giuliano

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IL TOMO

domenica 9 ottobre 2016

FUGGIRE LA MISERIA (9) (lo Straniero)



















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La mattima seguente mi destai molto per tempo.
Quando aprii gli occhi era piuttosto buio e solo dopo qualche tempo udii
la pendola nell'appartamento di sotto, che suonava le cinque.
Volevo continuare a dormire, ma non fu possibile; mi destavo invece sem-
pre più e pensavo a mille cose.
A un tratto mi vengono in mente un paio di bei periodi adatti ad un trafiletto
o un racconto d'appendice, lampi d'ingegno abbaglianti e inauditi.
Ripeto tra me le parole una dopo l'altra e mi sembrano ottime.
Vi si aggiungono poi altri periodi e di botto mi trovo sveglio, mi alzo a sede-
re e prendo carta e matita dalla tavola dietro il letto. Come mi fosse scoppia-
ta una vena!
Una parola incalza l'altra, si allinea nell'ordine, si formano situazioni, le scene
si susseguono, e azioni, botte e risposte mi sgorgano dal cervello, e mi sento
invaso da un sentimento meraviglioso.
Scrivo come un ossesso, una pagina dopo l'altra, senza un istante di interval-
lo. I pensieri balenano così improvvisi e zampillano e scorrono così impetuo-
si che mi tocca lasciare da parte un monte di cose secondarie: per quanto
mi affanni non riesco a scrivere con sufficiente rapidità.
Sono in preda a un turbine di idee di un'energia impetuosa: ogni parola che
scrivo mi sale alle labbra spontaneamente. E quei momenti meravigliosi e
benedetti durano e durano a lungo.
Quando infine mi fermo e poso la matita mi trovo sulle ginocchia quindici
venti fogli pieni. Se quello che ho scritto ha qualche valore, sono salvo.
Balzo dal letto e mi vesto.
Il giorno si fa sempre più chiaro e luminoso.
Posso quasi decifrare l'avviso della direzione dei Fari laggiù accanto alla
porta, e presso la finestra c'è già luce a sufficienza per scrivere. Mi accin-
go immediatamente a rifare il manoscritto in bella copia.
Una strana nebbia di luci e colori fluttua da queste fantasie.
Sbalordito dalla lieta sorpresa rileggo i bei periodi concatenati e riconosco
che è quanto di meglio abbia letto finora. Sono stordito dalla felicità, la gio-
ia mi insuperbisce straordinariamente e mi sento di nuovo a galla.
Soppeso il manoscritto sulla mano e dopo un breve calcolo lo valuto senz'-
altro cinque corone per lo meno. Certo nessuno verrebbe in mente di mer-
canteggiare per cinque corone.
Escluso.
Anzi a essere onesti bisognerebbe riconoscere che in considerazione dell'-
ottimo contenuto cinque corone sarebbero un prezzo irrisorio. Non accetto
l'idea di cedere gratuitamente un lavoro così buono.
...... Lasciai un biglietto sulla tavola.
Giunto alla soglia mi fermai ancora e mi voltai.
La deliziosa sensazione di essere di nuovo a galla mi travolse e mi empì di
gratitudine verso Dio e il mondo intero; perciò mi inginocchiai davanti al let-
to e ringraziai Iddio ad alta voce per la grande prova di bontà che mi aveva
dato quella mattina.
Io sapevo, sapevo bene che quell'estatica ispirazione che mi era venuta
poco prima e mi aveva fatto scrivere era un'opera meravigliosa del cielo
nel mio spirito, una risposta al mio grido d'angoscia del giorno prima.
Questo è Dio! dissi tra me e piansi entusiasmato dalle mie stesse parole.
Ogni tanto mi fermavo in ascolto per sentire se qualcuno saliva le scale.
Silenziosamente scesi di piano in piano e senza essere visto per raggiungere
infine il padrone della mia povertà.
Le strade erano lustre della pioggia caduta nelle prime ore del mattino.
Il cielo pendeva sulla città basso e imbronciato e non si vedeva alcuna stri-
scia di sole.
Che ora sarà stata?
Come al solito mi diressi verso il Municipio e vidi che erano le otto e mezzo.
Potevo dunque passeggiare ancora un paio d'ore.
Era inutile andare al giornale prima delle dieci, forse anche prima delle undici.

(Knut Hamsun, Fame)







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Lo Straniero (12)







 
Nulla!
Io scorgo sotto questo cielo,
che sia pari al Primo Ingegno.
Nulla!
Dal Secondo creato
è degno della nostra umile
e infinita preghiera.
Pater segreto di un Universo
privo della infetta materia,
chiede  l'agnello quale sol dono....
di un Dio senza perdono.
Inferno dell'uomo
in quella cena segreta,
e chi pensò blasfema et eretica parola,
scorgendo quella natura crocefissa
alla sua stessa creazione.
Uomo dèmone della materia
senza la sua vera preghiera.
(G. Lazzari, Frammenti in Rima, 6, 10)


















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