IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 24 settembre 2022

IL LIMITE DELLA VITA (27)

 










Precedenti capitoli 


circa l'Immagine 


di questo mondo (25/6) 







Prosegue con il rifugiato capitolo: 


quasi al completo [28] 










& prosegue ancora nel...: 


1870  


1770  


1670  


1570








È noto che gli studi sulle Nde si sono sviluppati, in ambito medico e psicologico, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento, sebbene anche prima di allora ci sia stato chi ha osservato e analizzato con il giusto occhio critico le “esperienze in prossimità della zona della morte”. Tra i precursori in quest’ambito viene ricordato e apprezzato il geologo svizzero Albert Heim (1849-1937), che nel 1892 pubblicò un breve lavoro sull’argomento, consistente nell’analisi di una piccola raccolta di casi uno dei quali riguardante lui stesso.

 

Heim fu un personaggio di grandi qualità culturali e di notevole eclettismo, di cui andrebbero meglio esaminate le attività e le pubblicazioni, che spaziavano dalla geologia e l’alpinismo all’impegno sociale a favore delle donne, dalle campagne contro l’abuso di alcol e tabacco alla creazione ed educazione di una nuova razza di cani adatta al recupero dei dispersi, dall’osservazione delle conseguenze di cadute da grandi altezze alla promozione della “suggestione” (ipnosi) per trattare certe lesioni dermatologiche quali le verruche.




Nella pubblicazione del 1892 Heim sintetizzò nel modo seguente le esperienze riferite da alpinisti sopravvissuti dopo essere precipitati durante una scalata:

 

“Non viene avvertito alcun dolore e si prova pochissima paura: ci si spaventa nettamente di più al cospetto di pericoli minori. Nessuna angoscia, nessuna disperazione, nessun dolore, ma tranquilla accettazione, profonda rassegnazione, sicurezza spirituale e rapidità di valutazione. L’attività mentale è enorme, cento volte più veloce e intensa del normale; non viene avvertita nessuna confusione e le eventualità di una via d’uscita vengono valutate in modo chiaro e oggettivo. Il tempo sembra dilatarsi. Si agisce con rapidità fulminea e le idee che vengono sono quelle giuste. In numerosi casi si ha una visione improvvisa di tutto il proprio passato. Infine chi precipita sente sovente bella musica e ha la sensazione di essere librato in uno splendido cielo azzurro con nuvolette rosa. Poi la coscienza si estingue senza alcuna sensazione di dolore”.




Rimasto confinato in un Bollettino di alpinismo svizzero, il lavoro di Heim ebbe pochissimi lettori al di fuori della ristretta cerchia degli abbonati e fu presentato negli anni (prima di una traduzione in inglese uscita nel 1972 su una rivista medica) soltanto nelle conferenze svolte dall’autore in alcune città svizzere, tedesche e francesi. In Italia a parlarne diffusamente fu un articolo comparso sul quotidiano La Stampa il 2 agosto del 1900, che passò però del tutto inosservato perché pochi giorni prima era morto il re Umberto I e per l’intera settimana i giornali dedicarono gran parte del loro spazio all’avvenimento e ai funerali solenni che si sarebbero tenuti il 6 agosto. 

(La Stampa)




Ottant’anni dopo l’articolo della Stampa, un grande alpinista, e non certo agli esordi della sua carriera, scrisse un libretto, possiamo definirlo un ‘Libro da guida’ ( nel 1978), sul Limite della Vita. Un saggio unico nel suo genere soprattutto perché, a mio modesto parere (se mi è consentito), rileva aspetti ‘psicologici’ notevoli ed inaspettati circa determinate ‘intuizioni’ riflesse in condizioni estreme, quindi rare testimonianze dinanzi alla morte, siano queste maturate per esperienza personale, siano esse raccolte tramite interposta persona. E quindi non rivolgendosi unicamente e solo alla ristretta cerchia degli alpinisti professionisti, ovvero gli ‘addetti ai lavori’ (se anche in questo caso ci è consentito il termine), soprattutto quando questi stessi si elevano a determinate quote, formando una ‘setta’, un élite, una nuvola fra gli dèi dell’Olimpo alla Cima in tal modo conquistato.




Sappiamo altrettanto bene che in tal procedere per ogni conquista, se il mare in burrasca, e se anche l’esperienza dell’onda superiore all’Elemento navigato, talvolta si naufraga alla deriva di una piccola isola senza una Terra ove riporre speranza alcuna. Una ‘frazione’ quale sfortunata disattenzione ove qualsiasi ‘calcolo’ può compromettere l’intero ‘enunciato’ scritto sull’Albero maestro di ogni Cima. Il conseguente naufragio conferisce la ‘somma’ del ‘calcolato pericolo’ per ogni umana - avversata – pretesa scritta nella (calcolata) certezza superiore a qualsiasi Elemento….

 

Divenuto invisibile - fortunato o sfortunato - destino posto nella condizione in cui dedurre ed interpretare le uguali condizioni di Vita per ogni Elemento dato o enunciato, ovviamente sottintesa anche la prematura morte in cui leggere ciò che al meglio o al peggio ci differenzia da ogni certezza divenuta conquista…

 

Compreso l’Elemento (e la Bestia) il quale per sua ricca o povera Natura non pone il Secolare baratro della differenza posta nel Tempo e da cui dedotto l’enunciato evolutivo in cui saperlo al meglio intenderlo interpretarlo o prevederlo, andando a configurare la congiunta maledizione (in cui spesso precipitato per sua insensibilità o ignoranza assoluta) in cui l’umano legge (senza del tutto intendere posto nelle condizioni del volere) il proprio Limite prestato alla stessa (presunta) conoscenza circa ogni (altrettanto presunta) conquista, e negando di conseguenza, Anima e Spirito, per ciò che spesso considerato inattesa avversata sfortuna per la Cima, sia questa dell’Albero maestro quanto della più nobile vetta cui un Tempo dimorava un Dio.

 

Giona o la bianca balena porrà distinguo avventura e Natura!




Quando, in verità e per il vero, sappiamo altrettanto bene che ciò che odiernamente conquistato - o peggio - predato al Dominio della conoscenza assoluta - o ancor meglio - alla Natura (posto nel fattore Tempo e Spazio contato così come calcolato), attribuito impropriamente al fattore prossimo al Nulla, e quindi prossimo allo zero, dacché senza linguaggio alcuno, che non sia una maledizione, un diavolo, un dèmone avverso al fallace genio umano, una futura bestia priva di sensibilità alcuna cagionata nel linguaggio cartesiano.

 

Una devota leggenda in cui leggere l’impropria grammatica da cui il fallace destino a cui legata la vita per ogni Elemento dal buon Dio conferito dato dalla somma con il Diavolo in persona.  

 

Insomma, badando alla somma, un improprio capriccio del Tempo certamente mal calcolato così come conquistato, senza somma alcuna per tutto ciò che non possiede la specificità né compresa né intuita nel confine in cui il linguaggio ‘umano’ impossibilitato, nell’intendere esprimere e comprendere, il limite in cui posta la propria condizione distante dalla vera grammatica in cui la Vita parla la propria Infinita Lingua.




Ovvero come se il valore del numero per ogni linguaggio in cui usato l’enunciato e non solo in merito al verbo come alla composta parola, ‘espressione’ e concetto in merito ad ugual medesima vita, non fosse in grado di esprimere il concetto stesso in cui espressa la matematica che lo deduce comprende ed esprime anche nella più corretta ‘espressione’ evolutiva, pur misurando calcolando - quindi delineando - con precisione assoluta la materia dall’immateriale donde nato.

 

Ovvero, non ancora abbiamo imparato a parlare né tantomeno intendere e volere il Linguaggio che al meglio ci ha creato.

 

La stiva il motivo dell’enunciato stesso.

 

La Conoscenza posta nella volontà e non solo umana, quale istinto nello sfidare sorte ed Elemento (donde Prometeo e il segreto, ogni segreto…), non conoscendo però Genio ed Elemento, neppure se per questo, il segreto Linguaggio che corre passa e vola fra l’onda o una particella;




fra il rumore e la vera Parola - o indecifrato Dialogo –

 

che soffia fra il vento e la bufera;

 

fra il ghiaccio e la neve;

 

fra il chiodo e il verso di un ungulato alato con gli occhi di un diavolo;

 

fra la Luce e la più oscura tenebra;

 

e il leggero battito d’ali che dall’alto ci guarda studia e medita;

 

fra l’Essere ed appartenere alla Terra, e la difficile Conquista di ogni retta Conoscenza;

 

e seppur navigata o arrampicata;

 

talvolta o troppo spesso aliena alla Grammatica con cui composta ogni più elevata Cima.




Troppo spesso naufragata o precipitata nel crepaccio d’un incompreso Linguaggio.

 

Scusate lor signori noi udiamo ed ascoltiamo il Vento, il frusciare d’ogni foglia al desiderio espressivo d’un lieve Pensiero composto al frusciare d’un battito d’ali, che siano Angeli o Dèmoni alati o strani lupi mannari correre rapidi nel torrente, il ponte così come Linguaggio che ne deriva pone la differenza fra la nostra e vostra intera esistenza, compresa la vera e duratura Conoscenza circa il valore di come nata la Prima incompresa Lingua.

 

Il loro richiamo, o strano ululato senza pentimento alcuno precipitato in forma di Elemento sino alla valle ove regna ignoranza e paura, albergata in ogni essere vivente che, in Verità e per il Vero, ci salva da ogni Abisso nominato dall’umano diabolico Diavolo,  puntuale per ogni Stagione del vostro naufragato Tempo, ci parla e rivela Linguaggio e Pensiero di uno strano Dio, per ogni Frammento del perduto paradiso, e con lui ogni verità abdicata a Satana in persona espressione di una strana parabola posta al Golgota della strana nuova via o somma espressiva; e per Lui potremmo combattere e morire nel più basso come elevato riparo.

 

Piuttosto che nel ventre del vero innominato Diavolo!


[PROSEGUE CON IL CAPITOLO QUASI AL COMPLETO]








  

sabato 17 settembre 2022

L'IMMAGINE DEL MONDO (25)

 























Precedenti capitoli: 


di un uomo nato dalla Terra   


& la cultura del branco (24)



 





Prosegue verso l'Abisso [26]  









& nel Limite  


.....della vita  (27/8)

  






 

Vi ricordate, non è vero, che vi ho parlato di quella grande e nobile società dei morti, che non permette a nessuna persona sciocca o volgare di entrarci?

 

Che cosa credete che volessi dire con ‘volgarità’?

 

Che cosa intendete voi per ‘volgarità’?

 

Sarebbe un argomento di utile riflessione, ma, per farla breve, vi dirò che l’essenza di ogni volgarità sta nella totale mancanza di sensibilità. Non mi riferisco a quella volgarità semplice e innocente che altro non è che una certa ruvidezza indisciplinata dell’Anima e del corpo, ma parlo della vera volgarità, quella innata, che rivela una insensibilità terribile. E, se spinta all’estremo, può diventare capace di ogni tipo di azione e misfatto, e perfino di crimine, è senza paura, senza piacere, senza orrore, senza pietà.

 

Gli uomini diventano volgari perché la loro mano è rude, il loro cuore morto, la loro inclinazione malata e la loro coscienza indurita; e diventano sempre più volgari nella misura in cui non sono in grado di dimostrare partecipazione, comprensione, non sanno dimostrare tutto ciò che, con un termine comune ma preciso, può essere chiamato ‘tatto’ del corpo e dell’animo.

 

Quella finezza che distingue la mimosa tra gli alberi, quella grazia e pienezza di sentimento che va oltre la Ragione, e che guida  e onora ed in qual tempo eleva la Ragione stessa.

 

La Ragione ci guida ad individuare ciò che è vero, ma è soltanto la passione, donata da Dio agli uomini che può farci riconoscere ciò che Dio ha reso buono.

 

Uniamoci quindi a quella grande Società dei morti, non solo per sapere da loro ciò che è vero, ma soprattutto per sentire con loro ciò che è giusto.

 

Tuttavia per sentire questo insieme a loro, dobbiamo diventare come loro, ma il nostro cambiamento implica fatica e impegno.

 

(J. Ruskin)





 

Quando, nell’ottobre 1913, ebbi la visione dell’alluvione, mi trovavo in un periodo per me importante sul piano personale. Allora, all’età di quarant’anni, avevo ottenuto tutto ciò che mi ero augurato. Avevo raggiunto fama, potere, ricchezza, sapere e ogni felicità umana. Cessò dunque in me il desiderio di accrescere ancora quei beni, mi venne a mancare il desiderio e fui colmo d’orrore. La visione dell’alluvione mi sopraffece e percepii lo spirito del profondo, senza tuttavia comprenderlo. Esso però mi forzò facendomi provare un insopportabile, intimo struggimento, e io dissi:

 

‘Anima mia, dove sei?

 

Mi senti?

 

Io parlo, ti chiamo...

 

Ci sei?

 

Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta.




Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c’è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato.

 

Mi conosci ancora?

 

Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com’è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine’.

 

Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l’aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all’anima umana. Pensavo e parlavo molto dell’anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l’avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l’oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all’anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima.




Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l’anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l’anima è una cosa dipendente dall’uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un’inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all’anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo.

 

Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. Se non la trova, viene sopraffatto dall’orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l’angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più.

 

Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini.

 

Nulla sa dell’anima sua.

 

Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose?




La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione.

 

Se possediamo l’immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa.

 

L’immagine del mondo costituisce la metà del mondo. Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l’anima sua è povera e indigente. La ricchezza dell’anima è fatta d’immagini.

 

Chi possiede l’immagine del mondo, possiede la metà del mondo, anche se il suo lato umano è povero e indigente.

 

Ma la fame trasforma l’anima in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata. Amici miei, saggio è nutrire l’anima, per non allevarvi draghi e diavoli in cuore.

 

[……]




La notte seguente l’aria era gremita di voci.

 

Una voce tonante urlò: ‘Sto cadendo!’.

 

Altre intanto gridavano, confuse ed eccitate:

 

‘Dove?'.

 

Cosa vuoi?’.

 

Devo affidarmi a questo diavolio? Rabbrividisco. È un abisso spaventoso. Tu vuoi che mi abbandoni al caso, alla follia del mio lato oscuro? Dove? Dove? Tu cadi e io voglio cadere insieme a te, chiunque tu sia.

 

Allora lo spirito del profondo mi aprì gli occhi e io vidi le cose più intime, il mondo multiforme e mutevole della mia anima.

 

Vedo grigie pareti di roccia lungo le quali m’inabisso a grande profondità.




Mi trovo davanti a una buia caverna, immerso fino alle caviglie in un nero luridume. Intorno a me aleggiano delle ombre. Sono attanagliato dalla paura, ma so che devo entrare. Striscio attraverso una stretta fenditura nella roccia e giungo in una caverna più interna col fondo ricoperto di acqua nera. Ma dall’altra parte scorgo una pietra che emana una luce rossastra, a cui devo arrivare. Procedo guadando l’acqua melmosa. La caverna è invasa da un mostruoso frastuono di voci bercianti.

 

Sollevo la pietra che ricopre una buia apertura nella roccia. Tengo in mano la pietra guardandomi intorno perplesso. Non voglio dare ascolto alle voci che intendono distrarmi. Però voglio sapere. Qui c’è qualcosa che vuol farsi sentire. Appoggio l’orecchio sulla fessura. Odo lo scroscio di fiumi sotterranei. Vedo la testa insanguinata di un uomo trascinata dalla corrente scura. Laggiù galleggia un uomo ferito, un morto ammazzato. Inorridito, resto a fissare a lungo quell’immagine.

 

Vedo passare sul fiume tenebroso un grosso scarabeo nero.




Nel punto più profondo della corrente risplende un sole rossastro, che fende con i suoi raggi l’acqua tenebrosa. Impietrito dal terrore, scorgo poi sulle pareti scure un groviglio di serpenti che fuggono nell’abisso, dove il sole brilla più tenue. Mille serpenti aggrovigliati ricoprono il sole. D’un tratto si fa notte fonda. Un fiotto di sangue, un denso sangue rosso, sprizza verso l’alto, zampilla a lungo e poi si esaurisce.

 

Resto paralizzato dallo spavento.

 

Che cosa ho visto? 


[Prosegue con il capitolo quasi al completo]








mercoledì 14 settembre 2022

LA CULTURA DEL BRANCO (24)

 









Precedenti capitoli: 








Di una buona 'maestra' (23) 


 Prosegue con il: 







Rapporto annuale 


dell'ISTAT (2022)







Tanto per cominciare, la preoccupazione di essere, e di restare, ‘in anticipo rispetto alle mode del branco’, cioè del proprio gruppo di riferimento, degli ‘altri significativi’, degli ‘altri che contano’, coloro dalla cui approvazione — o dal cui rifiuto — dipende il successo, o il fallimento.

 

Per dirla con Michel Maffesoli, ‘io sono colui che sono perché gli altri mi riconoscono come tale’, mentre ‘la vita sociale reale non è che un’espressione di sensi di appartenenza, che si succedono l’uno all’altro’ (Maffesoli, 2000, pp. 40-41). Per chi non riesce, in un modo o nell’altro, a ottenere il riconoscimento degli altri, l’ammenda — ovvero l’unica alternativa — è una sequela di rifiuti, o comunque di esclusioni.

 

Occorre ricordare, però, che in una società di consumatori, in cui i legami umani passano generalmente per il mercato dei beni di consumo, il senso di appartenenza non si ottiene eseguendo le procedure stabilite e sanzionate dalle ‘mode del branco’ a cui uno aspira, bensì tramite l’identificazione dell’aspirante, per metonimia, con il ‘branco’ stesso; il processo di autoidentificazione dipende, nel suo svolgimento e nei risultati che esibisce, da ‘segnali di appartenenza’ ben visibili, che di solito si ottengono nei negozi.




Nelle ‘tribù postmoderne’ (come Maffesoli preferisce ribattezzare le mode del branco della società del consumo), le figure emblematiche e i loro segnali di identificazione (gli indizi evocati dal modo di vestire e/o dai codici di condotta) rimpiazzano i totem delle tribù originarie. Essere in anticipo, nell’ostentare i segni delle figure emblematiche, delle mode del branco, è l’unica ricetta sicura per convincersi del fatto che il branco prescelto ci riconoscerebbe e ci accetterebbe senz’altro, se fosse al corrente della nostra esistenza. Rimanere in anticipo, d’altro canto, è l’unico modo per essere sicuri che il proprio desiderio di appartenere duri per tutto il tempo desiderato (ossia per convertire un permesso d’ingresso provvisorio in un permesso di soggiorno a tempo determinato, ma rinnovabile). Dopotutto, l’idea di anticipare gli altri porta con sé una chance di sicurezza, di certezza, di certezza di essere sicuri; proprio quel tipo di esperienza di cui la vita di oggi ci priva in modo tanto evidente e sofferto, nonostante il nostro desiderio di acquisirla.

 

L’idea di anticipare le mode del branco rispecchia la promessa di un grande apprezzamento, e di una domanda diffusa, da parte del mercato. Questo si traduce nella certezza del riconoscimento, dell’approvazione e dell’inclusione; o forse in un’offerta all’asta, che di fatto si riduce a una sfilata di emblemi: dall’acquisto degli emblemi, al pubblico annuncio della loro titolarità, sino a che il loro possesso non è un dato di pubblico dominio (e si traduce, a sua volta, in un senso di appartenenza).




L’idea di continuare ad anticipare il branco rappresenta invece una saggia precauzione, onde non dimenticarci che prima o poi gli emblemi di appartenenza con cui oggi ci identifichiamo andranno fuori mercato, per essere rimpiazzati da altri emblemi più nuovi. Si previene, così, il rischio di perdersi per strada, che poi si tradurrebbe, nel caso delle offerte di appartenenza mediate dal mercato, in un senso di rifiuto, di esclusione, di abbandono e di solitudine, e in ultima istanza in un penoso senso di inadeguatezza personale.

 

Mary Douglas, la cui celebre teoria ha smascherato i significati nascosti degli atteggiamenti dei consumatori, ha suggerito ‘che la teoria dei bisogni dovrebbe muovere dall’assunto che qualsiasi individuo abbia bisogno di certi beni per motivare altre persone a aderire ai suoi progetti […], i beni servono proprio per mobilitare gli altri’ (Douglas, 1988, p. 24). O almeno per darci la gradevole sensazione che sia stato fatto tutto ciò che andava fatto per ottenere questa mobilitazione.

 

In secondo luogo, il messaggio che ci arriva ha sempre una data di scadenza: attenti, lettori, varrà ‘per i prossimi mesi’, e non di più. È un aspetto che si accorda bene con la visione del tempo del divisionismo, fatta di istanti, di episodi di durata determinata, e di nuovi inizi. È un aspetto che libera il presente (che andrebbe esplorato e sfruttato appieno) dalle distrazioni del passato e del futuro, che avrebbero impedito la concentrazione e rovinato l’euforia della libera scelta. Ne deriva un duplice risvolto positivo: si è al contempo aggiornati e al riparo dal rischio di rimanere indietro in futuro (almeno per quanto riguarda il futuro prevedibile, se esiste una cosa del genere…). I consumatori più esperti avranno senz’altro modo di cogliere il messaggio, che li spingerà ad affrettarsi, rammentando loro che non c’è tempo da perdere.




Questo messaggio implica anche un assunto che è ancora più rilevante: per quanto si possa guadagnare, rispondendo solertemente al richiamo, non durerà per sempre. Quale che sia la garanzia che si acquista, sarà comunque necessario rinnovarla, una volta trascorsi i ‘prossimi mesi’. È pur sempre, e solo, un intervallo. In un romanzo che reca come titolo (appropriato) ‘Elogio della lentezza’, Milan Kundera rivela l’intimo legame che esiste fra velocità e oblio: ‘Il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio’.

 

Perché mai?

 

Perché ‘se per accedere alle luci della ribalta è necessario lasciare in disparte le altre persone’, per accedere a quella ribalta di peculiare importanza, nota come ‘attenzione dell’opinione pubblica’ (o meglio, come attenzione di una platea destinata a essere riciclata in forma di consumatori), è necessario estrometterne gli altri oggetti d’attenzione: gli altri personaggi, le altre trame, ivi compresa la trama che era appena andata in scena il giorno prima… La ‘ribalta — ci rammenta Kundera — è illuminata solamente nel corso dei primi minuti’. Nel mondo liquido moderno, la lentezza è il presagio della morte sociale. Come osserva Vincent de Gaulejac, ‘giacché tutti progrediscono, chi rimane fermo sarà inevitabilmente separato dagli altri, per effetto di una distanza sempre più incolmabile’ (de Gaulejac, 2005, p. 134). Il concetto di ‘esclusione’ suggerisce l’idea, infondata, dello spostamento di un oggetto dalla posizione originaria che occupava; in realtà, ‘è la stagnazione che esclude’.




In terzo luogo, giacché l’offerta di quella guida della moda non comprende un look soltanto, ma ‘una mezza dozzina’ di look diversi, si è veramente liberi (anche se — va aggiunta una nota cautelativa! — l’insieme delle offerte disponibili traccia un limite ben preciso, oltre il quale la scelta non può andare). Si può scegliere il look che si predilige. Ma la scelta in quanto tale — la scelta di un determinato look — non è in discussione, dato che è esattamente ciò che si deve fare e che non si può in alcun modo evitare di fare, se non si vuole rischiare l’esclusione. Né tanto meno si è liberi di influire sull’insieme delle scelte disponibili, dato che non esistono opzioni realistiche in alternativa a quelle che sono già state preselezionate, prestabilite e prescritte.

 

Tutte queste sfumature, però, non hanno poi grande importanza: che si tratti del poco tempo a disposizione; dell’esigenza di ingraziarsi i favori del ‘branco’ (qualora i suoi componenti, rivolgendoci lo sguardo, osservino i nostri indumenti e il nostro contegno, prendendone esempio); o del ristrettissimo numero di scelte a nostra disposizione (non più di mezza dozzina). Quello che importa veramente è che la responsabilità delle scelte è tutta nostra. E non potrebbe essere altrimenti: è possibile scegliere delle opzioni diverse, ma non è possibile fare a meno di scegliere. Ellen Seiter (1993, p. 3) osserva che ‘dai vestiti alla mobilia, dai dischi ai giocattoli’, tutte le cose che compriamo ci richiedono di prendere delle decisioni e di usare i nostri gusti e la nostra capacità di giudizio; come aggiunge la stessa autrice, però, ‘va da sé che non esercitiamo alcun controllo, ex ante, sull’insieme delle cose fra cui possiamo scegliere’. Rimane il fatto che ‘scelta’ e ‘libertà’, nella cultura del consumatore, sono praticamente sinonimi; e che è corretto trattarle come tali, quanto meno nel senso che si può fare a meno di scegliere soltanto nella misura in cui si rinuncia alla propria libertà.




L’avvento della libertà è visto sempre come un esaltante atto di emancipazione: che sia da doveri insopportabili e da irritanti proibizioni, o da abitudini ottuse e monotone. Ma non appena la libertà diventa una cosa abituale, e si trasforma nel pane quotidiano, subentra un nuovo orrore, in nulla inferiore a quello di cui ci si era appena liberati, e che fa addirittura impallidire i ricordi delle sofferenze e delle lamentele del passato: l’orrore della responsabilità. Le notti che seguono le giornate di routine obbligatorie sono piene di sogni di libertà dagli obblighi del passato. Le notti che seguono le giornate di scelte obbligatorie sono piene di sogni di liberazione dalla responsabilità.

 

Tutti e tre i messaggi sono l’annuncio, all’unisono, di uno stato di emergenza. In questo, di per sé, non vi è nulla di nuovo. Non è che l’ennesima reiterazione di quei principi, sovente ribaditi, per cui la vigilanza incessante, la costante disponibilità ad andare dove si deve, e i soldi e le energie da spendere a tale scopo, sono tutte cose buone e giuste. I segnali d’allerta sono visibilmente accesi (come un semaforo rosso? O giallo?), nuovi punti di partenza (carichi di promesse) e nuovi rischi (carichi di minacce) si presentano sul nostro cammino.




Da qualche parte, non lontano da dove ci troviamo, ci attendono tutti gli accessori necessari per fare le scelte giuste (ossia per onorare l’inalienabile responsabilità che abbiamo verso noi stessi e per noi stessi): i dispositivi e le procedure più idonei, insieme con le istruzioni su come meglio farne uso, a nostro vantaggio, sono senz’altro alla nostra portata, e non dovrebbe essere difficile trovarli, con un po’ di sforzi e di ingegno. La cosa più importante, però, è sempre la stessa: non perdere mai il momento giusto per intervenire, se non ci si vuole trovare — per un motivo o per l’altro — in ritardo rispetto alle ‘mode del branco’, invece di anticiparle. E non si può nemmeno distogliere lo sguardo dall’infinita varietà del mercato dei consumi, limitandosi a fare leva sulle esperienze e sulle abitudini che hanno funzionato bene in passato.

 

Nel suo importante studio sugli stravolgimenti che si producono, al giorno d’oggi, nella nostra percezione ed esperienza del tempo, Nicole Aubert sottolinea il ruolo cruciale rivestito dallo ‘stato d’emergenza’ e dal senso di urgenza che tale stato, una volta dichiarato, dovrebbe diffondere, disseminare e far attecchire. Secondo Aubert, lo stato e il senso di emergenza, nelle società attuali, soddisfanno tutta una serie di esigenze esistenziali che in altri tipi di società tenderebbero a essere soppresse e trascurate, o sarebbero realizzate attraverso stratagemmi del tutto diversi. I nuovi espedienti, che Aubert riconduce a una strategia di coltivazione intensiva del senso di urgenza, forniscono tanto agli individui, quanto alle istituzioni, un senso di sollievo illusorio, e nondimeno efficace, nella loro battaglia per mitigare le ricadute negative — potenzialmente assai gravi — della continua necessità di scegliere, propria del libero consumatore (Aubert, 2003, pp. 62-63).




Una delle illusioni principali è quella generata dalla condensazione momentanea di forme d’energia altrimenti disperse, provocata dai segnali d’allerta. Quando arriva alla soglia dell’autocombustione, l’accumulazione di queste energie è motivo di sollievo (sia pure effimero) a fronte del terribile senso di inadeguatezza che incombe sempre sulla vita quotidiana dei consumatori. Gli individui a cui Aubert parlava, e che osservava da vicino — individui, per inciso, ben allenati nell’arte di consumare la vita, e per questo ormai intolleranti verso ogni tipo di frustrazione, e non più capaci di fare fronte ad alcuna dilazione della gratificazione, che per loro non può non avere una valenza immediata —, questi individui, che si sono come rannicchiati nel momento presente, in una logica ostile a qualsiasi ritardo, si cullano nell’illusione di poter conquistare il tempo, abolendolo, o per lo meno mitigandone l’effetto di frustrazione.

 

Non si possono certo negare le potenzialità terapeutiche, e l’effetto tranquillizzante, di una siffatta illusione di padronanza del tempo: la capacità di dissolvere il futuro nel presente, e di richiuderlo tutto nell’hic et nunc. Se, come sostiene Alain Ehrenberg (1998) con dovizia d’argomenti, la sofferenza umana di oggi tende per lo più a scaturire dalla sovrabbondanza di possibilità, piuttosto che da un eccesso di divieti (come in passato), e se l’opposizione tra il possibile e l’impossibile è subentrata all’antinomia fra ciò che è consentito e proibito — come frame cognitivo e criterio essenziale di valutazione e scelta delle strategie di vita —, ebbene, non si può non aspettarsi che la depressione che scaturisce dal timore dell’inadeguatezza si sostituisca alla nevrosi provocata dal timore del senso di colpa (ossia di un’accusa di non conformità, a seguito di una violazione delle regole), come forma più caratteristica e diffusa di sofferenza psichica, fra i cittadini a metà (denizens) della società dei consumi.




Un importante servizio che può offrire una vita in condizioni di emergenza continua (anche se, magari, del tutto artificiose o retoriche), per la salute degli uomini del nostro tempo, è la versione aggiornata della ‘caccia alla lepre’ di Blaise Pascal, riadattata all’ambiente sociale odierno: una caccia che, al contrario di una lepre già uccisa, cucinata e consumata, lascia al cacciatore appena il tempo di riconoscere la brevità, la vacuità, l’inutilità dei suoi propositi d’azione, e più in generale di tutta quanta la sua vita terrena. I successivi cicli di recupero dall’ultimo allarme, di riadattamento e di recupero delle forze sino all’allarme successivo, di una vita che riattraversa il momento dell’emergenza e nuovamente si riprende dalle tensioni e dalla perdita d’energia che ha appena subito, ebbene, questi cicli riempiono tutti i potenziali buchi neri di una vita che potrebbe essere riempita, quale unica alternativa, della consapevolezza intollerabile — e solo provvisoriamente repressa — delle cose ultime: quelle cose che, per la propria salute e per amore della propria vita, si preferisce dimenticare. Per citare ancora una volta Aubert:

 

‘Gli affari incessanti, con un’urgenza che ne segue subito un’altra, diventano la garanzia di una pienezza di vita o di una carriera di successo, l’unica prova autentica di autoaffermazione, in un mondo da cui è assente ogni riferimento all’aldilà, e l’unica certezza è la dimensione finita dell’esistenza […]’.




‘Nel mentre agiscono, le persone pensano solamente al breve termine: le cose che andranno fatte subito, o nel futuro immediato […] fin troppo sovente, l’azione non è altro che una fuga dal proprio Sé, un rimedio per l’angoscia che ci prende (Aubert, 2003, pp. 62-63)’.

 

Potremmo aggiungere che quanto più l’azione è intensa, tanto più si potrà contare sui suoi effetti terapeutici. Quanto più ci immergiamo nell’urgenza di un compito immediato, tanto più allontaneremo l’angoscia da noi; o, quanto meno, essa ci risulterà un po’ meno intollerabile, se proprio non ci riuscirà di tenerla lontana.

 

Né l’apprendimento né l’oblio ci permettono di eludere gli effetti della tirannia del momento; dello stato di emergenza incessante; del tempo sprecato in una lunga sequela di nuovi inizi, apparentemente (e subdolamente) scollegati l’uno all’altro. La vita del consumatore è una vita di continuo apprendimento; e, parimenti, di rapido oblio.

 

L’oblio non è meno importante dell’apprendimento. Forse, anzi, è più importante. Per ogni ‘devi’ c’è un ‘non devi’, e quale dei due riveli l’autentico obiettivo dell’incessante processo di rinnovamento/rimozione, e quale, invece, non sia che uno strumento accessorio, rispetto al raggiungimento dell’obiettivo stesso, è questione inevitabilmente incerta e controversa. Il tipo di informazione che si potrebbe trovare più facilmente, in un’opera come la Guida alla moda citata poc’anzi, è che ‘il punto di riferimento di quest’autunno è la Carnaby Street degli anni Sessanta’; o che ‘l’attuale ripresa dello stile gotico è perfetta per questo mese’. Va da sé che ‘quest’autunno’ è qualche cosa di radicalmente diverso da ‘quest’estate’, e che ‘questo mese’ non assomiglia in nulla ai mesi appena trascorsi: ciò che era perfetto per il mese scorso è tutt’altro che perfetto per questo mese.




E gli esempi potrebbero proseguire a lungo. Nella stessa Guida alla moda, l’esortazione ad ‘aprire il beauty case e [a] dare dentro un’occhiata’ potrebbe essere seguita dall’indicazione ‘La prossima stagione sarà dominata dai colori forti’, e poi, magari, dall’avvertimento seguente: ‘Il beige e tutti i colori del genere, rassicuranti ma noiosi, hanno fatto il loro tempo… buttateli via, adesso!’. È naturalmente impossibile, in questa prospettiva, trovare un modo di combinare il ‘beige noioso’ con i ‘colori forti’. Una delle due tinte è condannata a lasciare il campo. È in sovrappiù. Un altro spreco, un altro effetto collaterale del progresso. Occorre sempre eliminare qualcosa, e bisogna farlo in fretta.

 

A che cosa serve, però, tutto questo? Occorre davvero buttare via il beige per poter usare delle tinte più vivaci, o sono forse queste ultime che, disposte in modo straripante sugli scaffali del supermercato, rispondono allo scopo di far buttare via subito l’offerta inutilizzata di beige?




Molte delle donne — dei milioni di donne — che scartano il beige, e si riempiono il beauty case di colori sgargianti, risponderebbero probabilmente che l’eliminazione del beige è uno sgradevole effetto collaterale del rinnovo e del miglioramento del loro make up; un sacrificio triste, ma necessario, che va fatto in nome del progresso. Fra le migliaia di responsabili di negozi di questo tipo, però, almeno qualcuno ci potrebbe forse rivelare che la scelta di riempire gli scaffali di trucchi dai colori sgargianti serviva ad abbattere i «tempi di vita» del trucco beige, e quindi a far andare avanti l’economia, ad aumentare i profitti. Non è forse vero che il PIL, la misura ufficiale del benessere della nazione, si misura in base alla quantità di denaro che le persone si scambiano le une con le altre? E la crescita dell’economia non è forse stimolata dall’energia e dell’attività dei consumatori? E un consumatore che non si liberi, a breve, di tutto ciò che ha già acquistato, è un po’ come un vento che ha smesso di soffiare…

 

A ben vedere, entrambe le risposte riportate poc’anzi sono corrette: si tratta di risposte complementari, e non contraddittorie. In una società abitata da consumatori, e in un’epoca di politiche della vita che vanno a sostituire la Politica di un tempo, quella che vantava la P maiuscola, l’autentico ciclo economico — l’unico che garantisca davvero il funzionamento dell’economia — è quello del compralo, goditelo, buttalo via…. Il fatto che due risposte simili, apparentemente contraddittorie, possano essere entrambe corrette, al medesimo tempo, è proprio l’impresa più straordinaria della società dei consumatori; quella che meglio spiega, a mio giudizio, la sua incredibile capacità di riprodursi e di espandersi nel tempo.


(Z. Bauman)