giuliano

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IL TOMO

sabato 3 dicembre 2016

GLI OCCHI DEL PADRE SUO (in sé stesso) (16)



















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….O sovrano, mi dicono, sommariamente vicino a Dio e amante di Cristo?
Mi spiego sino a rimproverarti come se tu fossi presente e mi ascoltassi,anche se so bene che sei molto al di sopra delle nostre critiche, posto accanto a Dio e partecipe della gloria di lassù dopo essere dipartito per passare da un regno ad un altro: che è mai questa decisione che hai preso, tu che per intelligenza e perspicacia hai superato di molto tutti i re, non solo tuoi contemporanei, ma anche delle età anteriori?
Tu che hai ripulito dai barbari tutto intorno e vedevi foreste (e quali foreste che non siano gli altari delle nostre chiese uomo stolto con tutta la Natura dei tuoi Dèi!) e all’interno hai sottomesso gli usurpatori, alcuni con la forza delle parole, altri con le armi, compiendo ciascuna di queste cose come se non fossi per niente turbato dall’altra; tu hai riportato grandi trionfi con le armi in battaglia, ma ancora più grandi e gloriosi senza spargimento di sangue; verso di te da ogni parte si dirigevano ambascerie e suppliche; a te ciò che non era sottomesso stava per sottomettersi e tutto quel che si sperava era come se l’avessi già in pugno; tu eri guidato dalla mano di Dio in ogni decisione e in ogni azione; di te non si sapeva se ammirare più la forza o l’intelligenza, ma più ancora della buona reputazione in entrambe, la pietà.




 Com’è dunque che solo in questo caso sei apparso stolto e imprevidente (nel difendere questa bestia pagana signore del demonio)?
Perché quella fretta della tua ‘disumana filantropia’ (cosa vuol dirmi nel segreto di quei brevi accenni, quella bestia ....che marcirà all’inferno!)?
Come hai potuto in così poco tempo, in breve volgere di avvenimenti,consegnare senz’altro all’assassino di noi tutti la grande eredità, vanto di tuo padre, voglio dire coloro che prendono il nome da Cristo, il popolo che ha diffuso la sua luce in ogni parte del mondo abitato, il sacerdozio regale, cresciuto con grandi sforzi e grandi fatiche?
Forse vi sembra, o fratelli, che io manchi di rispetto e mi comporti da ingrato con questi miei discorsi, perché non aggiungo subito alle parole dell’accusa quelle della verità.
Tuttavia l’ho difeso abbastanza e per mezzo delle stesse espressioni con cui l’ho accusato, se prestate attenzione all’accusa, e solo in questo caso la requisitoria porta con sé l’assoluzione: parlando della sua bontà, ho già mostrato la difesa.
Chi ignora, infatti, anche tra coloro che lo hanno conosciuto mediocremente, che per la pietà e per l’amore verso di noi e la volontà di farci tutto il bene possibile, non solo avrebbe messo da parte quell’uomo, ma anche l’onore dell’intera famiglia o la crescita dell’impero e avrebbe dato senza difficoltà perfino il trono stesso e tutti i beni e la vita stessa, della quale niente è più prezioso per nessuno, in cambio della nostra salvezza e sicurezza?  




Ma, come ho detto, la semplicità è mancanza di difese, la filantropia comporta debolezza, e ciò che è libero dal male non sospetta mai il male. Per questo non fu previsto quello che sarebbe successo, la finzione non fu scoperta, a poco si fece strada l’empietà e due buone disposizioni d’animo si scontrarono: quella verso il popolo dei fedeli e quella verso l’uomo fra tutti più empio e nemico di Dio. E lui, che cosa rimproverò ai cristiani, che cosa non poté approvare delle nostre dottrine, che cosa di quelle dei Greci considerò eccellente e inconfutabile con la ragione, seguendo quale esempio se rese famosissimo per l’empietà e gareggiò in modo davvero insolito con colui che l’aveva elevato al trono?
Poiché non gli era possibile superarlo nella virtù e nelle buone azioni, cercò di apparire superiore per il contrario, una smisurata empietà e un’ambizione verso il peggio. 




Per quanto riguarda i cristiani e davanti ai cristiani tale è dunque la difesa di Costanzo, e così giusta per coloro che hanno intelligenza. Ma dato che ci sono alcuni che, se anche ci liberano da questa accusa non lo assolvono dall’altra, ma lo incolpano di ingenuità per avere affidato il potere all’uomo più malevolo e nemico e di averlo prima ostile e poi potente, avendo posto le basi dell’inimicizia con l’uccisione del fratello e creata poi la potenza con l’assunzione al trono, è necessario discorrere in breve anche di questo e mostrare che la sua filantropia non fu affatto irragionevole, né estranea alla grandezza d’animo e alla previdenza di un re.
Io in realtà mi vergognerei se, avendo noi ricevuto da lui tanti onori ed essendo convinti della sua straordinaria pietà, non lo difendessimo giustamente. E questo noi, servitori del Logos e della Verità, conviene che lo facciamo anche per coloro che in nulla ci hanno beneficiato; e ciò tanto più dopo la sua dipartita, quando non corriamo il rischio di sembrare degli adulatorie il discorso è libero da ogni cattivo sospetto.
(Gregorio di Nazianzo)




 Quando Giuliano prese in mano le redini dell’impero, egli trovava questa situazione di cose, una pace imposta sulla base dell’opportunismo. Era chiaro che questa pace non aveva la condizione della durata. Ma Giuliano, nell’interesse della sua causa, ne precipitò la rottura.
Egli, come vedremo meglio a suo luogo, dichiarava di essere affatto estraneo ai partiti ed alle dispute teologiche dei Cristiani, e permetteva, quindi, il ritorno nelle loro sedi ai vescovi esiliati da Costanzo, che erano, appunto, i malcontenti e dell’una parte e dell’altra. Le previsioni di Giuliano si avverarono; la ricomparsa di quegli uomini battaglieri sulla scena teologica riaccese le discordie e le dispute. Ma non ne venne la conseguenza ch’egli aveva sperata, cioè, lo sfacelo dell’odiato Cristianesimo.
Atanasio, ritornato ad Alessandria, per esserne ricacciato da Giuliano col solo atto di aperta intolleranza di cui si era macchiato, risollevava tosto, con la sua indomabile energia e col suo spirito agitatore, il suo partito, e riponeva in difficili condizioni il vittorioso Arianesimo. Durante i tre anni passati in esilio, il vecchio difensore dell’ortodossia nicena, sebbene lontano dal campo di battaglia, aveva partecipato alle emozioni della lotta, e con una serie di scritti ardenti, dogmatici, storici, apologetici, aveva tenuto alto il coraggio egli amici e ricordato ai nemici ch’egli ancor viveva. Già in questi scritti del vecchio ma non stanco atleta si rivela la tendenza ad offrire mano agli sconfitti partigiani della somiglianza fra la sostanza del Padre e quella del Figlio e ad attenuare le differenze che li distinguevano dai partigiani della identità fra le due sostanze. 




Nel preveduto, possibile accordo fra l’ortodossia e la frazione origenista dell’antico Arianesimo, oramai in aperta ostilità con la frazione intransigente, egli sentiva trovarsi la condizione della vittoria sull’eresia trionfante nella Corte di Costanzo e nel mondo ufficiale.
Morto Giuliano, l’eroico vescovo, rimasto padrone del campo, con una temperanza di giudizio e di condotta, che mostra quanta e quanto vera fosse la sua grandezza, piegò apertamente alla conciliazione.
In Occidente il movimento conciliativo era promosso da due scrittori di grande ingegno, Ilario, detto l’Atanasio dell’Occidente e Mario Vittorino, il filosofo neoplatonico di cui Agostino ci narra la commovente conversione.
In Oriente il movimento ebbe un prezioso aiuto in quei tre insigni personaggi della Chiesa che si chiamavano i tre Cappadoci, Basilio il grande, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, il nemico acerrimo di Giuliano.




 Quell’uomo – per dirne una, la prima – salvato dal grande Costanzo che era appena succeduto al padre nel potere quando l’esercito prese le armi contro i capi, rivoltandosi per paura di una loro sollevazione, e gli affari del regno erano gestiti da nuovi governanti, salvato dunque con il fratello in un modo insperato e sorprendente, non fu grato a Dio per la salvezza né all’imperatore per mezzo del quale era stato salvato, ma si mostrò malvagio con entrambi, fermentando contro l’uno l’apostasia, contro l’altro la ribellione.
 ...Che c’è dunque da meravigliarsi se lui, muovendo da simili principi e diretto da guide di questo genere, si è mostrato così malvagio nei confronti di chi aveva fiducia in lui e l’aveva onorato?
 Infatti, se bisogna cercare qualche motivo di difesa tra le pieghe di un atto d’accusa, mi sembra che non tanto per il dolore del fratello, che sapeva nemico a causa della religione, quanto per l’insofferenza verso i progressi dei cristiani e per la rabbia contro la pietà si sia ribellato all’ordine costituito e abbia cercato libero sfogo per la sua follia. Bisognava proprio che la filosofia e la regalità si riunissero insieme, secondo la loro dottrina, ma non perché cessassero i mali della città, bensì perché arrivassero al colmo!




Tu, con le tue sozzure, contro il sacrificio di Cristo?
Tu, col sangue dei tuoi sacrifici contro il sangue che ha purificato il mondo?  
Tu, fai la guerra alla pace?
Tu, levi la mano contro la mano che per te a causa tua fu trafitta?
Contro il fiele il tuo giusto?
Contro la croce un trofeo?
Contro la morte la dissoluzione?
Contro la resurrezione l’insurrezione ?
Contro il martire neppure dei martiri?
Tu, persecutore sull’esempio di Erode e traditore sull’esempio di Giuda (tranne che non hai mostrato come quello il pentimento con il laccio), uccisore di Cristo dopo Pilato e odiatore di Dio dopo i Giudei?
Non hai provato vergogna davanti alle vittime per Cristo, non hai avuto paura di quei grandi combattenti: Giovanni, Pietro, Paolo, Giacomo, Stefano, Luca, Andrea, Tecla e quelli che dopo di loro e prima di loro si sono esposti al pericolo per la verità e hanno restituito coraggiosamente al fuoco, al ferro, alle belve e ai tiranni e ai mali presenti o che venivano loro minacciati, come se si trattasse del corpo di altri o non avessero affatto corpo?




E questo perché?
Per non tradire neppure con una parola la pietà.
A loro spettano grandi onori e feste, da loro i demoni scacciati e le malattie sono guarite; loro sono le apparizioni e le profezie; i loro corpi anche da soli possono quanto le loro anime sante, se vengono toccati o onorati, e anche solo delle gocce del sangue e piccole reliquie del loro supplizio hanno la stessa efficacia dei loro corpi.
…Ma i miracoli che accadono ora “venite e ve li racconterò, voi tutti che temete Dio”, “affinché conosca la prossima generazione” e le successive generazioni i prodigi della potenza di Dio.
…E poiché non si possono illustrare queste cose senza aver presentato la grandezza del pericolo, e questa a sua volta non si capisce se non si esamina la malvagità del suo modo di agire e da quali principi e semi di male sia caduto in questa malvagia follia, avendo aumentato a poco a poco l’empietà come il veleno dei serpenti e delle belve più feroci, affideremo ai libri di - STORIA - il compito di rappresentare tutte le sue vicende.
Non abbiamo infatti la possibilità di diffonderci nel racconto oltre i limiti del tema che ci siamo proposti – mentre noi, DETTE POCHE COSE FRA LE TANTE, LASCEREMO AI POSTERI QUASI UNA STELE D’INFAMIA, LIMITANDOCI NEL DISCORSO AI FATTI PIU’ IMPORTANTI ED EVIDENTI TRA QUELLI CHE LO RIGUARDANO….
(Gregorio di Nazianzo)

(PROSEGUE....)


















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