IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 14 giugno 2022

GUERRA ALLA MAFIA (2)

 




















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& I CONIGLI D'OGNI GIORNO [3]







 

Il testimone principale si è rivelò essere Momo Salvatore ‘Sam’ Giancana*, il ‘capo dei capi’ di Chicago

 

*Salvatore (Sam) Giancana, il boss del sindacato, cresciuto a Chicago spalla a spalla con Jack Ruby, nel giugno del 1975 viene trovato morto nel suo elegante seminterrato, ucciso con un colpo alla nuca, altri sei intorno alla bocca a mo’ di cucitura. Avrebbe dovuto testimoniare cinque giorni dopo davanti a una commissione del Senato incaricata di indagare sui complotti contro Castro. L’arma del delitto viene rinvenuta e se ne rintraccia l’origine a Miami. Nessun arresto)

 

…che si era fatto strada tra le fila della mafia in virtù dell’estrema violenza – si diceva che avesse appeso molte delle sue vittime ai ganci da carne – e dell’astuzia di politici e celebrità utili. Il 9 giugno 1959, davanti a un pubblico televisivo rapito, Bobby accusò il boss di aver ucciso i suoi rivali in affari. ‘Ci spiegheresti il perché, quando nutri qualche opposizione da parte di qualche rivale lo sigilli a pezzi in un baule? È questo che fa del signor Giancana un onesto rappresentante di commercio?’.




Giancana, come tutti i boss del crimine citati in giudizio per testimoniare, invocò il ‘Quinto Emendamento’, rispondendo ripetutamente: ‘Mi rifiuto di rispondere perché credo onestamente che la mia risposta potrebbe tendere a incriminarmi’.

 

Le udienze non portarono direttamente ad alcun atto d’accusa, o procedimento penale, nei confronti di funzionari sindacali corrotti o boss mafiosi. Invece, produssero indesiderati effetti a lunga durata.

 

Sotto l’amministrazione uscente Eisenhower, il Dipartimento di Giustizia era stato cauto e lento in un momento in cui il paese stava affrontando gravi problemi interni: oltre alla minaccia della criminalità organizzata, molti degli ex stati confederati praticavano ancora pratiche razziali brutali, spesso violente segregazione in aperta sfida a una storica sentenza della Corte Suprema del 1954 secondo cui questa era illegale. In realtà, i diritti civili non avevano turbato indebitamente il clan Kennedy, nonostante le abbondanti prove che gli afroamericani fossero vittime di evidente grottesca discriminazione, il discorso inaugurale di JFK non menzionò di questo, o degli sforzi del crescente movimento per i diritti civili per la giustizia, e Bobby ammise che anche lui aveva prestato poca attenzione.

 

‘Non dirò che stavo sveglio la notte a preoccuparmi dei diritti civili prima di diventare Procuratore generale’,

 

…disse alla rivista Life nel 1961.




Né il movimento nero si fidava completamente del giovane e privilegiato avvocato bianco del Massachusetts. Tuttavia, la difficile situazione degli afroamericani negli stati meridionali gli punse la coscienza e, nel corso dei suoi primi due anni in carica, Bobby costrinse almeno una certa misura di uguaglianza a paesi e città al di sotto della linea Mason-Dixon, a volte  schierando in forma preventiva truppe federali. In tal modo aggiunse nuovi nemici alla crescente lista (nera anch’essa): il Ku Klux Klan, i Democratici conservatori del sud e i segregazionisti di destra, inclusi governatori statali razzisti come George Wallace dell’Alabama.

 

Si era anche scontrato con J. Edgar Hoover sui diritti civili. Il veterano direttore dell’FBI si preoccupava di un solo colore: il rosso. Hoover considerava il movimento per i diritti civili come un fronte comunista de facto e chiese al procuratore generale di autorizzare le intercettazioni sul suo leader più importante, il reverendo Martin Luther King; Bobby alla fine – e vergognosamente – acconsentì.




Ma se era arrivato in ritardo nella lotta per i diritti civili e la giustizia razziale, il problema della criminalità organizzata – ancora un punto cieco per Hoover – era una crociata più vicina al cuore di Bobby. Due settimane dopo la nomina a procuratore generale, lanciò una ‘guerra al crimine’, trasformando la sezione racket del Dipartimento di Giustizia, precedentemente moribonda, che nel gennaio 1961 impiegava solo 17 persone, in un esercito implacabile di 60 pubblici ministeri. Jimmy Hoffa fu il primo obiettivo di alto profilo: nell’ottobre 1962 fu accusato di aver chiesto tangenti a una società di autotrasporti, ma sebbene il processo si sia concluso con l’assoluzione della giuria appesa, ha prodotto un prezioso informatore all’interno dei ranghi dei Teamsters.

 

Edward Grady Partin riferì al Dipartimento di Giustizia che Hoffa stava preparando dell’esplosivo per piazzarlo presso l’abitazione della famiglia di Bobby a Hickory Hill fuori Washington DC, e in caso di fallimento,  pianificò di far assassinare il procuratore generale da un cecchino. Secondo Partin - che superò un apposito test dell’FBI sulle affermazioni ‘a pieni voti’ - Hoffa gli aveva detto anche: ‘Devo fare qualcosa per quel figlio di puttana Bobby Kennedy …se ne deve andare all’inferno’.




Ma il leader dei Teamsters era solo uno degli obiettivi di Bobby. Nei due anni successivi un totale di 404 gangster mafiosi furono condannati per traffico di stupefacenti, corruzione e gioco d’azzardo illegale, con un aumento dell’800% rispetto al precedente tasso di successo realizzato dal Dipartimento di Giustizia.

 

Tre importanti gangster, in particolare, divennero il fulcro della guerra al crimine organizzato: Sam Giancana di Chicago, che Bobby aveva ridicolizzato per aver ridacchiato come ‘una ragazzina’ nelle udienze di McClellan, il boss della mafia della Florida Santo Trafficante Jr. e il capo della criminalità organizzata in Louisiana, Carlos Marcello. Tutti e tre erano stretti collaboratori di Hoffa; tutti e tre svilupparono nel tempo un odio costante per entrambi i Kennedy; tutti e tre sarebbero - tra non molto – accusati di aver cospirato per agire in base a quell’odio.




Nell’aprile del 1961, su ordine di Bobby, Marcello, uno dei mafiosi più anziani d’America, fu costretto ad emigrare in Guatemala. Tornò segretamente a New Orleans due mesi dopo e per i successivi tre anni combatté una serie di battaglie legali con il Dipartimento di Giustizia. Il suo avvocato, Frank Ragano, rappresentava anche sia Hoffa che Trafficante, il capo di capi della criminalità organizzata nel Sunshine State. Nell’estate del 1963, Hoffa ordinò a Ragano di dire a Trafficante e Marcello che era ora di uccidere John Kennedy. Né questo era l’unico presunto complotto per omicidio che coinvolgeva i boss del crimine. Più o meno nello stesso periodo, mentre Bobby guidava un secondo tentativo di cacciarlo dal paese, Marcello disse a Trafficante:

 

‘Bobby Kennedy sta rendendo la vita infelice a me e ai miei amici. Qualcuno dovrebbe uccidere tutti quei Kennedy’.




Trafficante rassicurò il suo compagno mafioso:

 

‘Aspetta e vedrai, qualcuno ucciderà quei figli di puttana. È solo questione di tempo’ *.




[*Documento: 2.4.61. Trascrizione letterale di una conversazione telefonica: “su richiesta del direttore”. “Riservata al direttore”.

 

In linea: direttore J. Edgar Hoover, ministro della Giustizia Robert F. Kennedy. 

 

RFK: Parla Bob Kennedy, signor Hoover. Speravo di poterla disturbare per qualche minuto.

 

JEH: Certamente.

 

RFK: Ci sono alcune questioni di protocollo che vorrei discutere.

 

JEH: Sì.

 

RFK: Comunicazioni, tanto per iniziare. Le avevo fatto pervenire una direttiva in cui richiedevo copie carbone di tutti i rapporti presentati dalle vostre squadre contro il crimine organizzato. Era datata 17 febbraio. Siamo al 2 aprile, e non ho ancora visto un singolo rapporto.

 

JEH: Sono direttive che richiedono tempo per essere svolte.

 

RFK: Sei settimane mi sembrano più che sufficienti.

 

JEH: Lei lo ritiene un ritardo ingiustificato, io no.

 

RFK: Le spiacerebbe accelerare l’adempimento della mia direttiva?

 

JEH: Lo farò. E lei sarebbe così gentile da rinfrescarmi la memoria sulle ragioni della sua iniziativa?

 

RFK: Voglio valutare ogni singola prova contro la mafia che il Bureau riesce a raccogliere e trasmetterla, ove necessario, ai gran giurì locali, che spero di mettere al lavoro.

 

JEH: Potrebbe rivelarsi una mossa imprudente. Una fuga di informazioni che soltanto le nostre squadre potrebbero essersi procurate potrebbe compromettere gli informatori e le postazioni di sorveglianza elettronica.

 

RFK: Le informazioni saranno trattate con la massima riservatezza.

 

JEH: È una funzione che non dovrebbe essere affidata a personale esterno all’FBI.

 

RFK: Mi trovo in completo disaccordo. Signor Hoover, lei sarà costretto a condividere le sue informazioni. La semplice attività di sorveglianza non metterà mai in ginocchio il crimine organizzato.

 

JEH: Il nostro mandato non prevede la distribuzione del materiale per accelerare il lavoro dei gran giurì.

 

RFK: Vuol dire che dovremo rivederlo.

 

JEH: Lo considero un gesto precipitoso e avventato.

 

RFK: Lo consideri come vuole, e lo consideri fatto. Consideri che il mandato del programma contro il crimine organizzato passerà sotto la mia diretta giurisdizione.

 

JEH: Lasci che le rammenti un semplice fatto: la mala non si può sconfiggere.

 

RFK: E lei lasci che le rammenti che per anni ha negato che la mafia esistesse. Lasci che le rammenti che l’FBI non è che un singolo ingranaggio della macchina globale del Dipartimento di Giustizia. Lasci che le rammenti che non è l’FBI a dettare la politica del Dipartimento. Lasci che le rammenti che il presidente e io consideriamo il 99 per cento delle organizzazioni di sinistra che l’FBI tiene sotto costante sorveglianza innocue se non moribonde, e ridicolmente inoffensive se paragonate al crimine organizzato.

 

JEH: Posso dichiarare ufficialmente che considero queste sue invettive sbagliate e sciocche dal punto di vista della prospettiva storica?

 

RFK: Faccia pure.

 

JEH: C’è qualcos’altro di simile o di meno offensivo che aveva intenzione di dirmi?

 

RFK: Sì. Volevo informarla che intendo imporre la centralizzazione delle attività di sorveglianza elettronica. Voglio che il Dipartimento di Giustizia venga informato di ogni singola iniziativa di sorveglianza intrapresa dalle forze dell’ordine municipali.

 

JEH: Molti considererebbero la sua iniziativa come un’assurda ingerenza federale e un flagrante abuso dei diritti dei singoli Stati.

 

RFK: Il concetto di diritto del singolo Stato si è trasformato in una cortina di fumo per nascondere di tutto, dalle pratiche di segregazione alle obsolete leggi contro l’aborto.

 

JEH: Non sono d’accordo.

 

RFK: Ne prendo atto. E vorrei che lei prendesse atto del fatto che da oggi avrà il dovere di informarmi di ogni singola operazione di sorveglianza elettronica intrapresa dal Bureau.

 

JEH: Sì.

 

RFK: Ne ha preso atto?

 

JEH: Sì.

 

RFK: Voglio che chiami personalmente l’agente responsabile di New Orleans e che gli ordini di incaricare quattro uomini dell’arresto di Carlos Marcello. Voglio che venga effettuato entro le prossime settantadue ore. Dica all’agente responsabile che sto facendo deportare Marcello in Guatemala. Lo avverta che la Guardia di frontiera si metterà in contatto per definire i dettagli.

 

JEH: Sì.

 

RFK: Ne ha preso atto?

 

JEH: Sì.

 

RFK: Buona giornata, signor Hoover.

 

JEH: Buona giornata.(J.Ellroy)]




Nel giro di pochi mesi l’antipatia tra il procuratore generale e l’agenzia di intelligence esplose del tutto: ancora una volta la criminalità organizzata è al centro della lite.

 

Nel dicembre 1961, Hoover aveva inviato a Bobby un promemoria personale su Sam Giancana. Era basato su registrazioni di sorveglianza che avevano catturato il don di Chicago che denunciava gli sforzi del Dipartimento di Giustizia per perseguirlo.

 

(Tim Tate & Brad Johnson)


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giovedì 9 giugno 2022

AI PROFETI SI SPARA (ovvero: andata & ritorno sullo stesso treno)

 










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di quando lo hanno

 






Beccato! 


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vendetta 'Madre'  


& Guerra alla mafia







Un informatore dell’Fbi fece sapere che la mafia era pronta a mettere una taglia di varie centinaia di dollari su Kennedy nel caso in cui arrivasse ad avere la possibilità di ottenere la nomina, e ogni settimana gli agenti del Bureau fornivano fotografie di potenziali assassini a Frank Mankiewicz. 




Kennedy sembrava affrontare le minacce con un fatalismo indifferente. Se qualcuno parlava di un possibile assassinio diceva:

 

‘Quel che succederà...succederà’...

 

oppure:

 

‘Se qualcuno vuole ammazzarmi, non sarà una cosa difficile’,

 

o citava Camus:

 

‘Sapere che morirai non conta’...

 



Quando Warren Rogers di ‘Look’ gli domandò se tenesse che i fan fuori controllo potessero fargli del male disse:

 

‘Diavolo non ti puoi preoccupare di una cosa simile. Guarda i loro volti. Questa gente non vuole farmi del male. Vuole solo vedermi e toccarmi’,

 

ma poi aggiunse:

 

‘Insomma, ormai partecipare alla vita pubblica è sempre una roulette russa’.




Tollerava piccoli gruppi di guardie in borghese, ma soltanto se stavano a una certa distanza e mantenevano un basso profilo, non dando troppo nell’occhio. Si opponeva alla presenza di poliziotti in divisa intorno a se, credendo che questo scaldasse gli animi e aumentasse l’aggressività, oltre che farlo sembrare timoroso del pubblico.

 

Come altri che hanno amato Robert Kennedy, Walter Fauntroy coltivava l’illusione che egli non si rendesse veramente conto del pericolo di un attentato. Era troppo doloroso ammettere che a ogni corteo su una decappottabile anche Kennedy, come a molti del suo entourage, venissero in mente Jackie con il suo tailleur rosa e il Texas Book Depository. Fauntroy fu talmente turbato dal commento di Kennedy sui fucili che lo separavano dalla Casa Bianca che continuò a passeggiare al suo fianco anziché dare inizio al rito delle 11.




Infine, incapace di controllarsi più a lungo e continuando a domandarsi se ci fosse in agguato qualche minaccia specifica, chiese a Kennedy a che cosa si riferisse quando aveva parlato di fucili tra lui e la Casa Bianca.

 

Kennedy rivolse a Fauntroy uno sguardo penetrante e disse:

 

‘Nulla’.

 

Ma in un certo senso aveva già detto tutto.




Aveva detto che, come succedeva a Jackie, temeva che quel che era capitato a Jack potesse un giorno accadere a lui. Aveva spiegato il motivo per cui Fred Dutton aveva commentato che le folle adoranti lo liberavano da ‘qualsiasi stato morboso lo affliggesse in un dato momento’; e anche perché Jim Stevenson scorgesse sul suo volto ‘una perdurante desolazione malinconica’ e infine perché, dopo avere viaggiato con lui nell’Indiana, il giornalista dell’Associated Press Saul Pett avesse notato momenti in cui, ‘finalmente quasi solo, finalmente tranquillo’ fissava il nulla guardando ‘oltre tutto ciò che lo circondava’.

 

In quei momenti, scrisse Pett,

 

‘in quegli occhi azzurri scivolava, come un’ombra su un mare color turchese, uno sguardo di tristezza così infinita o di un dolore così  terribile che ci si sente costretti a distogliere gli occhi’.




Si  dava per scontato che durante quei momenti di tristezza profonda Kennedy pensasse al fratello. Ma la frase detta a Fauntroy, come i commenti fatti a Joan Braden, suggerisce piuttosto che la paura di trovare fucili tra lui e la Casa Bianca non lo abbandonasse mai. Erano questi fucili a spingere la stampa e lo staff a trattarlo con una delicatezza di solito riservata a chi è un malato terminale.

 

E sono la spiegazione della passione con cui si gettò nella campagna, come se dovesse fungere da eredità ed epitaffio. Quattro giorni dopo la camminata per Washington in compagnia di Fauntroy, Kennedy si trovava a Lansing nel Michigan, quando Fred Dutton irruppe nella sua camera d’albergo e cominciò a tirare le tende. Spiegò che la polizia aveva individuato sul tetto di un palazzo nei dintorni una persona con un fucile. Kennedy, più adirato di quanto Dutton l’avesse mai visto, gli disse:

 

‘Non chiuderle. Se vogliono sparare, lo faranno, (se vogliono ricattarmi avremmo scoperto la mafia...)’…

 



Le primarie si svolsero in una giornata grigia, sotto una cappa di smog; Kennedy la trascorse rilassandosi nella casa del regista John Frankenheimer sulla spiaggia di Malibu. In un’intervista concessa quella mattina al giornalista dell’Associated Press Saul Pett disse:

‘Se qualcuno volesse sparare al presidente degli Stati Uniti, non sarebbe un’impresa molto difficile. Non deve fare altro che nascondersi in un edificio con una carabina munita di mirino telescopico e nessuno sarà in grado di difenderti’.

 

Il mare era molto mosso, ma Kennedy entrava e usciva dalle onde insieme ai suoi figli ed al suo fedele cane. Un’onda particolarmente grande investì lui e David, il figlio dodicenne. Quando emersero dall’acqua stringeva la mano del figlio e aveva una escoriazione sulla fronte. Nel corso del pomeriggio apprese che i primi exit poll della Cbs in California lo davano in vantaggio su McCarthy di sette punti.




A Theodore White disse che se fosse riuscito a conquistare la California urbana e il South Dakota rurale nello stesso giorno avrebbe conquistato i boss democratici. Richard Goodwin passò a casa di Frankenheimer e guardando attraverso la porta a vetri che dava sul patio scorse la sagoma di Kennedy accanto alla piscina: si era disteso su due seggiole vicine, e la testa piegata di lato inerte. Per un breve istante Goodwin pensò che fosse morto. Quando si rese conto che stava soltanto dormendo, pensò:

 

‘Dio mio, immagino che nessuno di noi riuscirà mai a superare il trauma di John Kennedy’.




Bobby decise di non andare al solito party di fine elezione in qualche sala da ballo stipata di sostenitori, con suite rigurgitanti di amici e uomini dello staff e frotte di persone desiderose di parlare, congratularsi o almeno stare nella stessa stanza con lui. Dopo mesi in cui si era reso sempre disponibile agli amici, ma anche agli sconosciuti, desiderava trascorrere la serata più importante della sua carriera politica a Malibu seguendo i risultati delle elezioni alla televisione, insieme ai familiari e agli amici più intimi. Ordinò che fossero portati altri schermi a casa di Frankenheimer, ma le reti televisive protestarono vivacemente perché avevano già inviato all’Ambassador Hotel le troupe al completo.

 

Kennedy alla fine cedette e, dopo avere cenato presto, si fece accompagnare all’hotel da Frankenheimer. Erano in ritardo e incoraggiò l’amico a premere sull’acceleratore. Ma dopo che mancarono l’uscita giusta in autostrada disse:

 

‘Prenditela con calma, John. La vita è troppo breve’.




Le ultime cinque ore della vita cosciente di Kennedy, tra l’arrivo all’Ambassador alle 19.15 e le 00.16, quando gli spararono in un corridoio vicino alla dispensa, furono anche un momento di svolta della sua campagna: allora, infatti, persino i giornalisti e i collaboratori più scettici cominciarono a credere che potesse conquistare la nomina.

 

Passò la maggior parte di queste cinque ore nella Royal Suite, al quinto piano dell’albergo, un appartamento spazioso con un lungo corridoio, un salotto e due camere da letto. Il suo staff aveva affittato una seconda camera proprio di fronte alla suite, ma la sindrome dell’‘esserci a tutti i costi’ fece sì che sostenitori, collaboratori, celebrità, giornalisti e amici si stipassero nella Royal Suite e aggiungendo altro rumore all’esagerato frastuono, conversazioni gridate e televisori con il volume al massimo.




Robert era sempre terrorizzato che davanti alla sua camera, come proprio nello stesso albergo ci fossero gli stessi oscuri personaggi, i burattini che massacrarono suo fratello su ordine della C.I.A.

 

Kennedy andava avanti e indietro tra il salotto e le camere da letto, seguendo le notizie alla televisione e rilasciando interviste informali. Gli stavano tutti alle calcagna, con continue domande e consigli: volevano prendersi qualcosa di lui, come le folle ai comizi. Pochi minuti dopo l’arrivo, ricevette una telefonata da parte di Bill Daugherty, che si trovava in un albergo a Sioux South Dakota, insieme ad alcune delle persone che avevano lavorato per la campagna in quello stato.




Daugherty lo informava sulla sicurezza personale, e lo informò che i risultati parziali lo mostravano in testa con più del 50% (il conteggio definitivo lo avrebbe collocato al 50%, seguito dal binomio Johnson-Humphery con il 30%, e da McCarthy con il 20%). Si trattava di una disfatta clamorosa per Humphrey, che si era impegnato in vari tour nello stato ben pubblicizzati, tenendo persino un discorso alla cerimonia di consegna dei diplomi presso la scuola secondaria che un tempo aveva frequentato.




I suoi sostenitori avevano condotto una costosa campagna pubblicitaria invitando gli elettori del South Dakota a mandare uno dei loro alla Casa Bianca, votando per un elenco di delegati che - sebbene indicati sulla scheda come impegnati a votare Johnson - ave-vano dichiarato che avrebbero scelto Humphrey alla Convetion. Il numero dei votanti era il più alto mai registrato nel South Dakota in un’elezione primaria presidenziale. Il giorno successivo il ‘Rapid City Journal’, un quotidiano conservatore, dichiarò che nonostante la ‘battaglia serrata’ combattuta dalla gente di Humphrey, Kennedy aveva riportato un ‘trionfo strepitoso’ contraddistinto da ‘vittorie schiaccianti’...

 

Prima di scendere nella sala da ballo Kennedy si rivolse a John Lewis ed esclamò:

 

‘Oggi ha mancato il colpo. I messicani-americani che mi hanno votato sono più dei negri’.

 

Tutti risero.




‘Aspettatemi, riprese Kennedy, torno tra quindici o venti minuti’.

 

Lewis si ricorda che aveva un’aria così felice che sembrava potesse uscire dalla stanza senza sfiorare il pavimento. Alcuni degli amici e alcuni membri dello staff di Kennedy rimasero nella suite per seguire il discorso alla televisione, preferendo evitare il chiasso e gli spintoni della Embassy Ballroom. Ma le persone che lo accompagnarono erano abbastanza numerose da creare un ingorgo nel corridoio che portava agli ascensori.

 

Là si imbatté nella figlia undicenne, Courtney, e mentre tutti lo aspettavano, trascorse vari minuti a chiederle della sua giornata. Si fermò anche a parlare con l’opinionista Joseph Kraft, che gli aveva suggerito di abbandonare le primarie e assicurare il suo appoggio a McCarthy per poi passare a Humphrey nel momento in cui Mc-Carthy avesse perso la nomina. Kraft aveva sostenuto che alla sconfitta di Humphrey contro Nixon, Kennedy si sarebbe trovato a controllare tutto il partito.




‘Adesso è in trappola’, scherzò Kraft, intendendo dire che dopo aver vinto in California avrebbe dovuto portare avanti la campagna della Convention. Comprendendo bene cosa intendeva, Kennedy sorrise e annuì con il capo. Poiché i risultati avevano tardato ad arrivare, molti si trovavano nella Embassy Ballroom da diverse ore. Il clima iniziale era esuberante ormai in procinto di divenire isterico, e in seguito alcuni dei presenti avrebbero ricordato una folla ‘piena di un’energia quasi animalesca’ e una ‘violenza repressa che faceva paura’.

 

A mezzanotte, quando Kennedy finalmente si avvicinò al microfono, i più giovani dei sostenitori che avevano collaborato attivamente alla campagna si scatenarono ballando una conga, gridando:

 

‘Fagliela vedere Bobby!’

 

Altri aspettavano le chitarre, saltellando e cantando:

 

‘This man is your man. This man is my man. This man is.... Robert Kennedy’...




Kennedy parlò per circa un quarto d’ora a braccio, lanciando ogni tanto uno sguardo sugli appunti che gli aveva messo in mano Frank Mankiewicz. Il discorso aveva lo stesso tipo improvvisato di chi viene premiato agli Oscar: senza seguire un ordine particolare ringraziò Jesse Unruh, sua sorella e suo cognato, Steve e Jeane Smith, la madre ‘e tutti i vari Kennedy’, il cane Freeckles ed Ethel.




Scherzò sul fatto di avere citato Freckles prima della moglie, ma ribadì a quel cane inglese ci teneva.... Poi ribadì il suo impegno ad aiutare ‘coloro che ancora soffrono la fame negli Stati Uniti e in tutti i luoghi del mondo’ e, preoccupato di dilungarsi troppo, continuò con un ‘Se posso rubare ancora un minuto o due del vostro tempo’.




Voleva dare la sensazione a tutti i presenti di andare a braccio, di improvvisare, ma così non era, era parte del copione studiato con il suo amico Frankenheimer... Seguì quindi il consiglio di Schulberg e ringraziò ‘tutti i miei amici della comunità nera’. Dopo avere nominato César Chavez e Dolores Huerta aggiunse:

 

‘Abbiamo certi obblighi e responsabilità nei confronti dei nostri concittadini, ne abbiamo discusso ampiamente nel corso di questa campagna’,

 

…e promise di tenere fede alle sue promesse una volta presidente.




Finalmente, con un gran sorriso stampato sul volto, in piedi accanto a Ethel disse:

 

‘Così ringrazio tutti voi, ora partiamo per Chicago, andiamo a vincere anche lì’....

 

Poiché queste furono le ultime parole pronunciate da Kennedy in pubblico - parole che coglievano in modo perfetto l’atmosfera di trionfo del momento - nei giorni successivi vennero messe in onda più volte e sono diventate uno dei Leitmotiv dei documentari sugli anni sessanta.




Dopo avere fatto con la mano il segno della V per vittoria di Churchill, lasciò il palco mentre il pubblico gridava:

 

 ‘Vogliamo Bobby! Vogliamo Bobby!’

 

A questo punto infranse la propria regola di uscire sempre dalla sala attraversando la folla, permettendo al vicemaitre d’hotel Karl Uecker di prenderlo sottobraccio e guidarlo verso i locali della dispensa. Bill Barry aveva dato per scontato che Kennedy sarebbe uscito come al solito attraverso la sala e si era già avviato per fargli strada tra la folla. Quando si accorse che Kennedy si stava avviando verso la dispensa, fece dietrofront e lo seguì.




La ragione per cui Kennedy optò per questa via d’uscita non è chiara. Forse la frenesia della folla aveva turbato e spaventato persino lui, o forse dopo essere stato strapazzato dalla gente per 82 giorni, voleva semplicemente tirare il fiato, oppure era impaziente di sbrigare l’incontro in programma alla Colonial Room con i giornalisti della carta stampata, per potersi dirigere al Factory, per la festa della vittoria.

 

Successivamente Dutton si sarebbe rimproverato di non avere obiettato a questa decisione dell’ultimo momento:

 

‘Me ne sono sempre fatto una colpa’

 

... ha confessato.




Mentre Kennedy si dirigeva verso le cucine, vide Paul Scrade, uno dei suoi primi sostenitori e direttore regionale della United Auto Workers, e lo chiamò:

 

‘Paul, voglio che tu e Jess veniate con me’.

 

Schrade pensava intendesse di accompagnarlo alla Colonial Room, Seguendo Kennedy nella dispensa si ripeteva:

 

‘E’ per questo che abbiamo lottato, Sarà presidente’.




Mentre Kennedy si allungava sopra uno dei tavoli da lavoro per stringere la mano a uno dei membri del personale delle cucine, il braccio di un giovane palestinese con il nome uguale al cognome, Sirhan Sirhan, sbucò dalla folla: puntò una pistola alla testa di Kennedy e fece fuoco....

 

I colpi ricordarono ad alcuni dei presenti il rumore dei petardi di Chinatown, ma nessuno li scambiò per botti inoffensivi. ‘Sono stato in fanteria durante la Seconda guerra mondiale’, avrebbe poi comunicato Dutton, ‘e capii immediatamente di cosa si trattava’.




Sirhan adoperò una calibro 22, un’arma che non produce necessariamente ferite mortali anche usata a distanza ravvicinata, non certo l’arma preferita del killer professionista. Era vicino quando sparò e uno dei chirurghi che operò Kennedy dichiarò che se la pallottola fatale lo avesse colpito anche solo un centimetro più indietro, sul capo, sarebbe sopravvissuto e si sareb be ripreso entro qualche settimana, in tempo per riprendere la ...campagna.

 

Quando si udirono gli spari già parecchie persone si trovavano nella dispensa, che si riempì in un attimo. Frank Mankiewicz si appoggiò alla schiena di qualcuno e pianse. John F. Kennedy e Martin Luther King Jr, e con loro molti altri, erano stati abbattuti a distanza con carabine di precisione, come cervi ad una battuta di caccia....

 

Perché ai profeti... si spara...

 

(T. Clarke, L’ultima campagna)