CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

domenica 18 agosto 2013

TERZA GIORNATA (quarta novella) (47)

















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Un articolo (col permesso del Cavaliere...)

Rimini meeting di CL celebra larghe intese.....




  


































....Secondo quanto mi è stato riferito, nel rione di San Pancrazio visse un certo
Puccio di Rinieri, un uomo benestante e sostanzialmente buono, ma di certo non
un aquila.
Dato che era tutto dedito alle cose dello spirito, finì con l'iscriversi al terzo ordi-
ne della regola di San Francesco e fu chiamato frate Puccio. Questa sua scelta
fece sì che, potendo permettersi di non fare nessun mestiere, anche perché do-
veva mantenere che una moglie e una serva, cominciò a frequentare la chiesa
molto più di prima.
Diceva i paternostri, andava alle prediche, non mancava mai a una messa né a
un canto in lode al Signore. Per di più, si era imposto una disciplina ferrea, fat-
ta di digiuni persino di flagellazioni.
Sua moglie, che si chiamava Isabetta, era ancora giovane, avrà avuto ventot-
to e i trent'anni. Era fresca come una rosa e rotondetta che pareva una bella me-
la rossa, carnosa e sugosa. A causa della santità del marito e forse anche della
sua età piuttosto avanzata, la poverina era costretta a fare delle diete molto più
lunghe di quanto avrebbe voluto.




Quando sarebbe andata volentieri a letto con il marito, anche soltanto per diver-
tirsi e scherzare insieme, si sentiva raccontare la vita di Cristo o le prediche di
frate Nastagio o il lamento della Maddalena o cose simili.
Al tempo della storia che vi sto raccontando, capitò che nel convento di San Pan-
crazio tornò da Parigi Don Felice, un monaco giovane, bello e colto, dotato di
più di quel che si dice un cervello fino.
Frate Puccio, che continuava a bazzicare i luoghi sacri, lo conobbe ed entrò in
una certa confidenza e famigliarità. Cominciò a ricorrere alla sua competenza per
sciogliere i molti dubbi che aveva in materia di dottrina e così finì con l'apprezza-
re anche l'uomo nel suo complesso e gli sembrò un autentico santo.
Perciò, prese ad invitarlo a pranzo e a cena a casa sua.
Isabetta, per amore del marito, accoglieva sempre l'ospite con piacere e si dimo-
strava un'ottima padrona di casa. Dopo un po', anche lei aveva acquistato una
certa confidenza con il bel religioso. Il quale, continuando a frequentare quella
famiglia e notando quella moglie ancora giovane e piena di vita, capì qual era la
cosa di cui lei più sentiva la mancanza e decise, per liberare Puccio da quella fa-
tica, che gliel'avrebbe data lui stesso.




Cominciò provocatorio a guardarlo in un certo modo, come se la volesse man-
giare con gli occhi. Usando quella tattica giorno dopo giorno, riuscì a far nasce-
re in lei lo stesso desiderio che aveva lui.
Quando la vide cotta a puntino, il monaco non appena si presentò l'occasione,
le parlò in modo esplicito e la trovò pienamente disponibile a prendersi e a dar-
gli quel piacere che lui le aveva prospettato.
Come potevano fare, però?
Isabetta non si sarebbe fidata a stare con lui in un posto diverso da casa sua e
lì non era possibile, perché Puccio non stava mai via a lungo. Il monaco non si
diede per vinto e, pensa che ti ripensa, escogitò un modo per potersi godere
quella donna nella stessa sua dimora, nonostante la presenza del marito.
Così, un giorno che quest'ultimo era andato da lui per le solite questioni dottri-
nali, gli disse:
- "Puccio, le tue domande mi convincono sempre più che tu hai un unico desi-
derio: quello di diventare santo. Ma mi sembra che per diventarlo tu abbia scel-
to una strada troppo lunga, mentre ce n'è una molto più breve.




Il Papa e i più importanti prelati la conoscono bene e la utilizzano, ma non vo-
gliono che se ne parli troppo in giro. Se tutti avessero la possibilità di diventare
santi facilmente, il clero, che vive soprattutto grazie alle donazioni di chi non ne
fa parte, andrebbe a catafascio, perché i laici non provvederebbero più al suo
mantenimento né con le elemosine né in altro modo.
Ma, dato che sei mio amico e sei sempre stato gentile con me, io te la insegne-
rei, questa via rapida, purché tu mi dischiarassi di volerla seguire e, soprattutto,
mi giurassi di non farne parola con anima viva".
Frate Puccio, a quelle parole, non stette più nella pelle.
Cominciò a pregarlo con l'insistenza di insegnarli quella strada. Se non fosse
stato in grado, l'avrebbe intrapresa seduta stante, giurando e spergiurando che
non l'avrebbe mai rivelata a nessuno, a meno che non avesse avuto esplicito per-
messo da lui.
- "Dato che tu mi fai questa promessa,
fece allora il monaco
- io te la mostrerò. Devi sapere che i Santi Dottori affermano che chi vuol diven-
tare beato deve fare la penitenza che adesso ti dirò. Apri bene le orecchie. Non
dico che dopo tu non sarai più il peccatore che sei, ma succederà che tutti i pec-
cati che tu avrai commesso fino a quel momento saranno purgati e quelli che tu
farai in seguito, per gravi che siano, non ti danneranno, ma potranno essere lava-
ti via con l'acqua santa, come se fossero tutti veniali.
Prima di cominciare questa penitenza, è necessario che tu ti confessi con grande
scrupolo. Poi, dovrai cominciare un periodo di digiuno e astinenza di almeno
quaranta giorni, durante i quali non dovrai nemmeno sfiorare non dico altre don-
ne, ma la tua stessa moglie. Oltre a ciò, è indispensabile che tu abbia in casa un




posto da dove di notte si possa vedere il cielo. Qui ci dovrà essere una tavola
pittosto larga, messa in modo che tu possa, stando in piedi, appoggiarti ad essa
con la schiena. Tenendo i piedi a terra, dovrai distenderti sulla tavola come se
ti avesseto crecefisso. Se vuoi, potrai far mettere sulla tavola dei pioli su cui ap-
poggiare le braccia.
Dovrai rimanere in questa posizione dalle nove di sera alle tre del mattino, im-
mobile, con lo sguardo fisso al cielo. Durante tutto il tempo della penitenza, ci
sarebbero da dire certe orazioni che io ti insegnerei, se tu fossi più colto. Ma
non lo sei, e allora andranno bene trecento paternostri e trecento avemaria che
tu dovrai dedicare alla Santissima Trinità, con gli occhi sempre rivolti alle stelle,
mi raccomando, e con la mente sempre occupata a pensare a Dio creatore e
alla passione di Cristo, Lui sì crocefisso davvero per i nostri peccati. Poi, non
appena suoneranno le tre, se vorrai, potrai andartene e gettarti vestito sul tuo
letto per dormire.
La mattina, dovrai andare in chiesa e ascoltare almeno tre messe e dire cin-
quanta paternostri e altrettante avemarie. Dopodiché, potrai tranquillamente
attendere ai tuoi affari e poi pranzare.
Alle sei del pomeriggio, dovrai essere di nuovo in chiesa e dire alcune orazio-
ni che io ti darò scritte, perché senza di esse tutto il resto non serve a niente.
Verso le nove di sera, dovrai essere di nuovo a casa per ripetere la simulazio-
ne di crocifissione. Se tu farai con devozione tutte le cose che ti ho detto, io
spero che tu, com'è capitato a me, possa sentire, ancor prima che la peniten-
za abbia termine, un po' della meraviglia della.... beatitudine eterna...".
(Prosegue...)











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