta circoscritta e poi uccisa offesa umiliata e costretta qual ipotesi mai compresa dell’intero oscuro componimento senza occhio né vista alcuna sovrintendere la retina cui il verme comporre viscere e Terra e qualcuno cercarlo fin dentro la zolla…

…Ed ogni cosa naufragata proprio quando il verme non più branchia ma alito d’un polmone divenuto vento annusare ciò da cui pensa o peggio immagina la vita e qualcuno ricordare quanto la fatica dalla crosta sino all’inutile salita ove pensa o peggio si pensa superiore verme della venuta…

E un Dio taciuto ricordare la Rima comporre il Verso nel dolore della Vita certamente mai compresa solo recitata senza strofa e Poesia… alcuna…

(ringrazio Woody Guthrie per l’introduzione)












lunedì 6 giugno 2022

I NEMICI

 
















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Di una elevata 


condizione spirituale














Mentre camminavo nel deserto di questo mondo, mentre camminavo nel deserto, mentre camminavo nella città con le urlanti facce elettriche e le dense benzine del vento che m’abbacinavano e mi soffocavano quella sera d’inverno prima che l’Ovest morisse, io ricordavo i venti di quell’alto, bianco mondo che mi aveva generato e le facce di un milione di vermi silenziosi nell’andirivieni del cielo che stavano a guardare la placenta. Coloro che si urtavano nella luce letterata della città, che mi davano spallate e gomitate, che urtavano il mio cappello con le stecche degli ombrelli, che mi offrivano musica e fiammiferi, mi vedevano con i loro occhi di uomini  come una forma d’uomo che camminava. Ma toglietemi, dicevo loro silenziosamente, la lana e il cotone, il feltro e il cuoio. Io sono il più nudo e il più calvo tra la cima e la base, un aldermanno di spettri appeso alla catena dell’orologio e al portafoglio sul pavimento bagnato, il narratore di echi che si muove al tempo dell’uomo. Io tengo Belzebù per la barba, e le notizie del mondo sono nulla, i pettegolezzi e le dicerie del cielo bastano e son troppo per un’ombra che non getta ombra, dicevo ai mendicanti ciechi e agli strilloni che gridavano nella pioggia…




Una sottile connessione di due mondi ed epoche distanti fra loro c’è ed evidente. Una congiunzione fra una Scolastica ed una Surreale condizione di vita c’è ed evidente: il sottile anello della Poesia. Così fra eremiti profeti e visionari proseguiamo codesto Viaggio nel deserto il quale ci accomuna per chi crede in un diverso dispiegamento dell’intera materia. Per chi crede nella Verità della Vita. Per chi guarda il mondo con occhi da Folle ugual pazzo in cerca di Dio. A tutti gli altri porgo i più distinti saluti con annessi e connessi auguri giacché il loro Destino migliore, non tanto del mio, ma del ‘nostro simmetrico dire pensare e scrivere’ in questo Evo poco gradito non solo a Dio ma anche a tutti coloro che al meglio lo hanno restituito come un dilettevole pregiudizio in eccesso dell’inutile dovuto giudizio senza alcun Credo e Dio…




E a tutti coloro che affollano medesimi Sentieri e Vie braccate e perseguitate dalla Dotta Antica ignoranza di chi preferisce l’immagine qual abito alla dovuta moda rappresentato nascondere e celare più nobili ossa ali ed antico istinto assiderato - appassito - come un secco ramo ove appendere l’altrui sudario, rimembro la vista sollecito il frutto proibito nel duraturo dilettevole secolar pregiudizio in cui ognun nato, eccetto chi crede in un deserto di sabbia o di neve la differenza muta poco il Destino di chi nato parla dal Golgota del vostro Paradiso…





Era mattino sui verdi campi della valle di Jarvis, e Mr Owen strappava le erbacce dal sentiero del suo giardino. Un grande vento gli tirava la barba, il mondo vegetale ruggiva sotto i suoi piedi. Un falco si era perso nel cielo e gridava un richiamo alla compagna; ma la compagna non venne, e il falco volò verso Ovest con un dolore nel becco. Mr Owen, che si era rialzato per riposarsi la schiena e guardare il cielo, osservò com’erano nere le ali contro il sole rosso. Nella sua cucina piena di correnti d’aria Mrs Owen si affliggeva sulla minestra. Una volta la vallata ospitava solo gli armenti; i ragazzi delle fattorie scendevano dalle colline per sorvegliare le mucche; ma nessun straniero metteva mai piede nella vallata. Mr Owen, attraversando da solo la campagna, si era imbattuto in quella valle una sera di fine estate quando le bestie giacevano immobili sull’erba e il ruscello che la divideva stava mormorando sui ciottoli. Qui, pensò Mr Owen, costruirò una casetta ad un piano, nel mezzo della valle, circondata da un giardino. E, ricordandosi chiaramente la strada che aveva fatto lungo le tortuose colline, tornò al suo villaggio e alle domande di Mrs Owen. Accadde così che una casa a un piano costruita nei verdi campi e un giardino zappato, seminato e cintato con una bassa staccionata per tenere lontane le mucche dagli ortaggi.

Questo fu il principio dell’anno.





Ora l’estate e l’autunno erano passati, il giardino era fiorito ed era morto, e c’era la brina sulle erbacce. Mr Owen si chinò a pulire il sentiero, mentre il vento tirava indietro la testa delle erbe e faceva un oracolo di ogni bocca verde. Pazientemente, egli continuava a strangolare le erbe; le radici venivano su, sconvolgendo la terra che avevano intorno; gli insetti si affaccendavano nei buchi del terreno e, morendo sotto le sue dita, non lasciavano nemmeno una macchia. Egli divenne stanco delle loro morti, e ancor di più della caduta delle erbe.




Mrs Owen aveva lasciato la minestra incustodita sul fuoco per scrutare nelle profondità del suo cristallo. La palla divenne buia, poi si illuminò e fu riempita da un arcobaleno. Diventando calda come un sole, e raffreddandosi come una stella artica, brillava nelle pieghe del suo grembo dove lei amorosamente la teneva. Le foglie di tè rimaste nella sua tazza a colazione le avevano annunciato uno straniero vestito di nero. Che cosa le avrebbe detto il cristallo? Mrs Owen attendeva.




Su venivano le radici, e un verme attorcigliato, disturbato dal sondaggio delle dita, si contorse, cieco nel sole. A un tratta la valle riempì tutte le sue cavità con il vento, con la voce delle radici, con il respiro del cielo più basso. Non solo la mandragola grida; le radici divelte hanno i loro gridi; ogni erbaccia che Mr Owen tirava fuori dal terreno strillava come un bambino appena nato. Adesso nel villaggio dietro la collina il vento infuriava; i panni appesi nei giardini dovevano darsi a strane danze. E le donne con una forma nel ventre dovevano sentire un nuovo movimento chinandosi sulle tinozze fumanti. La vita continuava a fluire nelle vene e nelle ossa e nelle fasciante carne che aveva la sua stagione e il suo tempo come la valle che fasciava la casa con la sua carne d’erba verde.




La palla come una tomba aperta, rivelò i suoi morti a Mrs Owen. Ella fissò le labbra delle donne e i capelli degli uomini che si intrecciavano in un disegno geometrico sulla superficie del mondo di cristallo. Ma improvvisamente il disegno scomparve, ed ella non vide altro che le forme delle colline di Jervis. Un uomo con il cappello nero stava camminando per i sentieri delle colline e scendendo nell’invisibile valle. Se si fosse avvicinato ancora di più le sarebbe caduto in grembo. C’è un uomo con un cappello nero che cammina sulle colline, gridò al marito dalla finestra. Mr Owen sorrise senza interrompere il suo lavoro.




Fu a questo punto che il reverendo Davies smarrì la strada; era la prima volta in quella mattina, ma adesso l’aveva persa davvero e, turbato, si fermò sotto un albero. Un grande vento soffiava attraverso i rami, e una vasta terra verde-grigia si muoveva sotto di lui. Ovunque guardasse, le colline assalivano il cielo, e ovunque cercasse riparo dal vento, l’oscurità lo spaventava. Se proseguiva, il paesaggio diventava sempre più strano; si levava ad altezze mai sognate e poi ricadeva in una valle non più grande del palmo della sua mano. E gli alberi camminavano come uomini. Per una divina coincidenza egli raggiunse l’orlo del colle proprio mentre il sole raggiungeva il centro del cielo. Con il vasto mondo che  si cullava da orizzonte a orizzonte, egli si fermò, sotto un albero e guardò la vallata. Tra i campi c’era una casetta con un giardino. La valle ruggiva intorno alla casa e il vento si lanciava su di essa come un lottatore, ma la casa rimaneva immobile. A Mr Davies sembrò che la casa fosse stata presa in un villaggio da un grande uccello e posata proprio nel centro del tumultuoso universo.




Ma mentre scendeva faticosamente attraverso rocciosi sentieri, perse il suo posto nel cristallo di Mrs Owen. Una nuvola gli portò via il cappello nero, e sotto la nuvola camminava un fantasma vecchissimo, una forma fatta di aria con stelle congelate nella barba, e una mezzaluna per sorriso. Mr Davies non sapeva nulla di questo mentre le rocce gli graffiavano le mani. Era vecchio, era ubriaco del vino del mattino, ma il liquido che usciva dalle piccole ferite era sangue umano.




Neanche Mr Owen, con la faccia china a terra e le mani sul collo delle urlanti erbacce, seppe della trasformazione del cristallo. Aveva udito Mrs Owen profetizzare la venuta del cappello nero, e aveva sorriso come sempre sorrideva della sua fede nelle forze oscure. Aveva appena alzato gli occhi quando lei lo aveva chiamato e, sorridendo, era tornato al più chiaro e limpido richiamo della Terra. Moltiplicatevi, moltiplicatevi, aveva detto ai vermi disturbati nel loro scanalare, e aveva tagliato i vermi bruni in due perché le due metà potessero generare e spargere la loro vita sul giardino e uscire a contaminare i campi e i ventri delle mucche.




Mr Davies non lo sapeva. Vide un giovane uomo barbuto lavorare curvo nel giardino. La casa gli sembrò un grazioso quadretto, con la faccia pallida di una giovane donna alla finestra. E, togliendosi il cappello, si presentò come il rettore di un villaggio a dieci miglia di distanza.

State sanguinando, disse Mr Owen.

Le mani di Mr Davies, infatti, erano coperte di sangue. Quando Mrs Owen si fu occupata delle ferite, lo fece sedere nella poltrona vicino alla finestra e gli preparò una tazza di tè molto forte.




Vi ho visto sulla collina, disse, ed egli le domandò come avesse fatto, perché le colline erano alte e molto lontane. Ho buoni occhi, rispose la donna. Egli non ne dubitò. Erano gli occhi più strani che avesse mai visto. È tranquillo, qui, disse Mr Davies. Non abbiamo orologi, lei disse, e preparò la tavola per tre. Siete molto gentile, rispose lui. Noi siamo gentili con coloro che vengono da noi.

Egli si domandò quanta gente venisse in quella casa solitaria in mezzo alla valle, ma non espresse la domanda a voce alta per paura della risposta. Pensò che era una donna misteriosa che amava il buio perché era buio. Era troppo vecchio per interrogare i segreti dell’oscurità, e ora, con il vestito nero strappato e bagnato, e le mani sottili fasciate si sentiva più vecchio che mai. I venti del mattino avrebbero potuto abbatterlo, e l’improvviso cadere dell’oscurità renderlo cieco. La pioggia poteva passare attraverso il suo corpo come passa attraverso un fantasma. Sedeva accanto alla finestra, cauto e stanco, quasi invisibile contro i vetri e la stoffa della poltrona.





Presto il cibo fu pronto, e Mr Owen rientrò in casa senza lavarsi.

Devo dire la preghiera di ringraziamento?

Domandò Mr Davies quando furono tutti e tre seduti a tavola.

Mrs Owen annuì.

Iniziò un Pater, ma pur facendo finta di nulla, osservò udì e constatò che Mr e Mrs Owen avevano chiuso gli occhi. E noto che le labbra di Mr e di Mrs Owen si muovevano adagio, e il loro Pater rispondere ad una diversa inusuale metrica.  

Alla fine, Amen dissero tutti e tre insieme.

Mr Owen avido di cibo, si chinò sul piatto come si era chinato sulle piangenti erbe. Fuori dalla finestra c’era il corpo bruno della terra, la pelle verde dell’erba, e i seni delle colline di Jervis; c’era un vento che gelava la terra animale, e un sole che aveva bevuto tutte le rugiade dei campi; c’era la creazione che sudava dai pori degli alberi un apparente Nulla che faceva gelare il sangue al rettore Davies; ed i granelli di sabbia sulle lontane spiagge che si moltiplicavano sotto il rotolio del mare. Sentì sulla lingua il sapore amaro e agro-dolce d’un granello di senape; c’era un significato nella durezza della carne che mangiava e uno scopo nell’alzare il cibo alla bocca, pur Mr e Mrs Owen non avendo toccato neppure un atomo uno della carne appassita del piatto.




Mrs Owen non mangiava perché era stata riafferrata dalle antiche potenze e non osava alzare la testa per non mostrare il verde dei suoi occhi. Dal suono sapeva da quale parte il vento soffiava sulla valle; sapeva a che punto era il sole dalle ombre sulla tovaglia. Oh se avesse potuto guardare dentro il suo cristallo l’avanzare dell’oscurità su quella luce invernale! Ma un’oscurità invadeva il suo Spirito ingoiando la luce intorno a lei. Tutta la luce intorno a lei. C’era un fantasma alla sua sinistra: con tutta la sua forza ella tirò a sé l’intangibile luce che si muoveva intorno a lui e la mescolò al suo oscuro destino…




Mr Davies, come un uomo succhiato da un uccello, sentì la desolazione nelle proprie vene, e, in un dolce delirio, si mise a raccontare le proprie avventure sulle colline; parlò del freddo e del vento e delle colline che salivano e scendevano come antichi fantasmi armati che avevano un lontano tempo rinchiuso il suo Sogno. Si era perduto anche lui, disse, e aveva trovato un buio rifugio per ripararsi dalla tirannia del vento quanto da medesimi fantasmi vestiti di nero. L’oscurità, però, lo aveva spaventato, ed egli si era messo di nuovo in cammino, scosso come una barca in mare in tempesta. Ovunque andasse egli era sbattuto dal vento o spaventato dalle strette ombre che lo braccavano. Non c’era un posto ove un vecchio potesse andare, si lamentò. Amando la propria Università come la parrocchia aveva amato anche le terre che la circondavano, ma le colline gli erano mancate sotto i piedi e lo avevano scaraventato in aria. E, amando il suo Dio Unico, egli aveva amato l’oscurità come nell’antichità gli uomini avevano adorato l’invisibile buio da dove sapevano provenire. Ma ora le caverne erano piene di forme e di voci che lo deridevano per la sua vecchiaia.

Ha paura del buio, pensò Mrs Owen, del bellissimo buio, lo esorcizzi allora, rifletta il suo e nostro Principio.

Sorridendo, Mr Owen pensò, ha paura del verme della terra, della cupola nell’albero, del sudiciume vivente dell’intera materia!

Guardarono il vecchio Maestro che era più spettrale che mai. La finestra dietro di lui gli gettava una frastagliato cerchio di luce intorno alla testa.





Improvvisamente Mr Davies s’inginocchiò e si mise a pregare. Non riusciva a comprendere il freddo che aveva nel cuore né la paura che lo confondeva ma, pregando per esserne liberato, fissava gli occhi pieni d’ombra di Mrs Owen e quelli sorridenti di suo marito. Inginocchiato sul tappeto vicino alla tavola, fissava pieno di confusione la mente oscura e l’oscuro, rozzo corpo. Li fissava e pregava, come un vecchio dio assalito dal’ispirazione di antichi innominati dèi apparentemente nemici; e fu allora che osservando il corpo della donna scorse un qualcosa celato dall’abito come un oscuro sudario, come un tomo nascosto, come un abisso…


(Dyalan Thomas)












giovedì 2 giugno 2022

UNA ELEVATA (seppur decaduta) CONDIZIONE SPIRITUALE

 




 



 

 

 

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A pedali... 


Prosegue con il 


Secondo bicchierino 


e/o la birretta










[si prega durante il transito


molta cautela & maneggiare


con cura]








Nel 1914, lo zar Nicola II dichiarò fuorilegge la vendita di vodka in tutta la Russia. Nel 1918, lo zar Nicola II e il resto della sua famiglia vennero giustiziati in una cantina di Ekaterinburg. Questi due fatti non sono privi di un collegamento. Non è impossibile ricostruire il ragionamento di Nicola.

 

La disputa si basava su due argomentazioni.

 

Da una parte, la Prima guerra mondiale stava per cominciare e i soldati russi, negli ultimi tempi, avevano perso guerre con una certa regolarità, prevalentemente perché erano ubriachi come tegole. Dall’altro lato, un quarto dei proventi complessivi dello stato proveniva dalle tasse sugli alcolici e, in generale, troncare all’improvviso la principale fonte di guadagno mentre stai per entrare in guerra non è mai una buona idea.




Gli storici se la sono spassata alla grandissima nel dibattere fino a che punto la vodka potesse aver causato la Rivoluzione russa.

 

La perdita delle tasse aveva distrutto lo stato?

 

O la messa al bando aveva esacerbato le tensioni sociali?

 

Le leggi russe, al tempo come ora, venivano applicate davvero solo ai popolani che congelavano nelle loro casupole. Questi ultimi non erano molto contenti di sapere che i ricchi nelle loro dacie continuavano a buttar giù i ‘goccetti d’acqua’ che tanto amavano. La vodka si poteva ancora ordinare nei ristoranti molto costosi; ma i poveri non potevano permettersela, tutto lì.




Un’altra teoria ipotizza che quelli tra il 1914 e 1917 furono gli unici tre anni nella storia russa in cui la popolazione fu sufficientemente sobria da rendersi conto con esattezza di quel che il governo le stava facendo. Quando stai trattando così la tua gente, dovresti lubrificarla un po’.

 

Questa era anche, incidentalmente, l’opinione di Lenin.

 

Pensava che la religione fosse l’oppio dei popoli e che l’alcol fosse l’alcol delle masse, ecco perché personalmente non beveva molto e mantenne il divieto sulla vodka, che venne revocato da Stalin soltanto nel 1925. Se vivete in Russia ai giorni nostri c’è il 23,4 per cento di possibilità che la vostra morte sia legata all’alcol.

 

Per gli zar il rischio era molto più alto.




Al capo più remoto della storia russa, nel 978 d.C., Vladimiro il Grande – che governava il regno neonato – convocò gli emissari delle più grandi religioni in modo da poterne scegliere una per i suoi sudditi. Scartò gli ebrei quando scoprì che non avevano una terra natia. I musulmani suscitarono il suo interesse perché descrivevano i piaceri carnali del paradiso (Vladimiro ‘adorava le donne e gli eccessi’). Ma quando gli spiegarono che la loro religione proibiva il consumo di alcolici reagì come uno zar assennato.

 

‘Bere’

 

..Disse

 

 ‘è la gioia dei russi, non possiamo esistere senza questo piacere’.

 

E fu così che la Russia divenne cristiana.

 

Questa storia è molto più credibile di quanto potrebbe sembrare. Invitare ambasciatori religiosi per poi scegliere un credo per il proprio popolo era, in realtà, una pratica ragionevolmente diffusa al tempo. Questa testimonianza fu riportata appena un centinaio di anni dopo nella Cronaca degli anni passati, la fonte più autorevole sulla storia russa più remota.




Al capo più prossimo della storia russa, invece, Michail Gorbačëv lanciò una campagna in favore della sobrietà; era il 1985. La Perestroika stava prendendo l’abbrivio, lui fece una passeggiata tra la gente – trasmessa in televisione – e parlò, effettivamente, con veri rappresentanti della popolazione. Uno di loro si lamentò per il prezzo eccessivo dei beni di prima necessità, come la birra. Gorbačëv replicò che l’alcol non era una necessità vitale.

 

Sei anni dopo il comunismo russo arrivò alla sua conclusione.




Ai russi piace bere e amano anche far bere gli altri.

 

È una tendenza che ha origini molto antiche. Spostiamoci nel 1550, con un’annotazione dell’ambasciatore in Russia del Sacro romano impero:

 

‘I moscoviti sono veri maestri nell’arte di conversare con gli altri, convincendoli a bere. E se tutto il resto fallisce, c’è sempre qualcuno che si alza per proporre un brindisi al Granduca, al che i presenti non possono astenersi dal bere e svuotare il calice […]. L’uomo che propone il brindisi, in piedi al centro della stanza a capo scoperto, dichiara i suoi auspici per il Granduca o per un altro signore – felicità, vittoria, salute – e si augura che nelle vene dei suoi nemici possa rimanere tanto sangue quant’è la bevanda contenuta nella sua coppa. Dopo averla svuotata, la capovolge e se l’appoggia sulla testa, augurando al signore buona salute’.

 

Quest’usanza conferisce ai russi l’insolita capacità di imporre l’ubriachezza.




Più o meno ovunque, in questo libro, sbronzarsi veniva ritenuto facoltativo o era proibito, biasimato o limitato a specifici momenti o luoghi che potevano essere evitati. È vero che in parecchie culture ci sono brindisi a cui tutti devono unirsi, ma tendono a coinvolgere uno o due bicchieri all’inizio della serata (o alla fine della messa). Una volta che ci si trovava in un simposio o in un saloon, bisognava bere, ma nessuno era obbligato ad andare. È anche vero, ovviamente, che è sempre esistita una pressione sociale legata al bere, e non mi piacerebbe affatto essere l’unico vichingo che ordina un’aranciata, ma in Russia l’imposizione di un pesante consumo alcolico fa parte degli affari, della diplomazia e della politica.

 

Nelle discussioni riguardanti la Russia il nome di Stalin salta sempre fuori, il che è buffo visto che non era russo e Stalin non era il suo nome. Che Stalin governasse con il terrore è cosa assai risaputa, e il terrore – ovviamente – si era fatto strada fino alla cima, ai vertici del governo. Ma ancora più su, più in cima, ai livelli di Berija – il capo della polizia segreta – e di Chruščëv, Stalin governava con il terrore e l’ubriachezza.




Il metodo era semplice. Stalin chiamava il suo Politburo e invitava tutti per cena.

 

Non avevano la possibilità di rifiutare, a dire il vero. A cena Stalin li faceva bere, bere e bere; e anche qui, non erano autorizzati a declinare. Chruščëv ricorda che: Il telefono squillava quasi ogni sera: ‘Vieni, ceniamo insieme’. Erano cene tremende. Arrivavamo a casa verso l’alba, e dovevamo comunque andare al lavoro […]. Le cose andavano a finire male per chi si addormentava al tavolo di Stalin. Stalin stava semplicemente facendo al suo gabinetto quello che il resto dei sovietici faceva allegramente a chiunque.

 

Il patto Molotov-Ribbentrop del 1939 fu celebrato con una cena in cui ci furono ventidue brindisi prima che arrivasse qualcosa da mangiare.

 

Ma le cene private di Stalin avevano anche una sfumatura da incubo in più. Stalin rideva fino alle lacrime mentre Berija faceva l’imitazione delle grida agonizzanti di Zinov’ev, che Stalin aveva condannato a morte. Il dittatore batteva la sua pipa a ritmo sul cranio pelato di Chruščëv, ordinandogli poi di esibirsi in una danza cosacca. Il commissario del popolo alla Difesa veniva sempre spinto in uno stagno.

 

Di suo, Stalin non beveva granché.




O comunque molto meno dei suoi ospiti, e si diceva che la vodka che buttava giù fosse in realtà acqua. Anche Berija fece un tentativo con questo trucchetto, ma venne scoperto. Alla fine la prese con filosofia e dichiarò: ‘Dobbiamo sbronzarci, prima ci riusciamo, meglio è. La festa finirà appena saremo ubriachi. Qualunque cosa accada, non ci lascerà andar via sobri’. L’obiettivo di tutto questo era umiliare il Politburo, seminare zizzania e sciogliere le lingue.

 

Era comunque molto difficile complottare contro Stalin, ma era ancora più complicato quando eri obbligato a sbronzarti pesantemente davanti a lui tutte le sere. Nulla di nuovo. Un terribile dittatore russo che ti caccia della vodka in gola con la forza fa parte di una tradizione lunghissima e talvolta spassosa. La differenza principale tra Stalin e Pietro il Grande (1672-1725) è che Pietro di certo beveva quanto chi costringeva a bere. Le storie sul consumo alcolico di Pietro sono diverse, ed è abbastanza difficile credervi. Una cronaca afferma che bevesse una pinta di vodka e una bottiglia di sherry a colazione, seguite da altre otto bottiglie prima di uscire ad affrontare la giornata.


(Prosegue...)