IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 12 febbraio 2022

LA POLVERE DEL NOSTRO TEMPO (malato) (24)

 










Tempi Precedenti...:


Circa l'Anima... 










e la materia  (23/1)


Prosegue con il piatto...










completo...


& la Filosofia perenne  (26/7)


Prosegue ancora.. con


il racconto della Domenica, 










ovvero: LA  LETTERA  ANONIMA








Gli orologi ad acqua, a polvere ed ignei non sono misuratori cosmici del tempo come lo sono gli orologi solari. Sono strumenti tellurici, che misurano il tempo non per mezzo della luce cosmica ma degli elementi dell’acqua, della terra e del fuoco. Per la misurazione non si utilizza la luce irradiata dalla materia, bensì la sua massa e il suo peso. Essa è legata a forme materiali, a panciuti recipienti, lampade, vasi di vetro che lasciano scorrere sostanze oppure le raccolgono.




Gli orologi di questo tipo sono utilizzabili anche quando ci è preclusa la visione del cielo stellato. L’eschimese che, nell’igloo, vede consumarsi nella lampada l’olio di balena, il prigioniero che, nella segreta, sente gocciolare l’acqua e la osserva riempire un bacino o una scodella, il malato presso il cui giaciglio si consuma una luce - tutti costoro utilizzano misure terrene del tempo. Allo stesso malato che di giorno riposa nella stanza luminosa e, dall’alba al tramonto, assiste a tutti i cambiamenti e spostamenti della luce del sole, il tempo si annuncia attraverso segni completamente diversi.



Gli orologi solari sono necessariamente legati al ciclico alternarsi della luce e dell’ombra. Non è questo il caso degli orologi in cui agiscono le forze terrene. Forza terrena significa forza di gravità, la quale agisce tanto facendo scorrere la sabbia o gocciolare l’acqua, quanto facendo oscillare un pendolo o scendere un peso. La materia mossa in tal modo può essere misurata: il suo volume può infatti aumentare o diminuire. E così si tarano sia i recipienti di vetro degli orologi ad acqua, a polvere e a olio, sia la cera delle candele. Ma la stessa materia, nella sua diminuzione o crescita, potrebbe a sua volta essere pesata: il principio degli ingegnosi orologi di Ctesibio consiste proprio in questo, che l’acqua, fungendo da contrappeso, innalza o fa cadere delle figure.




Tutti questi movimenti, a differenza delle rivoluzioni cosmiche, non sono moti circolari. Sono movimenti di materia che fluisce, scorre, scivola, e il loro senso è lineare. Non devono perciò essere misurati su un quadrante, bensì su una scala graduata.

 

A questa differenza corrispondono due diverse concezioni del tempo, una lineare e una ciclica. Esse si annunciano già nel linguaggio. Chi dice: il tempo passa, scorre, trascorre, fugge, ha in mente un tempo diverso rispetto a chi usa modi di dire nei quali il tempo è rappresentato da una ruota e parla perciò di cicli e di ricorsi. Per il primo il tempo è una forza progressiva, per l’altro una forza ciclica. Sebbene nel tempo siano presenti entrambi questi aspetti, è molto diverso se percepiamo l’uno o l’altro, a quale dei due prestiamo ascolto.




Entrambe le concezioni erano probabilmente vive e operanti assai prima che affiorassero alla coscienza. Esse si radicano negli stessi caratteri fonda-mentali della vita, nascono dal suo stesso progetto costitutivo. Ma la concezione del tempo come ritorno non dovrebbe forse coincidere con i primordi della coscienza del tempo e della riflessione su di esso, così come l’orologio solare ha preceduto gli altri orologi?

 

Che cosa, dunque, ritorna?




In primo luogo il sole stesso, con tutte le altre stelle: una antica paura dell’uomo, una delle ragioni che spiegano i sacrifici, è che esso possa non ritornare, inghiottito dalle tenebre. Ritornano quindi le feste: nei tempi antichi questo significava sempre l’arrivo degli dèi. Nelle nostre feste ne è rimasto solo un pallido riflesso, poiché il nostro sguardo è cambiato. Forse i bambini sono ancora in grado di capire, meglio di chiunque altro, che cosa significhi davvero l’arrivo di santa Lucia, del coniglio pasquale o di Gesù Bambino, e il fatto che essi «ritornano tutti gli anni». Infine, anche gli antenati ritornano, se non di persona, almeno manifestandosi attraverso il loro potere magico. Su questo si fonda la legittimità.

 

Il tempo che ritorna è un tempo che dona e restituisce. Le ore sono ore dispensatrici. Sono anche diverse l’una dall’altra perché ci sono le ore di tutti i giorni e le ore di festa. Ci sono albe e tramonti, basse e alte maree, costellazioni e culminazioni.




Il tempo progressivo, invece, non viene misurato in cicli e moti circolari, ma su una scala graduata; è un tempo uniforme. Qui i contenuti passano in secondo piano. Ed è per questo che il tempo in quanto tale diventa più importante. Nel ritorno l’importante è l’inizio, nel progresso la meta finale. Lo vediamo nelle diverse dottrine dell’Eden, che secondo alcuni si colloca all’inizio, secondo altri alla fine del tempo.

 

Se dunque, nella concezione del tempo come forza che incessantemente procede, le figure che ritornano, insieme con le feste e gli dèi della festa, passano necessariamente in secondo piano, proprio per questo la forma che le sorregge, il tempo appunto, diventa ancora più preziosa. Può diventare una forza religiosa, caso, oggi, assai frequente.



In questo modo si spiega l’importante funzione del concetto di tempo nel darwinismo, così come, più in generale, nel materialismo. Cosa ne sarebbe di queste dottrine se si sottraesse loro la componente del tempo? Non solo le utopie della tecnica e della biologia, ma anche quelle sociali ed etiche traggono alimento da questa concezione del tempo come forza che progredisce, che tende risolutamente verso un fine. Quando la discussione giunge a questo punto gli argomenti devono tacere; gli occhi incominciano a luccicare: siamo di fronte a un problema di fede.




La dottrina di Nietzsche è degna di nota in quanto in essa sono rappresentate con grande chiarezza entrambe le concezioni del tempo, come progresso e come ritorno. Uno studio delle sue opere che esaminasse e classificasse gli elementi legati alla concezione del tempo sarebbe meritorio, perché, ben al di là del suo caso specifico, questo antagonismo contraddistingue la nostra stessa epoca, il cui compito fondamentale è quello di risolverlo. Rispetto a un simile problema passa in secondo piano anche il rapporto Oriente-Occidente, in merito al quale va d’altra parte rilevato il fatto che, dal punto di vista della concezione del tempo, le due potenze si fronteggiano sotto il segno di una singolare inversione di tendenza: progressiva per l’Oriente, ciclica invece per l’Occidente. Questo è un tratto distintivo di posizioni che non hanno ancora assunto la loro forma definitiva.




È ovvio che può darsi soluzione solo nel senso della conoscenza, classificazione e armonizzazione dei diversi strati, poiché il tempo cosmico e quello terreno sono sempre compresenti e richiedono approcci diversi. Il tempo ciclico e il tempo progressivo sollecitano due stati d’animo fondamentali dell’uomo, il ricordo e la speranza. Sono i due edificatori della sua dimora. In loro si incontrano padre e figlio, spirito conservatore e spirito riformatore. Mentre il ritorno viene determinato da forze estranee al nostro mondo, la speranza, accanto al suicidio e al dolore, è un segno distintivo dell’uomo. È sconosciuta agli animali. L’animale ricorda: attende il ritorno e soffre se esso gli si nega. Ma il suo dolore è ottuso, come quello dei Messicani che temevano che il sole potesse non spuntare.




La speranza è umana e terrena, è un segno di imperfezione. Ma è già una condizione superiore, nella quale l’imperfezione viene avvertita. Quello che noi oggi chiamiamo progresso è speranza secolarizzata; il fine è terreno ed è chiaramente iscritto nel tempo. Le utopie hanno l’illusoria nitidezza della realtà sovrasensibile. Esse vengono realizzate, spesso al di là dei loro stessi intenti. E' una fortuna che stupisce e lascia sbigottiti, come se dal mare del tempo sorgessero isole meravigliose, verso le quali facciamo rotta da molto tempo.

 

Ma ognuno di noi ha avuto anche l’esperienza del dolore, della delusione che il passo successivo porta con sé. Questo è uno dei motivi per cui oggi molti pensatori si occupano di utopie o, meglio, di storia delle utopie. A questo proposito ricordo una conversazione che ebbi a Solduno, davanti a un caminetto acceso, con Ernst Wilhelm Eschmann, il quale da tempo dedica le sue riflessioni a questo tema. Ai nostri giorni l’utopia ha subito un capovolgimento tale per cui all’ottimismo è seguito di colpo il pessimismo. Basta pensare a Huxley e Orwell. Il progresso viene ora inteso come il trascorrere di qualcosa, come una perdita.




Quando avviene un capovolgimento così improvviso bisogna supporre che sia cambiata non solo la valutazione, ma la coscienza stessa del tempo, vale a dire l’oscillazione del pendolo nel cuore dell’uomo. E' qui la fonte di ogni riflessione sul tempo, che trova poi il suo compimento nell’ambito del pensiero. Anche le proposizioni sul tempo di un Newton o di un Kant traggono alimento da questa stessa fonte.

 

I cambiamenti in questo luogo sono destinati a influire potentemente non solo sul mondo storico, ma anche sul mondo della tecnica. Non è per caso che ci si serve di un certo orologio piuttosto che di un altro.




L’orologio a polvere è il simbolo del tempo tellurico con le sue grotte, le sue dune, la sua accogliente atmosfera di raccoglimento e, infine, con il suo tratto mortale, di cui torneremo a occuparci. Con tutti gli altri pianeti e le altre lune abbiamo in comune la luce del sole, benché il ritmo che su di essa si conforma sia ovunque diverso: le rivoluzioni e le rotazioni degli astri rappresentano infatti misurazioni condotte sulla base di un indice immoto, di una luce senz’ombra.




Il ritmo attraverso il quale si manifesta la luce cosmica è profondamente radicato in noi. Ma alla sua base troviamo materia e movimenti che ci sono intimamente familiari, patrii: il fluttuare del mare e la qualità della madre terra. Nel volgersi dell’onda sulla spiaggia ritroviamo tutto questo: acqua cristallina, sabbia trafitta dai raggi del sole, sollevata in polvere luminescente, vita che fluttua, come sospesa in questa culla. Intorno a tali luoghi aleggia un senso di patrio calore che la semplice luce del sole non può creare.

 

Possiamo facilmente prevedere che i viaggi nello spazio costituiranno per esso una terribile minaccia.




Lì l’orologio a polvere perde la sua funzione, mentre la luce del sole, non offuscata dall’atmosfera, indica il tempo con maggiore precisione. È nel suo elemento più proprio, lo spazio privo di gravità. Nell’abbraccio paterno della luce solare e nell’attrazione della forza di gravità esercitata dalla madre terra influiscono su di noi tempi celesti e tempi terreni. E' dentro di noi che dobbiamo armonizzarli.




Viene spontaneo integrare le riflessioni sull’orologio a polvere prendendo in esame anche gli orologi che, insieme a esso, abbiamo chiamato tellurici, nonché gli orologi astronomici. Se ci fossimo limitati all’orologio a polvere avremmo avuto un esempio di ciò che si può definire una descrizione romantica. 'C’era una volta...': questo è il popolare inizio della narrazione romantica, che indica come proprio il nostro tempo debba rimanerne escluso. A ciò si deve se i romantici non si sono affermati né in campo politico né in quello letterario. Ed è all’origine della loro capacità di dare forma a isole felici. Ogni impresa romantica presuppone un 'come se', una sorta di segreta politica dello struzzo. Si vuole guarire dal tempo e si fa come se esso non esistesse: questo è il motivo che si ripete da Chateaubriand in poi. Nel modesto caso del nostro orologio a polvere non vogliamo ripercorrere le stesse tracce, benché anche noi miriamo alla guarigione.




Quando ci imbattiamo in una lacuna di questo tipo, essa si riflette invariabilmente nell’oggetto. E' quanto accade anche nel nostro caso. Quest’oggetto è l’orologio a ingranaggi, che abbiamo evocato di sfuggita all’inizio del precedente capitolo mentre parlavamo del peso e del pendolo. Ed è bastato evocarlo perché comparisse sulla scena il concetto di progresso. L’embrione di quest’ultimo va ricercato nella stessa epoca in cui un monaco sconosciuto inventò l’orologio a ingranaggi.




Fu una delle grandi invenzioni, più rivoluzionaria della polvere da sparo, della stampa e della macchina a vapore, più gravida di conseguenze della scoperta dell’America. È un segno esteriore di decisioni, di cui tuttora subiamo l’influenza, che spiriti solitari dovettero prendere nelle loro celle intorno all’anno mille, un segno che nuove vie venivano risolutamente aperte. Lì si intravide il nuovo mondo. Al confronto, perfino scopritori come Colombo e Copernico non furono che semplici esecutori. La via è segnata e con essa sono state stabilite tutte le mete che, una dopo l’altra, verranno raggiunte.


(E. Junger)






  

lunedì 7 febbraio 2022

domenica 6 febbraio 2022

IL RACCONTO DELLA DOMENICA, ovvero: IL VIAGGIO DELL'ANIMA (Seconda parte)

 










Precedenti capitoli:


Filosofi erranti


Nell'eterna siccità 


del nostro Tempo  (Prima parte)


Prosegue con il...:


Viaggio dell'Anima....


[& il Capitolo completo]








Il sogno è un luogo oscillante fra terra e cielo, tra le affezioni corporee e sensibili, che ne obnubilano la visione, e le aspirazioni dell’anima dischiusa a conoscere e migrare, a vedere chiaramente l’intelligibile. Tra queste umane estremità si svolge il viaggio di Polifilo e la sua battaglia per trasmutare dai lacci carnali a novelle qualitate d’amore, fino al purus amor: è il pellegrinaggio dell’anima oltre il corpo, owero I’Hypnerotomachia Poliphili.

 

Il percorso è arduo e mirifico perché la psiche è duplice nella debolezza e nella forza dei suoi desideri: tentata dalle illusioni ferine e mortali di questo basso mondo, attratta dalla virtù e dall’intelligenza delle cose immortali. Come il Lucio apuleiano transita dalla sua lasciva asinità alla compassionevole Madre Iside e ai soterici misteri, così Polifilo, il personaggio narrante e agente dell’Hypnerotomachia, passa dal doloroso groviglio della cieca libidine ai lumi iniziatici e sublimi di Venere Madre, la cosmica, buona erotocrate.




Dinanzi a essa si unirà infine alla guida e meta della sua volontà d’amore, ossia a Polia, figura sapientiae e nuova Beatrice. Il sogno è uno specchio dove l’anima si guarda, perciò le immagini oniriche più che viste vanno osservate, e Polifilo è inesauribilmente attento, proteso come a soddisfare la sua filosofica curiositas attraverso la portentosa visio in somniis che lo investe e lo sconcerta (al dextro et sinistro lato ... di nitore speculabile. Tra gli quali ... facendo transito fui dilla propria imagine da repentino timore invaso).

 

L’osservazione del linguaggio onirico diviene cognizione del medesimo quando, come in uno specchio - parallelismo acutamente sviluppato dall’onirocritica medioevale-, si trasforma in auto-osservazione, cioè nel rispecchiamento dell’itinerario psichico, e Polifilo non perde occasione di ricordare e descrivere con pignoleria e minuzia tutte le immagini che gli corrono dinanzi: sa che dalla loro memoria e dalla loro decifrazione dipende la soluzione della propria psicomachia erotica.




Come scrive Alano di Lilla al termine del suo De planctu naturae, anche Polifilo, alla conclusione del suo sogno speculare, potrebbe ripetere:

 

Huius igitur imaginarie visionis subtracto speculo, me ab extasis excitatum .insomnio prior mistice apparitionis dereliquit aspectus.

 

Ma vediamo, in breve, la storia sognata, tenendo innanzitutto presente che il romanzo è stato pensato e composto dall’Autore secondo uno schema ternario. Tre sono in sostanza i livelli onirici vissuti dal protagonista Polifilo, tre gli stati psicoerotici che attraversa: la passionalità irrazionale e infantile, la liberalità d’amore che muta il giovane amante in uomo libero di scegliere, l’amore nella sua duplice manifestazione di voluptas terrena e celeste.




La prima difficoltà che l’anima incontra nella sua onirica battaglia d’amore è il graduale distacco dal corpo, affinché riesca a vedere, a distinguere le immagini che le si pongono davanti, oltre l’ostacolo dei richiami, distrattivi, del sensibile. È la selva, già dantesca, che abbuia la psiche come gli adunchi rovi dell’oscuro bosco abbranchiano le vesti di Polifilo, smarrito e lordo di sporcizia: ma l’ascensus animae si nutre di luce, non di tenebre, e Polifilo con mente pura invoca Giove Diespater, il sommo padre del fulgido giorno.

 

Ed ecco che la caligine si dipana e agli occhi interiori appare un ruscello, cui però non ci si può dissetare perché distratti da un canto lontano. L’acqua corrente è qui ancora un richiamo al caduco fluire dei sensi mondani, perciò a essa non si disseta Polifilo, incantato dalla melodia che prefigura, come un eco, le armonie celestiali che l’anima godrà in fondo al viaggio.




Oltre il rivo, sotto antichissima quercia, sacro oracolo di Giove, Polifilo si addormenta di nuovo, ma di un sonno profondo che lo fa sognare nel sogno: è la tecnica dell’incubazione praticata nei culti greci e latini, onirica e divinatoria insieme, con la quale, purificato e sopito il corpo, in un luogo sacro, l’anima, sgombra dei residui fisici, è pronta a volare e ad apprendere l’avvenire e il divino.

 

All’inizio di una simile visione sono d’obbligo un ammonimento e una speranza: la presenza di un drago, bestia da evitare perché immagine dell’avaritia amoris che a niente conduce, e l’evidenza di palmizi, annuncio della futura vittoria dell’anima. Ma ancora un nodo va sciolto: placare, dopo i pesi somatici già addormentati, anche quelli psichici, avvicendamento che il Colonna rappresenta inventando prodigiosi marchingegni monumentali, semplicissimi nella loro ossatura simbolica, ridondanti fino a stordire il lettore nella incontenibile messa in scena: una immensa struttura piramidale con altissimo obelisco su cui svetta una statua dell’Occasio-Fortuna; un magno caballo pegaseo su cui cercano invano di salire dei fanciulli; un non meno grande e corpulento elefante sovrastato da un altro obelisco; un colosso bronzeo abbattuto; una magna porta: tutte immagini che mai più ricorreranno così dilatate nel prosieguo dell’Hypnerotomachia.




Qui è l’onirologia di Macrobio (In Somnium Scipionis, 1, 3, 7) a spiegare il perché di tante iperboli quantitative, altrimenti incomprensibili: difatti a chi, come Polifilo, si è da poco addormentato, e giace ancora in una condizione tra la veglia e il sonno pieno, è usuale che appaiano immagini di grandezza e aspetto inusitati, come quelle che il Colonna rappresenta con le sue sovradimensionate antichità. Si tratta dello stato, foriero di spaventi, chiamato phantasma, in cui l’occhio dell’anima non ha ancora puntualmente messo a fuoco la prospettica visione. Se pertanto l’onirocritica latina dipana il senso delle prime, sorprendenti architetture e sculture coniate dal Colonna, il loro significato va invece ricondotto alla incalzante psicomachia che scaturisce dalle oscillazioni tra pneuma e soma. 

 

Infatti la grande struttura piramidale rappresenta gli ingigantiti phantasmata del corpo, dove l’anima è ancora imprigionata, ma da cui deve liberarsi. Per riuscirvi Polifilo ingaggia le sue iniziali, orride battaglie, superando il timore, principio di ogni sapienza, e poi astenendosi dall’irosa superbia: gesta figurate plasticamente dalla testa medusea, che terrorizza gli stolti pavidi, e dall'arroganza dei Giganti che invano cercarono di scalare il cielo, didatticamente scolpite sul piedistallo della stessa piramide, cioè in basso, ben lontane e contrapposte ai simboli eliaci e fausti dell’obelisco e dell’Occasio-Fortuna che coronano la sommità dell’edificio.




 Solo vincendo con un’audacia mitigata da umile timore, senza titanica superbia, Polifilo può dunque librarsi all’interno delle mostruose membra piramidali. Così l’anima sale, come insegna la mistica neoplatonica, con moto elicoidale verso il Sommo Sole, il Bene, il divino bagliore di cui è parente e da cui trae alimento. Mentre ascende nella piramide la psiche è illuminata da pertugi posti ordinatamente sulle facce della costruzione: sono le finestre dei sensi aperti ora a vedere nuovi lucori, lontani da quelli della quotidiana abitudine. Giunto in cima Polifilo può ammirare l’obelisco, supremo simbolo di quel Sommo Sole. Su di esso svetta l’Occasio, la Fortuna amoris, soccorrevole nei confronti dell’audace e cavalleresco Polifilo, l’amante filosofo, completamente rapito nella sua combattuta quéte dell’amata, la sofianica Polia.










venerdì 4 febbraio 2022

LA ZONA MORTA (20)


























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Giubileo alla Natura  (17/19)


Prosegue con le








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religiosa emanate dal PCC


Prosegue con il racconto


della Domenica, ovvero: 










l'eterna siccità del nostro


Tempo....


Posta in spazi 


Multidimensionali  (22)








Lungo il tratto superiore dell’Indo, nella città di Ali (capoluogo del Tibet occidentale costruito dai cinesi) prendo una camera in albergo, pago la multa di prammatica per essere entrata illegalmente nella ‘Regione Autonoma’ del Tibet… e corro al Fiume. La città, che è chiamata anche Shiquanhe (il nome cinese dell’Indo), e Senge Khabab (il nome tibetano delle sue sorgenti), si trova a cavallo del fiume duecento chilometri più a monte del punto in cui l’ho visto scorrere sotto di me l’ultima volta nel Ladakh orientale.

 

La frontiera è militarizzata e ciò mi ha impedito di continuare a seguire il corso del fiume, che da un lato è guardato dall’esercito indiano, dall’altro da quello cinese; così, per completare il mio viaggio fino alla sorgente, mi sono dovuta sobbarcare a un giro di circa quattromila chilometri per raggiungere il primo valico di frontiera ufficiale: mi è toccato scendere di nuovo nelle pianure del Punjab, andare a ovest entrando in Pakistan, per poi superare il confine montuoso con la Cina, puntare a est e, su una jeep guidata da un pazzo, attraversare il deserto d’alta quota dell’Aksai Chin (che i cinesi strapparono all’India negli anni Sessanta) e da lì finalmente entrare in Tibet (terra di rapina).




Adesso che ho raggiunto la meta, me ne sto confusa sulla riva del Fiume a chiedermi se questo sia davvero il posto giusto.

 

Dove dovrebbe esserci l’acqua vedo uno stivale blu e una gomma di bicicletta; disseminate qua e là, come fossero fiori, buste di spaghetti cinesi istantanei; ma l’acqua dov’è?

 

La mia carta mostra chiaramente che l’Indo passa dritto in mezzo alla città. Forse, arrivata a Kashgar, ho fatto millequattrocento chilometri… nella direzione sbagliata?




Esamino il frasario cinese d’emergenza riportato dalla mia guida e fermo un passante: ‘Shui?’ dico ‘Acqua? Tsangpo? River? Darya?’.

 

L’uomo, un cinese claudicante di mezza età, abbassa gli occhi sul letto del Fiume, poi li alza su di me. Fa un verso, sembra un gatto che tossisce; e un gesto, come se tagliasse qualcosa; quindi spazza l’aria. Poi sfoglia la mia guida e mi fruga nella borsa. La guida non riporta frasi utili alle emergenze fluviali, ma dalla mia borsa salta fuori la torcia tascabile a ricarica cinetica che ho comprato in Ladakh. L’uomo me l’avvicina alla faccia. L’accende e la spegne, e ho la netta impressione, anche se non ne avrò mai la certezza, che inveisca contro di me in cinese. Per fortuna, prima che possa giudicarmi del tutto cretina, capisco cosa vuole dirmi: la risposta alla domanda che gli ho posto è elettricità.




Ventiquattr’ore prima, mentre attraversavo l’Aksai Chin vomitando a più non posso per colpa del mal di montagna, incapace di comunicare con quelli che avevo attorno, mi torturava un pensiero, quasi un presagio, che ho appuntato sul mio taccuino. Adesso vado a rileggermi quelle parole, sgorbi vergati con mano resa incerta dalla mancanza d’ossigeno:

 

‘Che succederebbe se i cinesi costruissero una diga sull’Indo?’.




Il cinese claudicante mi fa salire su un taxi e dà rapide istruzioni all’autista. Non ho amici in Tibet e nessuna lingua in comune con questo sconosciuto. Ho deciso di fidarmi di lui non in base a un ragionamento ma seguendo l’istinto... e una stanchezza mortale. Inoltre voglio scoprire cosa ne sia stato dell’Indo. Mi aggrappo allo sbrindellato sedile del taxi e osservo la città che mi passa lentamente e rumorosamente davanti.

 

A dispetto dell’imponente stazione di polizia, dei soldati che fanno il saluto militare, dei palazzi di vetro laminato che si ergono vuoti, opachi di polvere, Senge-Ali è una piccola città che si estende per non più di cinque isolati. La popolazione conta pochissimi tibetani; i cinesi di etnia Han gestiscono i grandi magazzini, marciano avanti e indietro in uniforme verde davanti agli edifici governativi, e truccano clienti dentro i saloni di bellezza illuminati al neon, che fungono anche da postriboli per i militari. Immagino che le città del Raj britannico apparissero tanto anomale quanto questa; l’ordinata semplicità con cui la cultura straniera imprime la sua impronta sul paesaggio ha qualcosa che ricorda un obitorio.




L’asfalto finisce presto, insieme alle sedi della burocrazia, e adesso avanziamo sobbalzando su un sentiero. La città è serrata da scure montagne che tolgono ogni pomposa illusione di modernità. Il loro aspetto impervio è rassicurante, sembrano dire: Gli uomini non sono ancora riusciti a domare questa terra. Guardo dal finestrino il vuoto di quel panorama roccioso mentre il taxista e il mio cicerone improvvisato si consultano. Poi, in lontananza, vedo che la carreggiata è chiusa da una sbarra: un posto di controllo militare. Il taxista si ferma accanto alla barriera e suona il clacson.




Sono solo le nove del mattino e il soldato è ancora mezzo addormentato: esce a passi lenti dalla sua baracca, sfregandosi gli occhi; a segni mi fa capire che devo passare infilandomi sotto la sbarra, ma l’auto non può proseguire. Con mia costernazione, il taxi fa marcia indietro e gira. ‘Per favore, aspetti’, dico ‘per favore’. Sai che allegria dover rifare a piedi quella lunga strada deserta. Ma la mia guida si sporge dal finestrino e mi toglie ogni speranza: l’auto non mi aspetterà. Pago la corsa; il taxi scompare in una nuvola di polvere e resto sola.

 

Sola fino a un certo punto: c’è ancora il soldato. Sbadiglia e mi fa cenno di venire avanti.




Non sono del tutto sicura che lo sconosciuto e io ci siamo capiti per davvero. Adesso comunque non ho scelta, ubbidisco al poliziotto e mi avvio per il sentiero. Oltre il posto di controllo, un grappolo di baracche e un’alta recinzione che chiude un complesso di costruzioni. Sento abbaiare un cane e raccolgo una pietra per difendermi. Si apre un cancello e dal complesso esce un grosso camion lercio che trasporta una ventina di operai cinesi. Prende una curva sulla strada davanti a noi e sparisce.

 

Dieci minuti dopo, arrivo alla svolta e ora la vedo.

 

La diga è gigantesca, nuova di zecca.




Il suo massiccio arco di cemento si leva dal letto del fiume come un’onda enorme pietrificata a mezz’aria. La fisso incredula, cercando di ricacciare indietro le lacrime. La struttura in sé è completa, gli operai stanno installando gli elementi idroelettrici nell’alveo. Da questo lato della diga c’è qualche pozzanghera, ma nessun flusso d’acqua.

 

L’Indo è stato fermato.




Cammino verso la diga, mi aspetto che da un minuto all’altro mi blocchino e mi perquisiscano; ma nessuno si fa avanti nemmeno per chiedermi dove sto andando. La recinzione lungo la strada è tappezzata di bandiere multicolori: Rete elettrica pubblica della Cina, dicono in cinese e in inglese. Seguendole arrivo a un ponte che scavalca il letto del fiume asciutto e risalgo la riva fin dove sono acquartierati gli operai cinesi. Quando raggiungo la diga vera e propria, faccio una sosta, sono titubante, ma ancora una volta nessuno fa caso a me, per cui decido di proseguire. Ma quando arrivo a metà e mi fermo a guardare l’impianto idroelettrico sottostante, degli uomini con il casco agitano le braccia. Ci fai una foto? mi chiedono a gesti; ma io, per un eccesso di prudenza, abituata a vedere su ogni ponte, in India e in Pakistan, i cartelli che vietano di scattare fotografie, neanche tiro fuori la macchina dalla borsa.




Sull’altro versante della diga la strada finisce di colpo, sommersa dall’acqua. Il lago formato dal fiume è immenso, verde e opaco: riempie la valle montana e avrei voglia di urlare protestando contro questa mancanza di umanità, contro le richieste imposte dai bisogni di altri, lontano, in Cina.

 

La diga serve davvero solo per l’elettricità?

 

O i cinesi, per ovviare alle carenze delle loro falde freatiche, useranno altrove quest’acqua, come fanno i pakistani, per irrigare i campi o per provvedere ai rifornimenti idrici di qualche remota area della loro sterminata repubblica?




Resto lì sulla sponda del lago, con l’acqua che mi lambisce i piedi, e dopo un po’ gli operai mi gridano qualcosa e silenziosamente torno indietro.

 

D’ora in poi, viaggiando verso la sorgente del fiume, resterò sempre come sotto shock:

 

l’Indo non c’è più.

 

Quello stesso giorno, un gentile poliziotto tibetano mi spiega:

 

‘Hanno interrotto l’Indo due mesi fa’.




Sicché, negli ultimi due mesi, viaggiando verso oriente attraverso il Baltistan, il Kashmir e il Ladakh, non ho risalito il corso dell’Indo, né scritto la sua storia, ma ho avuto a che fare solo con la somma dei suoi affluenti: Gar, Zanskar, Shyok, Shigar.

 

‘E non ci sono state proteste?’

 

chiedo.

 

Il poliziotto ride.




Nel Ladakh quattrocento buddhisti hanno marciato contro la diga di Basha, che è in costruzione più a valle e sommergerà le incisioni rupestri d’epoca preistorica e buddhista di Chilas. In Pakistan i sindi contestano sistematicamente la costruzione di dighe nel Punjab a opera dell’esercito. Ma qui, nella Regione Autonoma del Tibet, non esistono organismi attraverso i quali gli abitanti possano discutere del modo migliore di difendere il loro paesaggio, le loro usanze, la loro lingua; la gente qui non ha più alcun potere sul suo fiume o sulla sua terra.

 

La mia tristezza è mitigata solo in parte dalla trepidazione che provo per essere giunta alla tappa finale del mio viaggio verso la sorgente di questo fiume un tempo immortale.




Torno a Senge-Ali con un gruppo di operai della diga e cerco un mezzo di trasporto per Darchen, un villaggio trecento chilometri più a est, punto di raccolta per i pellegrini che vogliono compiere il periplo della montagna sacra del Kailash. Dallo spartiacque che attraversa questa iconica massa di roccia si dipartono quattro grandi fiumi dell’Asia meridionale: l’Indo, che scorre in direzione nord-ovest, verso il Pakistan; il Sutlej, che va verso ovest entrando in India; il Karnali che va a sud-est, confluendo nel Gange; e il Brahmaputra, che si dirige verso est e arriva nel Bangladesh.




Lì dove scaturiscono questi quattro fiumi, si raccolgono in pellegrinaggio i fedeli di quattro religioni: bon, buddhismo, giainismo e induismo. Il culto dei monti e dei Fiumi è intrinseco alla tradizione folkloristica dell’Asia meridionale, e la montagna da cui traggono origine questi quattro importanti corsi d’acqua è l’epitome di quell’intreccio filosofico.

 

I buddhisti tibetani la chiamano Kangri Rinpoche, Preziosa Montagna Innevata.

 

Nei testi bon le si attribuiscono molti nomi: Fiore d’Acqua, Montagna delle Acque di Mare, Montagna delle Nove Svastiche Sovrapposte.




Per gli indù, è la casa di Shiva, selvaggio dio montano, di cui simboleggia il pene; per i seguaci del giainismo, è il luogo dove il fondatore del loro credo ricevette l’illuminazione; per i buddhisti, è l’ombelico dell’universo; e per i fedeli del bon è la dimora della dea celeste Sipaimen.

 

I primi viaggiatori europei, sentendo parlare delle dimensioni mitiche della montagna, la identificarono sia con il Giardino dell’Eden che con il monte Ararat. Oggi per i cinesi e per gli occidentali amanti del trekking questa è una zona di esplorazione che conferisce un crisma particolare a chi la visita, per la durezza del percorso, per la difficoltà di arrivare fin qui, e per la mancanza di ogni comodità.

 

Questo non è posto di frivoli itinerari occidentali.




Gli indù credono che il monte Kailash affondi le radici nel settimo inferno – così c’è scritto nella mia guida – e sbuchi con la vetta nel cielo supremo. Di sicuro è situato in quella che i trekker chiamano una ‘zona morta’, ovvero un luogo di altitudine particolarmente elevata, dove le condizioni meteorologiche mutano in maniera tanto drastica e repentina che ogni anno si contano vittime fra i pellegrini e gli escursionisti che affrontano i tre giorni di viaggio necessari per compiere il periplo del monte a piedi. La sorgente dell’Indo, in ogni caso, si trova più a nord, a diversi giorni di cammino da qui, fra le montagne alle spalle del Kailash.




Siamo così in alto – lo spessore dell’altopiano del Tibet è il doppio del resto della crosta terrestre – che il cielo non mi è mai parso tanto ampio, o tanto pieno di nuvole e di luce: il sole sembra splendere da sei punti diversi della volta celeste, come in un quadro di Turner ingrandito a dismisura. Lo scenario ripropone la gamma completa dei paesaggi che ho ammirato lungo il corso dell’Indo: i Fiumi in piena, un deserto sabbioso come quello del Sindh, montagne verdi come quelle del Punjab, vette innevate, tutti nel medesimo colpo d’occhio. Ho l’impressione che ogni cosa già vista mi si dispieghi davanti in un’unica fuga prospettica. I tibetani chiamano la sorgente dell’Indo Senge Khabab, Bocca del Leone, e tutto l’Indo, dalla scaturigine al mare, sembra riassunto in questo luogo desolato.




Arriviamo alla riva di un fiume, ma le ruote della jeep girano a vuoto nel fango e non riusciamo ad attraversarlo. Intanto ha cominciato a piovere. Sulla sponda opposta ci sono due pullman gremiti di tibetani e in mezzo alle acque tumultuose – mi sento male quando lo vedo – c’è un altro pullman pieno di passeggeri che, spaventati, schiacciano il naso contro i finestrini. Un bulldozer dell’esercito cinese è entrato nel fiume per portare loro soccorso. Un soldato lancia una fune all’autista del pullman che si arrampica sull’automezzo, raggiunge il cofano, si immerge nell’acqua rapida e nera e riesce a fissare la fune, legando i due veicoli. Il bulldozer arretra vibrando; il pullman sbanda da un lato; la fune si spezza e cinquanta tibetani vacillano atterriti.




Ma c’è un secondo bulldozer e lo osservo sbigottita quando, al segnale di un ufficiale dell’esercito cinese, ignorando i due pullman, attraversa il fiume e raggiunge il punto dove la nostra jeep è impantanata nel fango. I miei compagni di viaggio sono cinesi e l’esercito sta venendo in loro aiuto. Un soldato aggancia con un cavo metallico la nostra jeep al bulldozer, che in un attimo ci rimorchia fin sull’altra sponda del fiume. Questa accorta operazione, me ne accorgo all’arrivo, è stata filmata da un giovane ufficiale, il quale continua a riprendere gli studenti che esultano, i soldati che fanno il saluto militare, l’autista che stringe la mano a tutti. E mentre i tibetani sono ancora prigionieri del loro pullman ondeggiante, la nostra jeep accelera e si allontana.




Il governo cinese, che aprì il Kangri Rinpoche al traffico di pellegrini e turisti sul finire degli anni Ottanta, deve fare soldi a palate a forza di visti e multe. Tuttavia è difficile capire quanto ne beneficino i tibetani. Darchen, quando finalmente ci arriviamo, è gioiosa quanto una riserva indiana negli Stati Uniti, e l’analogia va oltre la semplice presenza di uomini ubriachi con lunghe trecce di capelli neri (i quali, tanto per confondere le idee, portano cappelli da cowboy). Fa male vedere l’eredità tibetana messa in vendita in dollari o in yuan; una lingua che scompare insieme alla cultura; il predominio delle aziende, dei negozi e delle merci cinesi… Se non fosse per questa altitudine estrema, forse anch’io seguirei l’esempio dei nativi e affogherei il mio dolore in una bottiglia di birra di Lhasa.




L’uomo che gestisce il posto telefonico mi salva dallo sconforto. Mi distinguo da tutti gli altri suoi clienti perché scoppio a piangere ogni volta che prendo in mano la cornetta. A ripensarci ora è strano, ma quasi non passava giorno, mentre ero in Tibet, in cui non versassi lacrime. Non sono solo lacrime di compassione per un popolo e una cultura che stanno sparendo con la stessa velocità con cui muore il fiume (benché provi anche questo sentimento); e nemmeno lacrime di rabbia al pensiero di un progetto cinese di puro stampo colonialista. Adesso piango per me. Mi sento minacciata (ben più di quanto non mi sia sentita minacciata quando ero vicina ai tribali armati di fucile, ai feudatari stupratori di contadine o a qualsiasi altro protagonista delle storie dell’orrore che ho sentito raccontare lungo il corso inferiore dell’Indo) da qualcosa di non quantificabile e irrazionale: la desolazione del paesaggio. A Kashgar, a Senge-Ali, a Darchen, ogni volta che parlo al telefono con mio marito mi sciolgo in lacrime come un fiume in piena.




Insomma, me ne sto lì a piangere nel locale di Tsegar e i tibetani mi si affollano attorno, aspettando il loro turno per chiamare; Tsegar per tre giorni si limita a guardarmi, restandosene seduto, ingobbito dentro una giacca di cuoio, poi alla fine decide di portarmi a casa sua, che è contigua al negozio, dove c’è un telefono privato al cui numero posso farmi richiamare da mio marito, e una suocera che per fortuna non dice una parola mentre, strascicando i piedi, si muove per la cucina con la sua lunga tunica tibetana, pulendo gli escrementi del cucciolo di casa, una capretta da compagnia, e versandomi una tazza di tè dopo l’altra, che in Tibet ha un gusto burroso e salato. ‘Cosa c’è che non va?’ mi chiede mio marito, dato che alla minima espressione affettuosa scoppio in singhiozzi. In seguito imputerò i pianti all’effetto dell’altitudine. O alla bizzarra struttura della crosta terrestre nel Tibet: l’‘anomalia negativa del campo crostale registrata dal Magsat’, per dirla con le parole dei geologi. 


(A. Albinia)


(E mai parteciperemo a qual si voglia gioco con questi dittatori della Terra...)