Da un precedente capitolo
sempre dedicato
Molto
diverso dall’opera di Epifanio riscontriamo un trattato leggermente più
antico - con l’intento di delineare e ancor meglio ridefinire il concetto di
Eresia, per poi osservarla qual anello del grande Albero inerente la 'sostanza' di
ugual medesima divinità nei secoli anelata, o meglio, quella meditata pregata
sacralità circa la Vita d’ogni Essere vivente, ed ora abdicata al Nulla nell’apparente
totalità del dominio sulla materia, ovvero il principio della vita e ciò che in
essa si cela; giacché l’immateriale condiviso fra ciò che Anima lo Spirito
della stessa qual vero dono di ricchezza, non può e deve ricongiungersi
all’Anima-Mundi dell’intero Creato, e pregare o ispirarsi, come un antico Tempo
dimenticato, al Suo vero e più sano Diritto…; dalla ‘foglia alla pietra’, per
poi approdare alla Parola con cui la divinità ha delineato il concetto, e in
qual medesimo Tempo, il divario e non solo interpretativo, ovvero là ove si
nasconde il Principio “del e nel” Sacrificio, oppure nell’Eresia che pur meditando
ugual Croce la espone al calvario d’Ognuno con l’intento di estenderne il celato mistero, e il segreto che in Lui si cela circa la morta futura pietra
sepolcrale al monte del Teschio con cui Ognuno sarà sacrificato su medesimo
altare. E come ogni sua foglia risorgerà a Sua immagine e somiglianza nella
successiva Primavera, così come insegna Madre Natura, anche noi attraverso la Sua
parabola attendiamo la risurrezione dell’Anima crocefissa dalla e nella materia.
Questa
una sicura Eresia, e come Marcione aspiro ad un Primo Dio straniero in questa
Terra!
Perché
quella pianta cela un altro segreto circa i buoni e cattivi frutti…
Or hora che lo rimembriamo riportandolo all’attenzione della grande Selva un antico detto attraverso le parole di Gesù, quando disse: ‘Mi troverete nel legno e nella pietra’. Nel legno della croce e nella pietra del sepolcro rimosso dopo la crocifissione? (così vorrebbero!).
Il concetto
di Eresia, anche se chiaramente a torto, è stato attribuito ad Origine.
Il titolo originario è perduto, ma nella tradizione manoscritta greca è
intitolato: ‘Contro i marcioniti’, oppure ‘Sulla retta fede in Dio’,
mentre nella tradizione latina di Rufino verso la fine del IV secolo, e
in cui l’attribuzione a Origine è esplicita, il testo è denominato ‘Contro
gli eretici’.
Ciò che
distingue l’opera nella tradizione eresiologica è peraltro la forma di Dialogo
che essa assume, in cui un rappresentante della chiesa cattolica, Adamanzio,
entra in contatto in successione con due seguaci di Marcione, Megenzio e
Marco, con il seguace di Bardesane (Bardaisan), Marino, e infine con due seguaci
di Valentino, Droserio e Valente. La forma del Dialogo non è nuova nel panorama
della polemica cristiana, ma in questo caso agli antagonisti è concesso molto
più spazio di quello che ad esempio a Trifone nel Dialogo di Giustino.
Ciò che determina la struttura dell’opera, così che il tema principale della prima parte con i due marcioniti (talvolta suddivisa in due sottosezioni secondo la versione latina) è quello dei principi ultimi, che Megenzio dice essere tre, Marco due; la seconda parte affronta invece la questione dell’origine del male, della natura del corpo di Cristo e della resurrezione del corpo. Dall’altro lato gli avversari vengono manipolati in modo da simboleggiare una rappresentazione indifferenziata di quello che gli ‘empi eretici pensano’, e allo stesso tempo anche la discordia e la divisione, che sono una caratteristica ricorrente in tutta la polemica antiereticale*.
*A questo punto poniamo
breve parentesi, o meglio un asterisco, abbiamo accennato in un precedente
Assunto (post) cosa comporta parlare di Eresia, ed il Pensiero armato di un certo o incerto Dogma e il suo Dogmatismo ‘contestualizzando’ una determinata argomentazione
circa la visione della Natura (e/o la
cosa creata subordinata alla sua Genesi), e non solo quella del Dio, ma anche
della divinità che contraddistingue un suo figlio qual profeta come il miglior
Albero reciso dalla sua Terra per causa della materia.
Ovvero come
un Secondo dio al meglio o al peggio la interpreta e contestualizza…
Cerchiamo
di decifrarne ogni anello che lo possa riportare alla dignità interpretativa.
Ed in cui il perimetro in cui iscritta una determinata equazione storica conferita dall’Ortodossia assume una forma ben precisa dedotta e interpretata dalla Scrittura e un popolo eletto (affinché ogni legno sia utile all’uomo e ne faccia rogo!), ovviamente compreso il ‘monolitico diritto’ circa quella nota ‘esclusiva esclusività’ che sottrae medesima ‘divinità’ all’altrui giudizio per come al meglio pregarlo, e delimitandolo di conseguenza (visto l’arroganza di cotal pretesa), all’esilio e perimetro di un confinato isolato irreale disegno - più o meno geometrico - con cui solo i numeri della Storia ne costruiscono la forma la quale sfugge alla sua apparente geometria (pur essendo il dio di ciascuno in ogni cosa creata non certamente un perfetto imperfetto geometra che ordina comanda e subordina, perché il legno? perché la foglia?, perché il frutto?, perché ogni suo utilizzo nel beneficio circa il dominio conferito?… E se fossero Frammenti del Suo Pensiero? Se fossero esseri cogitanti d’un diverso Universo? Ed infatti ogni tanto deve intervenire per correggerne la propria o impropria forma, solo chi arrogante per sua limita limitante natura pretende l’infallibilità circa medesima Opera).
Ma sappiamo
anche che le ‘dimensioni’ più o meno visibili, e non solo dell’Universo, ma
dell’Anima connessa con l’Infinito da cui dipende il Primo Dio, tendono per
loro Natura al reale ricongiungimento esulando dal principio interpretativo
imposto dal limite del Dogma.
Riconosciamo in verità e per il vero, circa un piccolo o grande paese, la capacità di trasformare la Verità nel suo esatto opposto, per poi fabbricare la più vile menzogna. Ecco perché il testo seppur non di facile approccio di J. M. Lieu ci aiuta in merito al Giudizio della Storia, di ugual medesima Storia circa ogni Essere vivente dalla pietra alla foglia (e come la stessa interpretata fin da principio da ogni Profeta come fosse una meteora…); ed ogni sua critica e più profonda rilettura, e non certo viene, in questa modesta umile sede, nominato ‘revisionismo’, cosa assai differente da ciò che cerchiamo di ‘ricomporre’, dacché i tanti troppi Frammenti a cui un improprio destino confinato in un successivo giudizio, letti e raccolti per mano e interpretazione di altri qual ‘frutti marci’ di medesimo Albero; e come tali abbandonati al loro destino, giacché non si possono né consumare né tantomeno coltivare sullo stesso terreno pur essendo frutti seminati su medesima terra. Ne potremmo dedurre che seppur la Geografia e le stagioni della Terra ne imprimono maggior o minore sfortuna circa il raccolto, il seme che matura l’Albero e i successivi Elementi che ne permettono la crescita sono uguali ed inequivocabili Leggi in cui possiamo riconoscerne e raccoglierne i benefici, compreso il principio primo che cela la fotosintesi con cui l’Intelletto - alla sua ombra - pensa di seminarne coltivarne per poi consumarne il frutto. Astenendosi di consumare la carne si illumina ad un diverso Principio…
Ma il
frutto è proibito viene insegnato!
Si
preferisce recidere ogni selva per poi destinarla al noto rogo della Storia.
Questi ‘altri’ emeriti ortodossi ugual coltivatori del seme entro medesima zolla di Terra, come spesso detto e ripetuto, si arrecano l’arroganza di definirne una determinata geografia compreso il privilegio o il divieto assolutistico di consumarne ogni suo frutto con l’esclusivo privilegio inscritto nel Dominio!
Noi privi
di questa “paradossale arroganza” (non certo figlia di un autoproclamato
gnosticismo affine alla conoscenza rinnegarne la stessa, possiamo affermare
frutto e usufruttuario con più retto perseguitato Arbitrio circa la proprietà…,
la presunta proprietà contesa, più consona all’Albero del Giardino e la sua
mela, e la successiva distanza che intercorre per l’intera crosta di questa ed
ogni terra…) parente con altre forme autoritarie di Inquisizione, lecite e
illecite, in cui in questo ‘paese’ ne riconosciamo ancora gli agnelli
sacrificali, li meditiamo ancora.
Disarmati del
paradossale Dogma e Dogmatismo con cui la mascherata Verità confinata e
subordinata alla ‘materia’, e non solo economica, e come ed infine fu per
Marcione, rapportata per il beneficio o maleficio d’Ognuno (dio permettendo), e
come odiernamente taluni servi della stessa (o del potere) si adoperano con
ugual Beneficio (ma non certo di Cristo ed in Cristo), per assumerne favori meriti
e pecunia conferiti dall’AntiCristo.
Gli Eretici
spesso lo nominavano e non possiamo certamente dargli torto!
Quindi dobbiamo ricorrere quasi ad una ‘analisi psicologica’, giacché i modesti Eretici Frammenti vanno inseriti nel contesto sociale geografico e morale che comportano una Storia, per un successivo disegno a cui certamente altri, lanciando la famosa pietra dello scandalo, in verità e per il vero meditano e sperano circa l’indiscusso Dominio sulle specie intere di questa povera terra così mal seminata, di ogni specie di questa Terra mal governata.
Universo
incluso!
Ovvero, una
reale prospettiva la quale scorre molto più al di là della geometria con cui
dedotto, o meglio rappresentato, il ‘numero’ nella funzione e dimensione del ‘numerare’
‘definire’ ‘quantificare’, sia in difetto che in eccesso, sia in positivo che
in negativo (per ciò che cotal imparziale arbitrio comporta e comporterà ancora
per ogni successivo ‘raccolto’), ed è chiaro che dobbiamo affrontare cotal
prospettiva se solo vogliamo, non certo appropriarci della reale ‘dimensione’
di ciò di cui parliamo, bensì abbandonare la logica della pretesa della
definizione che il numero e il suo Dogma impongono all’Intelletto in
riferimento alla materia e non solo matematica.
Anche con il miglior intelletto matematico, se non superassimo cotal confine non potremmo immaginarne la certa vastità dell’indefinibile argomento caro anche a Godel (come lo fu per Giamblico), il quale essendo un eccelso fisico pensò e delineò una equazione, un più vasto enunciato su un campo ampiamente seminato, sulla vastità e certezza di Dio al fine di un miglior raccolto, ‘espressione’ e ‘giudizio’ in merito al limite circa il concetto stesso di ‘numero’ e l’Infinito di un più ampio giudizio; perché l’antico conteso dilemma si cela fra il seme e il frutto, o meglio, fra l’uovo e la gallina all’Alba di questa martoriata Terra…
Con la
speranza che non divenga il deserto d’ognuno…
E quando assistiamo
ad una affermazione di una altolocata persona che si permette un avventato giudizio
in merito ad un continuato reato perpetrato contro un intero popolo, urge una
difesa, giacché l’ugual numero specifica l’abominio arrecato, ma Ognuno (custode
di un apparente ordine morale) si indigna quando una singola ‘parola’ da ugual
numero impropriamente circoscritta (delimitata) ne definisce il limitante
paradosso che cela... I numeri
della Storia ci ricordano lo sterminio di un solo popolo, pur non scorgendo o
peggio negando, l’attuale abominio.
Ne deduciamo oltre il paradosso anche la Legge di questo dio, e ne raccogliamo ed ancor meglio comprendiamo come l’antico dilemma interpretativo circa la Legge per ogni Essere vivente (esulando dal perimetro con cui interpretata la Natura della contrastata inquisita Eresia).
Mi pare che
solo Gesù e chi ancor prima di Lui, parlò di perdono!
Ossia, si
indignano per una singola affermazione con la speranza di aggiudicarsi futuri
appalti della Compagnia la quale corre in soccorso di ciò che storicamente ha
sempre vilipeso. Ma la ‘materia’ ha una propria apparente logica e ogni suo
abominio va indicato con severo rigore interpretativo, conferendo
all’affermazione dell’innominata eretica una determinata e più umana
prospettiva in seno alla medesima Storia ed i trascurati che la rimembrano.
Il Dio degli ebrei non riconosce l’abomino, e neppure chi li difende, giacché paradossalmente associati e occupati per un futuro più sano in cui ogni Dio sarà crocefisso, giacché questo Dio si esprime attraverso ogni suo Elemento (e Satana nell’esatto contrario), ed ogni soggetto con la carnagione più scura della nebbia che scorgiamo e non volendo respiriamo, possa finire gli ultimi suoi giorni o sogni proibiti fra spasmi e ulcerati veleni, entro e non oltre un preciso geometrico confinato capannone, se osservato dall’alto, infatti, ha un preciso contesto matematico in cui rinchiudere l’Eresia, per poi rapportarla alla ‘fabbricazione’ d’Ognuno con cui i ‘media’ esprimono ogni frammentata realtà taciuta e successivamente sponsorizzata e rapportata all’ immateriale irrealtà a cui costretta ogni Verità!
Edificando
il ‘gregge’ pascolato nel fortino del proprio confino nell’illusione della
pecunia, ovviamente difendendolo da ogni Lupo il quale incarna la bestemmia
dell’eretica antica eresia.
Chiusa
parentesi (o asterisco).
Il Dialogo è in definitiva un espediente letterario concepito per imitare le argomentazioni, le chiarificazioni di un dibattito reale, nel caso di Origine e il suo Dialogo con Adamanzio, il ruolo di Giudice rivestito da Eutropio (nel nostro caso dall’Apostata Giuliano), quindi da una neutralità del tutto ‘pagana’.
Anzi in
questa breve Premessa per i successivi Dialoghi ed in prospettiva dell’Eresia trattata
nel Tomo di J. Lieu circa Marcione, rileviamo senza presunzione alcuna
una cosa che probabilmente ‘sfuggita’ all’autrice…
(ma anche
non fosse ‘sfuggita’, il che ritengo del tutto improbabile, sicuramente nel
calcolo delle analisi delle probabilità con cui scritto l’intero contesto
logico-letterario del Tomo, la volontaria omissione conferisce il fondamento
dell’intera struttura filosofica; la quale non può essere ‘citata’ giacché come
già detto, la medesima funzione della Storia ne avrebbe limitato il contesto
convogliandolo nell’esatto suo opposto;
ritengo e preferisco abdicare le dovute analisi storiche quali ‘carotaggi’ di
un medesimo reciso Albero circa la Conoscenza a quella ‘intuizione’ di cui
Giuliano (…) e i suoi antichi oracoli andavano fieri, ‘nel fiore dell’intuire
troverai’…; agli ‘addetti ai lavori’ non sfuggirà infatti l’antica polemica la
quale non rinnoviamo ma poniamo in più vasto contesto circa il Vero e il Falso,
e la Legge che ne deriva o dovrebbe; giacché Marcione è il primo Eretico, vero
Eretico contrastato da un più che Ortodosso giudizio in merito alle Scritture e
le varie interpretazioni fra Ortodossia, e questa, con il Dogmatismo storico
per come posta…, ma non certo analizzata…; così mi sovviene alla memoria un
altro interessante Tomo circa i detti di Gesù fra il detto e non detto…, ovvero
‘Gesù non l’ha mai detto’… però in questa stessa medesima sede lo ricordiamo e
non lo citiamo in giudizio…),
...e di cui Giuliano l’Apostata sembra aver attinto a piene mani rinnovando una antica controversia, non certo letta o appresa dal Tomo della Lieu, bensì essendo un Filosofo più che equilibrato tende a disquisire quella ‘nota’ posta in ugual medesimo ‘spartito’, se poi fu un Paganini, e lo Stradivari che ne fece interprete privilegiato, lasciamo il merito al ‘Messia’ circa l’impareggiabile musica che deriva e deriverà nel corso dell’intera Sinfonia.
E non più e
solo un Atto della stessa, riconoscendo i meriti del Liuto e l’Albero da cui
Nato, abdicando ad Adamo e la sua bella Eva il rinnovato dono della Conoscenza,
circa quella ‘esclusività’ del Dio dei Giudei a cui si vuol conferire, ed in
qual tempo sottrarre, quella ‘nota’ di Infinito cara ad Empedocle come a Platone.
Anche loro ottimi direttori d’orchestra!
Una
‘esclusiva esclusività’ inerente quasi ad una proprietà assolutistica, quando,
in Verità e per il vero, sappiamo che medesimo ugual Dio cambia abito ma non
muta la sostanza dell’Infinito circa la Scena della Sua e nostra Natura (ed il
mistero che li divora, pur avendo la presunzione che solo un Dio ha parlato
sentenziato scritto e letto la sua ‘sostanza’, e ciò ci sembra un vero abominio
in merito alla Conoscenza!).
Tu li odi che gridano: ‘L’uomo mangiò del pan degli angeli’ [Psalm. LXXVIII 25]. E alla fine mandò a loro anche Gesù. A noi nessun profeta, nessun crisma, nessun maestro, nessun messo di questa sua tardiva benevolenza, che doveva un giorno estendersi anche a noi!
Egli
lascia per miriadi, o, se volete, anche solo per migliaia di anni, in una tale
ignoranza, schiava, come voi dite, degli idoli, tutti i popoli dall’Oriente
all’Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, ad eccezione di una piccola
schiatta stabilitasi da neanche duemila anni in un solo angolo della Palestina.
Se è Dio
di noi tutti, e di tutti egualmente creatore, perché ci ha trascurati?
Convien
dunque ritenere che il Dio degli Ebrei non sia affatto il generatore di tutto
il mondo, né abbia affatto il dominio dell’Universo, ma sia circoscritto, come
dicevo, e, avendo un potere limitato, vada messo insieme con gli altri Dèi. E
potremo ancora menarvi per buono che del Dio dell’Universo voi, o qualcuno
della vostra razza, sia riuscito ad avere esatta nozione?
Non sono
tutti concetti parziali codesti?
‘Geloso
è Iddio’ [Exod. XX 5]. Perchè geloso? e perchè fa pagare ai figli le colpe dei
padri [Ibid.]?
Guardate
invece, di nuovo, le dottrine che han corso presso di noi. Dicono i nostri che
il Creatore è comun padre e re di tutti, ma che, pel rimanente, ha distribuito
le nazioni a Dèi nazionali e cittadini, ciascuno dei quali governa la propria
parte conformemente alla sua natura. Come, infatti, nel Padre tutto è perfetto
e tutto unitario, così invece negli Dèi particolari dominano facoltà diverse a
seconda dei casi: Ares governa i popoli bellicosi; Atena i bellicosi e sapienti
insieme; Ermete gli astuti piuttosto che audaci: insomma, alla tendenza
essenziale di ciascuno degli Dei nazionali corrispondono anche le nazioni ad
Essi affidate. Ora, se l’esperienza non conferma ciò che ho detto, siano tutta
impostura le nostre dottrine e credulità assurda, e si dia plauso alle vostre.
Ma se, tutto al contrario, l’esperienza conferma, da che mondo è mondo, i
nostri discorsi, e mai in alcun modo s’accorda coi vostri, che ragione avete
ancora di resistere con tanta caparbietà?
Come
dunque dicevamo, se la differenza nelle leggi e nei costumi non l’ha posta un
dio nazionale preposto ad ogni nazione, con un angelo sotto di sé o un dèmone o
una speciale razza di anime pronte a servire e aiutare gli spiriti superiori,
dimostratemi voi in quale altro modo ciò ha potuto avvenire. Poiché non basta
dire: ‘Iddio disse, e avvenne’. Bisogna che con le disposizioni di Dio si
accordi la natura di ciò che avviene.
E mi
spiego più chiaramente.
Ordinò
Iddio, per esempio, che il fuoco andasse in alto, la terra in basso. Ma non
bisognava anche, perché quest’ordine di Dio si compisse, che il fuoco fosse
leggero, la terra pesante) Così si dica per il resto. E così anche per le cose
divine. È un fatto che il genere umano è corruttibile e mortale. Quindi anche
le opere sue sono corruttibili, soggette a mutazioni e ad ogni sorta di
rivolgimenti. Dio invece essendo eterno, eterni pure debbono essere i suoi
ordini. Tali essendo i suoi ordini, sono una sola e stessa cosa con la natura
degli esseri, o, alla natura degli esseri, conformi.
Come
potrebbe la natura trovarsi in contrasto con l’ordine di Dio?
Come
potrebbe cader fuori dall’accordo?
Se
quindi, allo stesso modo in cui ordinò la confusione delle lingue, e la loro
dissonanza, Dio ha anche voluto una differenza nella costituzione politica
delle nazioni, ciò non ha fatto con un puro ordine, ma ci ha creati in vista di
questa differenza. Bisognava cioè che, prima di tutto, diverse nature fossero
insite in chi diversamente si sarebbe comportato fra i popoli. E questo lo si
osserva persino nei corpi, se consideriamo quanto anche per tale rispetto
differiscono i Germani e gli Sciti dai Libii e dagli Etiopi.
O anche
questo è puro e semplice ordine di Dio, e niente influiscono sul colore del
corpo l’aria ed il paese?
A bella
posta Mosè abbuiò tutta questa faccenda, e la stessa confusione delle lingue
non l’attribuì al suo dio solo. Dice infatti che non da solo discese, né un
solo altro insieme con lui, sì parecchi, e questi chi fossero non spiega. È
certo però che intendeva simili a lui quelli che insieme con lui discesero. Se
pertanto a confondere le lingue non il Signore solo, ma altri discesero insieme
con lui, può ovviamente concludersi che, anche per la confusione dei costumi,
non il Signore solo, ma anche coloro che lo aiutarono nel confondere le lingue,
furono autori di questa diversità.
Perché
dunque mi sono io, senza volerlo, così a lungo diffuso?
Per
questo: che, se Creatore e reggitore del mondo è il Dio da Mosè predicato, noi
abbiamo su di Lui concetti migliori in quanto lo consideriamo universale
signore di tutte le cose, e altri poniamo alla testa delle singole nazioni, a
Lui subordinati come ministri ad un re, ed assolventi ciascuno in diversa
maniera la sua particolare funzione. Noi non facciamo Lui subalterno degli Dèi
che gli sono soggetti. Che se, per onorare qualcuno de’ suoi particolari
ministri, Egli gli affida il governo del Tutto, meglio è, seguendo la nostra
dottrina, riconoscere il Dio dell’Universo, senza perciò misconoscere
quell’altro, anziché onorare il dio cui è toccato il governo di una
piccolissima parte del mondo, in luogo del Creatore stesso dell’Universo.
Rendiamo merito a Lieu perché non volendo ha rilevato ciò di cui il nostro ‘anello mancante’ sulla volontà della protratta continuità ‘neoplatonica’ e un comune Dio pregato e interpretato (e da cui Dogma e Dogmatismo formare la ‘materia’ privata di una più certa verità) posto nella Genesi Storica come storiografica inerente al Tempo e la sua discesa o caduta nella materia, qual fosse una divina ‘meteora’. ‘Meteora’ la qual per sua divina ‘universale’ Natura (colta dal Filosofo quando esplicitata e dedotta nel Verbo platonico derivato da Empedocle anche lui filosofo) fonda un nuovo Credo inerente la Vita ed ogni Suo e nostro comune Elemento.
Ovvero, una
continuità circa la parola di un più probabile Primo Dio sottratto all’‘esclusiva
esclusività’ di un presunto ‘popolo eletto’, e la sua, come purtroppo nostra,
Genesi all’interno della numerata medesima ugual Storia edificare quella
monolitica ‘materia’ non cogliendone la vera e più Infinita sfumatura.
Ed in cui con la presunzione della vista eppur ciechi in essa ci specchiamo; ed in questo specchiarsi o giochi di specchi con impropri e successivi ‘anaformismi’, di cui questo come altri ‘paesi’ non ‘si e ci’ risparmiano, scorgo ancor meglio il barlume dell’Intelletto sottratto alla luce della Ragione, e mi sovviene da meditare una frase di Emerson dal suo Diario:
Il mondo
giace in una notte di peccato. Non ode il canto del gallo, non vede la linea
grigia ad oriente. Al primo raggio di Luce, la società è scossa da parte a
parte dalla paura e dalla rabbia. ‘Chi ha aperto quell’imposta?’, gridano,
‘maledizione a lui!’. Essi la contraffanno, la chiamano buio che viene,
affermano che prima erano nella Luce. Dinnanzi all’uomo che ha detto loro la
parola morta, essi tremano e fuggono. Fuggono verso nuovi argomenti, al loro
sapere, alle solide istituzioni basate su di questi (e quindi da rifondare e
rinsaldare di nuovo), ai loro grandi uomini, alle loro finestre e agli sguardi
alla strada e ai passanti, al loro mobilio, al cibo, alle bevande, dovunque, in
un posto qualsiasi pur di sfuggire l’apparizione. Il cavallo selvaggio ha udito
il mormorio del domatore: il maniaco ha colto l’occhiata dell’assalitore. Essi
cercano di dimenticare la memoria di chi ha parlato, di metterlo giù, nello
stesso oscuro posto che occupava nelle loro menti prima che parlasse loro. È
tutto inutile. Essi cercano anche di ingannare ed ingannarsi dicendo d’aver
ucciso e sepolto il nemico, quando autorevolmente lo hanno smentito e
denunciato. Ma invano, invano, invano. Non èra che il primo brontolio della Tempesta
lontana che essi udirono, fu il primo grido della Rivoluzione… (ed a cui noi,
tutti noi, ci richiamiamo per indicare le nuove tenebre della Storia e la Luce
che non più la illumina alla divinità sottratta alla sua vera e più certa
Natura, traducendola e confinandola nel barlume dell’incolta idiozia, in
sinonimo di luce a cui attribuito un valore energetico, corrotta ed ancor più
nebbiosa, ma di una nebbia di cui noi ne riconosciamo, o meglio preveniamo la
differenza fra chi Eretico e chi credente in questa Terra…).
Mi
troverete nel legno e nella pietra…
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